ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 16 marzo 2016

Firmare o convertirsi?

Frutti avvelenati di una firma.
La Chiesa ortodossa ucraina legata a Mosca giustifica la decisione di Stalin di perseguitare e liquidare i greco-cattolici. La Chiesa greco-cattolica fu "cancellata" fino al 1990, con persecuzioni, torture ed uccisioni, e sopravvisse nella clandestinità. 

Non sembra che dopo l’abbraccio del Pontefice con il patriarca Kirill a Cuba la temperatura dei rapporti fra Roma e Mosca abbia registrato cambiamenti significativi. Anzi.
Dopo la dura presa di posizione del Patriarcato, che trovate QUI ,   a commento dell’incontro e della firma di una dichiarazione congiunta che ha suscitato molte perplessità, a dir poco, viene dagli ortodossi ucraini legati a Mosca un altro spruzzo di vetriolo sui cattolici greco-cattolici, principale pietra d’inciampo, secondo Mosca nei rapporti con Roma.

Qualche giorno fa si è fatta memoria del Sinodo di Lviv (Leopoli) del 10 marzo 1946 che decise la scomparsa della Chiesa greco-cattolica. Per volontà di Stalin e con la complicità o almeno la connivenza degli ortodossi di Mosca le sue proprietà e i suoi fedeli furono di botto trasferiti sotto il Patriarcato di Mosca; che fedeli: laici, preti, vescovi e religiosi fedeli a Roma e al Papa furono arrestati, torturati e uccisi in gran numero; molti nonostante la persecuzione molti rimasero fedeli al Papa, fino al crollo del comunismo. Quando la nascita dell’Ucraina indipendente permise ai greco-cattolici di uscire dalle catacombe. Adesso personalità laiche e religiose ortodosse ucraine riconoscono la violenza e la necessità per la Chiesa ortodossa di fare ammenda. Trovate l’articolo relativo QUI .    

Ma una dichiarazione della Chiesa ortodossa ucraina legata a Mosca   giustifica sostanzialmente la decisione di Stalin, e afferma che “La principale ragione per la liquidazione da parte degli organi punitivi dell’Unione Sovietica fu l’aperta cooperazione di questa denominazione religiosa con le forze di occupazione naziste e i loro scagnozzi nell’Ucraina occidentale”.   

Bisogna ricordare però che negli anni precedenti il Paese era stato vittima di un genocidio, l’Holodomor (morte per fame) tramite una carestia provocata artificialmente da Mosca, per vincere la resistenza ucraina alla collettivizzazione, e che astutamente i tedeschi nella zona occupata avevano reintrodotto la libertà religiosa e permesso grandi manifestazioni religiose. Il che certamente aveva attirato se non altro la non ostilità di una parte della popolazione. 

Dopo la caduta dell’URSS, nel 1990, affermano gli ortodossi legati a Mosca,“Cominciò il revival della Chiesa Uniate Greco Cattolica, che uscì dalla clandestinità con malizia e aggressioni anti-ortodosse articolate”. Mosca e i suoi alleati in Ucraina accusano regolarmente i cattolici ucraini di essersi impadroniti di chiese ortodosse negli successivi al collasso dell’URSS; ma molte delle chiese in questione erano originariamente cattoliche confiscate da Stalin. Non sembra che l’immagine dell’abbraccio al vertice a Cuba abbia avuto finora un grande effetto nei rapporti sul campo….  
http://www.lastampa.it/2016/03/16/blogs/san-pietro-e-dintorni/frutti-avvelenati-di-una-firma-9O8p0oMRmDPWB8qETGnJcO/pagina.html

Le poche grandi cose che Francesco e Kirill non si sono dette all'Avana

Non solo gli ortodossi non riconoscono validi i sacramenti cattolici, ma mettono in dubbio che la Chiesa di Roma sia una vera Chiesa. L'accusano di aver corrotto la purezza e l'integrità della fede, di cui essi sono i soli custodi. L'analisi di un esperto

di Sandro Magister





ROMA, 16 marzo 2016 – Il documento sottoscritto un mese fa all'Avana da papa Francesco e dal patriarca di Mosca Kirill resta lontanissimo dal pacificare le relazioni tra la Chiesa cattolica e l'ortodossia:

> "Per volontà di Dio Padre…"

Francesco l'ha prudentemente declassato a "discutibile" e "opinabile". E ai vescovi della Chiesa greco-cattolica ucraina ha detto che "non è parola del Vangelo".

Ma le ferite restano aperte. E sono molto più profonde di quanto faccia credere "La Civiltà Cattolica", secondo cui ciò che conta "non sono le parole scritte e firmate, ma le mani che hanno usato l’inchiostro e che si sono strette".

Il più vistoso ostacolo alla pacificazione tra Roma e Mosca continuano ad essere i cinque milioni di greco-cattolici dell'Ucraina. "Due mondi paralleli" è il titolo dell'intervista nella quale l'arcivescovo maggiore di Kiev, Sviatoslav Shevchuck, ha dato voce all'amarezza dei suoi fedeli, subito dopo il summit dell'Avana:

> La protesta dei cattolici ucraini: "Il papa appoggia l'aggressione russa"


La Chiesa greco-cattolica dell'Ucraina è una realtà molto viva. Nel 1989, quando uscì dalle catacombe, contava solo 300 sacerdoti anziani, mentre oggi ne ha 3000 e giovani, di 38 anni in media.

Il dramma di questa Chiesa è che si sente incompresa e maltrattata sia da Roma che da Mosca.

*

Con Roma i vescovi ucraini hanno cercato di ricucire incontrando papa Francesco il 5 marzo e pubblicando subito dopo il seguente documento:

> The Address of the Permanent Synod of the UGCC after the meeting with the Holy Father

In cui tra l'altro scrivono:

"Il Santo Padre è un'autorità morale globale che dice la verità. La voce della verità è particolarmente importante per la sofferenza del popolo dell'Ucraina. Se il popolo non ascolta o comprende questa voce diventa confuso, ansioso e si sente abbandonato".

Ma è stato il loro arcivescovo maggiore Shevchuck a descrivere in modo più diretto l'andamento dell'incontro col papa, in  questa intervista alla Radio Vaticana:

> Shevchuk: Pope "shares in suffering" of Ukrainians

Scevchuck riferisce che il papa ha assicurato loro che al dialogo con Mosca "non sacrificherà una sola vita, né tanto meno quella di un'intera Chiesa cattolica orientale".

E sul conflitto nelle regioni orientali dell'Ucraina il papa ha detto di aver letto il rapporto inviatogli dal nunzio a Kiev Claudio Gugerotti e ha promesso ai vescovi che interverrà in loro aiuto.

Al termine dell'incontro, li ha benedetti e si è fatto benedire, "umilmente piegando il capo per ricevere la benedizione".

*

Quanto all'irriducibile ostilità di Mosca contro la Chiesa greco-cattolica ucraina, è stata ribadita per l'ennesima volta dal numero due della Chiesa ortodossa russa, il potente metropolita Hilarion di Volokolamsk, proprio in reazione alle critiche di Shevchuck al documento dell'Avana.

A giudizio di Hilarion i greco-cattolici ucraini "non sono disposti ad ascoltare non solo la voce del nostro patriarca, ma nemmeno la voce del papa":

> Agire da fratelli, non da concorrenti

Ma ancor più radicali sono le critiche a loro rivolte nel documento pubblicato ai primi di marzo dalla Chiesa ortodossa ucraina in occasione dei settant'anni del concilio di Lviv del 1946, che impose ai greco-cattolici il rientro nell'ortodossia e i cui effetti durarono per loro fino al 1989:

> The department for the external Church relations of the UOC (MP) on the anniversary…

Non c'è traccia in questo documento neppure del lieve addolcimento dei rapporti tra cattolici e ortodossi ucraini fatto intravedere dalla dichiarazione congiunta dell'Avana, nella quale peraltro non si riconosce ai greco-cattolici l'identità di "Chiesa", ma solo quella di "comunità ecclesiale".

In ogni caso, il summit dell'Avana ha creato agitazione e divisione anche dentro la Chiesa ortodossa. Tant'è vero che anche Hilarion, al pari del papa, ha tenuto a minimizzare la portata della dichiarazione congiunta:

"Non c’è stato alcun tentativo di riavvicinamento dottrinale e non si è discusso di nessuna questione dogmatica o teologica. E anche ora questo tipo di discussioni non sono all’ordine del giorno".

Verissimo. Sia Francesco che Kirill hanno dato molta più importanza al gesto che alle parole. Col risultato che i reali punti di disaccordo tra cattolicesimo ed ortodossia restano tutti intatti.

Ed è non solo utile ma necessario ripercorrerli ad uno ad uno, come ha fatto in un recente saggio il professor Lubomir Zak, slovacco, ordinario di introduzione alla teologia e di storia della teologia alla Pontificia Università Lateranense, specialista in teologia ortodossa russa.

Il saggio è uscito nel 2015 sulla rivista teologica "Lateranum" e può essere acquistato anche come e-book:

> Il cammino ecumenico aperto da "Unitatis redintegratio" tra difficoltà e speranze: in dialogo con l'ortodossia

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Il dato da cui parte l'analisi di Zak è il forte contrasto tra la visione che oggi la Chiesa cattolica ha dell'ortodossia e, viceversa, quella che la Chiesa ortodossa ha del cattolicesimo.

Infatti, per dirla con le parole del metropolita Hilarion di Volokolamsk, dal Concilio Vaticano II in poi la Chiesa cattolico-romana ha "finalmente" ammesso "che le Chiese ortodosse sono salvifiche, possiedono la successione apostolica e i sacramenti, e ciò che a esse manca è soltanto la comunione con la sede di Roma".

Ed è proprio così. Tant'è vero che i decreti conciliari "Unitatis redintegratio" e "Orientalium ecclesiarum" arrivano a sostenere che "comunicare in cose sacre con i fratelli delle Chiese Orientali separate… non solo è possibile ma anche consigliabile".

Un'altra riprova della visione decisamente positiva che la Chiesa cattolica ha oggi dell'ortodossia è il riconoscimento, avvenuto nel 2001, della validità sacramentale dell’antica anafora di Addai e Mari della liturgia eucaristica assira, nonostante non contenga la formula del racconto dell’istituzione dell’eucaristia.

E ancora, è diventato comune per i papi da Giovanni Paolo II in poi rivolgersi all'ortodossia con l'utilizzo del termine "Chiese sorelle".

Ma niente di tutto ciò si ritrova nella visione che la Chiesa ortodossa ha del cattolicesimo, e nella prassi che ne consegue.

Un inizio di disgelo ci fu nel 1969, quando il sinodo della Chiesa ortodossa russa autorizzò l'amministrazione dei sacramenti ai cattolici sprovvisti di ministro proprio. A quell'epoca a capo delle relazioni esterne del patriarcato di Mosca, nel ruolo oggi ricoperto da Hilarion, c'era il metropolita Nikodim, campione di ecumenismo, con un giovane aiutante di nome Kirill, l'attuale patriarca.

Ma nel 1978 Nikodim morì d'infarto in Vaticano mentre era a colloquio con Giovanni Paolo I. E con il successivo papa Giovanni Paolo II, polacco, le aperture ecumeniche della Chiesa russa si arrestarono e regredirono, anche per le pressioni del Cremlino. Il decreto che autorizzava la comunione e i sacramenti ai cattolici fu revocato.

La risurrezione, nel 1989 in Ucraina, della Chiesa greco-cattolica "uniate" e l'espansione "proselitistica" verso Est del papa polacco rafforzarono ancor più nell'ortodossia le pulsioni anticattoliche.

Oggi queste pulsioni sono meno bellicose che negli anni Novanta, quando toccarono l'acme. Il patriarca di Mosca Kirill ha ora persino osato l'abbraccio con il papa di Roma.

Ma le cause profonde di contrasto permangono tutte. E Zak le esamina ad una ad una.

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Una prima causa di contrasto è la diversa visione ecclesiologica.

Quando i papi chiamano "sorelle" le Chiese ortodosse lo fanno nel quadro di una visione di Chiesa in cui i vescovi diocesani, tutti, fanno unità con il vescovo di Roma, che ha autorità su tutte le Chiese particolari.

Per gli ortodossi, invece, la Chiesa è strutturata in "patriarcati", in ciascuno dei quali si eleggono patriarchi e vescovi, con autonomia di ciascun territorio patriarcale in materia di liturgia e di disciplina canonica. Il papa sarebbe più propriamente, secondo questa visione, "patriarca dell'Occidente", cioè proprio il titolo che Benedetto XVI, per fugare ogni equivoco, ha rimosso nel 2006 dalle qualifiche attribuitegli nell'Annuario Pontificio.

Il professor Zak commenta, sulla base di questo contrasto tra le ecclesiologie:

"Non meraviglia che anche il dialogo cattolico-ortodosso sul tema del primato del papa – di cui il frutto più recente è il documento di Ravenna del 2007 della commissione mista internazionale – abbia potuto fare soltanto pochi passi in avanti, arrestandosi a breve distanza dal punto di partenza".

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Una seconda causa di contrasto è il cosiddetto "uniatismo", termine dispregiativo con cui l'ortodossia squalifica le Chiese di rito orientale unite a Roma.

Tale squalifica viene di solito giustificata dagli ortodossi per la pericolosità mimetica di queste comunità, che celebrando liturgie identiche alle loro possono attrarre tanti ignari fedeli nella trappola della sottomissione a Roma.

"Tuttavia – scrive Zak – le ragioni del contrasto sono ancora più profonde e di natura ecclesiologica. Ciò che scandalizza il mondo ortodosso è che le Chiese orientali cattoliche facciano parte di una struttura che non è quella per loro originaria, patriarcale, ma quella romanocentrica, avente nella Chiesa di Roma il punto obbligatorio di riferimento per ogni aspetto della vita ecclesiale".

La dichiarazione dell'Avana consegna verbalmente al passato questo "uniatismo", di cui i greco-cattolici ucraini sono l'esempio più imponente. La questione però rimane irrisolta. Perché è vero che Roma dice alle Chiese orientali cattoliche: "Siate quelle che eravate prima". Ma di fatto le ingloba in una struttura della Chiesa tipicamente latina e papale, che l'ortodossia non vuole in alcun modo accettare.

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Una terza causa di contrasto riguarda la "communicatio in sacris". La Chiesa cattolica la ammette. Le Chiese ortodosse – dimenticata la parziale ed effimera apertura degli anni di Nikodim – la rifiutano categoricamente.

Il motivo di questo rifiuto – fa notare Zak – è anch'esso teologico ed ecclesiologico. Mentre la Chiesa cattolica considera veri tutti i sacramenti delle Chiese ortodosse, lo stesso non accade da parte ortodossa. Ufficialmente la Chiesa ortodossa non ha ammesso in nessun documento, decreto o dichiarazione che i sacramenti della Chiesa cattolica siano veri e salvifici.

Non solo. Gli ortodossi mettono seriamente in dubbio che la Chiesa cattolica sia una vera Chiesa, all'opposto di ciò che la Chiesa cattolica pensa dell'ortodossia. Che i non ortodossi non appartengano alla vera e unica Chiesa di Cristo è l'idea che continuano a tener ferma, sotto il velo delle cortesie ecumeniche.

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E siamo a una quarta causa di contrasto, che riguarda i motivi della rottura tra Oriente e Occidente iniziata un millennio fa.

Il decreto conciliare "Unitatis redintegratio" attribuisce questa rottura soprattutto a "mancanza di mutua comprensione e carità". E anche papa Francesco sembra pensare che la questione stia tutta lì.

Ma in campo ortodosso sono convinti che i punti di divergenza siano ben più gravi. La Chiesa cattolico-romana – spiega tra gli altri un solenne documento del patriarcato di Mosca del 2000 – "si è separata dalla comunione con la Chiesa ortodossa, vera Chiesa di Cristo", perché ha corrotto la purezza e l'integrità della fede, la fede di cui è custode e testimone appunto l'ortodossia, introducendo dei "nuovi dogmi" come la processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio, l’immacolata concezione di Maria, l’assunzione di Maria al cielo e l’infallibilità del papa.

Conclude il professor Zak:

"Una cosa è sicura: è a causa della mancata purezza e integrità della fede – non più in piena conformità con la tradizione apostolica – che nasce e continua a persistere il problema, per gli ortodossi, della vera ecclesialità della Chiesa cattolico-romana e, di conseguenza, dell’efficacia salvifica dei suoi sacramenti.

"È difficile pensare che il dialogo cattolico-ortodosso possa raggiungere, in un prossimo futuro, risultati rilevanti senza che prima cambi, o almeno si attenui, il parere dell’ortodossia sul 'difetto di fede' della Chiesa di Roma; tanto più che la convinzione circa il 'difetto di fede' dei cattolici è stata sostenuta e predicata, nel passato, persino da alcuni santi ortodossi, tra cui il vescovo Teofane il Recluso.

"Come spiega un autorevole manuale ortodosso di teologia ecumenica in uso nei seminari di Mosca, Teofane, molto critico verso le confessioni cristiane d’Occidente, era persuaso che lo Spirito Santo non agisse con pienezza presso i non ortodossi e, perciò, 'tutti i sacramenti dei cattolici sono difettosi e tali sono anche molte loro celebrazioni'.

"Identificandosi con il parere del santo, gli autori del manuale non hanno remore ad aggiungere: 'Si tratta di parole dure, ma che offrono un giudizio corretto circa lo stato spirituale della non-ortodossia'".
http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351253

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