ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 22 febbraio 2016

Se conosci chi frequenti* perdi la fede!

Aveva smesso di credere e ammetteva di non saperne spiegare le ragioni: «È stato come l' interruzione di un circuito elettrico». Ma pensava che nell' aldilà con Gesù poteva intendersi. I ncontrandolo, intervistandolo, leggendolo, non potevo sfuggire a una sorta di rammarico. Proprio perché molto ne ammiravo l' intelligenza, la cultura, lo stile, l' ironia, il savoir vivre, sentivo (e glielo dissi anche, una volta, ricavandone un sorriso enigmatico), sentivo il dispiacere del credente davanti a un uomo che ti parlava della sua «definitiva apostasia» da ogni fede religiosa, a cominciare ovviamente da quella cattolica. Un giovane che fu tra i dirigenti della Giac, la Gioventù di Azione cattolica, che sino all' università si nutrì di credenti antichi e moderni, un uomo da comunione quotidiana e da confessione settimanale e che scelse san Tommaso per la sua tesi pensando alla fede da difendere e non a una laurea da conquistare. Ed ecco che invece dello straordinario apologeta del cattolicesimo, dello scintillante polemista che i credenti avrebbero avuto in dono, ecco che dall' ateneo torinese uscì l' Umberto liberal . Un Eco divenuto sì apologeta, ma prima dell' agnosticismo e poi - come ammise - di un relativismo ateo ( nomina nuda tenemus ), affermato con la consueta leggerezza dall' apparenza svagata, ma in realtà non scalfibile. La delusione, non mi ha impedito, per quanto mi riguarda, l' affetto sincero e ora il dispiacere perché non avremo più battute come quella che gli sentii dire nel nostro primo incontro: «Se Pascal abitasse nel mio condominio ci saluteremmo con educazione ma non ci frequenteremmo proprio. Se, invece, sul mio pianerottolo ci fosse Tommaso d' Aquino, alla sera giocheremmo a briscola, ma finiremmo per litigare e andare per avvocati. E magari mi denuncerebbe alla Digos per sospetto di terrorismo». Per una mia Inchiesta sul cristianesimo (il titolo del libro che uscì da molti dialoghi, soprattutto con ex credenti, per capire le loro ragioni) passammo insieme un pomeriggio milanese di cui approfittai non per parlare genericamente di cultura, ma di fede, di vita, di morte. A lui che conduceva il discorso verso la filosofia, replicai di lasciare le schermaglie verbali e di venire al concreto. La scommessa per Dio o contro Dio nasce più dal vissuto esistenziale che dall' argomentare teorico. Per quali motivi (ammesso che sia in grado di decifrarli) uno che abbracciava il Vangelo - e con tanto fervore - come il giovane Eco, decide di ritirare la sua speranza nel Cristo? Mi parve, con tutto il rispetto, che gli argomenti della sua risposta non sfuggissero al sospetto di essere stati elaborati post factum , per razionalizzare un ripudio venuto dal cuore e dalla vita più che dalla ragione. Glielo dissi. Fu pronto a replicare, con sincerità: «Le concedo volentieri che, qui, qualunque "prova" o ragionamento serve solo a convincerci di ciò di cui già siamo convinti. È vero: l' aspetto razionale non basta a spiegare la mia storia. Ma non basta neppure quello biografico. Altri che hanno avuto vicende simili alla mia sono rimasti credenti. Mi è parso che la perdita della fede sia stata come l' interruzione di un circuito elettrico. Le cause vere, profonde? E chi può dirlo?». Parlammo della morte: un dramma che, mi disse, viveva nella carne, da quando suo padre morì in modo inaspettato. «Sono passati tanti anni da allora, ma ci penso ogni giorno. Io non cerco, alla Freud, di vendicarmi di mio padre, ma di vendicarlo. Anche da qui il mio darmi da fare sul piano professionale. Io, un collezionista di onori, come qualcuno dice? No, uno che vuol dare al suo genitore le soddisfazioni che sperava di avere da suo figlio e che non ha avuto». Eco, gli chiesi, dov' è suo padre? Dove sono tutti i morti? Dove saremo noi pure? Rispose: «Al di là di quelle porte di bronzo c' è il caos, il buio. Oppure c' è il Nulla o un deserto piatto e desolato, senza fine». La morte, gli ricordai, è la scommessa per eccellenza, aperta a molti esiti possibili. E se avessero ragione coloro che dicono che sarà Gesù il Cristo a venirci incontro? Non sembrò esitare, come chi ci ha più volte pensato: «Senta, se per caso quel Nazareno c' è davvero e vuole imbastirmi un processo, gli dico più o meno le cose che sto dicendo a lei: ho ragionato così e così e sono giunto alla conclusione che non eri tu ad aspettarci. Credo che potremmo giungere a patti ragionevoli. Se invece è il Dio crudele e vendicativo di certe sette protestanti, allora meglio non avere a che fare con lui. Mi mandi pure all' inferno, dove almeno c' è gente per bene». Una pausa e poi: «Ma guardi che sono convinto che se davvero un Dio ci fosse, sarebbe quello di quel san Tommaso con il quale in vita avrei litigato, ma che era un uomo col quale, malgrado tutto, sulle cose che contano si poteva ragionare». Ora, pure Umberto Eco «sa». E al rispetto che da parte di ognuno merita una vita tanto operosa, i credenti, con discrezione pari alla convinzione, aggiungeranno una preghiera davanti a una bara per la quale - con coerenza, senza ipocrisie - non si è voluto una presenza religiosa. (Vittorio Messori)
*Ravasi: «Eco, tra i codici dell'Ambrosiana la sua passione per la Bibbia»
«Ho conosciuto Umberto Eco quando sono venuto a Milano, alla Biblioteca Ambrosiana, che fu il nostro primo “ponte” data la sua nota bibliofilia. E poi siamo diventati amici, sempre in maniera riservata». Il cardinale Gianfranco Ravasi, oggi presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, ricorda quelle visite dello scrittore allo scrigno librario milanese, vera tesoro per chi, come Umberto Eco, a sua volta possedeva una raccolta – «davvero impressionante», puntualizza Ravasi – di testi antichi. 

LA SCOMPARSA DI UMBERTO ECO
Attorno a quali elementi ruotava la vostra
 amicizia? 
«Il primo era naturalmente quello legato alla Bibbia. Eco aveva una vera passione per gli studi biblici, anche se diceva di non averli mai potuti praticare; è noto come si chiedesse perché i ragazzi delle scuole dovessero sapere tutto degli dèi omerici e quasi nulla di Mosè, tutto della Divina Commedia e non del Cantico dei Cantici e degli altri testi biblici che ne sono il palinsesto. Essendo a conoscenza della mia pratica esegetica era sempre pronto a dialogare con me; tra i testi che più lo affascinavano spiccava per esempio il Qohelet». 

E poi? 
«Il secondo nodo era legato alla letteratura medievale. Tutti conosciamo Il nome della rosa – romanzo nato prima delle nostre frequentazioni all’Ambrosiana, iniziate verso il 1990 –, però la sua passione erano soprattutto due autori. Il primo è ovvio, Tommaso d’Aquino: fece la tesi di laurea sulla sua estetica. Ricordo la sua emozione quando gli mostrai un testo autografo del santo, scritto con una grafia pressoché incomprensibile, oscura, agli antipodi della sua lucidità logica. È invece forse meno noto il suo interesse per Raimondo Lullo, del quale l’Ambrosiana conserva una buona raccolta di codici. Ma la si può capire bene, perché Lullo è una figura capace di stabilire ponti di comunicazione anche con l’islam: conosceva l’arabo, aveva interesse per il dialogo... E poi il filosofo catalano era curioso, passava dalla disputa alla logica, dalla polemica alla cavalleria; fino al Libro del gentile e dei tre savi, quel dialogo tra un pagano e tre sapienti che si interrogava sulle religioni monoteistiche. Insomma, proprio quel grande spettro di curiosità che aveva lo stesso Eco». 

Infine c’era il comune amore per il libro... 
«Era il terzo elemento della nostra amicizia. Negli incontri ai quali lo invitavo, quasi lo sfidavo a mostrare quanto ne sapesse di codici che erano di norma dominio degli specialisti. La Biblioteca Ambrosiana lo affascinava tanto che veniva sempre quando era chiusa, per poter girare tra le sale in libertà».

Il fatto che lei fosse un ecclesiastico non costituì mai un ostacolo?
«Al contrario, era un legame ulteriore. A parte la sua esperienza religiosa giovanile – una matrice che non aveva mai voluto dimenticare nonostante il suo spirito profondamente laico –, in lui c’era il desiderio di vedere come si potesse vivere l’esperienza di fede pur senza rinunciare a tutte le curiositas culturali. Sempre con grande rispetto per i temi teologici e di spiritualità: ricordo quella volta quando, ritornando insieme in macchina dall’Università di Bologna dove avevamo discusso del Cantico dei Cantici in un incontro voluto dal rettore Ivano Dionigi, riassaporava, gustava, riprendeva il tema dell’amore, così come era letto dal Cantico e dalla tradizione mistica».

Se dovesse sintetizzare la lezione di Umberto Eco, quale parola sceglierebbe?
«Senza dubbio “curiosità”. Pur avendo una propria specializzazione e un proprio rigore, restava convinto della complessità del reale e voleva sempre guardare al di là delle proprie frontiere. D’altra parte la curiositas è, per sua sua natura etimologica, anche cura, passione, preoccupazione per qualcosa: non semplicemente volteggiare sulla realtà come una farfalla, ma anche ricerca di coinvolgimento. Come scriveva Rousseau nell’Emilio, si è curiosi solo nella misura in cui si è istruiti». 

Un rigore che oggi non sembra andar per la maggiore...
«Nella cultura contemporanea in molti imperversa il gusto di parlare solo per far vedere che si sanno tante cose... Occorre evitare i due estremi, l’eccesso di specializzazione e l’approssimazione, ma il rischio è sempre in agguato. Ma mi lasci concludere con un ricordo personale...».

Prego.
«Un pomeriggio lo portai dal cardinal Martini, assieme a Beniamino Placido e Aldo Grasso, per consigliare l’arcivescovo nella stesura della sua famosa lettera pastorale Il lembo del mantello: per un incontro tra Chiesa e mass media. Eco, vero affabulatore, parlò e discusse a lungo, il pomeriggio si protrasse fino alla cena, e alla fine il suo ultimo consiglio fu: “Mi dispiace ma io non sono capace di dare suggerimenti per scrivere una lettera pastorale. Piuttosto, preferirei scriverla io...”».

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