ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 29 settembre 2016

..E continuare a dirsi cattolici

ONESTA' INTELLETTUALE

Un giornalista che incominci il suo servizio mettendo il proprio giudizio avanti alla stessa notizia del fatto su cui deve riferire, peraltro spesso ampiamente manipolata: ecco un esempio di disonestà intellettuale 
di Francesco Lamendola  




Nel mondo dei cosiddetti intellettuali (l’ultimo vocabolo usato come sostantivo) c’è una cosa sempre più rara e ormai, si direbbe, in via di estinzione: l’onestà intellettuale (l’ultimo vocabolo adoperato come aggettivo). In altre parole: gli intellettuali non sono più onesti in ciò che dovrebbe caratterizzare il loro modo di essere, la loro attitudine complessiva nei confronti del reale, e, di conseguenza, nei confronti della loro specializzazione: che sia l’arte, o la narrativa, o la saggistica, o la critica letteraria, cinematografica, artistica, o il giornalismo, e così via. Non sono onesti nel loro modo di porsi davanti alle cose; di conseguenza, non sono onesti nei confronti della loro disciplina; e ciò perché, a monte, non sono onesti come persone.
Un giornalista televisivo che incominci il suo servizio mettendo il proprio giudizio avanti alla stessa notizia del fatto su cui deve riferire (ed è pagato per farlo, mediante il canone, proprio dai cittadini che lo stanno ascoltando), peraltro ampiamente manipolata, stravolta, ribaltata rispetto alla realtà: ecco un esempio di disonestà intellettuale. Naturalmente, non lo fanno perché sono ignoranti, o perché sono stupidi (anche se, spesso, sono l’una e l’altra cosa), e nemmeno perché sono brutti e cattivi per destino o per vocazione: lo fanno perché sono avidi e vanitosi. Di conseguenza, per appagare la loro avidità e la loro vanità, si fanno mettere il guinzaglio e si offrono come schiavi ben stipendiati di un sistema che a tutto è interessato, tranne che alla verità e alla sua trasmissione onesta, cioè il più possibile obiettiva, documentata, imparziale.
Siccome viviamo in un mondo di individui asserviti, e siccome questa è la regola vigente anche, anzi, diremmo soprattutto, fra i cosiddetti intellettuali, la cosa finisce per non stupire più, o meglio, finisce per passare del tutto inosservata. Non ci si fa più caso; e, dunque, non ci s’indigna più. Il fatto che la corrispondente della Rai da Washington, Giovanna Botteri, da anni ci “passi” le notizie edulcorate e manipolate secondo lo schema gradito ai padroni americani (tanto per non fare nomi) sembra ormai cosa normalissima, anzi, non viene neppure rilevata; del resto, quel che fa lei, lo fanno tutti, praticamente tutti. Sia l’informazione a mezzo stampa, sia quella a mezzo televisione, sono completamente appiattite e omologate secondo i desideri dei poteri finanziari occulti che dirigono il gran teatro della globalizzazione. E un discorso analogo va fatto per le cattedre universitarie, per le case editrici, per la critica e le mostre d’arte, i concerti musicali, il teatro, il cinema, lo sport e ogni genere di spettacolo; senza dimenticare il settore scientifico, la sanità pubblica e privata, la ricerca, la sperimentazione, l’innovazione tecnologica (tipico esempio: i trasporti mediante il motore a scoppio, inquinanti e condizionati all’esaurimento delle risorse petrolifere, ma intoccabili per la volontà delle grandi compagnie di estrazione del greggio e per gli interessi della monarchia saudita e di qualche altro sceicco mediorientale, finanziatore del terrorismo e custode di un fondamentalismo oscurantista, ma indispensabile quale alleato degli interessi strategici di Stati Uniti e d’Israele).
Nel caso della sanità e dei colossi dell’industria farmaceutica, il Pensiero Unico ha decretato la  criminalizzazione di qualsiasi forma di medicina alternativa a quella accademica ufficiale (a dispetto dell’evidenza, e cioè del fatto che, da sempre, popoli interi, come quelli dell’India, si curano mediante la medicina naturale): pure, se un malato di cancro muore dopo aver rifiutato le cure ospedaliere, basate sulla chemioterapia, ed essersi affidato alla medicina delle Cinque leggi biologiche di Hamer, immediatamente si leva un immenso clamore mediatico per sottolineare le imperdonabili responsabilità delle medicine “non scientifiche”; tacendo bellamente il fatto che, secondo stime prudenti, il 30% delle malattie totali sono di origine iatrogena, ossia provocate dalle cure stesse della medicina accademica e ufficiale.
Ora, l’onestà intellettuale è quella cosa per cui un corrispondente dagli Stati Uniti non dovrebbe tacere il coinvolgimento della CIA e della NATO nella nascita e nella crescita dei movimenti terroristici dell’estremismo islamico, Al Quaida e Isis compresi; non dovrebbe dare a credere che la guerra civile in Siria rischia di degenerare in una terza guerra mondiale per colpa della Russia di Putin; e che, dietro gli attentati sanguinosi di Charlie Hebdo, del Bataclan e di Nizza, c’è anche, direttamente o indirettamente, la longa manus dei servizi segreti francesi, i quali perseguono da anni degli obiettivi non ufficiali e inconfessabili nel teatro nordafricano e in quello mediorientale, soprattutto per ragioni economiche.
Onestà intellettuale è riconoscere i propri errori, ammettere le proprie cantonate, esplicitare e motivare i propri compromessi e i propri cambiamenti d’indirizzo ideologico. In base ad essa, tutti gli intellettuali italiani di sinistra che, negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, hanno fatto il bello e il cattivo tempo nello scenario culturale, monopolizzando tutte le risorse e riservando a sé soli il potere di promuovere o di condannare chiunque non appartenesse alla loro parrocchia marxista, almeno dopo il crollo del comunismo, alla fine degli anni Novanta, facessero ammenda del loro errore, facessero mea culpa delle loro responsabilità: riconoscessero di aver adorato un idolo fasullo, menzognero e sanguinario, e si dichiarassero pentiti e contriti, magari allegando l’attenuante della buona fede. Ma così non è stato. Nessuno ha fatto mea culpa, nessuno ha fatto ammenda, nessuno ha riconosciuto i propri errori; al contrario, con intatta arroganza e con l’abituale sicumera, tutti quei signori sono transitati bellamente in altri lidi ideologici, o presso altre filosofie pratiche di vita (l’edonismo e l’individualismo esasperato dei radicali al posto del collettivismo e dell’internazionalismo del passato comunista), o, in larghissima misura, entrando abusivamente nell’area del cattolicesimo progressista e agguantando bandiere non loro, anzi, bandiere che avevano fino a ieri disprezzato e combattuto, per tornare a brandire uno straccio purchessia, questa volta resi ancora più protervi dalla rocciosa convinzione di essere mandati da Dio e di rappresentare il vero Vangelo, quello che i preti, sinora, avevano travisato e adulterato.
E adesso veniamo alla Chiesa. Onestà vorrebbe che, se non si ha più la fede, si lasci perdere il cristianesimo; se il Vangelo non piace così com’è, si dichiari apertamente di volerlo riformare; se si pensa che il magistero ecclesiastico abbia sbagliato per secoli e secoli ad insegnare le cose che insegnava, lo si dica con franca lingua. A quel punto, però, non si può più rimanere nella Chiesa: perché la Chiesa è quella che è, e ha duemila anni di Tradizione alle spalle: se non piace, non si può pretendere di riformarla; bisogna uscirne fuori e fondare un’altra chiesa, e, magari, un’altra religione. Se non si crede più che Gesù era il Figlio di Dio, bisogna dire con lealtà che non si è più cristiani; e che, del cristianesimo, si accettano solo taluni insegnamento morali, e nient’altro. Il cristianesimo, così come sempre è stato, si fonda sull’Incarnazione e sulla Passione, Morte e Resurrezione di Gesù; inoltre, sulla unità e trinità di Dio. Tolti o messi in dubbio questi due dogmi, si toglie o si mette in crisi tutto il resto. Pare che, oggi, ad alcuni teologi modernisti e a parecchi preti progressisti, questi dogmi non piacciano, o, quanto meno, che non piaccia la loro assolutezza: vorrebbero rivederli, aggiornarli: oh, per carità, niente di speciale; solamente renderli più accessibili alla mentalità dell’uomo moderno. Ecco: questa è la disonestà intellettuale. Il cristianesimo è questo, il Vangelo è questo: se non piacciono, si può benissimo rifiutarli: chi è costretto a credere, oggi? O a farsi battezzare? O ad accostarsi ai sacramenti? Ma se si va in Chiesa, si fanno battezzare i propri figli, se ci si accosta all’Eucarestia, non si può mettere in discussione, subdolamente e artatamente, i dogmi essenziali del cristianesimo. Non si può insinuare che Dio c’è, ma solo alla domenica; che dobbiamo arrangiarci a far da soli, negli altri sei giorni della settimana; che i miracoli sono solo dei simboli, ma non avvennero in realtà; che nessuno può resuscitare dai morti, neppure Dio (che forse non c’è): non si possono insinuare tali dubbi, e continuare a dirsi cristiani e a rimanere dentro la Chiesa. Chi lo fa è disonesto: ha fatto apostasia, ma non lo vuole ammettere: preferisce cercar di portare tutta la Chiesa sulle proprie posizioni (apostatiche), piuttosto che uscirne pulitamente e onorevolmente.
Oppure parliamo della morale cattolica. La morale cattolica non è una invenzione di qualche prete bigotto: è il risultato di una elaborazione teorica e pratica antichissima, che poggia su alcuni punti essenziali e non negoziabili, che non sono soggetti alla mutevolezza dei tempi. Il valore della vita, per esempio: ed ecco perché né l’aborto volontario, né l’eutanasia, tanto più se pratica su dei bambini, sono accettabili per un cattolico: al contrario, sono dei peccati gravissimi. Il matrimonio, poi, è l’unione irrevocabile fra un uomo e una donna, benedetta da Dio e aperta alla procreazione. Se a qualcuno tali norme non piacciono, non ha che da scegliere diversamente: può praticare l’aborto, visto che la legge glie ne dà il diritto, e anche l’eutanasia; può divorziare fin che gli pare; e può anche sposarsi - in municipio – con una persona dello stesso sesso. Quello che non si può fare, perché sarebbe estremamente disonesto dal punto di vista intellettuale, cioè supremamente incoerente ed ipocrita, è rimanere nella Chiesa cattolica e continuare a dirsi cattolici; anzi, a dirsi più cattolici degli altri cattolici, e darsi le arie d’interpretare il Vangelo in maniera più veritiera. No, questo non lo si può fare. Tutto si può fare, ma bisogna essere onesti e avere un minimo di decenza e di pudore; bisogna assumersi la responsabilità e le conseguenze dei propri atti. Se si vuole sposare una persona del proprio sesso, non si può pretende di farlo in chiesa, davanti a Dio; e il fatto che ci siano dei preti disposti, dispostissimi, a celebrare simili “matrimoni”, la dice lunga su quanto il male della disonestà intellettuale sia penetrato a fondo, non solo fra i laici, ma anche nel clero.
Un vescovo che nega l’esistenza del Diavolo, che nega l’esistenza dell’Inferno, che rifiuta categoricamente di avere un esorcista nella propria diocesi: ma che razza di vescovo è? Disonestà intellettuale: vuole fare il vescovo della Chiesa cattolica, ma contraddice alcuni insegnamenti basilari della dottrina cattolica. Un prete che si dice possibilista, in certi casi particolari, sia riguardo alla pratica dell’aborto volontario, sia riguardo all’eutanasia: ma che razza di prete è? Disonestà intellettuale: vuole fare il prete della Chiesa cattolica, ma tradisce l’insegnamento del Magistero ecclesiastico. E lo fa per superbia: perché pensa di aver compreso meglio di chiunque altro, lui, dopo duemila anni di storia della Chiesa, che cosa il Vangelo afferma e che cosa proibisce. Un teologo cattolico che sforna un libro dietro l’altro, va in televisione, sfrutta la notorietà, sostenendo che Dio è solo un’ipotesi; che la Resurrezione di Cristo è tutta da dimostrare, e quindi anche la sua divinità; che mette in forse anche la vita dopo la morte e l’eternità dell’anima; che nega senz’altro l’esistenza dell’Inferno, benché Gesù ne parli in termini chiarissimi, sostenendo che essa sarebbe in contrasto con la sua misericordia: ma che razza di teologo cattolico è? Certo non è cattolico; e, secondo noi, non è neppure teologo: perché la teologia, da che mondo è modo, deve aiutare a chiarire i problemi della fede, non mettere in crisi i credenti e riempirli di dubbi angosciosi. Eppure, molti di costoro pretendono di occupare delle cattedre di teologia nelle facoltà cattoliche: e, per schiodarli dalle loro poltrone, ce ne vuole del bello e del buono, come è stato nel caso di Hans Küng. Sono apostatici, ma pretendono d’essere ortodossi: di essere,anzi, i veri e legittimi interpreti del Vangelo di Gesù Cristo.
Se poi ci si domanda da dove vengano tanta faccia tosta, tanta improntitudine, tanta spudoratezza, la risposta non è difficile: vengono dalla “rivoluzione culturale” degli anni Sessanta: del Concilio Vaticano II, nella Chiesa, e dal ’68, nella società civile. In quegli anni, la regola era: predicare la rivoluzione e, intanto, sputare nel piatto dove si mangiava. Disprezzare e criticare spietatamente i “vecchi”, e intanto vivere a scrocco di papà, fingendo di studiare per prendersi una laurea. Questa disonestà intellettuale è partita dai seminari – la stagione conciliare precede il Sessantotto e lo prepara: si pensi agli esiti della Facoltà di sociologia a Trento, frequentata in massa dai cattolici di sinistra – e si è estesa, come un’infezione virale, nei licei, nelle università, sulle barricate degli studenti contro la polizia. E l’hanno favorita e preparata in ogni modo gl’intellettuali di sinistra, sia nella Chiesa – come don Lorenzo Milani – sia fuori di essa: si pensi a un Pier Paolo Pasolini, a un Alberto Moravia, e a cento e cento altri. Studiare in seminario, diventar prete, e poi usare il pulpito per parlare contro il papa, contro la Chiesa, contro i dogmi cattolici: troppo comodo. Studiare al liceo e all’università, diventare professori, e poi usare la cattedra per predicare contro lo Stato, contro l’odiata borghesia, contro la scuola stessa: troppo comodo. È stata una generazione (con le debite eccezioni) di persone intellettualmente disoneste: non stupisce che, da vecchi, non abbiano perso il vizio, e che abbiano trasmesso la loro stessa attitudine, cinica e opportunista, ai loro figli e ai loro nipoti. Quindi, non lamentiamoci troppo dei professori di oggi, dei medici di oggi, dei preti e dei vescovi di oggi: la nostra intellighenzia è passata attraverso una scuola superba di disonestà intellettuale: quella dove non si ha mai torto, sia ha sempre ragione, e il torto l’hanno solo gli altri… 

Quella cosa chiamata onestà intellettuale

di Francesco Lamendola



Francesco ai giornalisti: “Attenti alle seduzioni del potere”


    C’è una parola al centro del messaggio rivolto da papa Francesco al Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, il 22 settembre, nella Sala Clementina. La parola è «responsabilità». Sebbene il giornalismo, come l’intera realtà, sotto l’influsso delle innovazioni tecnologiche e delle trasformazioni sociali e culturali, viva una fase di veloci e profondi cambiamenti,  chi si occupa di comunicazione in modo professionale deve avere comunque e sempre nel senso di responsabilità la bussola con la quale orientarsi e l’ideale da alimentare senza sosta. Anzi, proprio l’espandersi dei nuovi media, con le opportunità che offrono ma anche con le insidie che presentano, richiede un surplus di responsabilità.
Tutti i lavori sono importanti, ma è innegabile, ha detto Francesco, che quello del giornalista è un mestiere che possiede una rilevanza tutta particolare, per l’influsso che ha, sotto molti profili, sulla vita degli individui e delle comunità. Dal senso di responsabilità dei comunicatori professionali dipendono in buona parte gli stili di vita delle persone così come la qualità culturale e morale dei paesi e la loro stessa tenuta sociale.
Anche la Santa Sede, ha ricordato Francesco, sta rivedendo il suo modo di fare comunicazione, attraverso un processo di riforma che è già incominciato e si sta muovendo lungo le linee dell’efficienza e di una sempre maggiore efficacia. Tutte queste trasformazioni avvengono spesso in modo convulso, perché chi fa comunicazione è pressato dall’evolversi degli avvenimenti e raramente ha il tempo di fermarsi a riflettere. Eppure uno spazio di riflessione, ha ricordato il papa, i giornalisti lo devono trovare, a maggior ragione in un’epoca come la nostra, proprio perché segnata da trasformazioni senza precedenti.
Tre gli elementi sui quali il papa ha chiesto di riflettere e interrogarsi: «Amare la verità, una cosa fondamentale per tutti, ma specialmente per i giornalisti; vivere con professionalità, qualcosa che va ben oltre le leggi e i regolamenti; e rispettare la dignità umana, che è molto più difficile di quanto si possa pensare a prima vista».
Amare la verità, ha ricordato Francesco, significa non soltanto cercarla, affermarla e onorarla con il proprio lavoro, ma testimoniarla attraverso il modo in cui il proprio lavoro viene svolto. Occorre dunque coerenza tra i valori che si professano e il modo di vivere. Il problema, ha tenuto a sottolineare Bergoglio, non sta nell’essere o non essere credenti: la questione  qui è decidere se si vuole essere o non essere onesti con se stessi. Una raccomandazione quanto mai puntuale e opportuna se si pensa agli stili di vita nelle nostre redazioni, dove magari ci occupiamo ogni giorno di argomenti edificanti, e dove arriviamo perfino a fare la morale agli altri, ma ci comportiamo male nei confronti dei nostri colleghi e collaboratori.
La verità, ha ricordato Francesco, deve essere l’obiettivo a cui tendere costantemente, ma sempre nella consapevolezza che, all’interno della realtà di cui ci si occupa, occorre saper distinguere tra diverse sfumature. In politica è spesso difficile percepire la differenza fra chi ha torto e chi ha ragione, ma anche nella cronaca non sempre è possibile stabilire che cosa è vero e che cosa non lo è. Compito del giornalista – ma il papa a questo proposito è arrivato a parlare di autentica «missione» – è allora quello di fare ogni sforzo per avvicinarsi il più possibile alla verità senza mai dimenticare la complessità di ciò che è chiamato a riferire. L’importante è non dire e non scrivere mai una cosa che, in coscienza, si sa non essere vera.
Quanto al vivere con professionalità, Francesco ha spiegato che, al di là di ciò che è scritto nei numerosi codici deontologici che regolano il mestiere del giornalista in tutti i suoi aspetti, si tratta di mantenere viva la consapevolezza di essere al servizio di tutti, al di sopra delle parti. Mai, dunque, sottomettere il giornalismo alla logica degli interessi di qualcuno, si tratti di interessi economici, politici o di altro genere. Professionalità, di conseguenza, non significa soltanto saper padroneggiare le tecniche della comunicazione: significa, prima di tutto, coltivare la propria indipendenza mantenendosi autonomi rispetto a ogni forma di potere e di possibile pressione. Dovrebbe far riflettere, ha sottolineato il pontefice, il fatto che nel corso della storia le dittature, di qualsiasi orientamento e colore, hanno sempre cercato di impadronirsi dei mezzi di comunicazione a scopo di propaganda e di imporre ai giornalista nuove regole.
Terzo punto: il rispetto della dignità umana, questione nodale. Perché dietro qualunque avvenimento e notizia ci sono sempre persone, con le loro sensibilità, i loro sentimenti, le loro emozioni. C’è, in sostanza, la vita vera delle persone, e con questa non si può giocare, né la si può ridurre a mezzo. Francesco, l’ha ricordato lui stesso, ha molte volte stigmatizzato l’uso della «chiacchiera», della maldicenza, come arma per colpire le persone, un uso purtroppo diffuso anche all’interno delle strutture ecclesiali. È in effetti una forma di terrorismo che può arrivare a uccidere, come possiamo vedere bene nel caso dei social media, la cui invasività è senza precedenti. Ecco perché il rispetto delle persone deve essere in cima ai pensieri del giornalista. Mai dimenticare che con le nostre parole e le nostre immagini possiamo arrecare sofferenza, distruggere una reputazione, addirittura condurre alla morte. Certo, precisa Francesco, la critica è sempre legittima, così come la denuncia del male, ma la persona va sempre e comunque rispettata, specie nei suoi affetti: «Il giornalismo non può diventare “un’arma di distruzione” di persone e addirittura di popoli. Né deve alimentare la paura davanti a cambiamenti o fenomeni come le migrazioni forzate dalla guerra o dalla fame».
Il giornalismo, questo l’auspicio conclusivo di Francesco, diventi sempre di più un fattore di crescita al servizio della fratellanza e del bene comune, costruendo una cultura dell’incontro ed evitando di alimentare i conflitti.
Una meditazione, quella di papa Bergoglio, all’insegna del realismo, che è un suo tratto distintivo, e dell’assoluta mancanza di accenti confessionali. Chiaramente, per un giornalista cristiano le parole pronunciate dal papa hanno un valore particolare, ma Francesco si è rivolto veramente a tutti, al di là dell’eventuale vita di fede e dell’appartenenza religiosa. Un discorso che sarà bene tornare a leggere, di tanto in tanto, specie nei momenti in cui noi professionisti della comunicazione subiamo la tentazione di cedere alle logiche del potere e di prendere scorciatoie morali che ci allontanano dalla ricerca della verità e dal rispetto di noi stessi e degli altri.
Aldo Maria Valli
in  www.farodiroma.it  28 settembre 2016