ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 12 settembre 2016

Noi “truffatori culturali”

Il sorprendente autodafé di un ministro della repubblica 

Sul Corriere della Sera la ministra Giannini conferma ciò che scrivevamo  lo scorso anno: la legge “buona scuola” introduce nelle scuole la teoria gender. Con la bella cifra di 40milioni (soldi nostri) già disponibili per istruire gli insegnanti. Però chi lo diceva era accusato di “truffa culturale” e minacciato di “azioni legali”…

di Elisabetta Frezza
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z-dppfccBreve promemoria.
Per comprendere appieno, in senso diacronico, la portata delle recenti dichiarazioni della ministra Stefania Giannini (vedi i link in calce), vale la pena di rimettere in fila, in estrema sintesi, i fatti pregressi.
L’estate scorsa, in prossimità della entrata in vigore dellalegge 107/2015 c.d. la buona scuola, si era generato un certo allarme in quanti ravvisavano nella riforma renziana una ulteriore rovinosa svolta verso un sistema di istruzione di tipo totalitario.
L’attenzione si era focalizzata soprattutto sul comma 16 della legge, deputato a introdurre nelle scuole di ogni ordine e grado la c.d. educazione di genere, col duplice effetto: di ratificare gli aberranti programmi di “educazione affettiva e sessuale” già adottati in molte scuole, nonchè di renderne obbligatoria la diffusione a tappeto secondo un disegno di indottrinamento di massa delle giovani generazioni.

Era stato svelato, infatti, il complesso marchingegno legislativo che, a partire dal laconico comma 16 citato, tramite un gioco di rinvii concatenati, spalancava le porte a un profluvio di disposizioni aberranti, diretta emanazione delle direttive internazionali ed europee (l’Europa e in genere gli organismi sovranazionali – si sa – sono il cuore pulsante della manovra eversiva). In particolare, attraverso il richiamo alla legge 119/2013 c.d. sul femminicidio, penetrava nella normativa scolastica quel “piano di azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere” che era stato presentato, un paio di mesi prima del varo della “buona scuola”, dal delegato per le Pari Opportunità Giovanna Martelli sotto la forma dell’atto amministrativo generale: eludendo quindi la procedura prevista per le fonti di diritto sia di primo sia di secondo grado.
Era stato messo in evidenza, dunque, che la legge 107 (buona scuola) andava letta sia per ciò che dice, sia per ciò che non dice espressamente, ma recepisce nel suo corpo mediante una serie di rinvii recettizi: si tratta cioè di un collage di norme, assemblato in modo surrettizio e volutamente inaccessibile ai più, per introdurre un modello di istruzione capace di stravolgere i fondamenti etici del vivere comune e i più elementari principi di ragione.
Ora, non è certo più un mistero per nessuno che il c.d. gender o genere sia nulla più che un espediente concettuale escogitato per una funzione ben precisa: la diffusione dell’omosessualismo e di tutte le sue varianti, la svirilizzazione del maschio e il correlativo sradicamento della donna dalla propria vocazione materna e famigliare. Abbattere gli stereotipi di genere, la nuova parola d’ordine, significa sostanzialmente sottrarre le donne ai loro compiti naturali – in primo luogo quelli materni e famigliari – e, per converso, togliere agli uomini le prerogative della loro virilità.
Propedeutico al raggiungimento di questo obiettivo è l’abbattimento precoce di ogni tabù sessuale e di qualsivoglia inibizione di ordine morale. La c.d. educazione sessuale e affettiva punta alla erotizzazione dei piccoli e alla loro manipolazione in chiave pansessualista.
E intorno a questo nucleo ideologico ruota tutto il repertorio delle formule rituali che sostanziano testi e discorsi dei promotori della nuova paideia.
L’omofobia, la violenza sulle donne e il femminicidio, la violenza di genere, la lotta alle discriminazioni, la parità tra i sessi, l’abbattimento degli stereotipi, dei ruoli famigliari e sociali, delle tradizioni, le pari opportunità, il rispetto, l’uguaglianza, l’inclusione, i diritti, eccetera, sono le parole-chiave del lessico di ordinanza.
Questo giochetto di illusionismo fondato sulla suggestione lessicale ormai lo hanno capito anche i muri.
Ma torniamo ai fatti. Il primo a intervenire d’autorità per sedare l’allarme di cui sopra fu il responsabile dell’ufficio istruzione della curia di Padova, don Lorenzo Celi, con la famosa nota della diocesi che tanta insperata fortuna ha avuto negli ambienti filo-omosessualisti di tutto il paese (clicca qui per leggere il comunicato della diocesi di Padova).
La ormai celeberrima nota argomentava della sostanziale compatibilità del fenomeno gender con l’orizzonte “cattolico” ed esprimeva fiducia cieca e incondizionata alle intenzioni e all’operato della ministra, la quale nel frattempo si affannava in tutti i modi a negare ciò che al contempo affermava. E ciò sia in sede parlamentare che televisiva. Come farà poi, mirabilmente, in via istituzionale, con la successiva apposita circolare intitolata: “Chiarimenti e riferimenti normativi a supporto dell’art. 1 comma 16 legge 107/2015 (clicca qui per leggere la circolare ministeriale).
Ma poiché, nonostante gli sforzi profusi, le critiche cominciavano a farsi davvero moleste e rischiavano di inceppare il trionfale corso della macchina da guerra globale omo-pan-sessualista, il ministero ha infine calato in campo la squadra dei propri promotori ufficiali.
E così le truppe governative, corredate da generosi supporters esterni ecclesiali e para-ecclesiali (tratti dall’associazionismo sedicente cattolico finto-resistente), sono state sguinzagliate per città e per campagne a decantare le virtù della riforma del sistema scolastico e a rassicurare i cittadini sulla innocenza e fecondità del prodotto legislativo.
Da ultimo, vista la persistenza di un manipolo di irriducibili detrattori, alla democratica ministra sono davvero saltati i nervi. Ha pensato che, in mancanza di ragioni fondate sulla ragione, non le rimanevano che le minacce: “Chi ha parlato e continua a parlare di teoria ‘gender’ in relazione al progetto educativo del Governo di Renzi sulla scuola compie una truffa culturale. Ci tuteleremo con gli strumenti a nostra disposizione, anche per vie legali”, tuonava dai microfoni di Radio24. “Ove si continuasse ad incriminare la legge studieremo quali strumenti adottare” (clicca qui per leggere un articolo sul Fatto Quotidiano, che riporta le dichiarazioni della Giannini a Radio24).
Noi “truffatori culturali” apprendiamo ora con viva soddisfazione tanto la nostra assoluzione quanto la contestuale autodenuncia della autorevole accusatrice che, dopo un sofferto percorso autocritico, assume su di sè la piena responsabilità della truffa. E siccome le truffe notoriamente non sono gratuite, di essa ammette con ammirevole sincerità anche il costo particolarmente elevato.
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Cliccando sull’immagine qua sotto potete leggere l’articolo pubblicato sul Corriere della SeraConsigliamo vivamente l’ascolto delle due videointerviste contenute nell’articolo. Sono molto istruttive.
Ricordiamo gli articoli pubblicati su Riscossa Cristiana lo scorso anno:
La pubblica istruzione garantirà anche la sodomia di Stato  –  di Patrizia Fermani e Elisabetta Frezza
In Italia è abolito il dibattito politico. L’ha detto la ministra Giannini  –  di Paolo Deotto
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http://www.riscossacristiana.it/il-sorprendente-autodafe-di-un-ministro-della-repubblica-di-elisabetta-frezza/

Fertility test 

La storia del “Fertility  Day” si è risolta in una commedia degli equivoci  finita ben al di là delle aspettative dei suoi registi. Infatti  un evento sostanzialmente truffaldino  costruito in modo da nascondere  la propria  reale funzione dietro una facciata di buone intenzioni, ha finito per raccogliere  i consensi  di quelli  che  avrebbero dovuto fiutare e smascherare l’imbroglio, e allo stesso tempo le  critiche dure e variegate della parte “amica”  tratta anch’essa in inganno dalla  stessa falsa apparenza, e che lo avrebbe invece salutato con entusiasmo se ne avesse colto le vere  finalità. Teatro d’altri tempi.

di Patrizia Fermani
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z-gttvlpMa prima ancora di  questo aspetto paradossale,  su cui  varrà la pena ritornare, di tutta la vicenda vanno  considerati due aspetti fondamentali che meritano una particolare distinta attenzione: da un lato il presupposto di fatto, reale, che ha fornito  il pretesto  per promuovere  l’iniziativa,  e dall’altro le finalità proprie degli organizzatori e la strategia prescelta  per realizzarle.
Il punto di partenza dunque è un dato obiettivo: il calo demografico occidentale che d’improvviso sembra cadere  sotto l’attenzione della politica. Ora l’economia si accorge che l’impoverimento e la decadenza vanno di pari  passo con l’impoverimento demografico, e che l’impero romano crollò anche per il depauperamento  demografico non compensabile  né compensato con l’immissione di popolazioni  barbariche.
Ma in  assenza di guerre napoleoniche è evidente che il calo demografico è conseguenza della denatalità e che questa  a sua volta è un prodotto culturale: non si generano volontariamente figli o li si sopprimono prima della nascita. La denatalità  allunga da decenni il proprio spettro sulle società occidentali e sull’Italia in particolare  come frutto perverso di una cultura di morte e di un diffuso svilimento della maternità dettato dalla stolida  ideologia femminista o pseudo progressista. Si parla spesso dei sei milioni di italiani soppressi ex lege ecc. e delle culle vuote, ma finora è stato solo il grido di dolore di una minoranza, caduto  nel vuoto morale collettivo e nel silenzio infastidito della politica, delle maggioranze di governo come delle opposizioni, e soprattutto nella ostilità dispiegata del potere mediatico che tutto regge. La cosa non ha interessato veramente neppure la chiesa, al traino della sottocultura dominante. Ora l’economia vede che neppure l’eutanasia praticata su larga scala  risolverebbe il problema delle pensioni se nuove generazioni di lavoratori non fanno fronte alla spesa, e che la macchina economica non viaggia senza forza lavoro sempre nuova.
Dunque le leggi dell’economia  parlano chiaro, ed è indispensabile che la gente torni a procreare. Ma come convincerla a fare quello da cui è stata scoraggiata finora  in tutti i modi diretti e indiretti? Dopo che capitale ed ideologie progressiste si sono alleati per mezzo secolo contro famiglia e figli? Come mettere d’accordo la botte piena dei bilanci attivi con la moglie ubriaca, libera, democratica, evoluta ed emancipata, non si sa da che, ancora impegnata nella denatalità? Ne va di mezzo tutta una impalcatura  di cartapesta su cui si è retta una pseudo cultura, una pseudo politica e una pseudo morale sedicente democratica.
Ecco allora che viene in aiuto la carta di riserva. Gli esseri umani necessari per sostenere bilanci e mercato possono essere prodotti in laboratorio. Del resto alla politica economica basta aumentare i numeri degli umani, non importa in che modo prodotti. E meglio se prodotti senza turbare certezze ideologiche, stili di vita e meccanismi lavorativi. Se la produzione  di umani avviene in via industriale, si può continuare a non contrastare l’aborto e ad incoraggiare l’omosessualità.  Specie ora che diventa operativa la legge 107 autodefinita della buona scuola, dettata  dal  femminismo da scantinato anni settanta e dalle stanziali carovane governative LGBT. La legge prevede che si insegni fin dall’infanzia il superamento degli “stereotipi di genere”, cioè che la donna deve essere liberata dall’offensivo ruolo di madre di famiglia, e che deve essere promosso l’indifferentismo sessuale per procurare eunuchi ed eunuche alla patria mondiale.
Con la fecondazione artificiale sarà possibile salvare capra e cavoli, cioè economia ed ideologia. Si potrà ampliare a buon diritto la popolarità e la pratica delle manipolazioni umane sotto ogni profilo,  genetico, antropologico e culturale. I centri di fecondazione subodorano l’affare stratosferico e la possibilità di passare da una produzione  di nicchia a quella industriale  governativa. Ma siccome è forse prematuro  mettere direttamente in tavola una pietanza che finora è stata mangiata con un certo riserbo nei refettori ospedalieri, occorre costruire un evento che agevoli senza dare nell’occhio certi interessi  produttivi. Promotori  e organizzatori escogitano  allora  le modalità per farlo benedire persino dai nemici di sempre, e tendono la  rete in cui possano cadere anche i frustrati pro life. Che questo sia il meccanismo sotteso al “Fertility Day”, come è stato messo in luce anche qui in articoli precedenti, è provato dalle formule programmatiche usate, che fissano in codice da anni un preciso disegno socioculturale, e dalle carriere e dall’impegno personale di promotori e organizzatori, inseriti nelle strutture operative della fecondazione in vitro. Ma c’è ovviamente anche la prova  a contrariis, per cui se l’obiettivo fosse veramente quello di cominciare a contrastare la denatalità nelle sue cause prime, come qualcuno vorrebbe credere, i promotori dell’evento dovrebbero cominciare a sconfessare l’aborto ex lege, la promozione dell’omosessualità, che è notoriamente  sterile, e la lotta ai famosi stereotipi, tutte belle cose in cui è ora impegnata la buona scuola renziana (che piace anche ad Avvenir). Però nulla di tutto questo avviene. Perché  le vere intenzioni sono chiare, e la  tecnica usata per mascherarle, pure.
Infatti si comincia anzitutto col richiamare genericamente l’attenzione sul calo demografico, che è un dato vero, per  disporre bene anche gli avversari. Quindi per ottenere credibilità senza destare sospetti sugli obiettivi specifici, si agisce attraverso il linguaggio. Gli antichi hanno inventato l’arte di persuadere con la manipolazione della logica, i moderni  ottengono il consenso manipolando il linguaggio. La parola va a sostituire il pensiero e ottiene l’orientamento voluto da chi la manovra.
Ed ecco la trovata geniale: parliamo di “fertilità” e il gioco è fatto. Infatti essa è parola positiva e accattivante,  malleabile e ambivalente. Sta ad indicare la capacità procreativa potenziale, ma anche il compimento di un ciclo produttivo, e quindi  riproduttivo, il frutto maturato dalla terra fertile. E una volta spostata l’attenzione sull’esito produttivo, sul frutto, si sfocano i contorni del  processo che lo precede. Se la fertilità è un presupposto per la formazione di un essere umano, l’essere umano comunque generato è espressione di fertilità, e così, tacendo quanto ci sta in mezzo, cioè senza parlare del procedimento alternativo con cui si può produrre un essere umano, non ci si accorge del  salto logico e la promozione della fertilità si adatta a significare, senza darlo a vedere, promozione di una nascita in qualunque modo la si ottenga, quindi anche attraverso la fecondazione in vitro. Anche questa è un rimedio per la denatalità.
C’è anzi anche un secondo profilo della fertilità che aiuta a confondere le acque e le idee. Quello della infertilità che da sempre viene intesa come mancanza di capacità generativa dovuta a cause patologiche. Ora, si può dire teoricamente che anche curando l’infertilità patologica si combatte la denatalità, anche se in sé è come tirare fuori l’acqua dal mare col cucchiaino. Però la cura della infertilità è in ogni caso buona perché rappresenta un rimedio per questa. E siccome di fatto anche le procedure di fecondazione artificiale figurano come rimedi per l’infertilità, quali che siano le sue cause, compresa l’età avanzata degli aspiranti genitori o l’impossibilità naturale di generare delle coppie di omosessuali, ecco che anche il rimedio portato a queste dalla fecondazione in vitro acquista il valore che ha la cura della infertilità dovuta a cause patologiche. Si tratta pur sempre di un rimedio volto a favorire le nascite, procurando nuovi nati agli infertili finisce per rientrare sotto la categoria dei rimedi della infertilità. Fin qui la messinscena.
Vale però la pena di ricordare, per inciso, come  questo plusvalore “morale” delle cure della infertilità si sia affacciato ripetutamente anche nei documenti vaticani relativi al sinodo della famiglia. Il tema della denatalità era stato introdotto già nel famoso questionario preparatorio, dove si chiedeva anche “come favorire la crescita delle nascite?”. Poi fra le domande per “la recezione e l’approfondimento” della Relatio finale, aggiunte ad essa da Bergoglio, figura  questa del numero 41: “come promuovere il dialogo con le scienze e le tecnologie biomediche in maniera che venga rispettata l’ecologia umana del generare?”. Come è noto, il documento è andato a formare l’Instrumentum laboris per il sinodo 2015 e qui, al numero 134, a proposito del promovimento della cultura della vita, leggiamo: “si sottolinea l’importanza di alcuni centri che fanno ricerca sulla fertilità e infertilità umana, i quali favoriscono il dialogo tra bioeticisti cattolici e scienziati delle tecnologie biomediche”. Ecco un bell’esempio di comunicazione plurisensa, che può dire poco o molto a seconda di come la si intenda, e come si giochi sulla endiadi “fertilità e infertilità”. Infine nella Relatio finale del sinodo 2015, al n.33 (tecnica e procreazione umana), dopo un riferimento al dilagare delle tecniche di fecondazione artificiale, vengono riportate  genericamente solo le parole della Istruzione Donum Vitae per cui “nessuno può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente”. Nulla di più o di più mirato su un problema di capitale importanza anche nell’orizzonte del principio della creazione che, per vero, non gode più di una buona fama neppur nella chiesa, se non applicato alle cose inanimate. Nel tripudio della letizia dell’amore che tutto salva, tutto santifica e tutto scusa, il tema etico più inquietante  e minaccioso del nostro tempo non trova spazio, perché il sinodo che doveva affrontare “le sfide” della famiglia, si è risolto nella panacea del perdono universale.La Chiesa segue l’esempio delle pecore e si adatta a tutto.
Infine, di non poco interesse, come dicevamo, è la varietà delle reazioni incassate dall’evento. Fino a pochi decenni fa, fra varie prove previste per decidere l’esonero dal servizio militare, figuravano i test con cui si sondavano  gusti e attrazioni della recluta, allo scopo di individuare eventuali tendenze omosessuali. Una domanda di prammatica posta per questo al candidato era se gli piacessero o meno i fiori, sul curioso presupposto che una risposta affermativa potesse fornire  indizi di particolare effeminatezza.
La iniziativa governativa del “ Fertility Day” invece ha assunto la inaspettata funzione di un formidabile test  che nessuna accurata e pedante indagine condotta sul campo avrebbe potuto realizzare. È stato il test involontario capace di mettere in luce con precisione il grado di scollamento diffuso tra la realtà delle cose,  tanto di quella a priori legata ai principi primi, come di quella secondaria partorita dalla politica, e la percezione che ciascuno dimostra di avere di entrambe. Prova evidente di una terza realtà, virtuale, prodotta nei singoli dalle suggestioni individuali e da una certa alienazione collettiva.
Infatti dalla fantasmagorica varietà dei commenti seguiti all’annuncio dell’evento, emerge che se i progressisti non hanno neppure guardato di sbieco al problema vero realmente esistente, pur preso a pretesto dell’evento, nessuno, né a destra né a manca, ha colto le intenzioni vere e gli interessi sottesi ad esso e ognuno vi ha trovato solo quello che gli desse una qualche soddisfazione, fornendogli le ragioni per confermare, in un modo o nell’altro, la personale visione del mondo.
Il più significativo è stato Saviano, ovviamente, che in ogni occasione dà quello che può. Siccome gli hanno detto che prima di tutto viene l’uguaglianza e ha potuto dedurre che la donna fertile è stata discriminata dalla natura a svantaggio della donna infertile, non gli è stato difficile leggere nella iniziativa ministeriale una crudele acquiescenza alla crudeltà della natura, crudeltà che andrebbe invece denunciata leopardianamente (quel gobbetto recanatese in questo lo sento molto vicino a me, pensava il S. mentre scriveva l’invettiva contro la Lorenzin). Soprattutto perché nessuno può giocare con quel sacro sentimento dell’invidia che il nostro Marx ha  consacrato a fondamento della lotta di classe e che anche in tempi non rivoluzionari ognuno deve coltivare nel chiuso della propria incoscienza, per tenersi in allenamento. Insomma, l’invidia non va sfruculiata a piacere per far piacere ai nemici. Questo meditava il Saviano irritato, in cuor suo, per non avere scritto in tempo “Il pastore errante dell’Asia”.
Poi ci sono state le femministe, immarcescibili, e forti pensatrici da sempre, che sono state assalite dal dubbio: qui i fascisti ci vogliono far fare figli per forza, sottraendoci anche la possibilità di fare il pompiere (il fascismo è una costante insostituibile del loro ragionamento politico).
Ma sono apparsi in massa anche gli estemporanei fautori dell’evento, e proprio da posizioni pro life. Questi, illuminati dalla denuncia del calo demografico e ammaliati dall’inno alla fertilità, hanno fatto due più due, concludendo che governo e organizzatori, folgorati sulla via di Bologna, si devono essere convertiti alle loro stesse idee. Se i miracoli non sono più richiesti ai santi, ognuno se li può anche confezionare da solo su misura. Segno che l’espediente mediatico delle parole magiche ha funzionato a dovere.
Di fatto, il “Fertility Day” appare come uno sberleffo, o peggio ancora come lo schiaffo sferrato proprio a tutto un mondo che da anni cerca di frenare l’autodissoluzione delle società nuotando controcorrente, e pensa che se la legalizzazione dell’aborto è il punto di caduta di una civiltà, la fabbricazione dell’uomo in laboratorio è l’inizio  e la espressione più pregnante del transumanesimo. Però alla fine, per ironia della sorte, i promotori che volevano soddisfare certi interessi salvando la faccia non l’hanno salvata con i compagni, ma sono riusciti nella impresa di prendere all’amo tutti gli altri. In fondo non gli è andata affatto male.

– di Patrizia Fermani

Redazione12/9/2016