ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 26 gennaio 2016

L'amore disordinato di se stessi


MARTEDÌ DI SETTUAGESIMA

La caduta.
Le promesse del serpente bastarono a soffocare nel cuore della donna ogni sentimento d'amore verso Colui che l'aveva creata e colmata di beni.
Vagheggiava d'essere simile a lui; la sua fede s'era offuscata; pensava che Dio poteva averla ingannata con la minaccia della morte, se violava il suo comando; e, cedendo all'amor proprio, guarda il frutto proibito; le pare "buono a mangiarsi e bello all'occhio e gradevole all'aspetto"; i sensi cospirano con la sua anima a disobbedire a Dio, e a perderla.
Ormai la prevaricazione è già commessa nella sua volontà: non resta che consumarla con un atto esterno. Piena di sé, come se Dio non esistesse più per lei, stende la mano, coglie il frutto e lo porta alla bocca.
Dio aveva predetta la morte alla creatura infedele che avesse osato violare il suo comandamento; ma Eva, dopo aver peccato, sente ancora in sé la vita. Il suo orgoglio trionfa e credendosi più forte di Dio, pensa e desidera di far partecipe Adamo della sua colpevole vittoria. Con mano sicura gli porge il frutto che credeva aver gustato impunemente. Adamo, o per sentirsi rassicurato dall'impunità del delitto commesso dalla sposa, o per cieco amore, volle condividere la sorte di colei ch'era carne della sua carne e osso delle sue ossa, e dimenticando a sua volta il comando del Creatore, acconsente e sacrifica l'amicizia di lui per una vile compiacenza verso la donna. Misero Adamo! consumando quel frutto, manda in rovina se stesso e tutta la sua discendenza.
Appena i nostri progenitori hanno spezzato il legame che li univa a Dio, ritornano in se stessi. Dio, abitando nella creatura elevata allo stato soprannaturale, le dà un essere completo; ma quando essa lo scaccia col peccato, viene a trovarsi in uno stato peggiore del niente: naufraga nel male. Nell'anima, poc'anzi così bella e così pura, non vi sono più che rovine.
Ritornando in se stessi, i nostri progenitori sentono una grande vergogna. Hanno voluto diventare come Dio ed innalzarsi fino all'Essere infinito: ma eccoli in preda alla lotta della carne contro lo spirito. La nudità fino allora innocente li sbigottisce e, per non arrossire di se stessi, prima così pieni di nobile semplicità in mezzo all'universo loro soggetto, cercano di nasconderla.
Fu l'amore disordinato di se stessi a sedurli, ed a calpestare il comandamento del Signore, dopo aver offuscato in essi la coscienza della propria grandezza ed il ricordo dei benefici da lui ricevuti. La stessa cecità allontana da loro il pensiero di confessare la colpa e d'implorare la pietà del grande Offeso.
Costernati, fuggono e si nascondono.

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 433-434

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