ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 19 aprile 2016

Le falle alla barca

Haeresis Laetitia  

zzzzhrltL’8 Aprile è uscita la tanto attesa esortazione di Bergoglio sulla famiglia. Un testo rivoluzionario dicono alcuni, come il cardinal Kasper o monsignor Galantino. Non vale niente, dicono altri, come Burke, nel tentativo di rabberciare le falle alla barca che si è appena schiantata contro l’iceberg. Un testo eretico, dicono senza mezzi termini altri. L’esortazione è lunghissima quindi non potremo esaurirne il commento in un solo articolo, ci limitiamo qua ad alcune brevi considerazioni generali.

Il testo è lunghissimo. Decisamente Lunghissimo. Più di 260 pagine. Proprio il modo giusto in cui secondo Gesù si dovrebbe parlare. Anzi no. “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”. (Matteo 5,37). Siamo invece davanti a un testo ripetitivo fino alla nausea e al fastidio, ed estremamente fumoso. E’ tutto tranne che “sìsì, nono”. E’ “Sì, no, forse, non lo so, fai un po’ te”.
In questo modo i rivoluzionari anticristiani possono procedere alla demolizione di quel che rimane della Chiesa guidando la stragrande maggioranza del gregge verso la rovina. Allo stesso tempo, quei pochi cattolici che potrebbero rappresentare ancora un problema, se si svegliassero e si riunissero per la salvezza del Corpo di Cristo (però solitamente non vogliono turbare in alcun modo la quotidianità delle loro giornate e non vogliono scomodarsi a mettere in discussione l’autorità del Papa, perché turberebbe il loro vivere apparentemente sereno in mezzo a un mondo che cade in pezzi), possono continuare a stare sereni in una zuccherata eutanasia collettiva del pensiero (e dell’anima). Così tra 50 anni non rimarrà praticamente nessuno a parlare e testimoniare Gesù secondo la Verità del Vangelo e dei 2000 anni della dottrina.
Dopo 2000 anni di fedeltà a Gesù Cristo, la Chiesa secondo Bergoglio cambia rotta. Dalla famiglia secondo Gesù si è passati alla “Famiglia secondo Bergoglio” o alla “Famiglia di Bergoglio”, come titolano a gran voce giornali e telegiornali. Troppo difficile fare come dice Gesù, un esigente ed astratto fondamentalista, meglio fare come dice l’argentino di turno.
Per 2000 anni la Chiesa ha cercato di salvare le anime delle persone, impedendo che le tentazioni del mondo le guidassero e le portassero alla dannazione. Ora si è deciso che queste tentazioni non solo non vanno condannate, ma vanno abbracciate, “ascoltate”, perché bisogna solo “discernere” e “dialogare” con queste “sfide” “pastorali”, che non sono “irregolari” e non portano alla condanna ma sono solo espressione di una particolare specificità e occasione di “esperienza” ed “incontro”. Il peccato mortale anche quando non ci si pente non condanna in eterno (quindi Dio ha sbagliato quando ce lo ha detto).
Per 2000 anni la Chiesa ha cercato di dire a chi era in stato di peccato mortale che doveva uscirne, perché quello porta alla dannazione eterna. Sull’esempio di Gesù che dice “va e non peccare più” (Giovanni 8,11) si è cercato di portare le persone verso la salvezza, perché chi dice di conoscere la Sua parola e non osserva i suoi comandamenti è un bugiardo e in lui non è la verità (1 Giovanni 2,4) e se mangia del Suo corpo non vivendo la Sua parola mangia e beve la propria condanna (1 Corinzi 11,26-29).
Da oggi non è più così. Secondo la Chiesa di Bergoglio «in certi casi» sì (§305, nota 351). I divorziati risposati infatti devono essere «integrati» e non esclusi (§299). La loro integrazione «può esprimersi in diversi servizi ecclesiali: occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate» (§ 299), senza escludere la disciplina sacramentale (§ 336).
In certi casi quindi, si può permettere alle persone di avvicinarsi da soli alla condanna della propria anima, senza dirgli che cosa stanno facendo, anzi, tranquillizzandole dicendo che va tutto bene, perché se nella loro coscienza si sentono a posto, allora non c’è problema se fanno il contrario di quello che dice Gesù.
Lo stesso Galantino si prende la briga di spiegarlo ai giornali e in televisione: ora l’Eucarestia a chi commette ostinato adulterio si può dare, basta che la persona e il prete in coscienza, dopo un lungo dialogo (non si sa su cosa dialoghi, vista la chiarezza della Parola: basterebbe solo spiegargliela e fargli capire perché sarebbe meglio per la sua anima che cambiasse qualcosa nella sua vita), decidono che alla fin fine può mangiare del Corpo. Se poi mangia la sua condanna pazienza, l’importante è che si faccia nel “dialogo”. Ci penserà poi il Papa con una spazzolata di misericordia a pulire l’anima di tutti (come se potesse davvero decidere lui di amministrare a piacimento la misericordia di Dio).
Siamo arrivati a questo. La Chiesa che si piega al mondo e alle sue voglie, traviando così le coscienze delle persone.
Urge che accada qualcosa, se no Essa morirà lentamente e inesorabilmente. Urge davvero che chi tra gli alti prelati si rende conto di queste cose, guidi il popolo di Dio ancora fedele al Suo Signore lontano da questa carneficina di anime, da questa peste di errori e di vizi che ammorba il mondo (preghiera a S. Giuseppe). Prima che non vi siano più pastori del Signore e non vi sia più un gregge ma solo qualche pecorella smarrita.
Preghiamo tutti insieme. Preghiamo tanto perché la Vera Chiesa del Signore possa trovare la strada della salvezza, in questo momento buio, molto buio, perché il pericolo è apparentemente più difficile da riconoscere, non venendo da fuori ma da dentro, ed essendo quindi più difficile da individuare e contrastare (o forse solo da accettare e combattere prima che sia troppo tardi).
Preghiamo perché Dio ci guidi e ci aiuti a rimanere saldi nella Fede alla Sua Parola.
di Matteo Di Benedetto
http://www.riscossacristiana.it/haeresis-laetitia-di-matteo-di-benedetto/

‘Suonate a morto le campane: è morta la fede!’ 

«Ed egli sul patibolo tre volte rispose con tre affabili “no!”. Poi rivolgendosi verso la folla che assisteva disse a gran voce: “Popolo Cristiano, io muoio per la fede nella Santa Chiesa Cattolica di Cristo”. Perdonò prima il suo boia e cadendo in ginocchio recitò il Te Deum e il salmo XXX con le parole: In Te Domine speravi, non confundar in Aeternum».

Questi furono gli ultimi drammatici e commuoventi momenti di John Fisher, il cardinale martire che decise di voltare le spalle al proprio re, piuttosto che voltare le spalle al proprio Signore, perdere la vita piuttosto che perdere la fede.
E tutto questo per quale motivo? Testimoniare la bellezza di un amore sincero, stabile, puro quale è quello matrimoniale predicato da Cristo e, dopo di Lui, dalla Chiesa.
“Che sciocco trionfalismo, che plateale recita!”: sono queste le uniche e logiche conclusioni che possiamo trarre a posteriori, dopo aver letto la recente Esortazione Apostolica.

Nessun aggettivo se non sconcertante potrebbe descrivere in maniera così appropriata l’Amoris Laetitia pubblicata al termine del biennale “cammino sinodale” che “ha permesso di porre sul tappeto la situazione delle famiglie nel mondo attuale”.
Il cardinal viennese Schömborn ha spacciato per successi quelli che per me sono i motivi di cotanto sconcerto durante la conferenza stampa di presentazione del documento: in quest’ultimo, si mette in cantina l’artificiosa, esteriore e netta distinzione tra “regolare” e “irregolare” , quella attitudine a categorizzare le situazioni. Il prelato cerca poi di tranquillizzare i normalisti: “La dottrina non è intaccata; si tratta di uno sviluppo organico della dottrina”, frase che in altri tempi sarebbe senz’altro ricaduta nelle sanzioni ecclesiastiche della Pascendi e della Lamentabili Sane Exitu.
In altre parole, il cardinale ammette come il relativismo sia, in ultima analisi, la parola chiave del documento, sebbene mascherata sotto il termine tipicamente ignaziano e gesuitico di “discernimento”.  Proprio in virtù di giochi di parole come questo che investono tutto il documento, il testo risulta essere estremamente subdolo: le decisioni papali sono quelle scritte tra le righe o nelle postille e non sopra le righe. Per comprenderle è necessario studiare a fondo il documento, come suggerisce lo stesso Francesco: “Non consiglio una lettura affrettata. [L’Esortazione]Potrà essere valorizzata sia dalle famiglie sia dagli operatori pastorali se la approfondiranno una parte dopo l’altra o se vi cercheranno quello di cui avranno bisogno in ogni circostanza”.
Eppure, il potenziale dell’esortazione va ben oltre: possiamo intendere il testo come una summa, un compendio dell’ecclesiologia di Francesco. Azzardo di più, un manifesto di fondazione di un’altra Chiesa. L’AL non solo dissolve –ahimè- il sacramento del matrimonio, ma manda in pensione tutta la nostra fede che come cattolici confessiamo una, santa, cattolica apostolica e romana.
  
  • La fede non è più romana: Il Papa non è più “iudex omnium temporalium atque spiritualium”.
 «La complessità delle tematiche proposte ci ha mostrato la necessità di continuare ad approfondire con libertà alcune questioni dottrinali, morali, spirituali e pastorali». Di fronte alla complessità della realtà, Francesco non vuole o non sa porre la parola “fine” come un Clemente Romano alle dispute sorte tra i Corinzi. Egli preferisce essere la voce del Corpo dei Vescovi e per questo “raccoglie i contributi dei due sinodi”. Tra il “desiderio sfrenato di cambiare tutto senza riflessione” e “l’atteggiamento che pretende di risolvere tutto applicando normative generali” Francesco ribadisce il principio della superiorità del tempo sullo spazio, già teorizzato nella LF e nella EG: non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del Magistero.
 Ecco che la Chiesa è abbandonata all’anarchia e la Verità decisa dalla democrazia!

  • La fede non è “una” perché variamente “inculturata”.
Francesco auspica che questo documento possa orientare la riflessione, il dialogo e la prassi pastorale in vista di una inculturazione della dottrina. Quest’ultima, infatti, pur essendo “una” può essere diversamente e lecitamente interpretata a seconda delle culture e delle tradizioni. Non ha invece Cristo predicato unus baptisma una fides affinchè fossimo tutti sotto lo stesso unus Dominus? Nulla di strano alle nostre orecchie: siamo abituati a questa strana e eterodossa ecclesiologia di Francesco per cui la Chiesa è un poliedro con tante facce, tutte diversamente distanti dal centro, ma tutte con la propria identità.

  • La fede non è più “santa”, ovvero “sciolta dal mondo delle passioni e della materialità”: la Chiesa ha indottrinato il Vangelo.
 Il secondo capitolo si apre con l’enunciazione del secondo assioma della teologia di Francesco: se il tempo è superiore allo spazio, la realtà è superiore all’idea. Mentre del primo non viene data alcuna spiegazione, rimandando il lettore ai suoi precedenti scritti, il secondo assioma viene motivato: secondo una sorta di Hegelismo, si afferma che gli appelli dello Spirito risuonano anche negli stessi avvenimenti della storia e solo in questo modo la Chiesa può essere guidata ad una intelligenza più profonda dell’inesauribile mistero della famiglia e del matrimonio. Se da un lato la crisi del matrimonio risiede nelle imperanti spinte del secolarismo e dell’individualismo – da lui giustamente condannate-  non meno colpevole è la Chiesa la quale è chiamata ad una autocritica. Dobbiamo essere umili e realisti per riconoscere che a volte il nostro modo di presentare le nostre convinzioni cristiane e di trattare le persone hanno aiutato a provocare ciò di cui oggi ci lamentiamo, scrive Francesco. La Chiesa ha presentato un ideale di famiglia troppo astratto e questa idealizzazione ha reso il matrimonio meno attraente. Un’altra colpa della Chiesa è di aver apprezzato poco la coscienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti. La Chiesa prima di lui ha perso quella compassionevole vicinanza che Gesù ha mostrato nei confronti dell’adultera e della samaritana.

  • La fede non è più “cattolica e apostolica”: il fedele è contemporaneamente et peccator et iustus.
In ben otto capitoli Francesco si sforza di descrivere quanto è complesso il “reale”,  ma con l’unico scopo di avvalorare la sua tesi di fondo. E’ meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano. Le norme generali ­–  ossia la Legge di Dio-  non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari. Perciò, Francesco percorre l’unica strada percorribile: la Chiesa ha una solida riflessione circa i condizionamenti e le circostanze attenuanti, di cui è bene tenere conto. Queste sono le esigenze del Vangelo nei tempi attuali! In virtù di questo, non è più possibile dire che chi vive in oggettivo contrasto con il volere di Dio non possiede la grazia santificante. Qualcosa di aberrante e contrario alla dottrina: come recita il Catechismo, il peccato ci sottrae la Grazia Santificante. Non è altrettanto meschino rinvenire in queste parole di Francesco una somiglianza con la dottrina protestante che Lutero compendiò nella frase pecca fortiter, sed crede fortius. Per Lutero, infatti, il fedele è et peccator et iustus: la Grazia di Cristo non agirebbe così a fondo da “convertire” il peccato, ma si fermerebbe superficialmente solo a ricoprirlo. Solo così l’uomo sarebbe giustificato.

Questa è la nuova e stramba regula fidei, il filo conduttore di tutta l’opera sovvertitrice di Francesco, lo spirito che muove i suoi passi e la rotta suicida che tutta la Chiesa sta seguendo.
Noi non abbiamo la stessa tempra e la stessa santità del Cardinal Fisher, neppure lo stesso coraggio a chinare la testa sotto la falce.
Non ci resta che piangere.
Suonate a morto le campane, dunque, e gridate: “è morta la vera fede e con lei noi tutti!”

di Gianluca Di Pietro

http://www.radiospada.org/2016/04/suonate-a-morto-le-campane/

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