ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 11 settembre 2016

Malachia allungato?Forse sì, forse no..



Benedetto XVI ultimo papa? Quello che non vi hanno detto.

Ma chi è oggi il Papa e precisamente quanti ce ne sono? La confusione regna sovrana e la nuova uscita di Benedetto XVI – il libro-intervista “Ultime conversazioni” – invece di dissolvere i dubbi li moltiplica.

Parto dal dettaglio più curioso.
Domanda Peter Seewald a Benedetto XVI:

“Lei conosce la profezia di Malachia, che nel medioevo compilò una lista di futuri pontefici, prevedendo anche la fine del mondo, o almeno la fine della Chiesa. Secondo tale lista il papato terminerebbe con il suo pontificato E se lei fosse effettivamente l’ultimo a rappresentare la figura del papa come l’abbiamo conosciuto finora?”.

La risposta di Ratzinger è sorprendente: “Tutto può essere”. Poi addirittura aggiunge: “Probabilmente questa profezia è nata nei circoli intorno a Filippo Neri” (cioè la chiama “profezia” e la riconduce a un grande santo e mistico della Chiesa). Conclude con una battuta di alleggerimento, ma quella è stata la sua risposta.

LA ROTTURA
Dunque Benedetto XVI ritiene di essere stato l’ultimo papa (per la fine del mondo o la fine della Chiesa)? Probabilmente no. Allora ritiene – almeno secondo la versione dell’intervistatore – di essere stato l’ultimo ad aver esercitato il papato come l’abbiamo conosciuto per duemila anni? Forse sì.
E anche questa seconda fa sobbalzare, perché è cosa nota che il papato – d’istituzione divina – per la Chiesa non può essere cambiato da una volontà umana.
Del resto quale cambiamento? C’è una rottura nell’ininterrotta tradizione della Chiesa?
Un altro flash del libro porta in questa direzione. “Lei si vede come l’ultimo papa del vecchio mondo” domanda Seewald “o come il primo del nuovo?”. Risposta: “Direi entrambi”.
Ma che intende dire? Cosa significa “vecchio” e “nuovo”, soprattutto per uno come Benedetto XVI che ha sempre combattuto l’interpretazione del Concilio come “rottura” della tradizione e ha sempre affermato la necessaria continuità, senza cesure, della storia della Chiesa?
A pagina 31 Seewald afferma (e il testo è stato rivisto e vidimato da Benedetto XVI) che Ratzinger ha compiuto un “atto rivoluzionario” che “ha cambiato il papato come nessun altro pontefice dell’epoca moderna”.
Questa tesi – che evidentemente allude all’istituzione del “papa emerito” – ha qualche aggancio con le cose che dice Ratzinger in questo libro? Sì, a pagina 39.

IL GIALLO
Prima di riassumere cosa dice qui papa Benedetto, però, devo ricordare che la figura del “papa emerito” non è mai esistita nella storia della Chiesa e i canonisti hanno sempre affermato che non può esistere, in quanto il “papato” non è un sacramento, come invece è l’ordinazione episcopale, infatti in duemila anni tutti coloro che hanno rinunciato al papato sono tornati allo status precedente, mentre i vescovi rimangono vescovi anche quando non hanno più la giurisdizione di una diocesi.
Ciononostante Benedetto XVI, negli ultimi giorni del suo pontificato, andando contro tutto ciò che i canonisti avevano sempre sostenuto, annunciò che lui sarebbe diventato appunto “papa emerito”.
Non ne spiegò il profilo teologico, però nel suo ultimo discorso affermò: “La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo”.
Benedetto accompagnava tali parole con la decisione di restare in Vaticano, di continuare a vestirsi con la tonaca e zucchetto bianchi, di conservare lo stemma papale con le chiavi di Pietro e il titolo di “Sua Santità Benedetto XVI”.
Ce n’era abbastanza per chiedersi cosa stava accadendo e se si era veramente dimesso dal papato. Cosa che io feci su queste colonne, anche perché nel frattempo il canonista Stefano Violi aveva studiato la “declaratio” di rinuncia ed era arrivato a queste conclusioni: “(Benedetto XVI) dichiara di rinunciare al ministerium. Non al Papato, secondo il dettato della norma di Bonifacio VIII; non al munus secondo il dettato del can. 332 § 2, ma al ministerium, o, come specificherà nella sua ultima udienza, all’‘esercizio attivo del ministero’ ”.
In seguito ai miei articoli, il vaticanista Andrea Tornielli, molto vicino a papa Francesco, nel febbraio 2014, andò a domandare a Benedetto XVI perché era rimasto papa emerito e la sollecitata risposta fu questa: “Il mantenimento dell’abito bianco e del nome Benedetto è una cosa semplicemente pratica. Nel momento della rinuncia non c’erano a disposizione altri vestiti”.
Il vaticanista in questione sbandierò ai quattro venti lo scoop che, però, a una seria osservazione, si rivelava un’elegante battuta umoristica (in Vaticano non c’erano tonache nere?) per eludere una questione di cui Benedetto XVI, evidentemente, a quel tempo non poteva parlare.
E infatti ne parla oggi, dopo tre anni, spiegando le ragioni di quella scelta che ovviamente non c’entrano nulla con questioni sartoriali.

SEMPRE PADRE, SEMPRE PAPA
Dunque nel libro appena uscito papa Ratzinger parte dalla riflessione sui vescovi. Quando si trattò di decidere le loro dimissioni a 75 anni si istituì il “vescovo emerito” perché – dicevano – “io sono ‘padre’ e tale resto per sempre”.
Benedetto XVI osserva che anche quando “un padre smette di fare il padre”, perché i figli sono grandi, “non cessa di esserlo, ma lascia le responsabilità concrete. Continua a essere padre in un senso più profondo, più intimo”.
Per analogia papa Ratzinger fa lo stesso ragionamento sul papa: “se si dimette mantiene la responsabilità che ha assunto in un senso interiore, ma non nella funzione”.
Questo ragionamento poetico però è esplosivo sul piano teologico perché significa che lui è Papa.
Per capire il quadro teologico che sta dietro la rivoluzionaria pagina di Ratzinger bisogna rileggere il clamoroso testo della conferenza che il suo segretario, mons. Georg Gaenswein, ha tenuto il 21 maggio scorso alla Pontificia università Gregoriana. (vedi: Vi è un solo Papa: Benedetto XVI)

CLAMOROSO
In quel discorso – “censurato” dai media, ma che in Curia è stato una bomba atomica – don Georg disse che “dall’11 febbraio 2013 il ministero papale non è più quello di prima. È e rimane il fondamento della Chiesa cattolica; e tuttavia è un fondamento che Benedetto XVI ha profondamente e durevolmente trasformato nel suo pontificato d’eccezione”.
Il suo è stato un “ben ponderato passo di millenaria portata storica”, un “passo che fino ad oggi non c’era mai stato”.
Perché Benedetto XVI “non ha abbandonato l’ufficio di Pietro”, ma “l’ha invece rinnovato”.

Infatti “egli ha integrato l’ufficio personale con una dimensione collegiale e sinodale, quasi un ministero in comune” e “intende il suo compito come partecipazione a un tale ‘ministero petrino’… non vi sono dunque due papi, ma de facto un ministero allargato – con un membro attivo e un membro contemplativo”.
Fino a quel discorso del 21 maggio, Bergoglio – che deve aver ascoltato queste cose da Benedetto XVI (ma senza capirle bene) – spiegava il papato emerito sulla stessa linea: diceva che quello di Benedetto era stato un “atto di governo”, che egli aveva rinunciato solo all’esercizio attivo e faceva l’analogia con i vescovi emeriti.


Però dopo il discorso di Gaenswein di maggio, alla corte bergogliana si è capito la portata del problema ed è scattato l’allarme. Così a giugno, di ritorno dall’Armenia, Bergoglio ha bocciato la tesi di un ministero papale “condiviso”.



«Non lasciatemi solo, pregate per me, perché io non fugga per paura dinanzi ai lupi.»

SILURO SU BENEDETTO

Poi, in pieno agosto, su “Vatican Insider” (termometro della Curia) è uscita un’intervista di Tornielli a un importante canonista ed ecclesiastico di Curia, dove si delegittima in toto la figura del “papa emerito” perché “l’unicità della successione petrina non ammette al suo interno alcuna ulteriore distinzione o duplicazione di uffici o una denominazione di natura meramente ‘onorifica’ o ‘nominalistica’ ”. Inoltre “non si dà alcuna sottodistinzione tra il munus e il suo esercizio”.

Però Benedetto XVI, nella pienezza dei suoi poteri, decise proprio di restare papa e rinunciare al solo esercizio attivo del ministero. Se quella sua decisione è inammissibile e nulla significa che è nulla anche la sua rinuncia?
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Antonio Socci
Da “Libero”, 10 settembre 2016
https://gloria.tv/article/UYGorsUACTQNLJ1hGgvxhrweU

Scriptorium – Recensioni. Rubrica quindicinale di Cristina Siccardi

Scriptorium

Recensioni  –  rubrica quindicinale di Cristina Siccardi
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Ultime conversazioni di Benedetto XVI, a cura di Peter Seewald – Siamo di fronte a memorie, riflessioni, commenti di un professore e di un funzionario in riposo che ha lavorato nella Chiesa, più che servito la Chiesa.
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z-b16ultI testamenti, sia notarili che spirituali, si aprono post mortem. Ma oggi, nell’età mediatica e delle interviste, esistono i testamenti di chi è ancora vivo. Le Ultime conversazioni di Benedetto XVI (Papa emerito è omesso), a cura di Peter Seewald (edito in Italia da Garzanti e uscito in edizione speciale per «Corriere della Sera»), vengono proposte come «testamento spirituale, il lascito intimo e personale del papa che più di ogni altro è riuscito ad attirare l’attenzione sia dei fedeli sia dei non credenti sul ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo». Così è scritto sull’aletta di copertina di questo bestseller, uscito ieri in contemporanea mondiale e che lascia un profondo amaro in bocca. Siamo di fronte a memorie, riflessioni, commenti di un professore e di un funzionario in riposo che ha lavorato nella Chiesa, più che servito la Chiesa.
È un libro che disincanta.
Si tratta di un testo molto importante, da consigliare soprattutto a chi si era illuso che con Benedetto XVI si sarebbe potuti “tornare a casa”, alla Fede autentica. È un libro che procura dolore cocente; ma è fondamentale, perché parla a chi non avesse ancora compreso che le cause della pandemica crisi della Chiesa sono da rintracciare nel Concilio Ecumenico Vaticano II, al quale il giovane Joseph Ratzinger, formatosi sulla teologia d’avanguardia, partecipò in qualità di consulente teologico del Cardinale Josef Frings. Con palese evidenza emerge che al Concilio vinsero i progressisti. «Cosa l’ha affascinata di più dello scenario conciliare?», chiede l’intervistatore:
«Anzitutto, semplicemente, l’universalità del cattolicesimo, la sua pluralità, il fatto che uomini provenienti da tutte le parti della Terra si incontrassero, uniti nello stesso ministero episcopale, e potessero parlare, cercare una strada comune. Per me fu poi enormemente stimolante incontrare figure della levatura di Lubac – anche solo parlare con lui – di Daniélou, di Congar. O anche discutere con i vescovi. La pluralità e l’incontro con personaggi eminenti, che inoltre avevano la responsabilità di prendere le decisioni, furono davvero esperienze indimenticabili» (p. 122).
Egli era allineato nello schieramento progressista: «All’epoca essere progressisti non significava ancora rompere con la fede, ma imparare a comprenderla meglio e viverla in modo più giusto, muovendo dalle origini. Allora credevo ancora che tutti noi volessimo questo. Anche progressisti famosi come Lubac, Daniélou e altri avevano un’idea simile. Il mutamento di tono si percepì già il secondo anno del Concilio e si è poi delineato con chiarezza nel corso degli anni successivi». Se tutti gli effetti hanno una causa è chiaro che furono proprio i Lubac, i Daniélou, i Congar a far deragliare il treno della Chiesa, portando corruzione dottrinale, dissacralità, disordine, insubordinazioni.
È un libro che impressiona
L’atteggiamento rispetto al Concilio, già nel corso degli anni Sessanta, muta in Ratzinger, ma le sue critiche non vengono risolte, poiché egli ha da allora in poi ricercato l’errore nell’interpretazione dei testi, nell’applicazione dei testi e mai nei testi stessi. Benedetto XVI è un convinto assertore della libertà religiosa, dell’ecumenismo, della collegialità, evidenti elementi di frattura con la Chiesa preconciliare.
Le sue esternazioni del 1966 al Katholikentag di Bamberga tracciano un bilancio che esprime scetticismo e disillusione postconciliare. Un anno dopo, durante una lezione a Tubinga, ammonisce che la fede cristiana è circondata «dalla nebbia dell’incertezza come mai prima nella storia». Perché? «La volontà dei vescovi era quella di rinnovare la fede, di renderla più profonda. Tuttavia fecero sentire sempre più la loro influenza anche altre forze, specialmente la stampa che diede una interpretazione del tutto nuova a molte questioni. A un certo punto la gente si chiese: se i vescovi possono cambiare tutto perché non possiamo farlo anche noi? La liturgia cominciò a sgretolarsi scivolando nella discrezionalità e fu ben presto chiaro che qui le intenzioni positive venivano spinte in un’altra direzione. Dal 1965, quindi, sentii che era mio compito mettere in chiaro che cosa davvero volevamo e che cosa non volevamo» (p. 135).
È un libro che mette a nudo le considerazioni del Papa emerito
Tutto, per Benedetto XVI, rientra in una dinamica evolutiva di hegeliana memoria. Come non fare, allora, riferimento al rigoroso libro che Monsignor Bernard Tissier de Mallerais pubblicò nel 2012 (Editrice Ichthys),  “La strana teologia di Benedetto XVI: ermeneutica della continuità o rottura?”. Leggendo questo saggio si potranno offrire risposte serie e adeguate al modo con cui Papa Ratzinger riesce ancora oggi, con la tragedia ecclesiastica e cattolica in corso, risolvere i rimorsi di coscienza sorti con l’Assise.
«Certo, ci chiedevamo se avevamo fatto la cosa giusta. Era una domanda che ci ponevamo, specialmente quando tutto si scardinò. Il cardinale Frings più tardi ebbe forti rimorsi di coscienza. Io, invece, ho sempre mantenuto la consapevolezza che quanto avevamo detto e fatto approvare era giusto e non poteva essere altrimenti. Abbiamo agito in modo corretto, anche se non abbiamo valutato correttamente le conseguenze politiche e gli effetti concreti delle nostre azioni. Abbiamo pensato troppo da teologi e non abbiamo riflettuto sulle ripercussioni che le nostre idee avrebbero avuto all’esterno» (pp. 135-136).
Tutto ciò ha condotto ad una Passione della Chiesa senza precedenti, che senza intervento divino sarà impossibile risolvere. I tronfi teologi, che hanno manovrato e guidato il Concilio pastorale Vaticano II hanno deliberatamente rivoluzionato un ordine che per duemila anni di storia si era alimentato, con i suoi tralci, direttamente alla Vite, Cristo. «Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore» (Gv 15, 5-10).
È un libro dal sapore pirandelliano
Pare incredibile, per un credente, che di fronte allo scempio religioso, spirituale ed etico attuali non ci sia, da parte del papa che ha rinunciato alla sua responsabilità di Sommo Pontefice, nessun tipo di reazione né scandalizzata e neppure sofferta… Lo sguardo è asettico: egli si pone come il ricercatore che osserva il fenomeno, prende atto della situazione e invece di guardare ai rimedi, ovvi, della Tradizione della Chiesa, sostiene la sua autodistruzione a vantaggio di uno sviluppo avanzante della cultura, della filosofia, della teologia, della sociologia e, dunque, della Chiesa. Il mondo cambia e la Chiesa è tenuta a mutare, secondo un disegno rivoluzionario. Ultimo Papa del vecchio mondo o primo del nuovo? «direi entrambi […] io non appartengo più al vecchio mondo, ma quello nuovo in realtà non è ancora incominciato» (p. 218). Benedetto XVI è uno, nessuno, centomila. Non offre certezze dottrinali e dogmatiche. Sono giunte le problematiche conseguenze del Vaticano II?  Non è dipeso dai progressisti, perché essi hanno agito «in modo corretto».  Così facendo la coscienza cattolica viene soffocata. Urge il mondo, non il sopramondo.
Nel libro appare, fra gli «scandali più inflazionati», ovvero fra pedofilia ecclesiastica e caso Vatileaks, la revoca della scomunica al Vescovo Richard Williamson (oggi fuori dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X), scandalo secondo il quale il Papa avrebbe riaccolto nella Chiesa un negazionista dell’Olocausto. Il mondo ebraico insorse e con esso il quarto potere. Tuttavia il libro rende adesso tutto pirandellianamente chiaro:
«Williamson non fu mai cattolico né ci fu una riabilitazione della Fraternità. Anzi, il tema del rapporto tra il mondo ebraico e quello cristiano è tra quelli che stanno più a cuore di Ratzinger. Senza di lui, affermò Israel Singer, segretario generale del Congresso ebraico mondiale dal 2001 al 2007, non sarebbe stata possibile la determinante svolta storica nei rapporti bimillenari tra Chiesa cattolica ed ebraismo. Rapporti che, riassume Maram Stern, vicepresidente del Congresso ebraico mondiale, sotto il pontificato di Benedetto XVI sono stati i migliori di sempre» (p. 15).
«Fan» di Giovanni XXIII, «complementare» a Giovanni Paolo II, fra un riso e l’altro, come registra spesso lo scrittore e giornalista Seewald, Benedetto XVI offre in questo contesto un messaggio religioso cristiano incerto, svuotato, terribilmente orizzontale.
Operazione mediatica planetaria di una Chiesa in grande difficoltà, sotto il governo di Francesco, che cerca di coprirsi con l’appoggio di Benedetto XVI? «Io sono un’autorità su come far pensare la gente» afferma Charles Foster Kane, protagonista e magnate dell’editoria del film Quarto potere (1941) di Orson Welles.
(1 – continua)
Redazione10/9/2016
zzscriptorium


Dimissioni, papa emerito, Francesco. La versione di Joseph

    Il libro Ultime conversazioni, nel quale Peter Seewald intervista il papa emerito Benedetto XVI, ha un grande merito: ci restituisce Ratzinger in tutta la sua umanità, tanto che, mentre si leggono le risposte, si ha l’impressione di averlo proprio davanti a sé, con i suoi sorrisi, le sue battute sottili, i suoi momenti di commozione e anche di pacata indignazione. Un bel libro, un bel regalo fatto a chi vuole bene a Ratzinger, a chi lo stima da sempre o ha imparato a stimarlo nel corso del tempo.
Fra le tante frasi notevoli, da sottolineare e conservare, ne segnalo solo un paio: «Se un papa ricevesse solo gli applausi, dovrebbe chiedersi se non stia facendo qualcosa di sbagliato». «E non conta il giudizio dei giornalisti, ma quello del buon Dio».
Quanto alla questione della rinuncia al pontificato, Ratzinger fornisce ulteriori elementi di comprensione. Ribadisce che la scelta è stata del tutto libera e che non è avvenuta a causa di costrizioni esterne né tanto meno per la vicenda della fuga di notizie dall’appartamento papale. Il papa, dice Benedetto XVI, non può andarsene nel momento della crisi: in tal caso si tratterebbe di una fuga. È stata invece una scelta meditata,  motivata dal fatto che il papa a un certo punto si è reso conto di non avere più la forza necessaria per esercitare la funzione di governo.  Tutt’altro che una fuga, quindi. Piuttosto, l’estremo servizio alla Chiesa. E le voci secondo cui Ratzinger avrebbe rinunciato perché sotto pressione, o addirittura perché sotto ricatto, «sono tutte assurdità».
Ma la diminuzione delle forze può essere un motivo valido per la rinuncia? Ratzinger non elude il problema e prende in considerazione anche le possibili obiezioni: «Qui si può muovere l’appunto che si tratta di un fraintendimento funzionalistico: il successore di Pietro infatti non è solo legato a una funzione, ma è coinvolto nell’intimo dell’essere. In tal senso la funzione non è l’unico criterio. D’altra parte il papa deve fare anche cose concrete, deve avere sotto controllo l’intera situazione, deve saper stabilire le priorità e via di seguito».
Evidentemente, anche se Benedetto non lo dice, nella scelta della rinuncia ha giocato un ruolo anche ciò a cui Ratzinger ha assistito durante la fase finale della vita terrena di Giovanni Paolo II, quando il papa, pur offrendo una grandiosa testimonianza di fedeltà e di sacrificio, per lungo tempo non è stato più in grado di esercitare le sue funzioni di governo. Aggiunge a questo proposito Benedetto: «Se non c’è più la capacità di farlo [cioè di svolgere l’incarico ricevuto] è necessario – per me almeno, un altro può vedere la cosa altrimenti – lasciare libero il soglio».
Benedetto si dichiara d’accordo con il cardinale Reginald Pole, secondo il quale il luogo autentico del vicario di Cristo è la croce («ritengo – dice – che questo sia valido ancora oggi perché il papa deve rendere quotidianamente testimonianza, incontra quotidianamente la croce», fino a vivere la dimensione del martirio), tuttavia «ciò non significa che deve morire sotto la mannaia».
Circa l’esperienza del suo santo predecessore, Benedetto dice che egli «aveva la sua missione» e si dichiara convinto che la sofferenza «fosse parte naturale del suo pontificato». A questo proposito aggiunge che la gente, in fondo, ha «incominciato a volergli davvero bene solo quand’era sofferente», ma «non si può ripetere a piacere una simile esperienza». Ogni papato, insomma, fa storia a sé, secondo la personalità e il carisma della persona.
Poi un’altra importante precisazione che fa capire come Ratzinger vede e vive la condizione di papa emerito: anche un padre, sostiene, a un certo punto «smette di fare il padre». Certamente «non cessa di esserlo, ma lascia le responsabilità concrete» e «continua a essere padre in un senso più profondo, più intimo, con un rapporto e una responsabilità particolari, ma senza i compiti del padre». Con i vescovi, spiega, è successo qualcosa di simile: se prima si pensava che non potessero mai lasciare il loro posto, con l’allungamento della vita media si è capito che un conto è la paternità nel senso più profondo, e questa non viene mai meno, e un conto è la funzione. Per questo, se il papa si dimette, «mantiene la responsabilità che ha assunto in un senso interiore, ma non nella funzione». Siamo all’inizio di un nuovo cammino: «A poco a poco si capirà che [con la rinuncia al soglio] il ministero papale non viene sminuito»; semmai «forse  risalta più chiaramente la sua umanità».
Dopo aver dichiarato di non essersi mai pentito della scelta («No. No, no. Vedo ogni giorno che era la cosa giusta da fare»), Benedetto risponde con poche parole alla domanda con cui Seewald gli chiede se l’arrivo di un papa da un altro continente è stata per lui una sorpresa: «Nella santa Chiesa bisogna mettere in conto tutto».
E qui si apre il capitolo Francesco.
Aveva un’idea di chi avrebbe potuto essere il successore?
«No, per niente».
Si dice che Bergoglio fosse uno dei favoriti già nel conclave del 2005. È così?
«Non posso dire nulla in proposito».
Si aspettava qualcun alto al posto di Bergoglio?
«Sì, non uno in particolare, ma altri sì». «Non ho pensato che fosse nel gruppo ristretto dei candidati», «pensavo che fosse acqua passata. Di lui non si era più sentito parlare».
Contento per il risultato dell’elezione?
«Quando ho sentito il nome, dapprima ero insicuro. Ma quando ho visto come parlava da una parte con Dio, dall’altra con gli uomini, sono stato davvero contento. E felice».
Papa Francesco è una novità sotto molti aspetti…
«Significa che la Chiesa è in movimento, è dinamica, aperta, con davanti a sé prospettive di nuovi sviluppi. Che non è congelata in schemi […] È chiaro che non è più scontato che l’Europa sia il centro  della Chiesa mondiale».
Si dice che ogni papa corregge un po’ il predecessore. In che cosa la corregge Francesco?
«Direi con la sua attenzione verso gli altri. Credo sia molto importante. È certo anche un papa che riflette. Quando leggo il suo scritto, Evangelii gaudium, o anche le interviste, vedo che è un uomo riflessivo, uno che medita sulle questioni attuali. Allo stesso tempo però è una persona molto diretta con i suoi simili […]. Forse io non sono stato abbastanza in mezzo agli altri, effettivamente. Poi, direi, c’è anche il coraggio con cui affronta i problemi e cerca le soluzioni».
Ma il suo successore non è un po’ troppo impetuoso ed eccentrico?
«Ognuno deve avere il proprio temperamento. Uno magari è un po’ riservato, un altro un po’ più dinamico di quanto si era immaginato. Ma trovo positivo che sia così diretto con gli altri. Mi chiedo naturalmente quando potrà andare avanti».
Poi altri giudizi: «Ognuno ha il proprio carisma. Francesco è l’uomo della riforma pratica. È stato a lungo arcivescovo, conosce il mestiere, è stato superiore dei gesuiti e ha anche l’animo per mettere mano ad azioni di carattere organizzativo. Io sapevo che questo non era il mio punto di forza».
A un certo punto Seewald gli chiede un’opinione sulla profezia di Malachia e l’interpretazione secondo cui il papato, almeno nella forma finora conosciuta, terminerebbe proprio con il pontificato di Benedetto XVI, ed ecco la risposta: «Tutto può essere. Probabilmente questa profezia è nata nei circoli intorno a Filippo Neri. A quell’epoca i protestanti sostenevano che il papato fosse finito, e lui voleva solo dimostrare, con una lista lunghissima di papi, che invece non era così. Non per questo, però, si deve dedurre che finirà davvero. Piuttosto che la sua lista non era ancora abbastanza lunga!».
In conclusione, si può dire che Joseph Ratzinger, il papa teologo, l’uomo della ragione, il grande pensatore, si avvia alla fine dei suoi giorni come un monaco, immerso nella preghiera, là dove la ragione non basta?
«Sì, è giusto».
Ci siamo soffermati sulla rinuncia, sul papato emerito e sull’elezione di Francesco, ma nell’intervista c’è molto altro. C’è, in presa diretta, tutta la storia di Joseph Ratzinger, dalla Baviera a Roma. Ed è tutta da leggere.
Aldo Maria Valli