ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 2 agosto 2016

La nascita della Religione Unica e del MonoDio

Sì, sono un fondamentalista cristiano e non sgozzo nessuno


preghiera
Caro Papa Francesco,
ti scrivo per confessarmi e fare coming out: sì, lo ammetto, sono un estremista cattolico, uno di quei “fondamentalisti” cui hai accennato ieri rispondendo alle domande dei giornalisti nel ritorno da Cracovia, sostenendo che “in quasi tutte le religioni c’è sempre un piccolo gruppetto fondamentalista. Anche noi ne abbiamo”.
Ebbene sì, io mi sono radicalizzato al cristianesimo.
Credo infatti fortemente nella sacralità della vita, dal concepimento alla morte naturale, ritengo l’aborto e l’eutanasia degli omicidi, e sono convinto che la vita sia un dono che non ci appartiene: ci appartiene sicuramente il suo esercizio, il modo in cui la adoperiamo essendo dotati di libero arbitrio, ma non per questo ne siamo padroni, e per questo non possiamo toglierla a noi né ad altri (almeno fintantoché quegli altri non minacciano la nostra). Credo anche in modo viscerale alla vita eterna, sono sicuro che il messaggio dirompente del cristianesimo sia proprio questo: non finisce tutto qua, c’è una vita dopo la morte, ché altrimenti sarebbe ben poca cosa il nostro vivere qua, per breve tempo. E ritengo che perciò la vita abbia un senso e un destino: che sia guidata da un grande progetto, da un piano provvidenziale, che ci sia un’intelligenza cosmica che sovrintende il creato e che il tutto sia indirizzato alla salvezza. Il che non ci rende esenti da responsabilità ma il contrario, chi più crede deve conformare la sua vita a quel dettato, ché la religione è fonte di moralità, l’etica ha senso solo se Dio esiste, come ravvisava Dostoevskij.
Ma non per questo, caro Papa Francesco, il cristianesimo è limitante, mi inibisce e mi frustra e mi costringe a vivere una vita di privazioni, terrorizzato dal peccato. Al contrario il mio vivere a pieno il cattolicesimo mi libera, mi rende uomo scevro dalle convinzioni diffuse, dagli idoli di massa, dalle dicerie, dai cliché politicamente corretti: chi crede in Dio non crede a tutti i suoi surrogati. E sono libero perché il cristianesimo, riconoscendo la mia libertà e la mia pienezza di individuo, mi consente di apprezzare  profondamente la bellezza di ciò che mi circonda, di cogliere la vita in tutti i suoi aspetti, anche in quello gaudente ed edonistico, di non restare insensibile al fascino femminile e al divertimento mondano, di vivere al meglio la sessualità, di non castrarmi, essendo uomo creato e non reputandomi estraneo nulla di ciò che è umano, conforme all’antropologia e alla natura di cui Lui ci ha dotato.
Mi sento radicato in cielo e perciò sono libero. E non per questo, Papa Francesco, proprio perché forte delle mie convinzioni, disprezzo chi la pensa diversamente, chi non crede o chi crede ad altro, perché anzi il mio essere certo di ciò in cui credo mi rende più consapevole e pronto ad affrontare chi ha idee completamente opposte. Ma sono talmente convinto che, anche dopo mille dialoghi e incontri, non mi farò mai persuadere a cambiare idea o a fare un mischione multiculti, come quello indegno – permettimi di definirlo così – cui ho assistito ieri a Milano in una chiesa, con cattolici e musulmani insieme a simulare (perché di questo si trattava) la nascita della Religione Unica e del MonoDio, frullato di tante credenze, prodotto di una religione depotenziata e sincretica.
Ma, pur non comprendendo questo, ti assicuro Papa Francesco, mi ostinerò a garantire sempre all’altro la libertà di credere nel suo Dio, purché essa non violi la mia e non mi inibisca nella mia libertà. Gli garantirò questo e anzi lo rispetterò ancor più se eserciterà questo suo diritto in modo consapevole e libero. E non mi abbandonerei mai a violenze per impedirglielo, non userei mai la lingua né tanto meno la spada per disprezzarlo, sapendo che qualunque sia la religione in cui crede, la sua persona sarà sempre più sacra delle sue idee.
No, non entrerei mai in una moschea per sgozzare un imam, né in un centro di preghiera buddista per dare fuoco a un bonzo, non mi azzarderei a odiare alcuno per la sua fede o perché non ce l’ha. Né mi renderei artefice di violenze private, verso una fidanzata, una suocera, come dici tu Papa, proprio perché sono “fondamentalista”, sono visceralmente cristiano, e cerco di conformare la mia vita – consapevole dell’impossibilità dell’imitazione – a Lui. Sono radicalmente cristiano, sono profondamente umano e sono felice. Non odio e non sgozzo nessuno.
È questa la radicale differenza, caro Francesco. Il fondamentalista cristiano ama in modo totale. Il fondamentalista islamico odia in modo totale.
http://www.lintraprendente.it/2016/08/si-un-fondamentalista-cristiano-non-sgozzo-nessuno/
Cosa chiese Maria contro l’invasione degli islamici
Giovedì 4 agosto, nell’isola di Pellestrina (Venezia) si celebrano i 300 anni dall’Apparizione della Madonna. Maria chiese di far celebrare delle Messe per le anime del Purgatorio «se volemo avere vittoria». Senza la vittoria della Repubblica veneta nei giorni seguenti il 4 agosto 1716, noi oggi reciteremmo i versetti del Corano…

Giovedì 4 agosto il cardinale Pietro Parolin sarà nell’isola di Pellestrina (Venezia) per i 300 anni dall’Apparizione della Madonna. Ci saranno anche il Patriarca di Venezia e il vescovo della nostra diocesi di Chioggia. Trecento anni fa, Maria toccò il braccio di un ragazzo di nome Natalino dicendogli di dire al parroco di far celebrare delle Messe per le anime del Purgatorio “se volemo avere vittoria”. Senza la vittoria della Repubblica veneta nei giorni seguenti il 4 agosto 1716, le nostre donne porterebbero il velo e noi tutti reciteremmo a memoria i versetti del Corano. Invece oggi abbiamo la grazia di portare in trionfo la Madre del Signore Gesù. Venerata nel santuario di marmo bianco che si specchia sulla laguna di Pellestrina, sùbito innalzato dalla Repubblica Veneta in segno di gratitudine, la bella immagine della Madonna nera dipinta da ignota mano, dal 18 luglio in  poi, esce di casa e inizia il suo percorso di benedizione in tutte le chiese dell'isola. In laguna, centinaia di barche - dalle più piccole ai grandi barconi da pesca - fanno risuonare clakson e trombe. Questa la sua storia. 

A Natalino Scarpa, il 4 agosto di trecento anni fa, la Madonna, prendendolo per un braccio, disse: «Vien qua fio, vai dal Piovan, e dighe che a fassa celebrare delle Messe per le aneme del Purgatorio, se volemo avere vittoria» («Vieni qui, ragazzo, vai dal parroco e digli che faccia celebrare delle Messe per le anime del Purgatorio se vogliamo avere vittoria»). 
Di quale vittoria si trattava? Quella della Repubblica Veneta contro i turchi che invadevano il Mediterraneo e attaccavano le coste dell’Italia, depredando, uccidendo e nel caso migliore costringendo quanti catturavano – uomini e donne – a diventare musulmani. La vittoria pronosticata da Maria, patrocinata dalle Messe che la gente dell’isola di Pellestrina fece subito celebrare, è arrivata qualche giorno dopo, quando Venezia respinse i turchi a Corfù e a Pretervaradino. Non sarebbero bastate le armi a difendere le popolazioni e a garantire la fede cristiana, come non erano bastati gli eserciti a difendere Vienna assediata dai musulmani, quando il Beato Marco d’Aviano celebrò l’eucaristia e proclamò la penitenza e l’assoluzione dei soldati. Non erano bastate le flotte delle navi a Lepanto, quando Pio V proclamò la Madonna Regina del Rosario.
Come si difende la fede? Come si garantisce un popolo? Spezzoni di eserciti europei vanno a inseguire l’Isis nei Paesi che generano il terrorismo, mentre nelle nostre città aumentano i controlli e per le strade si disseminano drappelli sempre più numerosi di forze dell’ordine. La condizione richiesta dalla Madonna dell’Apparizione a un ragazzino di un’isola della laguna veneta, significativamente posta a barriera della città di Venezia sul frontale del mare Adriatico, è quella di celebrare delle Messe, interagendo così attraverso la più grande preghiera cristiana. Non bastano dunque le armi difensive a proteggerci; non bastano le barriere né le più raffinate tecniche investigative. Occorre la preghiera.
Perché? Prima di tutto perché la preghiera ci mette in braccio a Dio. Nella preghiera diventiamo collaboratori di Dio, che non ha scelto di agire da solo. Il Dio dell’alleanza nell’antico testamento e il Dio dell’amicizia nel nuovo testamento ci chiama ad essere suoi partner e collaboratori, e domanda di estendere nel mondo il Regno di pace e di fraternità attraverso la vita e la presenza dei suoi figli-alleati. La preghiera estende la forza e l’efficacia dell’azione di Dio.
In secondo luogo la preghiera raddrizza il nostro cuore e dice a noi stessi e agli altri chi siamo: figli di Dio e fratelli. La preghiera chiarisce e approfondisce la nostra identità, dice la nostra origine e la nostra appartenenza, rende saldo il nostro intendimento e lo scopo della vita, dona libertà e coraggio. Rende veri e saldi. Libera dall’odio, dalla violenza, dalla vendetta e dalla rappresaglia.
La preghiera dunque è la nostra vera vittoria. Potremo vivere o morire, con la preghiera nulla va perduto di quello che siamo, come nel caso dei martiri sorpresi a pregare e di padre Jacques Hamel ucciso mentre celebrava l’Eucaristia. L’invito della Madonna dell’Apparizione al giovane Natalino nello specchio della laguna veneta e sulla scena della storia si ripresenta oggi come l’iniziativa più urgente e più mobilitante per tutto il popolo cristiano, «se volemo avere vittoria».
di Angelo Busetto 02-08-2016
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-cosa-chiese-maria-contro-linvasione-degli-islamici-16975.htm

Domenica a messa si è spezzato qualcosa, e non parlo del pane. Ve lo spiego

Cosa sarebbe successo se in chiesa avessi trovato maomettani e se il prete dal pulpito avesse tradito Cristo onorando Maometto?
di Camillo Langone | 02 Agosto 2016 

Roma, Imam partecipano alla messa nella Chiesa di Santa Maria in Trastevere (foto LaPresse)
Sono moderatamente favorevole alla cannabis libera, i parchi pullulanti di spacciatori africani sono inguardabili e infrequentabili, ma personalmente non intendo avvalermene perché la cannabis stordisce e io alla mia piccola o grande intelligenza ci tengo. Sono moderatamente favorevole al volemose bene ecumenista, la prospettiva della guerra civile-religiosa mi alletta ben poco, ma personalmente non intendo parteciparvi perché l’ecumenismo si alimenta di menzogne e chi si abitua ad ascoltare balle diventa un credulone. Per salvare la piccola o grande intelligenza in mio possesso, domenica sono andato a messa molto tardi, di sera, quando i vescovi aspiranti cardinali e i preti aspiranti vescovi erano presumibilmente già a tavola, e maggiori le probabilità di imbattersi in un sacerdote che non leccasse il culo al mondo (le cui opere sono cattive, vedi Giovanni 7,7; che odia noi cristiani, vedi Giovanni 15,19; che è dominato da Satana, vedi Giovanni 12,31).

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Cosa sarebbe rimasto della mia poca fede se domenica malauguratamente fossi capitato nel duomo di Piacenza, dove i fedeli delle prime file, tra cui alcune suore, si sono dovuti alzare per far accomodanti i maggiorenti maomettani, tutti maschi e alcuni irrispettosamente incappellati? O in quella chiesa di Ventimiglia dove il prete ha distribuito ai seguaci di Allah pezzi di pane in un’oscena parodia dell’eucaristia? O nella cattedrale di Bari dove l’imam ha cantato il Corano come se in città fosse tornato l’emiro che nel nono secolo, grazie alle lame coraniche, vi aveva reintrodotto la schiavitù? Non oso immaginarlo. Comunque domenica qualcosa si è spezzato e non mi riferisco al pane. Non sto qui a ripetere quando l’accaduto sia cattolicamente illegale (vedi “Redemptionis Sacramentum”, istruzione della Congregazione per il culto divino risalente al 2004, non al Medio Evo): non ho voglia di fare la guardia al bidone di benzina. Ripeto che sono stanco di sentire insultata la mia intelligenza che, lo ricorda Pascal, mi deriva dalla Sapienza divina e non dal clero. Quando il Santo Padre dice che il Corano è un libro di pace dice il falso.

Gesuiticamente? Machiavellicamente? Non lo so. So che dice il falso e posso scriverlo da cattolico praticante perché la panzana è pronunciata dall’aereo e non dalla cattedra, quindi senza la copertura dell’infallibilità petrina. Resta lo sgomento di vedere la Chiesa di colui che è la verità fare quadrato intorno a un’affermazione falsa. Scandalizzando chi conosce la storia e confondendo chi non ne sa nulla. Dopo avermi visto in televisione il mio macellaio mi ha chiesto: ma davvero nel Corano è scritto che i cristiani devono convertirsi oppure essere uccisi? Sì, gli ho risposto, è scritto così. Domenica grazie a Dio, e grazie a un sacerdote non apostata, non sono stato obbligato a scegliere tra fedeltà e ragione, però molti amici hanno smesso di andare a messa e il mio macellaio non sa più a chi credere.

Siamo tutti il cardinale Burke (contro l’islamismo)

burke
Alla fine il silenzio doveva essere squarciato da qualcuno. E se non poteva e non voleva farlo il Papa, dovevano farlo i suoi più diretti avversari, cioè quei nostalgici del ratzingerismo che contestano (e a ragion veduta, secondo la nostra modesta opinione) le troppo deboli posizioni di Francesco su islam e difesa della civiltà cristiana e guardano di cattivo occhio il suo ruolo sempre più politico che spirituale, con i continui appelli sull’accoglienza dei profughi e gli inviti alla società multiculturale.
C’è qualcuno, all’interno delle gerarche vaticane, come fa sapere oggi anche il Corriere della Sera, che prova a rimettere dritta la barra, o comunque a evitare deviazioni scivolose e autolesioniste. C’è chi lo fa invocando Giovanni Paolo II, colui che in occasione della Giornata mondiale della Gioventù del 2000 a Tor Vergata invitava i giovani a mettersi “in ascolto di Cristo” e non a “aprire le portealle altre culture, ai migranti”, come dice oggi in un’altra Giornata della Gioventù Papa Francesco.
E c’è chi lo fa in modo ancor più frontale e diretto, evocando l’inadeguatezza delle parole del Papa per rispondere e affrontare le minacce attuali, la sua linea troppo morbida sul radicalismo islamico,le sue reticenze sul conflitto di civiltà, e probabilmente di religione, in corso. Vedi ad esempio gente di un certo spessore e di un certo peso all’interno delle alte schiere vaticane come il cardinale statunitense Raymond Burke che, in un’intervista al settimanale National Catholic Reporter, ha espresso una posizione molto diffusa all’interno del cattolicesimo occidentale: la necessità di fronteggiare il tentativo di sottomissione da parte dell’islam. “Le nazioni cristiane dell’Occidente debbono contrastare l’influenza islamica”, dice Burke, e nella frase è da notare l’uso del termine “cristiane”, per indicare l’identità profonda dei Paesi occidentali, e la contrapposizione tra le parole “cristiane” e “Occidente” da una parte (che, nella sua lettura formano un’endiadi, una cosa sola) e l’ “influenza islamica” dall’altra. Ma nell’intervista Burke va oltre la stretta attualità e dà anche unalettura storico-ideologica del fenomeno islamista, trovando analogie con i tentativi di conquista islamica del passato (dalla Lepanto del 1571 alla Vienna del 1683) e notando: “Questi eventi storici sono riferibili alla situazione di oggi. Nessun dubbio che l’islam voglia governare il mondo”. Il che vuol dire innanzitutto che la vocazione guerrafondaia e conquistatrice dell’islam è già insita eab origine, nel testo sacro, il Corano; e che, oggi come allora, è in corso una vera e propria guerra, un tentativo di affermazione universale, che non ha a che fare con i gesti di singoli estremisti, di lupi solitari o di poveri pazzi, ma che riguarda la missione millenaria stessa della civiltà islamica: conquistare il mondo (altro che “tutte le religioni vogliono la pace”, come dice Francesco…). E da questo punto di vista, è in corso sì una guerra di religione, sebbene incentivata solo da una parte dei contendenti (più correttamente si dovrebbe parlare dunque di aggressione) e fatta al contempo di annessione territoriale (come capita in Medio Oriente, nella roccaforte dell’Isis), di azioni terroristiche ripetute ed eclatanti (come sta succedendo in Europa e in America, e non solo) e di più subdola sottomissione culturale.
Bene, Burke in modo lungimirante ha avuto il coraggio di denunciare il pericolo e dire parole di verità. In lui troviamo una reazione più maschia, più umana e più cristiana che nei mille sermoni buonisti di Francesco. Verrebbe da dire, se non avessimo già due Papi al soglio pontificio, Burke Papa subito.

"Gli islamici nelle nostre chiese? È in atto un assalto al cristianesimo"

Il vescovo Andrea Gemma boccia la preghiera comune: "In atto un attacco dell’Islam al cristianesimo"


Gli islamici non uniscono, anzi, dividono. Proprio i cristiani. Almeno constatando ciò che sta accadendo nella chiesa, dopo la visita di domenica di un gruppo di musulmani durante la messa.
Persino alcuni vescovi, "confusi", si dissociano dal Papa.
Nelle ultime ore, il vescovo emerito della diocesi di Isernia – Venafro, Andrea Gemma, in un’intervista al giornale online lafedequotidiana.it ha dichiarato: "Mi sento confuso dal Papa, capo della cristianità. Mi aspetterei maggior fermezza nella difesa dei cristiani, gradirei un Papa più energico nella tutela dei nostri valori e della fede, segnalando che fuori di Cristo e della sua Chiesa non esiste salvezza e che non è vero che tutte le religioni sono uguali o portartici di pace. Sotto questo profilo, Giovanni Paolo II e Ratzinger sono stati forti e chiari. Il discorso di Ratzinger a Ratisbona fu profetico, andrebbe letto, riletto e studiato. Ripeto: da vescovo e da fedele mi sento disorientato". Dichiara il presule, che aggiunge: "È in atto un assalto al cristianesimo da parte dell'islam".
E così, mentre le porte delle chiese di mezza Europa si sono aperte per fare spazio ai musulmani, il vescovo attacca: "L’Islam si basa sul Corano e prima di affermare che esiste un Islam moderato si legga quel libro. Vi sono pagine spaventose di odio, nelle quali si chiede di uccidere crudelmente chi non crede, gli infedeli e noi per loro tali siamo. E allora che pace è mai questa?". Si domanda monsignor Gemma. "Vorrei un Papa che difendesse con forza i cristiani e le loro necessità. Il dialogo con l’islam non è possibile".
La presenza di uno sparuto gruppo di islamici nelle chiese cattoliche durante la celebrazione della santa messa della domenica potrebbe disorientare ancora di più i cristiani. Il messaggio di Cristo è, si, amore, ma non resa al signore della morte. L’Islam, dalla sua nascita alla morte, consegna il messaggio del proprio dio.
http://www.ilgiornale.it/news/mondo/islamici-nelle-nostre-chiese-atto-assalto-cristianesimo-1292118.html

L’esercito dei martiri

Cinquecento anni fa a Otranto ottocento cristiani decapitati dai turchi in guerra contro l’occidente. Vent’anni fa in Algeria sette monaci trucidati, le teste appese a un albero
Dopo l'attentato di Rouen (foto LaPresse)
Il martire scrive col sangue la sua fede: proclama, col suo sacrificio, che la verità ch’egli possiede e per la quale si lascia uccidere, vale più della sua vita temporale, perché la fede è la sua nuova vita soprannaturale, presente e per l’eternità. Nessuno più inerme, più debole, più mansueto di lui; il martire è come un agnello; ma nessuno più coraggioso, nessuno più impavido, nessuno più vittorioso”.
Paolo VI




I turchi si avvicinarono alla città di Otranto con circa centocinquanta navi e quindicimila uomini. La città contava seimila abitanti. Appena dopo l’assedio, fu avanzata richiesta di resa come abiura alla fede in Cristo e la conversione all’islam. Di fronte al rifiuto, la città fu bombardata, e il 12 agosto 1480  cadde nelle mani degli invasori, che la saccheggiarono e uccisero l’arcivescovo, canonici, religiosi e fedeli nella cattedrale. Il giorno dopo, il comandante Gedik Ahmet Pascià ordinò che tutti gli uomini superstiti, circa ottocento dai quindici anni in su, fossero condotti presso l’accampamento turco e obbligati ad apostatare. Istantanea e decisa fu la risposta che a nome di tutti venne data da Antonio Pezzulla, denominato Primaldo, un umile cimatore di panni. Dichiarò che ‘essi tenevano Gesù Cristo per figliolo di Dio e loro Signore e vero Dio, e che piuttosto volevano mille volte morire che rinnegarlo e farsi turchi’. Ahmet Pascià ordinò allora l’immediata esecuzione capitale. Ebbero la testa o il corpo tagliati. Per un anno i corpi giacquero insepolti sul luogo del supplizio dove vennero ritrovati dalle truppe inviate a liberare Otranto”.

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Antonio Primaldo, raccontano le cronache del tempo e quelle più recenti, non aveva titoli speciali o incarichi particolari entro le mura della cittadella più orientale d’Italia. Era un sarto. Il suo rifiuto di rinnegare la fede gli fu fatale e il supplizio più tremendo. Ahmet decise che sarebbe stata la sua la prima testa a rotolare, a mo’ di monito ed esempio. Aveva osato troppo, rispondendo a tono al luogotenente del sultano ed ergendosi a portavoce ispirato della folla che fino a un attimo prima appariva sconfortata e rassegnata. Scrive Saverio De Marco nella “Compendiosa istoria degli ottocento martiri otrantini” (1905) che, portato sul luogo improvvisato dell’esecuzione – il colle della Minerva – poco fuori dalle mura, infuse speranza ai compagni rimasti senza nome. “Disse loro che vedeva il cielo aperto e gli angeli confortatori. Piegò la fronte, gli fu spiccata la testa, ma il busto si rizzò in piedi: e a onta degli sforzi de’ carnefici, restò immobile, finché tutti non furono decollati”. Uno dei boia gettò la scimitarra, non poteva credere ai suoi occhi: dinanzi agli sforzi per staccare quella testa, Primaldo restava ritto in piedi. “Confessò la fede cattolica essere vera, e insisteva di farsi cristiano”, raccontò uno dei quattro testimoni oculari. Il boia fu condannato all’impalamento.

Cinquecento anni dopo, nel 1980, sul colle della Minerva salì Giovanni Paolo II che ricordò “l’eroica testimonianza delle centinaia e centinaia di figli di codesta terra generosa, i quali, incitati e preceduti dall’esempio mirabile del beato Antonio Primaldo, caddero a uno a uno per tener fede alla fede”. “Ci ha fatto venire oggi qui a Otranto il ricordo dei martiri. Ci ha fatto venire qui la venerazione verso il martirio, sul quale, sin dall’inizio, si costruisce il regno di Dio, proclamato ed iniziato nella storia umana da Gesù Cristo”. E, ancora, “la sostanza del martirio è legata, dall’inizio e nel corso di tutti i secoli, con questo nome! Noi qualifichiamo come martiri quei cristiani che, nel corso della storia, hanno subìto sofferenze, spesso terrificanti, per la loro crudeltà “in odium fidei”. Coloro ai quali in odium fidei veniva infine inflitta la morte. Quindi coloro che accettando, in questo mondo, le sofferenze e subendo la morte hanno reso una particolare testimonianza a Cristo”. Ma lo sguardo doveva andare ben oltre le mura di Otranto, avvertiva profeticamente Giovanni Paolo II: “I martiri di Cristo – quelli delle prime generazioni, quelli della cosiddetta età media o dell’inizio dell’età moderna, come quelli dei nostri tempi – offrono, infatti, un esempio che equivale a un permanente e universale messaggio per la Chiesa e per il mondo. Non è forse vero che il martirio s’impone di per se stesso, per le virtù che presuppone ed esprime? Non è forse vero che il Sacrificio, spinto fino alla perdita della vita, ha un suo proprio linguaggio, il quale trascende l’epoca, in cui è compiuto, e si rende intelligibile in tutti i tempi?”.
La storia è maestra di vita, lo dicevano gli antichi, ma che non si tratti di mera frase di rito lo ha dimostrato lo scorrere incessante dei secoli. Anche allora, la leadership continentale del tempo si perdeva in disquisizioni sottili quanto futili sul peso d’ogni singolo stato in questo o quel dossier, le beghe tra vicini erano all’ordine del giorno, il Papa inviava moniti e suppliche e intanto i turchi cingevano d’assedio le isole del Mediterraneo e puntavano le prue dell’imponente flotta verso l’Adriatico. Dopotutto, Maometto II sognava di fare della basilica di San Pietro una lussuosa stalla per i suoi cavalli. Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. La massima di Tito Livio è sempre valida.

Lo sapeva bene anche Marcantonio Bragadin, il veneziano nominato dal Senato capitano del Regno di Cipro che nel 1570 dovette affrontare da solo l’assedio a Famagosta da parte dei turchi. Nicosia era caduta subito, il luogotenente Niccolò Dandolo fu decapitato e la sua testa inviata a Bragadin affinché s’arrendesse. Lui respinse ogni richiesta di capitolazione, convinto che prima o poi dalla madrepatria sarebbero giunti gli aiuti necessari a sbaragliare il nemico. Così non accadde. Tutto meno che la resa era il suo orizzonte. Piuttosto, scrisse Alessandro Podacataro, “havrebbe tolto il Crucifisso in mano, et sarebbe uscito in campagna, rendendosi sicuro che, da soldati di valor et honore havrebbe havuto seguito, et così gloriosamente havriano finito le miserie et la vita, acquistandosi il regno del cielo”. Alla fine, il 19 luglio, capì che la sorte era segnata. Decise di arrendersi, anche perché così gli avevano imposto i comandi militari, convinti che con una buona sfilata nell’accampamento nemico, una resa onorevole e una rapida partenza dall’isola, il danno sarebbe stato contenuto. I turchi garantirono l’incolumità a lui e alla milizia. Così, il 5 agosto, Bragadin e i suoi ufficiali si recarono al campo ottomano per consegnare le chiavi della città. Mustafà Pascià, che l’attendeva, stracciò l’accordo, fece legare i veneziani. A Bragadin furono mozzati naso e orecchie, quindi fatto camminare con un cesto di sassi e sabbia sulle spalle. Di seguito, appeso per ore al pennone d’una galera, fu frustato, prima di essere rinchiuso in una gabbia esposta al sole, con poca acqua. La pena, che si protraeva già da giorni, non era conclusa. Trascinato a colpi di bastone sulla piazza di Famagosta, gli aguzzini lo legarono alla colonna dei supplizi e lì cominciarono a scorticarlo vivo. Il capitano, narrarono i testimoni oculari, per tutto il tempo recitò il Miserere, invocando il nome di Cristo. Morì prima che l’opera del boia finisse. La pelle fu impagliata, rivestita delle insegne del comando, fatta sfilare per Famagosta e inviata a Costantinopoli come trofeo.

Pratica antica, quella dei trofei recapitati agli sconfitti o esibiti dinanzi alle folle esultanti. Macabro rituale anche dell’epoca presente, però, come dimostrano le mattanze che da qualche anno il web rilancia dalle strade siriane e irachene finite sotto il controllo della barbarie jihadista. Vent’anni fa, in Algeria, il copione fu assai simile. Nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996, il monastero trappisti di Notre-Dame de l’Atlas, a Tibhirine, vide l’irruzione di venti uomini del Gia, il Gruppo islamico armato. Sette monaci francesi furono sequestrati. Il 21 maggio, l’annuncio: “Abbiamo tagliato loro la gola”. Nove giorni dopo, poco lontano, furono ritrovate le teste mozzate. In sacchi di plastica neri. Alcune appese ai rami d’un albero, altre accatastate sul terreno. Dei corpi non si seppe più nulla.

Qualche anno fa, in un’intervista al Figaro, uno dei due superstiti, frère Jean-Pierre, ricordò quell’eccidio scacciando ogni ombra di dolore e morte: “Bisogna viverlo come qualcosa di molto bello, di molto grande.  Bisogna esserne degni. E la messa che celebreremo per loro non sarà in nero. Sarà in rosso”, disse quando un confratello sconvolto e in lacrime si recò da lui a riferirgli i dettagli del macabro ritrovamento. Il fatto è che “li abbiamo visti subito come martiri”. Per Tibhirine fu la fine: cinque anni dopo, i trappisti decisero di chiudere tutto, di andarsene dall’Algeria e di trasferire i sopravvissuti in Marocco.

“Il martire cristiano, come Cristo e mediante l’unione con lui, accetta nel suo intimo la croce, la morte e la trasforma in un’azione d’amore”, osservò Benedetto XVI nell’Angelus di santo Stefano, il 26 dicembre del 2007. “Quello che dall’esterno è violenza brutale, dall’interno diventa un atto d’amore che si dona totalmente. La violenza così si trasforma in amore e quindi la morte in vita”. “Bisogna sempre rimarcare questa caratteristica distintiva del martirio cristiano: esso è esclusivamente un atto d’amore, verso Dio e verso gli uomini, compresi i persecutori”, aggiunse Ratzinger. “A volte si soffre e si muore anche per la comunione con la Chiesa universale e la fedeltà al Papa”, chiosò il Pontefice oggi emerito. Una chiesa di martiri, disse Francesco un anno fa, parlando a Santa Marta, “quanti Stefano ci sono nel mondo! Pensiamo ai nostri fratelli sgozzati sulla spiaggia della Libia; pensiamo a quel ragazzino bruciato vivo dai compagni perché cristiano; pensiamo a quei migranti che in alto mare sono buttati in mare dagli altri perché cristiani; pensiamo a quegli etiopi, assassinati perché cristiani. E ancora tanti altri che noi non conosciamo, che soffrono nelle carceri perché cristiani”. Paolo VI, quarant’anni prima, invitava a riscoprire il Martirologio, che “dovrebbe ritornare a essere un libro di moda nella Chiesa”. E’ il martire, sottolineava Montini, “che mette in estrema evidenza la verità, che Cristo ci ha portato; è il martire che afferma l’amore nella sua suprema misura: il sacrificio. Tanta è la spirituale grandezza del martire ch’essa si trasforma in bellezza, e genera in chi la comprende questo a noi quasi inconcepibile affetto: il desiderio del martirio”.
di Matteo Matzuzzi | 01 Agosto 2016