ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 15 gennaio 2016

Volli, volli, fortissimamente volli...

Che Francesco voglia i preti sposati "è più che un'intuizione"

saracco



Norberto Saracco, nella foto, è un pastore pentecostale argentino, fondatore di una facoltà internazionale di studi teologici attiva in numerose nazioni e con docenti appartenenti a diverse confessioni cristiane.
È amico di lunga data di Jorge Mario Bergoglio e due mesi dopo la sua elezione a papa ebbe con lui un lungo colloquio confidenziale nel suo appartamento a Santa Marta, assieme a una mezza dozzina di altri amici argentini.
Nell'estate del 2015 Saracco ha riferito di quel colloquio a Robert Draper, l'autore della cover-story dedicata a papa Francesco del numero di agosto della rivista "National Geographic":
E dal suo racconto si ricava un'ulteriore conferma della volontà di Francesco di aprire un varco al clero sposato nella Chiesa cattolica latina, come anticipato da tre recenti servizi di www.chiesa:
Di quell'incontro a Santa Marta, il pastore Saracco ricorda la decisa affermazione di Francesco di "voler introdurre cambiamenti da subito" in vari campi della vita della Chiesa, pur sapendo – parole sue – che "si sarebbe fatto un mucchio di nemici".
E quando il pastore chiese al papa se intendeva anche rimuovere il vincolo del celibato per i preti, questo è ciò che ne ricavò e ha poi raccontato:
"Se Francesco saprà sopravvivere alle pressioni della Chiesa e agli esiti del sinodo sulla famiglia, penso che dopo questo sinodo sarà pronto a mettere in discussione il celibato".
Al giornalista del "National Geographic" che gli ha chiesto se questo era ciò che il papa gli aveva detto oppure si basava su un'intuizione, Saracco "ha sorriso sornione e ha detto: 'È più che un'intuizione'".
Settimo Cielo di Sandro Magister 14 gen 

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/01/14/che-francesco-voglia-i-preti-sposati-e-piu-che-unintuizione/

“Ama e fa’ ciò che vuoi”. Il vero senso dell'espressione Agostiniana fin troppo abusata



Ama e fai ciò che vuoi” è una delle frasi più celebri di sant’Agostino. Sintetica, potente, e nello stesso tempo facilmente equivocabile. Agostino la pronunciò in una delle sue dieci omelie a commento della I lettera di san Giovanni. Quella in cui Dio viene definito come Amore. Scriverà Pascal, proprio per segnare la differenza tra la comprensione greca del Logos, e quella cristiana: “Il Dio dei Cristiani
non è un Dio solamente autore delle verità geometriche e dell’ordine degli elementi, come la pensavano i pagani e gli Epicurei. […] il Dio dei Cristiani è un Dio di amore e di consolazione, è un Dio che riempie l’anima e il cuore di cui Egli s’è impossessato, è un Dio che fa internamente sentire a ognuno la propria miseria e la Sua misericordia infinita, che si unisce con l’intimo della loro anima, che la inonda di umiltà, di gioia, di confidenza, di amore, che li rende incapaci d’avere altro fine che Lui stesso” (Pensieri, 556).
Dio è dunque sia Logos che Amore. Ma cosa significa Amore? La semplicità divina diventa complicata, quando ci sono di mezzo queste creature con grandi aspirazioni e immensi limiti che sono gli uomini. Certamente Amore non è sinonimo di sentimentalismo, di capriccio, di gusto personale, di indifferenza, di qualunquismo… Rileggiamo l’intera frase di sant’Agostino: “Una volta per tutte dunque ti viene imposto un breve precetto: ama e fa’ ciò che vuoi; sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene”.
Uno legge queste frasi e immediatamente percepisce, per quanto confusamente, l’ infinita sapienza della Rivelazione. Tacere per amore e parlare per amore. Basterebbe questo, per ingarbugliare la valutazione di tanti nostri discorsi. Quante volte diciamo il vero, senza amore? Non solo perché lo facciamo con ira, nel modo sbagliato, ma perché quell’ira ci viene dalla superbia? Dalla volontà di parlare per affermare noi stessi, e non la verità di cui ci facciamo portatori. Quante volte non riusciamo a morderci la lingua, e crediamo di essere giustificati, perché “è giusto dire le cose come stanno”? Quante volte una notazione vera e giusta non è altro che il pretesto per toglierci un sassolino dalle scarpe? Quante volte il parlare di un fratello, il denigrarlo, anche senza menzogna, è solo il modo per mettere in luce noi stessi?
Sant’Agostino è chiaro: ogni verità esca dalla nostra bocca, per amore e con amore. Altrimenti saremo chiamati a rispondere di come abbiamo deturpato, strumentalizzato, offuscato quella verità. Se lo leggiamo bene, infatti, Agostino, benché non usi mai la parola “verità”, parla di amore e di verità insieme. Parla infatti di parole e di correzione, cioè, appunto, di verità. Ma sottolineando l’amore. Tanto che alla fine della frase, dopo l’invito a correggere per amore, invita al perdono: che non è l’abdicazione ad un giudizio, ma il riconoscimento che ogni giudizio umano non definisce e non conclude. Perdono il prossimo quando ho chiaro che non è riducibile alla sua colpa, al suo errore del momento, e che io che giudico, anche giustamente, non sono Colui che solo ha il potere e il diritto di un giudizio definitivo.
Verso la fine dell’omelia Agostino torna a ricordare ai suoi ascoltatori che l’Amore non è melassa, né acquiescenza, ma espressione di una magnanimità che solo da Dio deriva e che solo a Lui possiamo chiedere. Un amore che ci rende veri, e veramente liberi: “Se volete conservare la carità, fratelli, innanzitutto non pensate che essa sia avvilente e noiosa; non pensate che essa si conservi in forza di una certa mansuetudine, anzi di remissività e di negligenza. Non così essa si conserva. Non credere allora di amare il tuo servo, per il fatto che non lo percuoti; oppure che ami tuo figlio, per il fatto che non lo castighi; o che ami il tuo vicino allorquando non lo rimproveri; questa non è carità, ma trascuratezza. Sia fervida la carità nel correggere, nell’emendare… Non voler amare l’errore nell’uomo, ma l’uomo; Dio infatti fece l’uomo, l’uomo invece fece l’errore. Ama ciò che fece Dio, non amare ciò che fece l’uomo stesso…Anche se qualche volta ti mostri crudele, ciò avvenga per il desiderio di correggere. Ecco perché la carità è simboleggiata dalla colomba che venne sopra il Signore. Quella figura cioè di colomba, con cui venne lo Spirito Santo per infondere la carità in noi. Perché questo? Una colomba non ha fiele: tuttavia in difesa del nido combatte col becco e con le penne, colpisce senza amarezza. Anche un padre fa questo; quando castiga il figlio, lo castiga per correggerlo…ma è senza fiele. Tali siate anche voi verso tutti… Chi è quel padre che non dà castighi? E tuttavia sembra che egli infierisca. L’amore infierisce, la carità infierisce: ma infierisce, in certo qual modo, senza veleno, al modo delle colombe e non dei corvi”.

di Francesco Agnoli, 25/9/2014
http://gloria.tv/media/CeedBmzFv8r


CECCHI PAONE HA CAPITO PERFETTAMENTE IL DISCORSO DI GALANTINO ED ESULTA: GLI HO SCRITTO, SIAMO A UNA SVOLTA

Cecchi Paone ha capito perfettamente il discorso di Galantino ed esulta: gli ho scritto, siamo a una svolta

«Sono entusiasta: ho scritto a monsignor Galantino per dirgli che ha compiuto un gesto di grande saggezza. La sua proposta di mediazione taglia le ali ai fondamentalisti religiosi e offre ai laici una occasione per ottenere un grande risultato». Netta l’analisi di Alessandro Cecchi Paone, giornalista e scrittore, consigliere di Silvio Berlusconi per i diritti civili. Nella conversazione con Intelligonews spiega perché la posizione della Cei «è significativa».

Monsignor Galantino considera giusto dare risposte sul tema delle unioni civili ma le adozioni devono restare fuori. Come commenta? 
«Sono entusiasta perché seppure non è la mia posizione, ho scritto a monsignor Galantino per dirgli che ha compiuto un gesto di grande saggezza perché ciò che conta è finalmente arrivare in Italia a un primo riconoscimento di diritti e di bisogni umani. E la sua proposta di mediazione è molto saggia e rispettosa perché taglia le ali ai fondamentalisti religiosi e offre ai laici una occasione per ottenere un importante risultato».

Tuttavia anche Galantino chiude alle adozioni da parte di persone dello stesso sesso. Per voi questo è un punto dirimente oppure intanto vanno bene le unioni civili?

«Ripeto: per me ci vorrebbe il matrimonio con le adozioni, ma qui si tratta di ottenere il primo importante risultato di riconoscimento di diritti e bisogni di base. Cominciamo così, mettendo d’accordo le persone di buona volontà dell’una e dell’altra parte che non debbono più fare guerre di religione. Del resto, si parlerà».

In un altro passaggio dell’intervista al Corsera, Galantino afferma: «Non mi stancherò mai di invocare un passo indietro da parte di chi conosce solo metodi ideologici di accostarsi alla realtà». Si sente chiamato in causa? 
«Esattamente il contrario, mi sento assolutamente d’accordo con lui. Noi abbiamo avuto per dieci anni un’aggressione culturale da parte del fondamentalismo cattolico e quell’approccio ideologico ha fatto danni enormi; dall’altra parte abbiamo avuto un irrigidimento astratto rispetto alla società italiana quale storicamente è e si è determinata. Per fortuna, è il momento di uomini e donne di buona volontà che cercano soluzioni in cui tutti si possono ritrovare in maniera concorde. Diciamo così: pragmatismo all’insegna del migliore umanesimo laico e cattolico».

Sul Family Day, Galantino lascia ai vescovi libertà di coscienza e in quanto esponente Cei non stigmatizza ma neanche promuove la manifestazione del 30 gennaio. Nel suo editoriale il direttore di Intelligonews, Fabio Torriero, rileva che così la Cei dà libertà di coscienza ai vescovi. Un po’ come accade per la politica? Cosa ne pensa?
«E’ un fatto positivo perché aiuta a trovare una soluzione e se passa una legge equilibrata, la Cei di Galantino avrà grandi meriti, ovviamente nel solco dell’approccio della misericordia della pastorale di papa Francesco. Secondo me non è la prima volta che accade, perché già nel Family Day del giugno scorso la Cei aveva riconosciuto il diritto di una certa area cattolica, particolarmente conservatrice e reazionaria, di manifestare. La cosa importante è che non aveva preso posizione allora, non la prende oggi rispetto all’annunciata manifestazione del 30 gennaio. E perché mai dovrebbe vietarla? Non ne avrebbe il potere né il diritto. A noi laici interessa una Chiesa che non spacchi il Paese: tutti hanno il diritto di manifestare le proprie posizioni che, in questo caso per me sono totalmente sbagliate, ma che è giusto esprimere».

Berlusconi farà il punto coi suoi per il voto sulle unioni civili, posto che come da tradizione, il partito lascerà libertà di coscienza ai parlamentari. Lei teme defezioni, imboscate o sorprese in Aula? 
«Io sono tranquillissimo sulla posizione di Berlusconi, nel senso che ormai due anni fa mi chiese di aiutarlo a sostenere la tradizione libertaria di Forza Italia insieme alle altre tradizioni che convivono, su una posizione a favore del riconoscimento dei diritti umani, per usare le stesse parole di Berlusconi sulle quali non ho dubbi e rispetto alle quali sono felicissimo. Le uniche due volte che ho deciso di candidarmi come candidato di bandiera in Fi era per dire che anche il centrodestra ha un’anima libertaria e liberale che non si può dimenticare. Temo ci sia una parte del partito che, non si sa perché non se n’è andata con Ncd, si impunterà sul versante della vecchia Cei. E’ un grande peccato, ma sono sicuro che gran parte delle donne di Fi, la componente radicale, repubblicana, laica, socialista sarà a favore di una legge equilibrata che toglie all’Italia una vergogna internazionale non più sostenibile».  

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