ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 23 settembre 2016

Il mondo nuovo che è nei loro progetti.



ATTACCO ALLA FAMIGLIA

    La sola vera famiglia che sia mai esistita al mondo la sola umanamente possibile quella formata dall’uomo e dalla donna e aperta alla nascita dei figli è sotto attacco, e si serve di molteplici e astuti strumenti di offesa                                                         di Francesco Lamendola
La famiglia – la sola vera famiglia che sia mai esistita al mondo, la sola umanamente possibile e pensabile: quella formata dall’uomo e dalla donna e aperta alla nascita dei figli – è sotto attacco, e l’attacco si svolge su molteplici direttrici e si serve di molteplici e astuti strumenti di offesa, materiali e intellettuali.
Su questo non c’è il minimo dubbio, e anche solo provare a spiegarlo equivarrebbe a una perdita di tempo, perché se qualcuno non l’avesse ancora compreso, ciò non potrebbe avere che un unico significato: il rifiuto pregiudiziale e ideologico di guardare la realtà per quella che è; o, peggio, la volontà deliberata di fare finta di nulla, affinché l’attacco, non segnalato e non riconosciuto, si sviluppi e proceda con accresciute probabilità di successo.
La recente approvazione, da parte dei parlamenti di quasi tutti i Paesi occidentali, di una legislazione che, in pratica e de iure, equipara le unioni di fatto alla famiglia vera e propria, e che, addirittura, riconosce come “matrimonio” l’unione di due persone del medesimo sesso, e garantisce loro la possibilità di procreare mediante svariati artifici, o di adottare bambini, al pari di qualsiasi altra coppia regolare, ciò non è altro che l’ultimo episodio di questa offensiva, che parte da lontano e dura da decenni, se non da secoli - precisamente, dal libertinismo del XVII secolo -, e le cui precedenti tappe sono state il riconoscimento legale del divorzio, poi dell’aborto, della libertà di drogarsi, e ora dell’eutanasia, attuata, sui richiesta dei genitori, anche nei confronti di bambini e adolescenti ancora minorenni.
Non è facile dire se una coppia di omosessuali che si sposano con grande clamore e spettacolarità, oppure dei genitori che decidono di procedere all’eutanasia del loro figlio, malato terminale, con pari spettacolarità mediatica (e pur nella ovvia, profonda differenza delle loro rispettive situazioni), siano coscienti di stare svolgendo una parte assai più grande di quella che, forse, immaginano: vale a dire, d’interpretare in prima persona l’attacco alla famiglia che potenti circoli e lobby massonico-gnostico-radicali stanno portando avanti, nel quadro di un disegno globale di destrutturazione della società, in vista di una ristrutturazione futura secondo i loro obiettivi (anche e soprattutto economici e finanziari), le loro finalità (anche politiche) e le loro convinzioni sociali, filosofiche e religiose, nonché secondo gli schemi di potere e le strategie di dominio da essi tenacemente perseguiti nel corso del tempo.
Consapevoli o meno, sta di fatto che costoro servono la campagna in atto per delegittimare, screditare, indebolire, frantumare la famiglia naturale, e, a maggior ragione, la famiglia cristiana, o quel che resta di essa; e che la strategia privilegia di tale offensiva consiste nel premere al massimo sull’acceleratore della politica dei diritti individuali, eretti ormai a supremo e indiscutibile Vangelo di una società che sia “progredita”, “democratica” e “civile”, contrapposta alle società incivili, antidemocratiche e arretrate, nelle quali vi sono delle deplorevoli e inaudite perplessità ad accordare sempre nuovi diritti a ciascun soggetto, senza tener conto della stabilità dell’insieme e senza accompagnare l’acquisizione di essi con l’assunzione dei corrispettivi doveri.
Si vuole distruggere la famiglia per portare la società verso il caos; e poi dal caos, con ributtante cinismo, i gruppi di potere in questione si ripropongono di ricostruirla, o meglio, di costruirne una interamente nuova: che non abbia più nulla che richiami a una identità, a un senso di appartenenza, a una specifica cultura; e, soprattutto, che non abbia più nulla di cristiano. Solo così, essi pensano, sarà possibile costruire il mondo nuovo che è nei loro progetti.
A sua volta, l’attacco alla famiglia è stato preceduto e preparato dall’attacco alla donna: alla sua identità, alla sua specificità, vale a dire alla sua maternità. Siamo arrivati al tasso d’incremento demografico zero, perché, per decenni, la donna è stata sottoposta a un bombardamento incessante mirante a convincerla che ella, come madre, non si realizzerà mai, sarà sempre una schiava e una prigioniera dei suoi figli e delle sue responsabilità materne, oltre che del marito; ma che ella può e deve cercare di realizzarsi come femmina, come animale da seduzione, in modo da avere qualsiasi uomo ai suoi piedi, ma senza mai farsi mettere il guinzaglio da nessuno: insomma, che non deve aspirare ad essere madre, ma amante.
A sua volta, l’uomo è stato bombardato da una analoga campagna psicologica mirante a persuaderlo che, nella donna, egli non deve cercare la sua compagna di vita, la madre dei suoi figli, ma uno strepitoso animale da letto, un giocattolo erotico dalle prestazioni inesauribili; sicché ha incominciato a guardare con commiserazione le donne che aspirano “soltanto” a divenire spose e madri, il loro modo di vestire modesto, il loro modo di muoversi pudico, il loro naturale riserbo: la loro assenza di trucco, di abbronzatura, di muscoli modellati dalla palestra, di tatuaggi, tutto questo appare ad essi qualcosa di povero, di meschino, di provinciale. Si sono creati così due nuovi tipi umani: la perfetta cretina e il perfetto cretino, degni l’uno dell’altra; non solo volgari e banali, ma convinti, nella loro inconsapevolezza, di essere speciali, anzi, unici, e di avere il diritto all’altrui ammirazione proprio in ciò che di meno originale possiedono.
Se, poi, ci si chiede come sia stato possibile questo rimbecillimento, questo imbarbarimento, questo pauroso regresso, la risposta si presenterà quasi subito a una indagine spassionata: è stato l’effetto di una esasperata, programmata, scientifica erotizzazione dell’immaginario collettivo, e, un poco alla volta, della società stessa. Dopo un lavaggio del cervello pubblicitario, televisivo e cinematografico durato parecchi anni, i modelli erotizzanti di uomini e donne presentato dal piccolo e dal grande schermo, e perfino dai giochi elettronici del computer, hanno fatto la loro felice comparsa nel mondo reale: si sono incominciati a vedere uomini e donne conciati e truccati esattamente come i loro “eroi” mediatici, vestiti come loro, atteggiati come loro, parlanti come loro. Una specie di incubo divenuto realtà, in mezzo alla soddisfazione generale, e nel tripudio dei giovanissimi e delle giovanissime, sempre più felici di potersi “emancipare” mediante l’assunzione di modelli prefabbricati, dei quali,  evidentemente, non percepiscono la natura totalmente posticcia, totalmente fasulla, o, per meglio dire, totalmente fantasmatica.
Una volta incuneato l’erotismo esasperato in ogni piega più nascosta dell’immaginario, sia collettivo, sia, ovviamente, quello individuale, e una volta resi gli uomini e le donne schiavi della lussuria, anzi, dell’idea e del bisogno (anche solo virtuale) del piacere sessuale, è passata, con ciò stesso, nella società, una nuova filosofia di vita: quella dell’individualismo esasperato, con il suo logico, inevitabile corollario: la teoria dei “diritti” individuali garantiti a tutti e per qualsiasi cosa, per qualsiasi bisogno, per qualsiasi capriccio, per qualsiasi abuso. Un uomo o una donna ossessionati dal sesso non hanno altro in mente che la soddisfazione dei loro demoni privati: altro che famiglia, altro che bambini, altro che responsabilità. Ciò che essi vogliono, e lo vogliono ciecamente, testardamente, a qualunque costo, è di ottenere il riconoscimento del diritto di inseguire la loro privata ricerca della felicità, che coincide, per essi, con il piacere (edonismo radicale): così si è voluto, e così è stato. Oggi questa filosofia è entrata talmente a fondo nel modo di pensare e di sentire delle persone, che ben poche si rendono conto della sua arbitrarietà, della sua artificiosità e, in ultima analisi, della sua pericolosa, distruttiva assurdità.
Si tratta di un delirio collettivo ormai dilagante e quasi ovunque imperante, che poggia su di un vero e proprio errore antropologico: quello d’immaginare che si dia un “individuo assoluto”, indipendentemente e anteriormente alla società. È il vecchio, micidiale errore dei giusnaturalisti, poi di Rousseau e dei cultori del mito del “buon selvaggio”, il mito di un individuo buono in una società cattiva; il mito da cui è nata l’ideologia del liberalismo, e, dopo di essa, dei suoi legittimi eredi, il comunismo, l’anarchismo, la democrazia, il fascismo; legittimi perché hanno cercato di dare una “risposta” alla assolutizzazione dell’individuo, risposta che, non di rado, è stata altrettanto delirante di ciò che si voleva correggere, perché ha creato uno Stato-Leviatano che riassorbe in sé gl’individui e si riprende quella libertà disordinata che aveva concesso loro.
Una società in cui l’individualismo assoluto viene eretto alla dignità di ideologia ufficiale e politicamente corretta, è una società che corre verso l’autodistruzione. Nessuna società può permettersi il lusso d’incoraggiare l’individualismo assoluto, tanto meno riconoscerlo per legge attraverso il sistema dei “diritti” individuali garantiti in via di principio, cioè fuori da ogni situazione contingente e fuori da ogni possibile limite. Perfino il diritto individuale che ci si presenta come il più naturale, logico ed evidente, il diritto alla vita, non è veramente tale, se si guardano le cose con mente sgombra da preconcetti ideologici, ma dipende dal contesto della situazione. Se, ad esempio, la patria viene ingiustamente aggredita, e lo Stato si vede costretto a difendersi, mobilitando le forze armate, in base al “diritto alla vita” astratto e ideologizzato, chiunque potrebbe rifiutarsi di essere arruolato e di concorrere alla difesa comune. E la stessa cosa potrebbero fare i membri delle forze di polizia, quando venissero chiamati ad arrestare un pericoloso delinquente: la possibilità di restare uccisi, o anche quella di dover uccidere, metterebbe i tutori dell’ordine in contrasto con la garanzia assoluta del diritto alla vita, riconosciuta dalla costituzione democratica. Perfino le squadre dei pompieri potrebbero rifiutarsi di intervenire per placare un incendio, e potrebbero restare a guardare gli inquilini di un condominio mentre periscono in mezzo alle fiamme. Abbiamo scelto un solo esempio, quello del diritto alla vita; ma potremmo andare avanti con un lunghissimo elenco di diritti assoluti a tutela dell’individuo, la cui rigorosa applicazione manderebbe in pezzi qualunque compagine statale, anzi, qualunque società organizzata, fosse pure una società decentrata, autogestita e perfettamente egualitaria, così come la sognavano, romanticamente, gli anarchici della passata generazione.
E come la mettiamo con le minoranze? Se, in via di principio, allo scopo di evitare odiose “discriminazioni”, si riconosce che, tutti hanno diritto a tutto, è evidente che, prima o dopo, bisognerà riconoscere il diritto di un handicappato di guidare un treno o di pilotare un aereo; il diritto di un cieco di presiedere una giuria per l’assegnazione di un premio di pittura, di scultura o, magari, di danza; il diritto di un immigrato clandestino di divenire cittadino a pieno titolo, e di accedere a tutti i servizi sociali, la sanità, la scuola, i trasporti; il “diritto” di una persona omosessuale di ricoprire la carica di assessore per le “politiche familiari”. Sono situazioni che, in parte, già si sono realizzate, e senza che nessuno, o quasi, se ne meravigliasse, tanto meno tentasse di opporvisi; altre le vedremo realizzate nei prossimi anni, e non c’è da dubitare che, prima o poi, qualche giudice progressista finirà per riconoscere il buon diritto del signor Rossi di assumere droghe e poi mettersi al volante della propri automobile, perché, in fin dei conti, la strada è di tutti e lo Stato non deve essere uno Stato etico, ma deve riconoscere a ciascuno il massimo della libertà individuale: e quale libertà più evidente di quelle di assumere droghe o di mettersi al volante per andare in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento?
Non solo l’esasperazione pornografica dell’erotismo, ma anche l’esasperazione romantica dell’amore ha contribuito all’instaurarsi di una vera e propria dittatura dell’individualismo assoluto. Si è gonfiato al massimo - nella letteratura, nel cinema, nei programmi televisivi, nella pubblicità - il carattere passionale dell’amore; si è fatto in modo di convincere le persone che l’amore, per essere davvero tale, deve essere estremamente passionale; e, in tal modo, si è sottolineata ad arte la distanza abissale, siderale, fra l’amore-passione e il lento e grigio tran-tran della vita coniugale e familiare, dove tutto è scontato, monotono, ripetitivo, e dove non c’è mai tempo per sognare, per scambiarsi parole appassionate, per fare l’amore, perché ci sono i figli che intralciano la relazione dei genitori-amanti. E poi il matrimonio si basa su di una promessa definitiva: ma oggi chi ha voglia d’impegnarsi a fondo, e, soprattutto, chi non vedrebbe in un impegno di tal natura, un attentato bello e buono alla libertà individuale di ciascuno? Abbasso il matrimonio, dunque: prima, quello religioso, il più esigente, il meno addomesticabile; poi, quello civile, in quanto comporta pur sempre un impegno pubblico e solenne. E avanti con le libere unioni. Frattanto, però, l’istituto matrimoniale non è caduto nell’oblio: ora ci sono le coppie omosessuali che lo vogliono fermamente. Strano, no?

L’attacco alla famiglia inizia dalla donna e ha come obiettivo l’intera società
di Francesco Lamendola