ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 5 marzo 2016

Ma quando mai?

PASTORI IN CONFUSIONE

    Pastori del gregge o seminatori di scandalo? Ci sono vescovi e teologi che a partire dal Concilio Vaticano II sono diventati seminatori di confusione facendosi fautori di una sorta di relativismo spirituale. Ma il Vangelo è cambiato? 
di F. Lamendola




Ci sono vescovi e teologi i quali, a partire dal Concilio Vaticano II, invece di porsi come pastori del gregge, sono diventati, in effetti, e al di là della loro personale bona fides, dei seminatori di confusione, persino di scandalo, nei confronti del popolo cristiano; non mostrano più, con chiarezza e autorevolezza, la via da seguire, la via maestra tracciata dalla Chiesa in secoli e secoli di storia, di pensiero, di sostegno dello Spirito Santo, ma si fanno fautori di una sorta di relativismo spirituale, di una specie di soggettivismo religioso,partendo dall’erroneo presupposto che “tutto è grazia”, fraintendendo la nota frase di S. Paolo e ponendo come dato già acquisito ciò che è, invece, un impegnativo, faticoso e mai scontato cammino della Chiesa verso il compimento del Vangelo e la realizzazione della Promessa divina.

A proposito del cardinale Pietro Pavan, che aveva personalmente conosciuto durante il Concilio, essendo schierati entrambi sul fronte dei “riformatori”, Ignazio Sanna (classe 1942), teologo, autore di numerose opere e attualmente arcivescovo di Oristano, osservava (in: «Costruire l’unità della famiglia umana. L’orizzonte profetico del Cardinale Pietro Pavan (1903-1994)»,  a cura di Lino Bosio e Fabio Cucculelli, Roma, Edizioni Studium, 2004, pp. 227-228):

«È con profondo senso di gratitudine che presento questa breve comunicazione su uno dei contributi più interessanti del cardinale Pietro Pavan al Concilio Ecumenico Vaticano II. Infatti quei principi dottrinali che il cardinale aveva esposto e difeso nelle sue opere, in modo particolare quello del rispetto supremo della persona umana, li ho potuti sperimentare direttamente in un delicato e decisivo passaggio della mia vita. Ricordo molto bene ancora oggi come in un giorno in cui il cardinale ebbe forti contrasti con alti esponenti della gerarchia vaticana chiese ottenne il riconoscimento della correttezza delle sue scelte, affermando semplicemente: Io sono una persona!
Ed è senz’altro la difesa di questa verità cristiana che ha animato e continua ad animare i più alti ideali di libertà, democrazia, solidarietà della cultura occidentale, la causa per la quale il cardinale ha speso le sue più belle energie e le sue più qualificate doti di mente e di cuore. Già nella sua decisiva collaborazione alla stesura delle encicliche giovannee “Mater et Magistra” e “Pacem in terris” aveva contribuito ad allargare gli orizzonti della Chiesa sino a farli coincidere con quelli della stessa umanità, tanto da poter affermare con Y. M. Congar che la Chiesa è il mondo diventato grazia e il mondo è la Chiesa diventata storia. La storia della salvezza non sta più accanto alla storia del mondo,  ma è la stessa storia del mondo, che, innervata dalla grazia della Pasqua di Cristo, raggiunge il suo compimento e la sua ultima realizzazione. La Chiesa intende disporsi nei confronti della comunità degli uomini in maniera in qualche modo inedita e, comunque, non tradizionale. Essa ha prestato certamente e da sempre attenzione alla vita dell’uomo, facendosi carico di tutti i problemi dell’esistenza storica. Ma dall’esterno. Nel senso che essa ha concepito se stessa come dirimpettaia del mondo e da questa posizione è partita, per la sua attività missionaria. Il cardinale ha contribuito a cambiare questa prospettiva e a far assumere un punto di vista nuovo, quello della reciprocità tra la Chiesa e il mondo, e a dichiarare che la partecipazione della Chiesa alla storia non è fondata su una attività di indottrinamento, su una preoccupazione pastorale dall’esterno, ma su una convivenza e su una piena solidarietà con gli uomini. La Chiesa, cioè, dà, ma anche riceve, partecipa e capisce le situazioni umane, perché convive con gli uomini, e i problemi degli uomini sono i suoi problemi. Il suo “dove” è il “dove” di tutti e la sua presenza nel mondo è anche e soprattutto condivisione.»

Ma che cosa significherà mai una bella frase ad effetto come questa: la Chiesa è il mondo diventato grazia e il mondo è la Chiesa diventata storia? Se si tratta di una sparata retorica, vada; ma se si deve prenderla sul serio – e chi l’ha coniata e chi continua a ripeterla, senza dubbio la prende molto sul serio – allora c’è di che preoccuparsi: perché si tratta di due affermazioni palesemente assurde, eretiche e anticristiane.
La Chiesa è il mondo diventato grazia: ma quando mai? Dunque non c’è alcuna differenza fra la Chiesa e il mondo? Chiunque abbia letto, anche distrattamente, il Vangelo di Giovanni, sa che, per Gesù Cristo, il “mondo” è il contrario della Chiesa: è la realtà diabolica che si oppone alla Chiesa, che resiste in ogni modo alla Buona Novella. Ora, è verissimo che la Chiesa deve cercar di dialogare con il mondo; meglio: deve rivolgersi al mondo e cercare di convertirlo, così come il profeta Giona fu mandato a predicare la conversione agli abitanti di Ninive (sebbene ne avesse così poca voglia che fece di tutto per sottrarsi all’ordine divino). Ma ciò non significa affatto che la Chiesa e il mondo siano tutt’uno. Che il mondo possa aprirsi alla grazia, è auspicabile; ma che tutto il mondo diventi Chiesa, questo è non solo improbabile e impensabile, ma teologicamente assurdo, perché contraddittorio. Se tutto il mondo si facesse Chiesa, allora non si capisce che bisogno esso avrebbe di convertirsi, e di convertirsi continuamente. Il mondo non sarà mai santificato completamente, nella dimensione terrena: questo sarà, semmai, ciò che accadrà alla fine dei tempi. Ma, anche allora, non è probabile che tutto il mondo si converta e si salvi: finché esisterà la possibilità di scegliere, vi saranno uomini che faranno cattivo uso del libero arbitrio. Se così non fosse, gli uomini sarebbero tutti angeli. Ma se gli uomini fossero tutti angeli, e sia pure allo stato potenziale, che cosa è venuto a fare Gesù Cristo sulla terra? Perché si è fatto uomo, perché ha sofferto, perché è morto sulla croce? Per salvare delle persone che potevano benissimo salvarsi da sole? E poi, come farà il mondo a diventare “grazia”? Questo, Yves Congar non lo dice: lo spera, lo immagina, lo “pone”.
Il mondo è la Chiesa diventata storia: questa affermazione è, se possibile, ancora più azzardata, ancora più estranea allo spirito del cristianesimo, rettamente inteso. La Chiesa non può, né dovrà mai “mondanizzarsi” e “storicizzarsi”, per il semplice fatto che essa è solo in parte una istituzione umana, che si muove nell’ambito delle cose terrene; ma è, per un altro verso, partecipe di una vita divina, soprannaturale, che è la vita stessa di Cristo e del Padre, mediante i doni dello Spirito santo. Dire che il mondo è la Chiesa divenuta storia, significa porre il fine della Chiesa dentro la storia, invece che al di là di essa: e, pertanto, fare del cristianesimo una religione immanentistica, naturalistica, panteista. Questo senza contare il fatto che il “mondo” non potrà mai essere compatibile con la Chiesa, sino al punto da identificarsi con essa e divenire una cosa sola con essa: il mondo è il mondo, cioè la realtà terrena, dominata dalla necessità, dalla fragilità, dal peccato; la Chiesa è la Chiesa, che porta una idea di pace e di salvezza incompatibile con le logiche del mondo, irriducibile alle categorie della storia puramente umana. Anche da questo lato, sembrerebbe che l’uomo possa redimersi da solo, e che la storia marci “naturalmente” verso il compimento del Vangelo, al punto da fondersi con la Chiesa, così come l’acqua di un affluente entra in un fiume e vi si mescola, divenendo indistinguibile da essa. Ma questo, ripetiamo, non è più cristianesimo: è progressismo, evoluzionismo, naturalismo, tutto quel che si vuole, tranne che cristianesimo. Potrà andar bene per la teologia di Teilhard de Chardin, ma non va d’accordo con quanto la Chiesa insegna da duemila anni: e cioè che non vi è nulla di scontato, d’inevitabile, di meccanico, nel fatto che il mondo si apra al Vangelo, ma dipende dalla conversione individuale di ciascun uomo e di ciascuna donna. E poiché, fino a quando ci si trova immersi nella dimensione del finito, esiste sempre il pericolo della tentazione e della caduta, ne deriva che nessun uomo e nessuna donna finiscono mai di convertirsi, e che la realizzazione compiuta del Vangelo non appartiene alla dimensione della storia, ma a quella dell’eternità.
Gira e rigira, è sempre la solita, vecchia, vecchissima tentazione: quella del pelagianesimo. Dietro questo ottimismo, questo trionfalismo, questo entusiasmo per il “mondo”, c’è sempre l’idea che l’uomo sia tanto bello e bravo e buono (diciamo, alla Rousseau), da potersi redimere da solo, o quasi; da aver bisogno appena, forse, di un piccolo aiuto da parte di Dio; da non dover temere nulla di male da se stesso e dalla storia, perché tanto ogni cosa andrà a finir bene, e il mondo e la Chiesa, da ultimo, saranno una cosa sola. Ma tutto ciò è un capovolgere il giusto ordine delle cose: è un porre come cosa già fatta ciò che è, semmai, un punto di partenza. Una cosa è dire che il mondo tende a Cristo e la storia tende a realizzare il Vangelo, lottando, però, contro mille resistenze e contro continue tentazioni (come la presente, che è quella della superbia intellettuale, consistente nel voler comprendere i disegni di Dio meglio di Dio stesso); e un’altra cosa, e ben diversa, è affermare che la salvezza universale è dietro l’angolo e che il mondo, in fondo, è sempre stato, potenzialmente, la Chiesa, e che la storia, in fondo, è sempre stata, potenzialmente, la grazia, solo che non lo sapeva. Ma qui ci si dimentica un piccolo, insignificante dettaglio: la grazia viene da Dio e solo da Dio; e il mondo non sarà mai e poi mai “grazia”, per un atto unilaterale di Dio, perché una sola cosa Dio non può e non vuol fare: salvare anche un unico essere umano, contro la sua volontà. L’uomo si salva se decide di volerlo e se accetta di essere salvato da Cristo; se non lo vuole, niente e nessuno potranno mai salvarlo. Perciò il mondo non sarà mai “grazia”, totalmente e integralmente: perché l’umanità porta il retaggio di Adamo, non quello delle creature angeliche.
La storia della salvezza non sta più accanto alla storia del mondo,  ma è la stessa storia del mondo, che, innervata dalla grazia della Pasqua di Cristo, raggiunge il suo compimento e la sua ultima realizzazione. Un’altra bella frase a effetto. Ma che cosa vuol dire? O una banalità, o una eresia. Se vuol dire che la storia della salvezza è la storia del mondo, perché consiste nell’invito alla conversione del mondo, allora è una banalità, perché ripete ciò che la “vecchia” teologia, guardata con tanta sufficienza da codesti nuovi teologi, ha sempre detto; se, invece, significa che la storia del mondo non può non portare alla salvezza universale, ciò è falso, perché elimina il valore del libero arbitrio e ridurrebbe l’uomo a un burattino nelle mani di Dio. Strano esito, per una teologia “umanistica”, fondata su una presunta “svolta antropologica”! Voleva fare dell’uomo il centro della sua riflessione, e lo riduce a una marionetta che finirà comunque per dire “sì” a Dio. La storia del mondo «innervata dalla grazia della Pasqua di Cristo»: bello, suona bene. Ma non vuol dir nulla, assolutamente nulla. Innervata o no, la Pasqua di Cristo è pur sempre una proposta, che sollecita la libera adesione degli uomini. Cristo non è risorto perché noi fossimo liberati dall’imbarazzo di scegliere e decidere; e tanto meno per togliere la croce dalle nostre spalle. Al contrario; Egli è venuto per dirci chiaramente che senza la croce, la sua croce, non si va da nessuna parte.
Infine, il colpo di teatro, la rivoluzione copernicana: per duemila anni la Chiesa, sia pure in buona fede, ha predicato al mondo, ma stando all’esterno di esso; ora, però, con il Vaticano II, sono arrivati i teologi intelligenti e progressisti, che hanno capito tutto e si sono resi conti dell’errore di fondo di una tale impostazione, e l’hanno ribaltata. In passato, infatti, la Chiesa ha concepito se stessa come dirimpettaia del mondo e da questa posizione è partita, per la sua attività missionaria. Ora, invece, grazie ad uomini come Yves Congar e Pietro Pavan, questa prospettiva è stata cambiata: la Chiesa ha assunto un punto di vista nuovo, quello della reciprocità tra la Chiesa e il mondo, e dichiara (ma chi “dichiara”? si rilegga la frase di Sanna, e non si capirà) che la partecipazione della Chiesa alla storia non è fondata su una attività di indottrinamento, su una preoccupazione pastorale dall’esterno, ma su una convivenza e su una piena solidarietà con gli uomini. Anche questa è una bella frase, che produce un effetto gradevole: ma non vuol dir nulla, o, se vuol dire qualcosa, è un’eresia. Ma quando mai la Chiesa si è “rifiutata” di convivere con i problemi e le preoccupazioni degli uomini? Quando mai si è posta in maniera “esterna” ad essi? Se, però, si intende dire che la Chiesa ha sbagliato nel porre se stessa come distinta, e la sua proposta come radicalmente alternativa, a quella del mondo, allora si dice una bestemmia. «Vi lascio la pace, vi dò la mia pace – dice Gesù Cristo ai discepoli, nel corso dell’ultima Cena, nel Vangelo di Giovanni. – Ve la do, non come la dà il mondo».
Allora, lo dicano chiaro e tondo, questi teologi modernisti e progressisti, questi vescovi che invece di guidare le anime, seminano confusione, e persino scandalo, a piene mani: il Vangelo è cambiato? Tutto quel che la Chiesa ha sempre insegnato, dunque, era sbagliato, quanto meno, gravemente incompleto e inesatto? E le “verità” che essi insegnano ora, sono le verità soprannaturali ispirate da Dio, o le piccole, fragili, caduche ”verità” umane, che oggi sembrano scintillanti ed eloquenti, e molti le acclamano, ma domani saranno dimenticate o ricordate con imbarazzo e vergogna, per l’evidente filiazione dalle logiche del mondo, e perciò intrise di peccato?
Quanto, infine a quella affermazione, che tanto è piaciuta a Ignazio Sanna: «Io sono una persona!», che il cardinale Pietro Pavan avrebbe pronunziato in faccia agli “alti esponenti della gerarchia ecclesiastica” che mettevano in dubbio la giustezza delle sue posizioni teologiche (ma lui, non era un “alto esponente” di essa? gli “alti esponenti” sono sempre e solo i “conservatori”, i “tradizionalisti”, che usano il loro “potere” per opporsi allo “spirito nuovo” del Concilio?), a noi, invece, fa un’impressione penosa. Suona umana: tremendamente umana. Trasuda una fierezza ed un orgoglio puramente umani. Non vi traspare il sano “personalismo” cristiano; al contrario, somiglia ad un anteporre i “diritti” della persona (come quello di esprimersi) ai doveri del pastore d’anime. E non per nulla il buon Sanna, proprio in quel contesto, si abbandona a una sviolinata sugli ideali di libertà, democrazia e solidarietà della cultura occidentale, facendoli passare per degli effetti di una verità cristiana. Ma la verità cristiana che l’uomo è persona non annulla, non si sovrappone e non cancella l’altra verità cristiana, che l’uomo è peccatore e, quindi, fallibile; e che prima di invocare il diritto alla libertà di esprimersi, specialmente se ricopre un importante ruolo istituzionale in seno alla Chiesa cattolica, egli deve preoccuparsi innanzitutto di accogliere fedelmente la grazia di Dio, che a noi giunge per i due canali delle Scritture e della Tradizione. Da dove viene la “nuova teologia” dei Pavan, dei Sanna e dei Congar? Viene dalla Sacra Scrittura? Strano: se è così, allora bisogna dedurne che, per circa duemila anni, la Chiesa non ha saputo leggerle bene. Oppure viene dalla Tradizione? Ancora più strano: perché nella Tradizione cattolica non si torva nulla di simile a ciò che dicono costoro; i quali, del resto, ben poco si sono curati di porsi in devoto ascolto della Tradizione, ma piuttosto, come fanno i protestanti, hanno concentrato tutto il loro rispetto nei confronti della Scrittura – almeno a parole.
E allora? Da dove vengono la loro “svolta antropologica”, la loro “rivoluzione copernicana”? Se  non vengono né dalla Scrittura, né dalla Tradizione, non resta che una sola risposta: sconcertante, inquietante, perfino paurosa…


Pastori del gregge o seminatori di scandalo?

di

Francesco Lamendola

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