ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 7 giugno 2016

Il vuoto spirituale non esiste


HANNO IL DIAVOLO PER PATRONO

    Il silenzio assordante della stampa ufficiale sulla cerimonia d’inaugurazione tenutasi il 1° giugno all’apertura del tunnel del San Gottardo. Chi o che cosa voleva celebrare lo spettacolo offerto? Il Dio cristiano, no di certo
                                                                            di Francesco Lamendola 
Più ancora che il fatto in sé, colpisce il silenzio intorno al fatto: il silenzio assordante della stampa ufficiale e delle televisioni ufficiali sulla cerimonia d’inaugurazione tenutasi il 1° giugno 2016, in Svizzera, presenti i maggiori capi di Stato europei, dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, al presidente francese François  Hollande, a premier italiano Matteo Renzi, per festeggiare l’apertura del tunnel di base del San Gottardo.
Si tratta di un’opera colossale, avveniristica, costata 17 anni di lavori e una spesa di 11 miliardi di euro: 57 km. di galleria per portare la linea ferroviaria dal versante sud al versante nord delle Alpi, agevolando enormemente le comunicazioni fra l’Europa meridionale e quella settentrionale: il tunnel più lungo del mondo, costruito secondo le concezioni più moderne e con le tecniche più avanzate in questo particolare ramo dell’ingegneria.
Naturalmente, non c’era l’ombra di un prete, o di un vescovo, a benedire l’opera e a recitare una preghiera per l’edificazione dei presenti; in omaggio al laicismo dello Stato moderno, la religione deve strasene fuori da qualsiasi evento pubblico, a maggior ragione se si tratta di un evento di carattere non solo tecnologico, ma anche politico. Si sa, però, che, se Dio viene cacciato dalla porta, qualcun altro si affretta a introdursi dalla finestra: il vuoto spirituale non esiste, e, di regola, i più accaniti nemici del cristianesimo sono i primi a sentire il richiamo del sacro, magari d’un sacro rovesciato. Ed è appunto quel che si è visto allo sbocco nord del tunnel del San Gottardo. Alla presenza stupefatta e imbarazzata (speriamo) dei capi di stato e di governo, si è svolto uno spettacolo grandioso, curato dal regista tedesco Volker Hesse e costato la bellezza di 8 milioni di euro, con la partecipazione di 600 “artisti” o figuranti, che dir si voglia, e contornato da coreografie gigantesche, in uno stile kolossal di gusto estremamente dubbio. Ma forse si è trattato di qualcosa di più, e di peggio, che di una semplice manifestazione di cattivo gusto.
La prima parte dello spettacolo si è svolta all’interno del tunnel, in un enorme salone sotterraneo, e ha immediatamente trasportato il pubblico in una atmosfera strana, ambigua, quasi surreale. Sul ritmo di un incessante, ossessivo rullar di tamburi, dapprima è sfrecciata una carrozza nera lanciata al galoppo, poi si è fatta avanti una legione di lavoratori in tuta arancione, lo sguardo spento, la postura rigida, il passo cadenzato e pesante, lentissimo, simile a quello di un esercito di zombie. Finché, di colpo, gli “operai”, in gran parte donne, hanno cominciato ad agitarsi, e, sempre continuando a camminare, si sono prodotti in una serie di contorsioni e di scatti improvvisi, decisamente inquietanti; ogni tanto acceleravano il passo, si mettevano a correre, come inseguiti da qualcosa o qualcuno, sempre sotto l’incalzar dei tamburi. A questo punto è arrivato il treno, con i vagoni scoperti: a bordo, in piedi, alcune decine di giovani di ambo i sessi, i quali indossavano solo la biancheria intima, tutta di colore bianco. Mano a mano che il treno si avvicinava, quei giovani cominciavamo ad abbrancarsi, a palpeggiarsi, ad afferrarsi (non ci vengono in mente parole più dolci o verbi più rassicuranti), anche fra persone del medesimo sesso: non sembravano, però, dei veri amplessi sessuali, o, se lo erano, tutto trasmettevano, tranne che un senso di gioia e di piacere; era, piuttosto, un brancicare smanioso, cieco, rabbioso, con le carni dell’altro, come se questi fosse una bambola di plastica o una creatura inanimata.
Poi, di colpo, scende dall’alto una creatura orripilante, disgustosa: una sorta di uccello umanoide, con due enormi ali setose e con un volto da bambino idiota in un corpo di donna giunonica, forse incinta, con le tette al vento; la bestiaccia, dall’espressione inespressiva, si dimena per un poco, agita gambe e braccia, semina il disordine fra le persone che si trovano sotto di lei; poi dilegua. Ma è solo l’inizio. Adesso si fa avanti un altro personaggio, se possibile ancor più sinistro, un uomo-caprone, con due enormi corna, tali e quali quelle del dio Pan o, piuttosto, del Diavolo cristiano, così come lo si vede raffigurato nei codici medievali. E così, di bruttura in bruttura, nella luce cupa del sotterraneo, con i tamburi che rullano all’impazzata, lo spettacolo continua, senza offrire mai alla vista dei presenti un volto amico, o anche solo sorridente; mai un gesto aggraziato o armonioso, mai una luce gioiosa, mai una nota serena.
Quando lo spettacolo si trasferisce all’esterno (in tutto crediamo che sia durato un bel po’: certo non meno di un’ora, un’ora e mezza), la luce del cielo e il magnifico spettacolo dei monti ancora innevati non valgono ad attenuare il senso di tetraggine, di angoscia, quasi di paura, che domina la scena. Di nuovo la marcia degli “operai”, più che mai ritmata: paiono uno squadrone di SS (e, stavolta, i tamburi sono quelli di una banda militare “ordinaria”), battono le scarpe al suolo con violenza; poi, di colpo, prendono lo slancio e salgono una specie di rampa alla base di un immenso maxi-schermo, alto qualche decina di metri, sul quale si succedono immagini caleidoscopiche, nessuna rassicurante e serena, anzi, una più incomprensibile e sinistra dell’altra; infine si spogliano a metà è, rimasti a torso nudo, si dispongono su due file, indi cominciano a brandire delle aste, con le quali eseguono dei movimenti guerreschi, le battono a terra con forza, scandiscono il ritmo. Dopo di che si allontanano e il loro posto è occupato, di nuovo, dai giovani in biancheria intima, i quali ricominciano ad agitarsi, si gettano addosso della farina (o qualche polvere bianca), si agitano, si contorcono come negli spasimi del’epilessia; quindi, di nuovo, prendono a toccarsi, ad abbrancarsi, ma stavolta in maniera ancor più sofferta, ancor più dolorosa, come se non provassero alcun piacere, anzi, come se si dibattessero negli spasimi dell’agonia. Da ultimo cadono a terra, uno dopo l’altro, come fantocci, e prendono a rotolare giù per la china, finché si fermano, esausti, ansimanti, i volti piegati a terra, morti o morenti - non si sa -, fiaccati da una forza sconosciuta. Alla fine si rialzano, ma solo per essere nuovamente investiti e dispersi da una forza misteriosa e maligna, che separa i loro abbracci e divide le loro mani.
Lo spettacolo prosegue. Di nuovo appare l’uomo caprone, che si mette a saltare qua e là, e davanti al quale tutti quanti si prostrano, adoranti; il suo volto mostruoso, ringhiante, compare al centro del maxi schermo, ingrandito decine di volte: è una maschera di odio e di rabbia, un ghigno che ben difficilmente si può dimenticare. Compare anche, sul maxi schermo, il volto di una vecchia: un volto decrepito, mangiato dalle rughe, che non ha niente di augusto, niente di nobile, ma è solamente orribile, come quello di un cadavere in putrefazione. Poi va in scena la coreografia più impressionante: una folla di uomini e donne velati di bianco, che si agita, ondeggia, emettendo lamenti, gemiti e urla spaventose: sembrano i dannati dell’Inferno descritti da Dante Alighieri (diverse lingue, orribili favelle, ecc.), oppure degli indemoniati, che si contorcono sotto la violenza brutale, incontenibile, della possessione satanica. Tre spiriti biancovestiti, dalle tuniche e dalle ali lunghissime, si stagliano sullo sfondo: ma non paiono angeli, non hanno la bellezza, né la semplicità iconografica degli angeli; si direbbero, semmai, degli spiriti malvagi, che hanno indossato abiti bianchi per una beffa sacrilega o per qualche altra ragione blasfema.
Si va verso la conclusione: un immenso orologio appare sul maxi schermo, dopo che una serie di altre immagini circolari si sono succedute, componendo figure fantastiche e di non semplice decifrazione; e tutti gli attori si genuflettono e si mettono ad adorarlo. Il tempo simboleggia forse Saturno, ma potrebbe anche alludere a Satana, il signore del mondo e di ciò che lo caratterizza, come, appunto, lo scorrere del tempo. Certo è che nessuno dei figuranti ha mai dato l’impressione di possedere una libera volontà, di poter fare delle scelte autonome, o riflettere un sentimento di pace e armonia con se stesso e col mondo; e l’adorazione finale dell’orologio/Satana completa e ribadisce tale impressione, come se l’intera umanità fosse schiava di forze potenti, alle quali si è votata e alla cui signoria non può ormai sottrarsi. Sembravano tutti dei manichini telecomandati, spenti, privi di vita e volontà proprie. Ora, la domanda è: chi o che cosa voleva celebrare, lo spettacolo offerto alle massime autorità europee, il 1° giugno scorso?
Il Dio cristiano, no di certo. Forse le antiche divinità pagane, selvagge, sfrenate, sessualmente incontrollabili, e gli impulsi umani da esse ispirati? O forse l’oscuro Pantheon gnostico-massonico, venato di occultismo e di simbologia esoterica, e finalizzato alla resurrezione di divinità obliate da secoli e millenni, e tuttavia segretamente adorate da tenebrose élites di sedicenti illuminati? Oppure, ancora, veniva adorato Satana, il signore dell’abisso, e il tunnel del San Gottardo veniva a lui dedicato,  e lui veniva ringraziato per la conclusione dell’immane lavoro? Una ulteriore possibilità è che quello spettacolo blasfemo, angosciante, sinistro, fosse un inno all’uomo: un manifesto della volontà dell’uomo di auto-divinizzarsi, di celebrare la propria audacia e la propria intelligenza, la propria capacità di esercitare il dominio sulla natura. Ma ciascuna di queste quattro possibilità potrebbe anche incrociarsi con le altre, completandosi a vicenda l’una con l’altra. Forse si è voluto celebrare il dio Pan con le altre divinità del mondo antico; forse, il Grande Architetto dell’universo; forse, il Demonio; e forse l’Uomo, con la “u” maiuscola: l’Uomo prometeico che ruba il fuoco ai celesti, o l’Uomo faustiano che stringe un patto col Diavolo per ottenere potenza, conoscenza e ricchezza: e forse tutto questo insieme.
Certo è che spettacoli simili non sono del tutto nuovi, in questi ultimi anni. Alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra, nel 2012 (una cerimonia intitolata, si badi, Pandemonio, cioè con il nome che John Milton, nel Paradiso perduto, attribuisce alla città del demonio), si era già visto qualcosa del genere. E anche l’iniziativa denominata Fiat Lux, che ha avuto per sfondo la facciata della Basilica di San Pietro, a Roma, la notte dell’8 dicembre 2015, in coincidenza con il Giubileo straordinario indetto da papa Francesco, si era visto qualcosa di anomalo: pantere, leoni, scimmie, coccodrilli, cannibali con l’osso al naso, si erano succeduti sulle pietre del più augusto edificio cristiano del mondo. È come se qualcuno volesse mettere la propria firma sui grandi eventi del terzo millennio; qualcuno che, forse, agiva da tempo, ma nell’ombra, e che ora sta venendo allo scoperto, e vuol farci sapere che esiste e che si prepara a nuove manifestazioni. Qualcuno che ha in mente un Nuovo Ordine Mondiale e che pensa di avere il diritto/dovere di prendere in mano le redini dell’umanità, per guidarla nel periglioso cammino di questi difficili tempi. Fra parentesi, nello spettacolo del San Gottardo, a un certo punto, si è vista una ragazza mostrare un agnello morto: e l’agnello, come tutti sanno, è il simbolo di Gesù Cristo. Il messaggio cifrato era forse che il tempo di Gesù è finito, e incomincia il tempo di Pan/Satana?
È difficile parlare di queste cose, perché farlo significa esporsi al ridicolo: significa passare per una vittima della paranoia di un Grande Complotto. La cultura ufficiale non ne parla, o, al massimo, ci scherza sopra; ma nessuno degli intellettuali di prestigio si sporca la reputazione per lanciare l’allarme. Ci tengono troppo alle poltrone, tutti quanti. E nessun giornalista, che noi sappiamo, ha posto a Renzi, o a Hollande, o alla Merkel, le scomode domande: Ma lei, cosa ne pensa dello spettacolo del 1° giugno? Le è piaciuto? Lei condivide l’impostazione e i contenuti? Oppure non se l’’aspettava? Se non se l’aspettava non pensa che qualcuno possa aver sfruttato la sua presenza come una sorta di avallo ufficiale a una politica occulta, parallela alla politica “ufficiale”, portata avanti da poteri di cui non si quasi nulla? E le sembra normale che la stampa e le televisioni non parlino mai delle riunioni annuali del Gruppo Bilderberg? Se quei signori non hanno niente da nascondere, perché si ritrovano in segreto? Perché non rilasciano comunicati stampa, per spiegare all’opinione pubblica di che cosa si sono occupati?
Domande; domande senza risposta; domande che non verranno mai fatte a chi di dovere. Perché? Non si torva più un solo giornalista, un solo proprietario di giornale, una sola rete televisiva ancora liberi? Son tutti a libro paga di quei tali poteri occulti? O, se non lo sono, sono tutti, però, intimiditi quanto basta per starsene buoni e zitti, e occuparsi solo di quelle cose delle quali hanno il permesso di occuparsi e di riferire? Tornando allo spettacolo del San Gottardo: chi ha deciso di pagare 8 milioni di euro per una cosa simile? Chi ha concordato col regista Volker Hesse i temi e i modi dello spettacolo stesso? Chi ne ha visionato e approvato l’anteprima? Il governo svizzero lo sapeva? Lo sapevano i governi tedesco, francese, italiano, che hanno finanziato l’imponente lavoro? E il signor Hesse, che cosa ha voluto fare? A chi ha voluto rendere omaggio? Chi era l’uomo-caprone?

 
Hanno scelto il Diavolo per patrono e vogliono imporlo anche a noi
di Francesco Lamendola
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