ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 13 aprile 2016

Eccolo!


Dopo la promulgazione dell'Esortazione postsinodale Amoris laetitia, S.E. il Card. Burke ha dichiarato che il documento papale non è un atto del Magistero. Il vaticanista Andrea Tornielli, sul suo blog Sacri Palazzi, scrive:

Dire che un’esortazione apostolica firmata dal Papa al termine di due Sinodi ai quali hanno preso parte vescovi provenienti da tutto il mondo rappresenti null’altro che l’opinione personale del Pontefice, una semplice raccolta di suoi pensieri, è un’affermazione destinata a far discutere. 
Se infatti finisce per essere magistero solo quello «infallibile», cioè definito ex cathedra, se quello che viene considerato magistero ordinario in realtà non è più magistero (e chiunque può decidere se lo sia o no), bisogna allora concludere che neanche l’enciclica «Humanae vitae» è magistero, e che non lo è neppure la «Familiaris consortio» di san Giovanni Paolo II. Tutti testi da leggere con un certo qual rispetto, sicuramente, ma nulla più: tutti punti di vista che i Papi hanno presentato, senza volerli «imporre» a nessuno.

Sarebbe interessante poi rispondere anche alla domanda su chi ha titolo per «interpretare» correttamente i documenti che secondo il cardinale Burke sarebbero «non magisteriali».

Eppure Tornielli dovrebbe sapere che, tra i requisiti richiesti perché un documento sia certamente magisteriale ed infallibile, vi è la chiara intenzione del Papa di parlare come Pastore supremo della Chiesa, in materia di Fede e Morale, e con l'esplicita volontà di impartire un insegnamento da tenersi da tutti i fedeli.
In entrambe le Encicliche questi requisiti sono presenti, mentre altrettanto non si può dire dell'Esortazione postsinodale. Ma è pur vero che un documento papale, laddove non adempia a questi requisiti, rappresenta comunque un atto del Magistero ordinario, così come sono atti del Magistero ordinario i pronunciamenti delle Sacre Congregazioni e degli organi pontifici, le omelie papali, le allocuzioni, gli insegnamenti delle Udienze. Gli atti del Magistero ordinario non sono coperti dall'assistenza dello Spirito Santo, e pertanto possono non essere ortodossi. Per questo motivo ci si aspetterebbe che un Papa - non stiamo parlando del parroco di una pieve di campagna - prima di dire qualcosa usi prudenza e ponderazione, visto che proprio in quanto Papa ci si aspetta da lui che parli per dire cose coerenti con ciò ch'egli rappresenta. Si tratta di rispetto del protocollo e del proprio ruolo di Vicario di Cristo, oltreché della sacralità che la carica richiede e, non ultimo, per l'attenzione filiale con cui i fedeli ascoltano il proprio maestro e padre comune. D'altra parte, se è dovere di un semplice sacerdote preparare la propria omelia domenicale con lo studio, la meditazione e la preghiera, per quale motivo il Sommo Pontefice dovrebbe prender con leggerezza il proprio ruolo, comportandosi con una disinvoltura che apparirebbe disdicevole in un qualsiasi contesto di responsabilità anche solo civile? 



Non dimentichiamo inoltre che Bergoglio ha dato prova di un repertorio di invettive unidirezionali - sempre contro la parte più tradizionale del clero e del popolo cattolico - che lascia davvero sconcertati e che mal si concilia con il volto mite e misericordioso mostrato nei confronti di peccatori incalliti, scomunicati, atei, pubblici concubinari, comunisti, omosessuali, abortisti ecc. 

Certo, la mentalità secolarizzata della chiesa conciliare ha contribuito non poco a desacralizzare il ministero apostolico: dalla deposizione della tiara da parte di Paolo VI alle imitazioni di Charlie Chaplin, dai cappelli da alpino ai piumati copricapi indiani o variopinti sombreri, fino al al naso da pagliaccio e al gesto delle corna di Bergoglio e del card. Tagle. Ma anche l'abdicazione di Benedetto XVI, giubilato come il direttore di un'azienda, ha indebolito la figura del Papato, lasciando intendere che si tratti di una funzione temporanea al pari di una qualsiasi professione secolare. 

Qualcuno ha osservato che Tornielli, con il suo commento, si è dimostrato stizzito. A mio parere Tornielli solleva un problema concreto: non è normale - per usare un eufemismo - che si debba ricorrere ad escamotages teologici per tenere insieme l'ortodossia del Magistero, l'infallibilità papale e la palese eterodossia di Bergoglio. 

D'altra parte, cosa si può fare? Tornielli dice - e su questo gli si può dar ragione - che i documenti papali sono da intendersi sempre come atti del magistero ordinario. Così è sempre stato, in condizioni di normalità cattolica (ossia sino al Vaticano II). Ma da quell'assise la serena obbedienza verso la voce della Chiesa si deve confrontare con l'equivocità di alcuni documenti, con l'evidente eterodossia di altri (che contraddicono precedenti pronunciamenti della Chiesa), con la diffusione e l'enfasi data dai media ad alcuni documenti rispetto ad altri, ed anche con un magistero che, nel momento stesso in cui promulga gli atti conciliari, li destituisce della propria autorità definendoli pastorali e non dottrinali. 

Negli ultimi decenni abbiamo avuto Papi che da una parte affermano la dottrina cattolica ma che al contempo contraddicono, con altri documenti o con atti ufficiali come visite e udienze, la medesima dottrina: da un lato Paolo VI difende la dottrina sulla Presenza Reale - con la Mysterium Fidei - e dall'altro promulga un Messale che indebolisce la stessa dottrina, da un lato Wojtyla ribadisce l'unicità della Chiesa di Cristo come via di salvezza, e dall'altra si incontra ad Assisi in un pantheon di tutte le religioni o bacia il Corano. 

Oggi poi le Encicliche bergogliane e l'ultima infausta Esortazione postsinodale contengono affermazioni talmente eterodosse, da non sconcertare solo i tradizionalisti, ma addirittura i moderati conservatori, che devono correre ai ripari come possono, appellandosi al fatto che - secondo loro - il Papa parla a titolo personale e che i fedeli non sono tenuti a prestare incondizionato ossequio alle sue uscite estemporanee. 



Certo, sotto il glorioso pontificato di Pio XII, anche una semplice allocuzione era studiata, calibrata, attentamente redatta ed ancor più attentamente tradotta, e nessuno avrebbe osato - né avrebbe potuto fare altrimenti - considerarla in contraddizione rispetto al Magistero precedente. Perché? Perché Pio XII era cattolico, e lo era tanto come Supremo Pastore della Chiesa quanto come privato dottore. Egli era cattolico anche quando passeggiava per i giardini vaticani, quando leggeva l'Osservatore Romano o quando dormiva. Non vi era una dicotomia - una dissociazione della personalità, un disturbo bipolare - che facesse di lui il vindice dell'ortodossia quando indossava la tiara, e un eretico quando parlava con suor Pasqualina. 

Con Bergoglio invece ci troviamo nell'assurda - ed inaudita - situazione di dover introdurre una sorta di libero esamemagisteriale, cercando di metter insieme la capra dell'infallibilità papale con i cavoli dei farneticamenti dell'Amor laetitiae (sic) o della delirante Enciclica sull'ecologia. Ma questa dicotomia era già latente nei suoi predecessori, ad iniziare da Paolo VI, anzi addirittura da Giovanni XXIII. 

Tornielli sarà pure stizzito - è noto ch'egli si considera defensor Francisci - ma su questo non gli si può dar torto. Si dovrebbe invece dire chiaramente - papale papale - che Bergoglio perito chimico Jorge Mario afferma da sempre eresie, le conferma col proprio comportamento, e le assevera dal pulpito di Santa Marta con invettive al limite del patologico e del monomaniacale.

E si dovrebbe aver il coraggio di ammonire Bergoglio perito chimico Jorge Mario che, nell'affermare eresie, egli si rende eretico. Bisognerebbe chiedergli se egli si rende conto della gravità del suo comportamento, e qualora non ritorni sui propri passi, bisognerebbe prendere atto ch'egli, in quanto incorso in eresia ostinata, è formalmente eretico. Sarà pur Papa, ma un Papa eretico. E se è eretico, non fa più parte della Chiesa e quindi non può esserne a capo. 

Stupisce anche l'intervento di Camillo Langone, che se ne esce con questa frase: 
Sebbene continui a credere che Papa Francesco sia cattolico non sono più tanto sicuro che lo siano le sue encicliche. 
Se un docente di astrofisica insegna nel corso di una lezione universitaria che Giove è un satellite della Terra, non è la lezione che va giudicata, ma il docente in malafede o in errore. Se un architetto costruisce un edificio che crolla seppellendo gli inquilini sotto le macerie, non si manda in galera il progetto, ma l'incompetente che lo ha fatto. Se al ristorante mi viene servito un piatto rivoltante, me la prendo col cuoco, non con la ricetta. Se un chirurgo opera un paziente amputandogli un braccio sano anziché curargli la gamba fratturata, non si dà la colpa all'operazione, ma all'imperizia del chirurgo. O no? E a nessuno verrebbe in mente di dire che in quel caso il docente parlava a titolo personale, o che l'architetto stava cimentandosi in un progetto meramente teorico, o che il cuoco in quel momento, davanti ai fornelli, stava agendo come privato e non come chef del ristorante, o che il chirurgo stava applicando una propria personalissima visione della medicina.

Sono argomenti talmente lapalissiani, da non necessitare di alcuna spiegazione. Eppure, incomprensibilmente, quando si tira in ballo Bergoglio, ecco moltiplicarsi i mille distinguo

Del docente, dell'architetto, del cuoco, del chirurgo si può dire che sono degli incompetenti o degli incapaci; ma di Bergoglio - apriti cielo! - si deve prender tutto come oro colato, o inventarsi che in certi momenti - quali, poi? col brutto tempo? quando fa caldo? quando ha mangiato pesante? quando ha discusso con un monsignore? - il poveretto non sa, non si rende conto, non capisce, non è compos sui, voleva dire un'altra cosa, non parla come Papa ma come Bergoglio perito chimico Jorge Mario. Tutti tentativi penosi, in verità, per non affermare l'impronunciabile, ossia che la persona che ricopre il ruolo di Papa è un eretico convinto e determinato, che non si ferma dinanzi a nulla, e che è disposto a tutto pur di ottenere gli scopi che si prefigge. 

Non a caso, sul Foglio di oggi, è stata pubblicata la traduzione di un articolo apparso sullo Spectator, dal titolo indicativo Il Papa sta distruggendo la Chiesa. L'articolo - che raccomando di leggere per intero - non pecca certo per evasività:

Il successore di Pietro si sta comportando come un politico, litigando con i propri avversari, ammiccando al pubblico con citazioni, e telefonando ai giornalisti per rilasciare dichiarazioni sorprendenti che il suo ufficio stampa può tranquillamente smentire. Egli sta facendo capire di non trovarsi d’accordo con gli insegnamenti della sua stessa Chiesa. Ma un Papa non può comportarsi in questo modo senza cambiare la natura stessa della Chiesa. Forse è ciò che Francesco intende fare, ma questo lo si può solo immaginare, visto che egli deve ancora articolare un programma coerente di cambiamento, né è chiaro se sia intellettualmente attrezzato per metterlo in pratica. I cattolici fedeli credono che l’ufficio di Pietro sopravviverà a prescindere da chi lo detiene. Gesù l’ha promesso. Ma dopo il caos dell’ultimo mese, la loro fede è messa alla prova fino al punto di rottura. Bergoglio sembra rivelarsi l’uomo che ha ereditato il papato e l’ha distrutto.

Nel 1988, la Madonna ha rivelato al veggente Cornacchiola che sarebbe venuto "un Papa che nega le verità della Fede e si mette al posto di Dio". Eccolo.
Postato  da 
http://opportuneimportune.blogspot.it/2016/04/amoris-laetitia-seu-amor-laetitiae.html

“Assolver non si può chi non si pente,/né pentere e volere [rimaner nel peccato] insieme puossi / per la contraddizion che nol consente” (Inferno, XXVII, 118-120).

Magisteri al confronto - scontro! A chi dare ragione quando si contraddicono?



Pio XII
Amoris laetitia
Ci si chiederà come la legge morale , che è universale , può bastare , e nello stesso tempo essere vincolante in un caso singolare, il quale nella sua situazione concreta è sempre unico e di “ una volta” . Lo può e lo fa , perché giustamente a causa della sua universalità la legge morale comprende necessariamente ed “intenzionalmente”  tutti i casi particolari , all’interno dei quali si verificano i suoi concetti. E in questi casi numerosissimi lo fa con una logica così concludente , che la stessa coscienza del semplice fedele vede immediatamente e con piena certezza la decisione da prendere ..
Ciò vale soprattutto per le obbligazioni negative della legge morale , di quelle che esigono un non fare, un lasciare stare. Ma non soltanto di quelle . Le obbligazioni fondamentali della legge cristiana per quanto superano quelle della legge naturale , si basano sull’essenza dell’ordine soprannaturale costituito dal Divino redentore. Dai rapporti essenziali fra l’uomo e Dio, fra l’uomo e l’uomo, fra i parenti, fra i genitori e i figli , dai rapporti essenziali di comunione nella famiglia, nello stato, nella Chiesa , risulta , fra le altre cose che l’odio a Dio, la blasfemia , l’idolatria, la defezione dalla vera fede , la negazione della vera fede , lo spergiuro , l’omicidio, la falsa testimonianza, la calunnia l 'adulterio e la fornicazione , l'abuso del matrimonio , il peccato solitario, il  furto e la rapina , la sottrazione di quanto è necessario per la vita , la frustrazione di salari equi , l’ accaparramento dei beni di prima necessità  e gli aumenti ingiustificati dei prezzi ,la bancarotta fraudolenta , le manovre di speculazione sleali : tutto ciò è sempre gravemente interdetto dal legislatore divino. Non c’è da esaminare. Qualunque sia la situazione individuale, non c’è altro esito che obbedire.
Pio XII , discorso 18 Aprile 1952 . ( traduzione mia)
Originale:
https://w2.vatican.va/content/pius-xii/fr/speeches/1952/documents/hf_p-xii_spe_19520418_soyez-bienvenues.html
È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano. Prego caldamente che ricordiamo sempre ciò che insegna san Tommaso d’Aquino e che impariamo ad assimilarlo nel discernimento pastorale: «Sebbene nelle cose generali vi sia una certa necessità, quanto più si scende alle cose particolari, tanto più si trova indeterminazione. […] In campo pratico non è uguale per tutti la verità o norma pratica rispetto al particolare, ma soltanto rispetto a ciò che è generale; e anche presso quelli che accettano nei casi particolari una stessa norma pratica, questa non è ugualmente conosciuta da tutti. […] E tanto più aumenta l’indeterminazione quanto più si scende nel particolare».[347] È vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari. Nello stesso tempo occorre dire che, proprio per questa ragione, ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti ad una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma. Questo non solo darebbe luogo a una casuistica insopportabile, ma metterebbe a rischio i valori che si devono custodire

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