ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 12 agosto 2016

A proposito del Diavolo…

TUTTE LE RELIGIONI PORTANO A DIO?

    Davvero tutte le religioni portano a Dio? E se invece portassero le anime al Diavolo? Gesù fu chiarissimo: "Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me" non ha detto: oppure per mezzo di Mosè, di Maometto, di Buddha 
di Francesco Lamendola  



A sentire certi teologi modernisti e certi preti progressisti, buonisti, aperti e “tolleranti”; a sentire i campioni della Neochiesa e perfino certe interviste rilasciate da papa Francesco e anche diverse sue omelie, molti cattolici hanno ricavato l’impressione che la Chiesa, e non da oggi, bensì a partire dalla dichiarazione Nostra aetate del 28 ottobre 1965, abbia relativizzato il concetto della Verità e, quindi, della salvezza, e abbia introdotto la dottrina, erronea e apostatica, che tutte le fedi vanno ugualmente bene per giungere a Dio, e che le differenze fra esse sono, in fin dei conti, di segno contingente e accidentale, mentre nella sostanza, o, almeno, quanto al risultato finale - cioè la conoscenza, l’amore e il servizio del vero Dio – esse, più o meno, si equivalgano.

Questa, almeno, è stata l’impressione che molti cattolici hanno ricevuto, a forza di sentir parlare del loro legame filiale esistente nei confronti dei giudei, della stima dovuta ai musulmani, dell’amore fraterno che lega tutti gli uomini (ma è vero?) e della presenza di semi di verità in tutte le fedi; al punto da aver quasi scordato, specialmente i più giovani, cresciuti in questo clima di indifferentismo religioso, che Gesù, di se stesso, ha affermato: Io sono la Via, la Verità e la Vita. Non ha detto: In me vi è una parte di verità, così come una parte di verità si trova anche nelle parole e nella persona di altri, simili a me, venuti prima di me, o che verranno dopo; niente affatto: ha detto invece: Io sono la Via, la Verità e la Vita: nessuno viene al Padre se non per mezzo di me (Giovanni, 14, 6). Bisogna che i teologi modernisti e i preti progressisti si facciano una ragione di queste parole, oppure che abbiano l’onestà intellettuale di rifiutare il Vangelo, o di dire chiaramente che essi, del Vangelo, prendono solo quel che fa loro comodo, e il resto lo ignorano, o lo negano, appigliandosi alle ipotesi di certa critica biblica filo-protestante, che tende a “mitizzare”, come insegnava Rudolf Bultmann, ciò che la ragione fa più fatica a mandar giù, cioè, guarda caso, proprio la dimensione più specificamente ed esplicitamente soprannaturale della vita e della missione di Gesù Cristo; oppure, ancora, parlando di interpolazioni successive, di aggiunte, di modifiche, di adulterazioni del testo originario, fatte da seguaci troppo zelanti, i quali non avevano capito, o non vollero accettare, il vero messaggio del Maestro, e che pretesero di fare Dio, colui che era un semplice uomo.
Eppure, le parole di Gesù sono di una chiarezza incontestabile, cristallina: Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Non ha detto: oppure per mezzo di Mosè, di Maometto, di Buddha o di qualcun altro; nossignori: ha detto che nessuno giunge a Dio se non per mezzo di lui, il Cristo, suo Figlio fattosi carne, morto per amore degli uomini e risorto il terzo giorno. Questo ha detto e da qui non si scappa, per quante contorsioni intellettuali si vogliano fare; e Dio sa quante ne hanno fatte i signori teologi modernisti, con le loro “svolte antropologiche” e con le loro “teologie negative”, con i loro “ecumenismi” e con i loro “pluralismi”, a partire dalla stagione del Concilio Vaticano II, che essi hanno sbandierato come una splendida rinascita gravida di frutti, ma che ben presto si è rivelata una cocente ed amara delusione. Infatti, inizia da quel momento la crisi delle vocazioni, ormai così avanzata che la Chiesa stenta sempre più a tenere in piedi la sua enorme, ma esangue struttura diocesana e parrocchiale, che un tempo era presente sul territorio in modo capillare, abbracciava quasi tutte le famiglie e le comunità e si alimentava di un rapporto stretto, quotidiano, diretto e personale con la popolazione. Ora pochi preti, sempre più modernizzanti, sempre più preoccupati di non sembrare abbastanza laici e abbastanza poco preti, vanno da una parrocchia all’altra, dicono una Messa qui, una là, e via, non hanno tempo per altro, non vanno più a benedire le case, non si fermano a parlare con le persone, con i vecchi, coi bambini, non le ascoltano, non le consigliano: hanno paura di sembrare invadenti, “clericali”, come direbbe papa Francesco, e poco rispettosi della libertà di coscienza delle loro pecorelle, che non si considerano più nemmeno tali, perché essi per primi non si sentono più pastori, ma impiegati e lavoratori poco diversi da tutti gli altri, portatori di una verità relativa, che annunciano a mezza voce e in punta di piedi, per non disturbare la perenne festa consumista della maggioranza, né la suscettibile vigilanza dei seguaci di altre fedi.
Quanto al comandamento di Gesù – non il suggerimento, ma proprio il comandamento -: Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo; ma chi non crederà sarà condannato (Marco, 16, 15-16), si direbbe che la maggior parte dei cristiani, clero compreso, se lo siano proprio scordato, o non l’abbiano inteso per niente. Il loro relativismo li porta a credere che la salvezza arriverà per tutti, sia a quelli che hanno accolto il Vangelo di Gesù, sia a quelli che l’hanno rifiutato: perché, dopotutto, Dio è misericordioso, non è vero? E dunque come potrebbe, un Dio di misericordia, condannare qualcuno e mandarlo all’Inferno? Eh, non sia mai: ai nostri giorni, simili cose le pensano, e sovente le dicono, perfino dei vescovi, per non parlare dei teologi, i quali, ormai, di cattolico hanno poco o nulla, anche se hanno la bella pretesa di dirsi ancora tali. Stiamo parlando degli Hans Küng, degli Enzo Bianchi (che qualche folle vorrebbe addirittura veder proclamato cardinale, pur non essendo mai stato nemmeno prete) e dei Vito Mancuso, i quali seguitano a pescare nell’equivoco: scrivono libri e pubblicano articoli come se fossero cattolici, sono invitati a tenere conferenze e tenuti in gran conto da esponenti della Chiesa, ma in effetti non sono affatto dei teologi cattolici, sono dei pensatori relativisti che al cattolicesimo procurano un gran male, perché seminano confusione e grossolani errori dottrinali e morali, e trascinano così le anime verso una meta che non è quella del Vangelo di Gesù, ma un’altra, una specie di “religione” mondiale gnostico-massonica dove alla fine, al netto di molte parole sottili e di molti raffinati ragionamenti, quel che si celebra e si adora non è più Dio, e tanto meno il Dio della Rivelazione cristiana, ma l’Uomo, gonfio ed ebbro di se stesso.
Quanto al fatto che “tutte le religioni portano a Dio”, e lasciando da parte, in questa sede, un discorso sulle religioni maggiori, come il giudaismo e l’islamismo, perché sarebbe troppo lungo e richiederebbe volumi su volumi, proveremo a rendere chiaro il concetto della assurdità di una simile affermazione, soffermandoci molto brevemente sul caso di una delle tante religioni “minori”, che era praticata da un popolo dell’Assam (nell’India  nord-orientale), i Khasi, di origine mongola, che venne evangelizzato da missionari cristiani solo in tempi assai recenti, cioè verso la metà del XX secolo. Davanti alle crudeli pratiche di stregoneria e omicidio rituale, messe in atto da costoro, i missionari non dissero: Ma sì, va bene tutto, quindi anche la vostra religione; noi non ci permettiamo d’interferire, proponendovi la nostra, bensì lottarono duramente per estirpare simili credenze con le relative pratiche, sostenuti dalla ferma convinzione che, fuori del Vangelo di Gesù e del Battesimo cristiano, nessuno potrà mai giungere a Dio.
I missionari cattolici, specie nella stagione pre-conciliare, hanno avuto sovente a che fare con gli aspetti sanguinari, abominevoli, diabolici, di alcune religioni primitive; si son trovati faccia a faccia col Diavolo. Uno di questi missionari è stato don Costantino Vendrame, nato a San Martino di Colle Umberto, in diocesi di Vittorio Veneto (allora di Ceneda) il 27 agosto 1893, e morto il 30 gennaio 1957 a Dibrugarh , nella regione indiana dell’Assam, che fu missionario in India per molti anni, a cavallo della Seconda guerra mondiale (durante la quale fu chiuso dalle autorità britanniche, con gli altri italiani residenti in quel Paese, nel campo di prigionia di Dehra Dun) e che ebbe modo di avvicinare popolazioni rimaste fino ad allora pressoché ai margini del mondo moderno, quasi ignorate dagli antropologi ed ancora immerse nelle loro culture originarie, avendo subito pochissime influenze esterne.
Scriveva, dunque, don Dario Composta (nato a Montorio Veronese l’11 luglio 1917 e morto il 19 luglio 2002) nella sua biografia di Costantino Vendrame (da: D. Composta, Servo di Dio, don Costantino Vendrame, missionario salesiano, Susegana, Arti Grafiche Conegliano, 2014, pp. 21-22; titolo originale del libro: Il conquistatore della giungla, Torino, Elledici, 1961):

La credenza nella vita del defunto [presso il popolo Khasi dell’Assam]  si collega con una religione che non ha nulla in comune con l’induismo o il buddismo. L’animismo di questa tribù si avvicina ala religione naturalistica di molti popoli primitivi. Hanno un’idea vaga di un Dio buono; di creazione pare che non abbiamo alcun concetto;  ammettono solo una divinità creatrice della propria tribù o del capostipite; credono anche negli dèi mani, tutelari della propria stirpe;  ma invocare altre divinità è considerato sacrilegio. In realtà la religiosità dei Khasi consiste nel placare l’ira degli spiriti cattivi; vi è, sì, ancora il culto ufficiale  celebrato presso i templi per ordine dei “re”; ma  questo culto ormai è caduto in disabitudine. Più tenace invece è il culto degli spiriti maligni cui tributano omaggi per propiziarli e ringraziarli.
Quando in un paese vi è mortalità o altra disgrazia, pensano che lo spirito sia entrato nel villaggio; allora bisogna offrire sacrifici. Se uno si ammala, è segno che lo spirito è entrato  nel suo corpo; ma i Khasi non indagano se ciò avvenga  per un peccato o per altro male. Anche in questo caso  è necessario offrire allo spirito dei sacrifici come polli, capre, maiali… finché il malato guarisca o muoia. Altre volte si sentono sotto la manifesta e malevola influenza degli spiriti; in questi casi invece di cacciarli via,  li invocano per non irritarli, e promettono loro sacrifici.. In determinate occasioni li chiamano in casa e affidano loro   come sede un cestino, una pignatta, una zucca vuota con dentro del grano, riso, fieno ed altri ingredienti.
Quando questi poveri pagani si convertono al Cristianesimo  non osano toccare quei talismani e affidano al missionario  la ripulitura di certi ripostigli pieni di cianfrusaglie: zucche, pentole… Tremano al solo pensiero di dover comunicare con lo spirito cattivo che col Battesimo si è adirato e prepara vendette. Don Costantino narra di avere gettato fuori casa questi oggetti, rivestito di cotta e stola e di avere poi calpestato sotto i piedi quell’abominio; egli era convinto di vero potere diabolico e della presenza sensibile  di Satana in mezzo a quella povera gente pagana.  Tra i Khasi inoltre si parla ancor oggi con terrore  della setta pagana degli adoratori del dio Thlen; non si hanno prove tangibili di questa abominevole setta; ma a gente di tanto in tanto viene a conoscenza di misteriose morti di Khasi quasi a conferma dell’esistenza segreta di un culto esoterico che consiste nel sacrificio umano; di notte verrebbero prese a tradimento  le vittime designate per il sacrificio; verrebbero poi trascinate entro caverne e fatte morire di una morte orribile: si taglierebbero loro il naso, orecchie, poi gli arti inferiori, poi le braccia ed infine la testa. Il sangue poi sarebbe raccolto in un vaso e offerto a un serpente sempre durante la notte affinché se ne abbeveri. Ai mostruosi adoratori di questa orrenda divinità notturna il dio Thlen  elargirebbe ricchezze e felicità mondana.
Solo il Vangelo potrà dissipare questi tenebrosi riti del male! Don Costantino conclude il suo studio sulla religione khasi con queste nobili considerazioni: “In mezzo a tanto abominio di paganesimo, in mezzo a sì crudeli barbarie, la Croce di Cristo, inalberata dai Missionari anche su queste terre selvagge,  va ora trasformando quelle regioni in oasi di preghiere e di felicità, per quella Fede che apre l’anima di quella tribù alle speranze radiose di una vita futura immortale.

A tu per tu col Diavolo, dunque; col Diavolo che si traveste e si nasconde dietro culti “religiosi” sanguinari, di una crudeltà orrida e inaudita. Domandiamo a quei tali teologi modernisti e a quei preti progressisti se anche codeste forme di religiosità recano l’impronta dell’Altissimo.
Sappiamo bene quali saranno le loro obiezioni. Per prima cosa, diranno che anche i cristiani hanno portato molte cose malvagie fra i popoli extra-europei, e che, in nome della Croce, sono state commesse ingiustizie e violenze. Nessuno lo nega: solo che ciò non sposta i termini della questione: perché una cosa è ammettere che in tutte le religioni vi sono dei cattivi soggetti (l’uomo è sempre quello che è: figlio di Adamo e di Caino; e, privo della grazia, non combina mai nulla di buono) e un’altra, e ben diversa, è trarne la conclusione, insostenibile sia sul piano storico che su quello logico, che tutte le religioni si equivalgono quanto al bene ed al male che recano con sé. Una religione non si identifica totalmente con i suoi seguaci: vi è, in essa, un nucleo di dottrina e di spiritualità, che è buono o malvagio in se stesso: se è buono, la verità di quella religione non viene offuscata dalla presenza di taluni seguaci indegni; se è cattivo, non potrà mai dare frutti buoni, e i suoi seguaci, per forza di cose, non potranno fare altro che il male.
La seconda obiezione sarà che i missionari di un tempo esageravano alquanto i caratteri malefici e diabolici delle religioni pagane. Rispondiamo, anche in questo caso, che ciò è probabile e condivisibile: ma non sposta di un millimetro il nocciolo della questione. Infatti, se l’approccio di quei missionari era portatore di pregiudizi, ciò non annulla la possibilità che una serie di culti religiosi fossero davvero, intrinsecamente, malefici e diabolici. Di nuovo: un errore storico e logico nel medesimo tempo. Il fatto che taluni fatti siano riferiti in maniera parziale e, forse, tendenziosa, non elimina tutta la casistica relativa ai fatti in questione: ne spiega alcuni, ma non li spiega tutti. Sarebbe come dire che i fatti del sopranaturale non esistono, solo perché una parte di essi non trova riscontro oggettivo, o viene apertamente smascherata come falsa.
La terza obiezione è di carattere ancora più generale: il Diavolo, per quei signori, non esiste: è solo un concetto legato alle culture primitive, o, nel caso del cristianesimo, una espressione simbolica. Dunque, non esistono religioni diaboliche. Rispondiamo a quei signori che dovrebbero avere il coraggio di gettare la maschera di cristiani e buttare via il Vangelo: perché, nel Vangelo, si parla moltissime volte sia del Diavolo, sia delle possessioni diaboliche e degli esorcismi che gli apostoli, e Gesù stesso in prima persona, hanno compiuto. Il catechismo della Chiesa cattolica afferma che il Diavolo esiste, che è un essere personale intenzionato a trascinare gli uomini al male, per perderli e prendesi così una sorta di amara rivincita contro Dio, essendo egli stesso un Angelo decaduto, e decaduto per sua colpa. Se a quei signori il Vangelo riesce indigesto, ebbene che abbiano il fegato di dirlo chiaro e tondo e la smettano di fornircene delle “interpretazioni” e delle “letture” moderniste e progressiste, nelle quali viene eliminato ciò che non piace loro e viene mantenuto, amplificato, enfatizzato, ciò che ad essi, invece, piace soprattutto. Altrimenti, rivelano di essere quel che effettivamente sono: individui intellettualmente e spiritualmente disonesti.
Il male, dunque, esiste: anzi, esiste il Male con la maiuscola, il Male assolutamente gratuito, che si compiace orribilmente di se stesso. A tal genere di male appartengono, fra l’altro, i riti demoniaci di talune “religioni” primitive, e anche di numerose sette moderne, più o meno apertamente ispirate al culto del Demonio. Oggi molti missionari (non tutti) hanno opinioni diverse da quelle di don Vendrame, e anche di don Composta: usciti dai seminari nel pieno della stagione post-conciliare, e, guarda caso, anche post-sessantottina, non si preoccupano molto dell’esistenza del Diavolo, ma, in compenso, credono abbastanza al Vangelo di Karl Marx, alle lotte di liberazione armata e alle relative “teologie della liberazione”. Inoltre, molti missionari dei nostri giorni si vergognano quasi di essere tali, e non vorrebbero neppure essere chiamati con quel nome; preferiscono considerarsi degli “amici del popolo”, degli “amici dei poveri”, degli operatori di giustizia, i quali, più o meno per caso, sono anche dei cristiani, e dei sacerdoti cristiani. Questo, però, lo considerano sovente come un cattivo biglietto da visita: portano sule spalle il complesso di colpa per le “atrocità” dei loro predecessori di tre o quattro secoli fa, che spalleggiavano i conquistadores, e darebbero un occhio della testa per farsi perdonare tali vergognose ascendenze. Di conseguenza, si sforzano di primeggiare nell’ambito delle lotte sociali, sindacali, politiche: dimenticando per strada, non di rado, che il Regno proclamato da Gesù non è di questo mondo, e che Gesù stesso non era, né volle mai essere, un agitatore rivoluzionario o qualcosa del genere.
Hanno smarrito il Vangelo lungo il cammino; in compenso, hanno messo nello zaino Il Capitale e Il Manifesto, nonché, sovente, la psicanalisi di Freud e la teologia negativa di Karl Barth, Dietrich Bonhoeffer e altri pensatori protestanti. Con un simile bagaglio sulle spalle, credono di essere ancora dei cristiani, ma, di fatto, non lo sono più: sono un’altra cosa. Se fossero onesti, sarebbero i primi a riconoscerlo, e rinuncerebbero all’inutile finzione. Quel che annunciano, non è il Vangelo di Gesù Cristo. Che cosa sia, lo sanno loro. E, poiché sono, in genere, delle persone intelligenti, riesce un po’ difficile credere che non si rendano conto di ciò che stanno facendo. Pertanto, rimane in piedi l’altra ipotesi: che siano perfettamente consapevoli della confusione e della possibile apostasia verso cui stanno trascinando i fedeli meno provveduti, e perseguano un piano ben preciso. Un piano per distruggere la Chiesa dall’interno, lentamente e senza atti clamorosi. A proposito del Diavolo…

Davvero tutte le religioni portano a Dio? E se invece portassero le anime al Diavolo?

di Francesco Lamendola

1 commento:

  1. Spesso si leggono confutazioni dotte e argomentate, come in questo caso, sulle tesi di fantateologi autoproclamatisi tali, che meriterebbero delle repliche quasi pronunciassero quel che affermano in buona fede, seppure errando.

    Mi pare non si tenga conto che sono proprio le loro tesi eretiche quelle che sostengono e alimentano un florido mercato editoriale similreligioso.

    E che il citarli con regolarità, sia pure per contrastarli come meritano, rischia di portare linfa e ossigeno alle campagne editoriali che smerciano le loro fanfaluche.

    Come si dice negli USA, che di qualcuno si parli bene o si parli male, basta che se ne parli.

    E' verissimo che è doveroso confutare l'errore, ma in certi ambienti "business is business!"

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