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lunedì 12 settembre 2016

Ora pro tregua..

                   Siria, la tregua ci dice che Putin aveva ragione

Tregua in Siria: si chiude un’epoca 

Dopo cinque anni di una guerra civile tra le più crudeli e di una guerra per procura tra potenze che ha fatto quasi 300 mila morti, l’unica cosa decente è augurarsi che l’accordo per il cessate il fuoco in Siria, siglato da Russia e Usa e accettato sia dal Governo di Damasco sia dall’Alto comitato negoziale siriano che raccoglie i gruppi dell’opposizione armata cosiddetta “moderata”, e destinato a entrare in vigore da questa sera, possa funzionare. Se la tregua reggerà, le sofferenze dei civili saranno alleviate e sarà magari avviato un negoziato politico degno di tal nome. Potremmo forse, e finalmente, vedere Russia e Usa impegnati insieme contro l’Isis e Al Nusra.

Per approfondire: I limiti della tregua in Siria


Come si vede, abbondano i “se” e i “ma”. Molti dei gruppi ribelli, anche tra quelli appoggiati da Paesi come Turchia e Arabia Saudita, stretti alleati degli Usa, sono a loro volta alleati di Jabat Fateh al Shams, l’ultima reincarnazione di Al Nusra che era a sua volta l’incarnazione siriana di Al Qaeda, e non hanno alcuna intenzione di rompere il patto che un gruppo forte di 20 mila uomini e per nulla orientato a rispettare la tregua. D’altra parte è fresco il ricordo della precedente tregua, quella di febbraio, che fu usata dagli insorti anti-Assad per rinforzarsi e ripartire all’offensiva.
Dal punto di vista della situazione siriana, quindi, alle molte speranze si oppone un quadro che esclude qualunque eccesso di ottimismo.
Dal punto di vista internazionale, invece, il patto Usa-Russia, arrivato in coincidenza quasi perfetta con il quindicesimo anniversario degli attentati dell’11 settembre che provocarono quasi 3 mila morti negli Usa, non può essere sottostimato. Al di là delle esigenze contingenti e tattiche (gli Usa non riescono a far buttar giù Assad ma la Russia non può pensare di sorreggere Assad in eterno), l’accordo ha un grande valore strategico.

Per approfondire: Il film che permise la guerra in Iraq


Quindici anni fa, con la polvere delle Torri Gemelle ancora in aria, il presidente George W. Bush(20 settembre 2001) proclamò la “war on terror”, la guerra al terrore che doveva estirpare il terrorismo e domare i Paesi che lo sostenevano. Gran parte dei Paesi del mondo si unì a quella che voleva essere la crociata dei buoni e dei democratici contro l’estremismo islamico. Era l’epoca in cui dire “siamo tutti americani” sembrava avere un senso.
Da allora, e in nome di quella parola d’ordine, abbiamo accettato eventi drammatici. L’infinitaguerra in Afghanistan. Abbiamo attaccato e di fatto occupato il Paese nel 2001 per cacciare i talebani e disperdere Al Qaeda, ma nel primo semestre del 2016 l’Afghanistan ha avuto il record di vittime civili dopo il 2009, con 1.601 persone uccise (tra le quali 388 bambini e 5007 donne). L’orrenda guerra in Iraq. Bush e Blair vollero a tutti i costi una guerra e ne inventarono le ragioni mentendo al mondo e ai propri elettori. Oggi, centinaia di migliaia di morti dopo, il Paese è più disgregato che mai e per una parte importante è ancora occupato dai miliziani dell’Isis, che l’hanno disseminato di fosse comuni.
In questi quindici anni, inoltre, non è stata risolta alcuna delle molte ambiguità che legano l’Occidente, gli Usa per primi, ai Paesi del Golfo Persico che sono noti per essere i primi finanziatori e sostenitori dell’estremismo islamico e del terrorismo che ne è emanazione. Possiamo davvero credere di farla finita coi terroristi se continuiamo a fare affari e scambiarci omaggi con i loro padroni?
Subito dopo l’11 settembre, una sola nazione venne esclusa, almeno in termini morali, dalla grande coalizione internazionale del bene: la Russia. Il Cremlino era contrario all’invasione dell’Iraq, e questo fu ritenuto un peccato grave dagli Usa e dai loro alleati. Ma il problema vero era un altro. Già allora la Russia chiedeva che fosse riconosciuto un fatto inoppugnabile: essere stato il primo Paese europeo a subire un jihad (guerra santa islamista) con la seconda guerra di Cecenia cominciata nel 1999, dove i denari del Golfo e i relativi miliziani (molti qaedisti reduci dall’Afghanistan) erano intervenuti in modo decisivo.
Gli Usa e i loro alleati negarono sempre quella realtà e continuarono a parlare di “indipendentisti” ceceni anche quando lo “stile” degli attentati (il massacro nelle scuole di Beslan nel 2004, ma poi anche lo stillicidio di attacchi e kamikaze nel Caucaso) parlavano chiaramente di terrorismo islamico. Così come parlava chiaro la proclamazione del califfato del Caucaso, arrivata anni prima della nascita dell’Isis e del suo califfato. Una negazione che aveva due ragioni. Le difficoltà della Russia, diventata più orgogliosa, aggressiva e nazionalista con Vladimir Putin, erano benvenute a chi propugnava l’esportazione delle democrazia e l’espansione politico-militare verso Est. Inoltre, allora come oggi, non si poteva in alcun modo riconoscere il ruolo che le petro-monarchie del Golfo Persico, alleate dell’Occidente e pur sempre definite “Paesi islamici moderati” svolgevano e svolgono nella diffusione dell’estremismo wahabita e del relativo estremismo violento.
Oggi possiamo dire che l’accordo siglato tra Kerry e Lavrov chiude la stagione post-11 settembre, con tutte i suoi errori e le sue ipocrisie. La “war on terror” è stata un clamoroso fallimento, visto che dal 2000 al 2016 i morti per atti di terrorismo, nel mondo, non sono calati ma, al contrario, cresciuti di nove volte. E l’idea che si potesse radunare una coalizione del bene per lottare contro il male è stata dispersa dalle tragedie generate in tutto il Medio Oriente dalla guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein.
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Oggi gli Usa dell’impalpabile Obama sono costretti ad accettare realtà che quindici anni fa, nel tripudio neo-con, non avrebbero nemmeno considerato. E cioè, che la guerra al terrorismo non si fa con i “buoni”, con i Paesi amici e/o sottomessi, ma con chi ci sta. Nel caso, anche con la Russia del detestato Vladimir Putin. Che la strategia di “esportazione della democrazia”, varata subito dopo il crollo del Muro di Berlino, in certe regioni del mondo ha portato solo a far rimpiangere i dittatori, come avviene oggi in Iraq e in Siria e come è già avvenuto in Egitto e nello Yemen. Che sovvertire certi equilibrii senza sapere come crearne di nuovi spalanca le porte all’incubo.
Firmando l’accordo, insomma, Lavrov e Kerry hanno chiuso un’epoca. Quella che ora si apre non è meno complicata e pericolosa ma è certamente nuova. Speriamo che diventi presto anche migliore.

  • Tregua in Siria. Potrà reggere?

    Assad in mezzo ai suoi soldati
    Yusuf Fernandez
    La sospensione delle ostilità raggiunta dalle parti in Siria potrà durare?
    In primo luogo e apparentemente, la notizia di una tregua in Siria sembrerebbe una buona notizia. Esiste tuttavia, dal punto di vista militare, un serio interrogativo? Chi rispetterà la tregua dalla parte dei gruppi armati che combattono contro l’Esercito siriano?
    Non soltanto l’ISIS ed il Fronte Al Nusra– i due gruppi esclusi dalla tregua- hanno manifestato il loro rifiuto alla stessa, ma anche un gruppo come “Ahrar al Sham“, la cui classificazione come gruppo terrorista era stata contestata dagli USA pochi giorni fa in sede ONU, ha manifestato la sua opposizione alla stessa.
    Questo lascerà come possibili aderenti alla tregua soltanto alcuni gruppi di piccola entità, sostenuti dagli USA, ma che nell’insieme rappresentano molto poco sul campo di battaglia e non costituiscono un nemico reale per l’Esercito siriano e neppure per le organizzazioni più estremiste.
    Molti dei componenti di questi gruppi sono arrivati già agli stessi accordi di riconciliazione con l’Esercito siriano e questo ha permesso la pacificazione di quasi 600 località in tutto il paese. In ogni caso, l’accordo potrebbe portare, nel migliore dei casi, ad una riduzione della violenza in Siria, dove l’Esercito siriano affronta il gruppo “Yaish al Islam”, una coalizione diretta dal Fronte Al Nusra.
    Alcuni analisti russi, come Dimitri Kosirev, considerano che la firma dell’accordo sulla riduzione delle ostilità presuppone un riconoscimento da parte degli USA della forza dell’Esercito siriano e delle sue avanzate, già che Washington non ha mai presentato queste proposte quando credeva che i gruppi armati oppositori avrebbero potuto ottenere un rovesciamento di regime a Damasco. “Rimane chiaro che gli USA non avrebbero mai accettato questo accordo se ci fosse stata una opportunità per una loro vittoria, che è a dire, per un possibile cambiamento di regime in Siria. Questo accordo permette agli USA di continuare ad essere una potenza influente nella regione”, afferma l’analista.
    Esercito siriano ad Aleppo
    Esercito siriano ad Aleppo
    “L’accordo è finalizzato in primo luogo ad impedire che la Siria ed i suoi alleati, inclusa la Russia, l’Iran, ecc.. lancino attacchi contro i gruppi armati appoggiati dagli USA. In teoria, queste milizie dovrebbero adesso smettere di combattere e negoziare con Damasco”, ha riferito Kosirev.
    Tuttavia gli USA hanno continuato, fino alla fine, senza voler separare i gruppi terroristi, come il Fronte Al Nusra, Yund al Aqsa ed altri dai denominati “ribelli moderati”. Questo è avvenuto forse perchè non è stato materialmente possibile, visto che questi ultimi combattono al fianco dei primi, dei terroristi. In questa occasione, gli USA sembrano aver dato un ultimatum ai loro ribelli, nel senso che se questi se non si separeranno da Al Nusra, gli verrebbe tolto l’appoggio miltare fino ad oggi fornito.
    Bisognerà vedere se questi finiranno per prendere le distanze e, nel caso che lo facciano, occorrerà vedere se Washington manterrà la sua parola e porrà fine all’appoggio che fino ad oggi a fornito ai terroristi.
    L’ISIS ed Al Nusra ed i gruppi che sono allineati con questi, continueranno a combattere e potranno essere obiettivo allora di una operazione congiunta che metta assieme gli USA, la Russia e le autorità siriane. Tuttavia se i gruppi terroristi cercheranno di rafforzarsi, come era avvenuto nel corso della precedente tregua di Febbraio, la Siria, la Russia e l’Iran reagiranno e l’accordo della tregua fallirà.
    Fonte: Al Manar
    Traduzione: Luciano Lago

    Un deputato israeliano denuncia: Israele appoggia i terroristi del Fronte Al Nusra

    Un deputato del Parlamento israeliano ha rivelato in una intervista che il regime di Tel Aviv appoggia i gruppi takfiri che combattono contro il Governo del presidente siriano, Bashar al-Assad.
    Akram Hason, un legislatore israeliano, in una intervista concessa al canale 2 israeliano ha ammesso, questo Lunedì, che le forze armate di israele non soltanto non aiutano la popolazione  drusa siriana, bloccata  in mezzo al conflitto armato, ma stanno anche cooperando con il gruppo terorrista Fath al-Sham (antico Fronte Al-Nusra) che combatte contro il Governo siriano.
    Inoltre ha accusato Israele di essere responsabile dei danni causati alla popolazione drusa che vive nelle alture del Golan siriano. “Le forze armate israeliane bombardano gli obiettivi dell’Esercito siriano, cosa che permette al gruppo al Nusra di prendere le terre dei drusi siriani”, ha denunciato Hason.
    Il membro del partito Kulanu ha riconosciuto che “Non è alcun segreto che l’Esercito israeliano stia cooperando con il Fronte Al Nusra”.
    Inoltre, nei messaggi pubblicati la Domenica su Facebook, Hason ha affermato che la recente escalation di attacchi israeliani contro le posizioni dell’Esercito siriano sul Golan è stata diretta a spianare il percorso per Fath al-Sham per far prendere a questo più terre.

    Deputato israeliano Akram Hason
    Deputato israeliano Akram Hason

    Il regime di Israele, come è chiaro, cerca l’instabilità del Medio Oriente per soddisfare i suoi interessi nella regione, secondo quanto affermato dalla consigliera politica del presidente siriano.
    Le alture del Golan siriane, occupate da Israele dal 1967, sono scenario di tensione dall’inizio della crisi siriana nel 2011. Non è la prima volta che il regime israeliano viola lo spazio aereo siriano per portare a compimento i bombardamenti con la sua aviazione.
    Questi attacchi, secondo gli analisti, sono diretti a debilitare l’Esercito siriano, visto che ci sono evidenze della cooperazione tra il regime israeliano ed i gruppi terroristi, come Fath al-Sham.
    Lo stesso Benyamin Netanyahu era stato fotografato l’anno scorso mentre visitava i teroristi ricoverati in un ospedale israeliano. Il regime di Israele, come scritto dal quotidiano locale Yediot Aharonot, ha informato che sono stati spesi 10 milioni di dollari nei servizi di assistenza medica forniti ai terroristi che sono rimasti feriti negli scontri con l’Esercito siriano.
    Fonte: Haaretz
    Traduzione e sintesi: Manuel de Silva

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