ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 6 dicembre 2015

Romam vel mundum Jubilemus?

La Porta Santa, Pio XII e la 

guerra alle porte

La Porta Santa della basilica di San Pietro ricorda Pio XII e gli orrori della seconda guerra mondiale. La sua apertura, il prossimo 8 dicembre, segnerà l’inizio ufficiale del Giubileo.
Una guerra mondiale a pezzi che fa a pezzi il mondo. Più volte papa Francesco è tornato sul tema di una «terza guerra mondiale ma a pezzi» da quel volo di ritorno dalla Corea, il 18 agosto dello scorso anno, fra le espressioni più note ed efficaci del suo pontificato. Una guerra che «si combatte a pezzetti, a capitoli», i cui frutti nefasti sono sotto gli occhi di tutti. Anche uno dei simboli del Giubileo, la Porta Santa della basilica romana di San Pietro, ricorda gli orrori della guerra. Una Porta Santa con una memoria da tramandare: quella di un conflitto che devastò l’Europa e il mondo.

divisorio
Nel 1949, quattro anni dopo la fine della seconda guerra mondiale e ormai agli albori della Guerra fredda, il vescovo di Basilea e Lugano, mons. Franz von Streng, insieme ai suoi fedeli donò al papa Pio XII le nuove valve bronzee della Porta Santa, che sostituirono le precedenti, in legno, inaugurate da Benedetto XIV nel 1748. L’iniziativa del vescovo, in carica dal 1936 e che sarebbe stato fra i padri del Concilio Vaticano II, fu motivata dalla volontà di ringraziare Dio per aver risparmiato alla popolazione svizzera gli orrori del conflitto mondiale appena conclusosi. In una iscrizione incisa sul retro dell’anta di sinistra si legge: “E bellorum flamis / patria feliciter servata / servatori Deo / devotus / Pio XII Pont. Max. / populorum pacis sequestro / gratus / Franciscus de Streng / Basileen. ac Luganen. Episc. / cum fidelium suorum grege / huius Portae Sanctae valvas / A. Iubilaei Maximi MCML / D.D.” (Francesco de Streng, vescovo di Basilea e Lugano, essendo stata felicemente risparmiata la sua patria dalle fiamme delle guerre, devoto a Dio che la preservò, grato a papa Pio XII mediatore di pace tra i popoli, insieme ai suoi fedeli donò le valve di questa Porta Santa nell’anno giubilare 1950).
All’inizio del gennaio 1949 lo scultore toscano Vico Consorti, soprannominato “maestro degli usci” o “Vico dell’uscio” per le varie realizzazioni di porte celebrative, ricevette la committenza della Porta Santa da mons.Ludwig Kaas, amico personale di Pio XII e già membro di giuria nel concorso per la Porta di San Pietro. Il tema da rappresentare fu indicato dalle parole dello stesso Pontefice: che il Giubileo del 1950 – Anno Santo del dogma dell’Assunzione e delle canonizzazioni di Maria Goretti e Domenico Savio, ma anche delle polemiche per le possibili speculazioni politiche e commerciali sul Giubileo – fosse «l’anno del gran ritorno e del gran perdono, nella misura almeno che l’età nostra è stata, anche nel recente passato, epoca di apostasia e di colpa», come proclamato nel radiomessaggio del 23 dicembre 1949, riprendendo la preghiera pontifica del Nataledell’anno precedente.
Realizzata in solo undici mesi, la Porta Santa fu inaugurata la vigilia di Natale del 1949. Nel suo discorso ai rappresentanti delle arciconfraternite e confraternite dell’Urbe, pronunciato in occasione della cerimonia di apertura del Giubileo, Pio XII sottolineò come «le valve di bronzo, che abbiamo testé benedette, lodano con accento commovente le magnificenze della misericordia di Colui che è venuto a cercare ciò che si era perduto. La misericordia del Signore non si è stancata e il suo braccio non è divenuto troppo corto per salvare. Nessuno è escluso dalle sue promesse, né dalla soavità delle sue consolazioni».
Vico Consorti, Porta Santa 
Vico Consorti, Porta Santa della
 Basilica di San Pietro, Roma, 1949.
Il ciclo scultoreo della Porta, composto da sedici formelle, narra la storia dell’uomo dalla Creazione al tempo presente. Con particolare attenzione ai temi del peccato e della riconciliazione, di formella in formella si passa attraverso il Peccato e cacciata dal Paradiso terrestre, l’Annunciazione, ilBattesimo di Cristo nel Giordano, le parabole del Buon Pastore, del Figliol prodigo, del Paralitico e della Peccatrice, il Perdonare settanta volte sette, ilRinnegamento di Pietro e il Buon ladrone, fino a giungere all’Apparizione di Cristo risorto a Tommaso e agli Apostoli riuniti, alla Conversione di Saulo e al Cristo come porta di salvezza, reso con lo stesso Pio XII, raffigurato nell’atto di aprire la Porta Santa del Giubileo.
La Porta Santa di San Pietro non sarà comunque l’unica degna di nota, tanto più in un Giubileo della misericordiache nelle intenzioni si annuncia straordinario anche nel decentramento. Il 13 dicembre, terza domenica di Avvento, verranno infatti aperte le Porte Sante delle basiliche di San Giovanni Laterano, di San Paolo fuori le mura e di tutte le cattedrali del mondo. L’1 gennaio 2016 sarà invece la volta di quella di Santa Maria Maggiore. Per volontà del Pontefice è stabilito che per questo Giubileo ogni diocesi potrà istituire Porte Sante.
Per Milano, l’arcivescovo Scola ha stabilito che la Porta della misericordia sarà quella del Duomo, «chiesa madre di tutti i fedeli ambrosiani», insieme a quelle degli edifici individuati nelle diverse zone pastorali, alle quali si affiancheranno le chiese penitenziali, dove per tutto il periodo giubilare saranno presenti in modo speciale confessori. Nell’elenco delle chiese giubilari sono inoltre stati inclusi per la prima volta anche due santuari della sofferenza e della speranza: l’Istituto don Gnocchi di Milano e l’Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone.
Altro che Giubileo, papa Francesco vuole “giubilare” Roma
Non solo riforme. Bergoglio vuole ridurre la centralità dei palazzi romani. La battaglia coi corvi vaticani è solo all’inizio

GIANLUIGI GUERCIA/AFP/Getty Images

Dalla porta santa di Bangui, la capitale Centrafricana dove il papa ha aperto simbolicamente il Giubileo della misericordia, al Vaticano dei corvi, delle carte rubate, dei processi e del rischio attentati, alla porta santa di San Pietro che sarà aperta martedì prossimo. È in questo triplo scenario che si è mosso papa Francesco nelle ultime settimane. E la trasferta africana di Bergoglio in fondo ha avuto, fra l'altro, il merito di dimostrare un paio di cose: in primo luogo – e non sembri solo un paradosso – che Francesco ha più problemi a Roma e in Vaticano di quanti non ne debba affrontare in qualsiasi trasferta in giro per il mondo, comprese le più delicate e rischiose anche sotto il profilo della sicurezza. Le trappole curiali sono forse le più pericolose.
In seconda battuta le ultime vicende, gli intrighi non esaltanti venuti alla luce di questi giorni, hanno avuto il merito di indicare una volta di più al papa come la via intrapresa sia quella giusta: non solo riformare le strutture e i dicasteri vaticani, ma procedere speditamente verso una decentralizzazione della Chiesa riducendo l'importanza, il peso specifico e il ruolo dei sacri palazzi romani e spezzando in tal modo, progressivamente, anche i rapporti politico-affaristici fra le due sponde del Tevere.
La moschea di Bangui

Se infatti le eccezionali misure di sicurezza messe in atto a livello internazionale per proteggere il papa nel suo viaggio in tre Paesi africani (Kenya, Uganda e Centrafrica), risentivano del clima di tensione generale di queste settimane, non c'è dubbio che Bergoglio abbia dato un messaggio forte nonostante i timori della vigilia. Il Papa ha abbattuto il “muro” della paura attraverso la visita alla moschea di Bangui, ha dialogato in modo non formale con le autorità religiose locali rifiutando ogni fondamentalismo, anche quello cattolico, scegliendo di schierarsi decisamente dalla parte dell'Africa e della sua gente, entrando nelle bidonville come nei campi profughi; in questo percorso si può rintracciare il miglior antidoto ad ogni ipotesi di aggressione o attentato di tipo fondamentalista, è lo stesso mondo islamico infatti, nei limiti del possibile, ad emarginare di fronte a papa Francesco, il radicalismo politico-religioso.

Le centinaia di caschi blu presenti in Centrafrica, insomma, hanno svolto certamente la loro funzione di deterrenza, ma l'accoglienza positiva, aperta, riservata al vescovo di Roma dai leader islamici locali, dalle persone, dai fedeli di più religioni, è stata senz'altro l'arma decisiva di una strategia del dialogo che si è dimostrata fatto concreto e non solo ideale. E poi queldichiarare Bangui “capitale spirituale del mondo” vuol dire forse poco ai nostri occhi distratti, ma moltissimo per una realtà enorme, dimenticata dal nord del Pianeta; la Repubblica Centrafricana è entrata d'improvviso nelle case di tutti gli abitanti del villaggio globale grazie a quel gesto compiuto da Francesco: le sue mani appoggiate su un porta “povera” di legno, di una cattedrale che non contiene forse tesori ma parla dell'umanità contemporanea.
Questi giorni, tra la spiritualità africana e gli scandali vaticani, hanno avuto il merito di indicare una volta di più al papa come la via intrapresa sia quella giusta: procedere speditamente verso una decentralizzazione della Chiesaspezzando i rapporti politico-affaristici fra le due sponde del Tevere
Lo show mediatico dei corvi

Nel frattempo a Roma e in Italia andava in scena lo show di Francesca Immacolata Chaouqui– bisogna dire ben coadiuvata dal sistema mediatico – che rilasciava interviste, diffondeva comunicati, chiamava in causa nientemeno che Paolo Berlusconi. Quest'ultimo per la verità veniva evocato anche da monsignor Lucio Angel Vallejo Balda – l'altro corvo - secondo il quale dietro la Chaouqui c'era appunto lui; intanto lei diffondeva particolari sulle abitudini sessuali di monsignor Vallejo Balda (lui faceva lo stesso con lei), dalle carte e delle procure – che pure indagavano in Italia sulla tentacolare e un po' esagitata lobbista - veniva fuori il nome di Mario Benotti, collaboratore del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega per gli affari europei, Sandro Gozi, (Benotti si autosospendeva dall'incarico e chiedeva di essere ascoltato dai magistrati); entrava pure nel gioco qualche dama della vecchia nobiltà romana da sempre ben introdotta in Vaticano e amica di cardinali di lungo corso. Intanto un memoriale del monsignore che è agli atti dell'inchiesta Oltetevere, finiva in pagina su Repubblica, e il testo – con il quale in teoria Vallejo Balda si difendeva dalle accuse – finiva col confermare il punto essenziale: sì, il Segretario della Prefettura per gli affari economici della Santa Sede, cioè un funzionario vaticano con responsabilità delicatissime, aveva passato i documenti ai due giornalisti, e soprattutto aveva consegnato le password dei file criptati.

L'anziano cardinale Jean Louis Tauran (alla guida del Pontificio consiglio il dialogo interreligioso) era indicato dal prelato spagnolo come il personaggio che sponsorizzava la Chaouqui Oltretevere, inoltre monsignor Vallejo citava una cena cui prese parte la stessa lobbista, con Luigi Bisignani, accreditato da molto tempo dai media italiani, del titolo di “faccendiere”, un tempo introdottissimo in Vaticano, oggi, pur vantando ancora buoni contatti, lo è un po' meno. Di certo però dietro la cortina fumogena c'è una cosa: i due avevano almeno un obiettivo, ovvero scalzare o quanto meno limitare il potere del cardinaleGeorge Pell (presetnato dai media come il nemico di Vallejo Balda) e del presidente dello Ior,Jean Baptiste de Franssu (un passaggio meno casareccio e più serio dei messaggi che si sono scambiati la lobbista e il prelato riportato dall'Ansa, lo indica in modo chiaro: «forse De Franssu si dimette. Non e' tutto perduto» ). Il primo, Pell, è il capo della Segreteria per l'economia, il nuovo dicastero vaticano che ha ampi poteri di verifica, controllo e pianificazione sui bilanci di tutti i dicasteri vaticani, il secondo è il presidente dello Ior dopo l 'adeguamento alla normativa sulla trasparenza finanziaria.
Il passaggio di carte dall'interno del Vaticano ai due giornalisti, per quanto emerge, sembra essere avvenuto per colpire la nuova governance economica vaticana e, se possibile, riaprire la partita delle nomine
Il passaggio delle carte

E allora almeno un punto sembra intravedersi nel caos mediatico: il passaggio di carte dall'interno del Vaticano ai due giornalisti, per quanto emerge, sembra essere avvenuto - al contrario di quel che si dice, ovvero aiutare il papa nella riforma – per il motivo opposto: cioècolpire la nuova governance economica vaticana e, se possibile, riaprire la partita delle nomine con scelte più favorevoli a chi ne fosse stato escluso e agli interessi che eventualmente rappresentava. In qualche modo a confermarlo è lo stesso pontefice quando, sul volo di ritorno dall'Africa, ha detto che la nomina di Vallejo e Chaouqui nella commissione incaricata di riformare le finanze vaticane, «è stata un errore», per poi aggiungere «andremo avanti con le riforme». Per la verità Francesco, senza clamore, un bel colpo lo aveva già dato nei giorni scorsi con la nomina del nuovo direttore dello Ior (non il presidente), nella figura di Gian Franco Mammì, funzionario che si era già distinto per aver sostenuto il superamento dell'opacità nell'istituto. Poi ha poi confermato la sua piena fiducia al “Consiglio per l'economia”, altro organismo nuovo che interagisce con la Segreteria di Pell nell'organizzazione finanziaria, guidato da un fedelissimo del papa, il cardinale tedesco Reinhard Marx.
Il processo riprende infine il prossimo 7 dicembre, l'8 inizia il Giubileo della misericordia in occasione dei cinquant'anni dalla fine del Concilio Vaticano II e della ricorrenza dell'Immacolata, la Santa Sede ovviamente non è felice della coincidenza, ma a questo punto nei sacri palazzi vogliono andare fino in fondo. Il vero obiettivo dell'operazione, che certamente espone il Vaticano alle critiche di chi vede nel procedimento un attacco ai due giornalisti Gianluigi Nuzzi e Emiliano Fittipaldi, è monsignor Vallejo, l'unico in cella e l'unico che deve sottostare per forza al procedimento penale (gli altri imputati in realtà possono fare come credono non essendo nemmeno cittadini vaticani, Chaouqui tuttavia aveva ricevuto un incarico all'interno delle mura leonine).
Il senso profondo del Giubileo esce rafforzato dalla crisi in atto: testimoniare all'umanità che i grandi temi della convivenza e della pace, della giustizia e del perdono, dell'attenzione agli ultimi e al Creato possono e anzi devono trovare spazio e voce anche quando si rischia una terza guerra mondiale
Il Giubileo

Infine non va dimenticato che Vallejo non era solo membro della famosa commissione, ma segretario di quella Prefettura pontificia per gli affari economici, organismo che, prima di essere svuotato di poteri e funzioni dalla riforma di Francesco, controllava moltissime informazioni finanziarie e soprattutto effettuava la revisione dei bilanci della Santa Sede. Usciranno altri nomi dalle udienze del processo? Qual è stato il ruolo del tecnico-informatico Nicola Maio pure imputato e collaboratore di Vallejo? Molte altre questioni si porta con sé la vicenda, compresa quella relativa a come si possa amministrare in modo credibile la giustizia in Vaticano.
Il perdono del papa ai possibili condannati è già previsto da molti osservatori, vedremo in quale forma arriverà. Intanto comincerà un Giubileo scosso da allarmi terrorismo, misure di sicurezza e in una Capitale senza sindaco e amministrazione. Tuttavia il senso profondo dell'evento e anzi esce rafforzato dalla crisi in atto: testimoniare all'umanità che i grandi temi della convivenza e della pace, della giustizia e del perdono, dell'attenzione agli ultimi e al Creato, temi insieme religiosi e politici, possono e anzi devono trovare spazio e voce anche in momenti difficili, quando si rischia una terza guerra mondiale.

Gianfranco Ravasi: «Las reformas del Papa molestan dentro y fuera de la Iglesia, pero son necesarias»

  • El presidente del Pontificio Consejo para la Cultura fue calificado en su día como el purpurado «más interesante de la Iglesia». Es el promotor del Atrio de los Gentiles, una iniciativa para el diálogo con la sociedad de hoy


Gianfranco Ravasi: «Las reformas del Papa molestan dentro y fuera de la Iglesia, pero son necesarias»
Gianfranco Ravasi
Efe
Gianfranco Ravasi es uno de los cardenales italianos y de la curia romana con más proyección. Es presidente del Pontificio Consejo para la Cultura, una especie de Ministerio de Cultura, en la Santa Sede y el gran promotor del Atrio de los Gentiles, una iniciativa de diálogo con la sociedad actual promovida durante el pontificado de Benedicto XVI y que continúa hoy. Ya tuvo su cita en Barcelona y la semana pasada pasó por Madrid y Salamanca. Entre una ciudad y otra, el purpurado, considerado por el vaticanista John Allen como «el hombre más interesante de la Iglesia», habló con LA RAZÓN.
-El Atrio de los Gentiles vuelve a España. ¿Cuál es la situación actual de esta iniciativa?
-Es muy rica porque se está extendiendo por todo el mundo, excepto en Asia y África. En estos dos continentes la negación de Dios o la laicidad son cuestiones muy raras. De hecho, es un problema occidental, aunque, en un futuro, también lo será para estos territorios. Tampoco el mundo musulmán tiene hoy una necesidad de diálogo con los no creyentes, pues en sus sociedades no hay separación entre fe y sociedad, entre política y religión. Por eso el Atrio de los Gentiles es una experiencia occidental, donde la dificultad mayor hoy es la indiferencia, porque ésta no se plantea ningún problema y, por tanto, no tiene necesidad de dialogar.
-¿Incluye este diálogo el que se mantiene con otras religiones?
-Es difícil, pero en algunos casos también hacemos diálogo interreligioso; en Estocolmo, por ejemplo, donde hay musulmanes de segunda generación que viven en ambientes muy secularizados. Nuestro desafío era llevar el Atrio de los Gentiles a Jerusalén, lugar importante para las tres grandes religiones –cristianismo, judaísmo e islam–, pero por el momento no ha fructificado. En cualquier caso, me gustaría recalcar que el cristianismo es, de las religiones, la que más tiene en su corazón la secularidad. Recordemos las palabras de Jesús: Dad al César lo que es del César, y a Dios lo que es de Dios.
-¿Es posible dialogar con posturas fundamentalistas? Vivimos tiempos en los que terroristas usan el islam para matar a otros...
-Para el fundamentalismo el diálogo no existe, porque lo rechazan. Para ellos, es una traición de la propia identidad. Y esto vale también para cualquier movimiento de este tipo, no sólo musulmán, también budista o cristiano. La raíz se encuentra en que no aceptan la posibilidad de que existe un componente de verdad en todas las religiones. Por tanto, el diálogo con el mundo fundamentalista es imposible. Se han cometido tantos abusos en nombre de Dios... Y es que el fundamentalismo usa la religión, no el alma de la verdadera religión. También es importante que no se confunda el fundamentalismo y su mensaje con el testimonio de las religiones que instrumentalizan.
-En España, algunos alcaldes quieren borrar toda herencia cristiana. ¿Hay también un fundamentalismo laicista?
-Apelan al respeto, pero éste no se obtiene haciendo tábula rasa, quitando crucifijos de las paredes y todos los signos que ha construido la cultura europea, fundada en el cristianismo. No se puede reducir a cero todo este legado. Esta secularización celebra la naturaleza, pero no la cultura.
-También existen personas, algunos que se llaman artistas, que atentan incluso contra esta herencia y contra estos sentimientos. Hemos tenido un caso reciente en Pamplona. ¿Qué opina?
-El arte blasfemo lo único que hace es reconocer que la herencia cristiana es fuerte, tan fuerte que debe ser golpeada. ¿Quién hace algo así contra la cultura griega? Nadie, porque aunque existe, hoy no es relevante. En cambio, el cristianismo todavía es ofensivo y provocativo para muchos y por eso lo atacan con elementos blasfemos.
-Como miembro de la Curia Romana, ¿cómo ve al Papa? Se ha publicado, incluso, que tiene problemas de salud...
-Eso forma parte de la mitología y tiene que ver también con fuerzas internas y externas a la Iglesia a las que Francisco y sus reformas les molesta y fastidia. Es un líder religioso, considerado como el referente del mundo de hoy más importante, el hombre más escuchado, y ahora se introducen elementos, como el escándalo conocido como Vatileaks2, que no ayudan al Papa.
-También recibió muchas críticas por sus posturas contra la situación económica actual. Es célebre su frase: «Esta economía mata».
-Sí, pero las consideraciones que ha hecho al respecto son compartidas por otros economistas, incluso premios Nobel, que hacen una crítica del dogma absoluto de las finanzas, del mercado. Lo que hace el Papa es una formulación pastoral, no una crítica técnica. Lo que pide es que la economía recupere su verdadera identidad y vuelva a ser una ciencia humanista que ayude a sostener la humanidad, no a destruirla, como hemos visto con la crisis financiera.
-¿Cómo va la reforma de la curia?
-Muy lenta. Se está trabajando en la integración de algunos organismos, pero las estructuras tienen siglos de historia, son complejas y en ellas hay personas que muestran resistencias a los cambios. El Papa Francisco esperaba llevar a cabo la reforma con mayor celeridad, pero va muy lenta. Pero la idea se mantiene y es necesaria, porque hay una estructura elefántica y los escándalos actuales demuestran que hay cosas que cambiar.

Las cuentas de la Iglesia a examen

La Santa Sede va a encargar una auditoría externa de sus finanzas a PricewaterhouseCooper (PwC) que actuará de revisor, tal y como informó ayer el Vaticano. En concreto, la consultora PwC trabajará en estrecha colaboración con la Secretaría para la Economía del Vaticano (creado por el Papa Francisco en febrero de 2014) y comenzará de forma inmediata a trabajar en la auditoría de las finanzas de la Iglesia del año 2015, añadieron las mismas fuentes.·
Fran Otero.  Madrid.

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.