ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 13 settembre 2016

La virtù teologale di fede

La professione di Fede e il sospetto di eresia Corde creditur ad iusititiam, ore autem confessio fit ad salutem (2Tess. 1, 11)

Risultati immagini per la fede la speranza e la carità  nell'arte  come è rappresentata

La fede, virtù senza la quale non si può piacere a Dio, non può limitarsi a essere una convizione interiore. Deve essere espressa esternamente, specialmente per essere diffusa. L’adesione alle verità non può essere separata dal rifiuto degli errori, rifiuto che non può permettersi di essere ambiguo o tacito, specialmente quando l’errore è clamoroso.

La virtù teologale di fede ha come atto primordiale l’adesione dell’intelligenza a Dio che si rivela. Un atto quindi assolutamente interiore, invisibile. Tuttavia questo atto interiore non è l’unico atto della virtù di fede: l’adesione a Dio che si rivela deve essere necessariamente espressa all’esterno con degli atti sensibili, parole e gesti.
Questo si chiama professione (o confessione) della fede, e san Tommaso ne parla nella terza questione della Secunda Secundae della sua Somma. Tale atto di fede esternamente manifestata è quindi necessario alla salvezza secondo due modalità. La prima è quella affermativa, che obbliga a esprimere la nostra fede in determinate circostanze, che poi esamineremo; la seconda, non meno importante, è negativa: ci è proibito semper et pro semper compiere qualsiasi atto che direttamente o indirettamente appaia come una negazione delle verità di fede, anche nel caso in cui mantenessimo nel nostro cuore l’adesione a queste verità. Procederemo secondo queste due linee all’esame della questione. Il precetto affermativo della professione di fede La manifestazione esterna della fede non può essere, come è chiaro, un atto compiuto continuativamente (ovviamente parliamo di diretta confessione di fede, non degli atti delle altre virtù, che indirettamente rendono testimonianza che siamo coerenti con ciò che crediamo).
Quando sarà dunque necessario e obbligatorio esprimere a parole o gesti la nostra fede? In generale, per diritto divino, occorre manifestare la fede quando l’onore di Dio o l’utilità del prossimo lo richiedono. San Tommaso presenta i tipici casi di colui che tacendo la fede in una determinata circostanza lascerebbe credere di non averla (dando così scandalo ai presenti e “vergognandosi” di Dio), specialmente se espressamente interrogato a riguardo dalle autorità; o di colui che deve istruire e confermare il prossimo. Atti di fede esterni sono richiesti al momento di ricevere i sacramenti (si recita ad esempio il Credo in occasione del battesimo, della Cresima, dell’Ordine; ma come vedremo poi, sono i sacramenti stessi a significare la fede). Professioni di fede esplicite su punti specifici possono essere richieste in determinati luoghi e circostanze, specie quando un’eresia imperversa in una regione o in un tempo: non è lecito il silenzio di fronte a un errore che domina tutta una società cui siamo supposti aderire. È d’altra parte interessante notare come san Tommaso nella quaestio citata (art. II ad 3um) ricordi che in alcuni casi può essere doveroso non fare un atto di fede esterno: cioè quando non solo non ce n’è la necessità, ma anzi sarebbe dannoso mettersi ad affermare la fede in determinate circostanze, per esempio quando si prevede solo «turbamento degli infedeli senza alcuna utilità della fede o dei fedeli». La Chiesa ha poi il potere di imporre per legge la professione di fede esterna in determinate circostanze: al momento della conversione dell’infedele o dell’eretico, ad esempio, non basta un atto interno di fede per essere ammessi nella Chiesa, ma occorre un atto esterno e pubblico, essendo la Chiesa una società pubblica per sua natura. Inoltre la Chiesa impone una professione di fede a tutti coloro che sono chiamati ad avere un ruolo di insegnamento o di responsabilità. Dalla più alta antichità esistevano, per esempio, gli “scrutini” per i candidati alla consacrazione episcopale, che venivano interrogati sulla loro adesione ai dogmi dal Metropolita (il rito è ancora contenuto nel Pontificale Romano). Nel 1564, durante il Concilio di Trento, il Papa Pio IV impose a tutti coloro che avrebbero ricevuto gli ordini maggiori, come a tutti coloro che ottenessero un incarico ecclesiastico o di insegnamento, l’obbligo di giurare una precisa professione di fede, che comprendeva il Credo e l’elenco di una serie di verità esplicitamente menzionate, onde evitare l’infiltrarsi di protestanti in seno a posti di responsabilità nella Chiesa, come stava avvenendo in Germania. Ovviamente tale formula conteneva anche l’espressione più generale di adesione a qualunque insegnamento della Chiesa Romana, e di condanna di qualunque dottrina la Chiesa condannasse, essendo impossibile enumerare una per una tutte le verità rivelate. Per evitare che i modernisti snaturassero tale giuramento con la loro concezione dei dogmi (cui possono anche affermare di aderire, ma non certo nel senso che credono che il contenuto dei medesimi corrisponda a realtà esterne alla coscienza), il Papa san Pio X aggiunse al testo di Pio IV il famoso giuramento antimodernista (1910), che riprovava esplicitamente tali interpretazioni. Entrambi questi testi sono stati messi da parte dalla setta modernista oggi imperante (decreto di Paolo VI, 1966), che chiede l’adesione a una nuova formula, meno precisa e senza allusioni al modernismo, elaborata dal Card. Ratzinger ed imposta da Giovanni Paolo II nel 1989 (a modifica di un testo ancora più striminzito che era stato introdotto nel 1967). La clausola finale di questo nuovo testo è particolarmente contraria alla dottrina cattolica: «Aderisco inoltre con religioso ossequio della volontà e dell’intelletto agli insegnamenti che il Romano Pontefice o il Collegio dei Vescovi propongono quando esercitano il loro magistero autentico». Questo semplice “o” contiene tutta la dottrina conciliare del doppio soggetto del potere supremo, condannata dalla Chiesa. Professione della fede nei Sacramenti È un errore particolarmente dannoso il limitarsi a vedere i Sacramenti (e la Messa) come mere “macchine della grazia”, pensando che, purché sia compiuto validamente il rito, tutto il resto sia secondario. San Tommaso ci insegna che «omnia sacramenta sunt quaedam fidei protestationes» , tutti i sacramenti sono delle professioni di fede, e producono la grazia proprio in quanto la significano: questa significazione è essa stessa una manifestazione di quanto crediamo (l’errore protestante consisterebbe invece a escludere l’aspetto dell’efficacia per farne solo delle manifestazioni di fede). Se il carattere del Battesimo è dato per rendere il soggetto capace di ricevere i beni del culto cristiano (pubblico per sua natura), cioè in particolare gli altri sacramenti in quanto tali (è un carattere anzitutto passivo), quello della Cresima ci rende attivi negli atti del culto in quanto professioni di fede pubbliche (l’Ordine poi rende attivi negli atti di culto in quanto tali). Partecipare al culto della Chiesa, specie nei Sacramenti, non è solo ricevere la grazia, ma anche allo stesso tempo fare un’eminente professione pubblica di fede, compiere l’atto proprio e specifico del carattere della Cresima. I due aspetti non possono essere separati. La stessa professione di fede nella vita pubblica, compresa quella dei martiri, è fatta sotto la mozione della grazia della Cresima solo in quanto è, in senso largo, un atto di culto a Dio. Essendo dunque il culto della Chiesa, massimamente nella celebrazione dei Sacramenti, la professione di fede per eccellenza, è chiaro che nella celebrazione di questo culto ogni ambiguità sul contenuto della fede (e a maggior ragione ogni errore esplicito) assume un carattere di estrema gravità. Occorre quindi che il culto e la ricezione stessa dei Sacramenti si svolgano non solo in modo “meccanicamente” valido, ma anche in un contesto in cui risplenda nettissima la professione della fede cattolica. La partecipazione attiva a un rito è infatti adesione a quello che il rito esprime nella sua totalità, quindi anche alla dottrina che è esplicitamente professata in quella circostanza, oltre a quella oggettivamente espressa da gesti e parole. Si può ben capire fin d’ora quanto questo differisca da ogni forma di donatismo, l’eresia che legava l’efficacia dei sacramenti alla personale fede o dignità del celebrante. Si tratta al contrario della fede oggettivamente espressa dal rito celebrato nelle circostanze date, non di questioni personali. Sarebbe assolutamente pensabile che un sacerdote indegno o perfino eretico (ammettendo che la Chiesa lo riconosca ancora come suo ministro) celebrasse una Messa o un sacramento nei quali si professa integra la fede cattolica, dal momento in cui la sua eresia non si manifesta in nessun modo in quella circostanza: il fedele aderirebbe infatti al rito della Chiesa, non alle personali convinzioni del celebrante . D’altro canto, la Chiesa insegna che sebbene di per sé si debba genuflettere davanti all’Ostia consacrata da ministri non cattolici, si deve tuttavia evitare di dare l’impressione di mischiarsi agli acattolici e di condividerne le dottrine compiendo questi atti, dei quali bisogna quindi evitare le occasioni (e questo vale pure per la visita a templi acattolici e l’onore che si potrebbe rendere a eventuali immagini sacre in essi contenute) : segno di quanto la Chiesa sia lontana dall’accontentarsi di una semplice dinamica sacramentale valida, ma sappia bene che la partecipazione a un culto indica l’adesione alla fede che quel culto nella sua integrità significa. Il precetto negativo e il sospetto di eresia Il precetto negativo riguardo la professione di fede obbliga semper et pro semper: ciò significa che non è mai lecito compiere un atto che comporti o lasci intendere la negazione della fede, o la occulti ingiustamente, o lasci intendere l’adesione a dottrine non cattoliche. Non sarebbe per esempio lecito bruciare l’incenso agli idoli, ma nemmeno farlo esternamente con l’animo di onorare però il vero Dio. Si capisce che il campo è molto vasto. Non tratteremo però qui l’esplicita adesione all’errore, o l’apostasia, che sono casi evidenti di negazione della fede, quanto una serie di situazioni intermediarie. Alcuni di questi casi di ambiguità rientrano in una categoria giuridica precisa, che viene chiamata dal diritto canonico sospetto di eresia: per esempio il fare patto tra gli sposi di far battezzare o educare i figli fuori dalla religione cattolica, o compiere di fatto tali azioni (can. 2319); il sacrilegio sulle specie consacrate (can. 2320); l’appello al Concilio contro una sentenza del Papa (can. 2332); l’ostinazione nella scomunica per più di un anno (can. 2340); la simonia nell’amministrazione dei sacramenti (can. 2371); l’aiuto alla propaganda degli eretici con parole di lode o aiuti materiali (ovviamente senza aderire formalmente all’eresia, il che sarebbe semplicemente apostasia), la comunicazione in sacris con loro (per esempio se un cattolico partecipasse attivamente a una funzione luterana) (can. 2316); prima del codice del 1917 la stessa sodomia, l’esercizio della magia, la violazione del sigillo della confessione e il possesso di libri proibiti. Tutti questi atti infatti, benché non corrispondano a dirette negazioni della fede, lasciano intendere che chi li compie si dissoci dal credo della Chiesa, non essendoci altre spiegazioni plausibili a tali comportamenti (alcuni peccati si commettono infatti per fragilità, ma altri si spiegano difficilmente senza una particolare mali zia dell’intelletto). Il sospetto di eresia comporta, dopo le debite monizioni, l’interdizione dagli atti legittimi, la sospensione per i chierici, e dopo sei mesi di impenitenza l’assimilazione de jure agli eretici (can. 2315). Secondo le Decretali il sospetto d’eresia può essere di tre tipi: lieve, se gli indizi sono di poca importanza; violento, se si fonda su certi argomenti; veemente se si fonda su argomenti probabili. Il diritto naturale impone al sospetto di eresia di riparare e di professare apertamente la sua fede cattolica, con un atto proporzionato alla gravità del sospetto suscitato, ovvero più o meno pubblico. Gli antichi canoni prevedevano vari modi e circostanze in cui pronunciare tale ritrattazione, detta “purgazione”. Tali atti hanno, prima ancora che una valenza canonica, una indubbia connotazione morale, per cui anche se la Chiesa non li punisse più nel suo diritto, resterebbero peccati mortali contro la virtù di fede, e anche contro la carità se vi si aggiungesse lo scandalo. Qualche applicazione alla situazione presente Alla luce di tutto quanto esposto finora, vediamo alcuni casi concreti che si riferiscono alla situazione attuale. Sappiamo che a partire dal Concilio Vaticano II si richiede ai cattolici un’adesione a dottrine contrarie al Magistero della Chiesa. Ne abbiamo parlato tante volte: quella sul diritto naturale a non essere impediti nel culto di qualsiasi religione, quella sul doppio soggetto del potere supremo, quella sul rapporto con le false religioni, etc. Quando un’adesione a queste dottrine è richiesta in modo esplicito (come è accaduto recentemente alla Fraternità San Pio X), il più chiaro diniego è necessario. Ma allo stesso modo non sarebbe lecito aderirvi anche solo esternamente, pur mantenendo la fede all’interno di se stessi, né tacere davanti a una situazione in cui l’utilità del prossimo è così gravemente in gioco, e in cui il silenzio può apparire come approvazione. Specialmente chi è inserito nel sistema ecclesiastico ordinario, per mantenere la professione di fede cattolica, deve prendere pubblicamente le distanze da questi errori, che i superiori professano e cui si suppone egli aderisca. Questo deve avvenire a qualsiasi prezzo, e qualora se ne colga la gravità, si è tenuti in coscienza a farlo. La vicenda di Mons. Lefebvre si spiega essa stessa in questo modo: il tacere gli errori professati dal Concilio, che egli chiaramente percepiva come tali, sarebbe parso l’approvarli insieme al resto dell’episcopato mondiale. Denunciarli pubblicamente diventava allora strettamente necessario, a qualsiasi prezzo, come dovere primordiale. Se oggi tale professione di fede contro gli errori viene punita dalle autorità, si capisce che lo stato di grave necessità generale non è una favola. Alleghiamo qui la dichiarazione di Mons. De Castro Mayer il giorno delle consacrazioni episcopali, dove l’altro grande Vescovo spiega la sua presenza a Ecône quel giorno proprio come una necessaria professione di fede. Ugualmente, da quanto abbiamo enunciato appare chiaro che, dal momento in cui percepiamo quanto la nuova messa si distacchi dalla professione di fede cattolica su sacrificio, sacerdozio e presenza reale (cf. Breve esame critico), non possiamo mai prendervi parte, nemmeno sotto il pretesto di partecipare ai sacramenti. Infatti non possiamo contraddire, con la partecipazione a un rito non cattolico, la fede che il sacramento valido in se stesso significa: sarebbe commettere un peccato che ostacolerebbe gli stessi frutti del sacramento, anche ricevuto validamente. Potremmo noi assistere passivamente, e magari avvicinarci solo alla comunione? Evidentemente no, perché partecipare alla comunione durante quel rito sarebbe la massima adesione possibile al contenuto di quel rito. Perfino in punto di morte non si devono accettare i sacramenti in un rito o da ministri non cattolici, qualora questo diventi o anche solo possa sembrare un’adesione ai loro errori. Quanto alle Messe tradizionali celebrate da sacerdoti che fanno professione di accettare gli errori del Concilio, o a quelle celebrate in virtù del motu proprio, lungi da ogni donatismo, dovremo fare attenzione non alla fede personale del celebrante, ma a quella di cui si fa professione esplicita in quella particolare celebrazione. Se si intende esplicitamente celebrare in virtù del motu proprio, che assimila l’antico rito al nuovo (e che nell’istruzione applicativa richiede, come il vecchio indulto, l’adesione al Concilio) , è ovvio che si sta partecipando alla professione di una falsità, e ci si deve astenere da questo (il significato della vecchia Messa vien infatti parificato a quello della nuova). Seppure infatti il rito di san Pio V, preso materialmente, significhi sempre la fede cattolica, vi vengono uniti ingiustamente dei significati ai quali il cattolico non può aderire, dal momento che ne abbia chiara coscienza. Questo, lo ripetiamo, vale nella misura in cui vi sia professione di questo all’esterno. Se fosse una pura convinzione personale del celebrante o di parte dei fedeli presenti, il discorso potrebbe essere diverso. Teniamo però conto che molte Messe introdotte dai Vescovi diocesani dopo il motu proprio sono celebrate esplicitamente a queste condizioni. Rimane quindi necessaria grande vigilanza e attenzione, essendo la chiara professione di fede un dovere così necessario alla salvezza, come insegna il Santo Vangelo: Qui me confessus fuerit coram homini bus, confitebor et ego eum coram Patre meo, qui in caelis est. Qui autem negaverit me coram hominibus, negabo et ego eum coram Patre meo, qui in caelis est (Mt 10, 32-33).
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PROFESSIONE DI FEDE DI MONS. ANTONIO DE CASTRO MAYER A ECONE, IL 30 GIUGNO 1988, IN OCCASIONE DELLE CONSACRAZIONI EPISCOPALI

La mia presenza a questa cerimonia è una questione di coscienza: è il dovere di una professione di Fede Cattolica davanti a tutta la Chiesa, e più particolarmente davanti a Sua Eccellenza Mons. Lefebvre, di fronte a tutti i sacerdoti, religiosi, seminaristi e fedeli qui presenti. San Tommaso d’Aquino insegna che non c’è obbligo di fare una pubblica professione di Fede in ogni circostanza, ma quando la Fede è in pericolo urge l’obbligo di professarla, anche a rischio della propria vita. Questa è la situazione in cui ci troviamo. Viviamo in una crisi senza precedenti nella Chiesa, una crisi che la tocca nella sua essenza, perfino nella sua sostanza, che è il Santo Sacrificio della Messa e il Sacerdozio Cattolico, i due misteri essenzialmente uniti, perché senza il Sacerdozio non c’è Sacrificio della Messa, e per conseguenza, nessuna forma di culto pubblico. Ugualmente, è su questa base che si costruisce il Regno sociale di Nostro Signore Gesù Cristo. Per questo, perché la conservazione del Sacerdozio e della Santa Messa è in gioco, e a dispetto delle pressioni esercitate da molti, sono qui per compiere il mio dovere: per compiere una pubblica professione di fede. È triste vedere la lamentevole cecità di tanti confratelli nell’episcopato e nel sacerdozio, che non vedono o non vogliono vedere la crisi attuale, né la necessità di resistere al Modernismo momentaneamente imperante, per rimanere fedeli alla missione che Dio ci ha affidato. Desidero manifestare la mia profonda e sincera adesione alla posizione di Sua Eccellen za Mons. Marcel Lefebvre, che è dettata dalla sua fedeltà alla Chiesa di sempre. Entrambi abbiamo bevuto alla stessa fonte, che è la Chiesa Cattolica Apostolica e Romana. Possa la Santissima Vergine, nostra Madre, che a Fatima ci ha maternamente ammonito della gravità della situazione presente, possa darci la grazia di essere capaci, con il nostro comportamento, di aiutare e illuminare i fedeli in modo che prendano le distanze da questi pericolosi errori, dei quali sono vittime, ingannati come sono da molti di quelli che hanno ricevuto la pienezza dello Spirito Santo. Dio benedica Mons. Lefebvre e la sua opera.

 di don Mauro Tranquillo


La virtù di fede di don Pierpaolo Maria Petrucci

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La prima cosa che la Chiesa ci fa chiedere, il giorno del nostro battesimo, è la fede per ottenere la vita eterna: questo ci mostra tutta l’importanza che tale virtù teologale riveste nell’illuminare la nostra vita per poi aprici le porte del Paradiso, ove essa scomparirà per lasciar posto alla visione beatifica. La crisi attuale nella Chiesa è una crisi dottrinale che riguarda la trasmissione e la professione della fede. Per questo è più che mai importante approfondire questa virtù così fondamentale per la nostra vita e indispensabile per la salvezza.

Risultati immagini per confermazioniLa fede oggi è particolarmente attaccata e si direbbe che in vaste parti del mondo stia scomparendo. Il 13 luglio 1917 la Madonna a Fatima iniziava la terza parte del segreto rivelato ai tre pastorelli con queste parole: «Nel Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede», lasciando intendere così che essa sarebbe andata perduta altrove. Effettivamente viviamo un’epoca in cui l’uomo moderno, soprattutto in Europa, si sta allontanando sempre di più dalla concezione del mondo ispirata dalla fede. Le verità che hanno generato la civilizzazione cristiana sono certamente attaccate e stravolte in seguito ai cambiamenti della società negli ultimi decenni ma soprattutto a causa dei mutamenti dottrinali avvenuti nella Chiesa dopo l’ultimo concilio. Proprio in nome della fede, e per conservarla, Mons. Lefebvre e poi la Fraternità San Pio X sono entrati in conflitto con le autorità ecclesiastiche in un’apparente disobbedienza. Ma cosa è precisamente la fede? Qual è la sua certezza? Quale influenza deve avere nella nostra vita? In ordine di tempo è la prima virtù che ci avvicina a Dio, facendocelo conoscere come è in se stesso. San Paolo la definisce come “la sostanza delle cose che speriamo”. Tramite essa infatti crediamo quelle verità che siamo chiamati a contemplare eternamente un giorno in Paradiso. Essa è già, in questo senso, l’inizio della vita eterna. Nell’attesa di contemplare Dio faccia a faccia, durante il nostro pellegrinaggio terreno, la fede ce ne dà una certa conoscenza, anche se oscura e lontana, e ci indica i mezzi per giungere a lui. Conoscere il vero Dio, ciò che ha fatto per noi e ciò che siamo per lui è la garanzia e la condizione stessa della vita eterna poiché, come ci dice Gesù: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo» . Per darci questa conoscenza che sorpassa le nostre capacità naturali Dio si è rivelato a noi. Dopo averci adottato come figli tramite la grazia santificante che trasforma radicalmente la nostra anima innestandola nella vita divina, egli si è fatto conoscere come è in se stesso, nel suo intimo mistero, poiché un padre nei confronti dei figli non ha segreti. La conoscenza che ci dà la fede è fondata sull’autorità di Dio, verità infallibile, e quindi ci comunica certezze superiori ad ogni conoscenza naturale ed è la condizione essenziale per giungere un giorno alla contemplazione di ciò che abbiamo creduto. Infatti per meritar il fine soprannaturale a cui siamo chiamati e che consiste nella visione beatifica, occorre porre in questa vita atti proporzionati al suo conseguimento. In questo senso S. Paolo afferma che «Chi si avvicina a Dio deve credere…» , e ancora «Senza la fede non si può piacere a Dio» poiché «la fede è la sostanza delle cose che speriamo di cui non abbiamo l’evidenza» . Questi primi elementi ci consentono già di analizzare la virtù di fede. Essa ci permette una conoscenza di verità che superano la nostra capacità intellettiva, perché soprannaturale nel suo oggetto che è Dio in se stesso, nel suo mistero ineffabile. Ma pur facendoci conoscere nel mistero e quindi in una certa oscurità, la fede produce in noi una certezza assoluta poiché fondata sull’autorità di Dio che rivela e che non può né ingannarsi né ingannarci.Nell’ordine puramente naturale vi sono dei misteri per la nostra intelligenza come per esempio l’origine della vita, la causa di certe malattie, la dimensione dell’universo. Non dobbiamo essere sorpresi che in Dio vi siano misteri che superano la nostra ragione, senza però contraddirla. La nostra intelligenza può giungere alla conoscenza certa anche quando una proposizione non è evidente né in sé, né nei suoi princìpi, ma ci è fatta conoscere attraverso una persona competente e degna di fede. Affinchè l’assenso dell’intelligenza sia prudente occorre quindi verificare prima di tutto la scienza e la veridicità della persona che parla, poi il fatto stesso della sua affermazione, cioè che sia proprio questa persona degna di fede ad aver parlato. Questa doppia considerazione produce in noi ciò che si chiama un giudizio di credibilità . L’atto dell’intelletto che aderisce in queste circostanze è chiamato fede. Essa può essere umana, o divina. La fede umana è l’assenso che la nostra intelligenza da, per esempio, ad un professore di geografia che ci parla dell’Australia. È una persona competente, credibile, quindi anche se non abbiamo mai visto l’Australia ne crediamo l’esistenza. La differenza con la fede divina è che le verità che crediamo sulla testimonianza di Dio sorpassano la nostra ragione e non possiamo comprenderle, anche se come detto non la contraddicono. Poiché poi si tratta di una virtù soprannaturale le nostre facoltà devono essere elevate dalla grazia, essa ci rende capaci di atti che superano le possibilità della nostra natura. Per quel che riguarda la fede divina l’adesione è determinata dal fatto che Dio ci ha parlato e quindi dobbiamo credergli, poiché egli è la verità suprema che non può né ingannarsi né ingannarci, anche se la nostra ragione limitata non può comprendere perfettamente i misteri che ci fa conoscere In altre parole l’oggetto della fede ed il motivo per cui crediamo è Dio in quanto ci rivela delle verità che superano la ragione naturale dell’uomo. Dalla rivelazione divina nasce nell’uomo l’obbligo morale di aderivi. Il rigettare le verità rivelate, una volta conosciute, è un peccato gravissimo poiché comporta il rifiuto di Dio come nostro fine ultimo e quindi ci allontana da lui in questa vita e ci preclude la l’accesso alla beatitudine in quella futura. Gesù infatti ammonisce categoricamente nel Vangelo: «Chi non crederà sarà condannato» . La genesi dell’atto di fede All’obbligo di credere corrisponde la necessità di poter riconoscere con certezza l’origine divina della rivelazione. Perché il nostro atto di fede sia prudente, dobbiamo essere certi che sia veramente Dio che parla. Molte religioni si presentano come rivelate ma una sola può essere autentica poiché Dio, che è la verità stessa, non può proporre alla nostra credenza dottrine contraddittorie. Il Creatore non poteva lasciarci nell’ambiguità su di un punto così importante per il nostro destino eterno. Richiedendo da un parte l’adesione totale alla sua rivelazione, doveva, dall’altra, darci tutti i segni necessari per poterla riconoscere senza alcun’ombra di dubbio. Per questo accompagna la sua rivelazione con segni sensibili soprannaturali che ne mostrano l’origine divina e ne sono come un sigillo di veracità: i miracoli. Il miracolo è un fatto sensibile, soprannaturale, ovvero la sospensione delle leggi della natura, che soltanto Dio, autore della natura, può realizzare. Gesù durante tutta la sua vita pubblica ha affermato di essere il Messia, il Figlio di Dio e lo ha provato, realizzando le profezie dell’Antico Testamento pronunciate centinaia di anni prima, compiendo numerosi miracoli sugli elementi naturali, sulle malattie e persino sulla morte, profetizzando eventi futuri che si realizzeranno puntualmente, come la distruzione di Gerusalemme e del tempio. Tutti questi miracoli manifestano in maniera irrecusabile la divinità di Gesù Cristo e della sua dottrina. Il ruolo dell’apologetica consiste nel rendere ragione della nostra fede e mostrare, tramite i segni di credibilità che le verità soprannaturali sono credibili e devono essere credute, anche se non ne abbiamo l’evidenza. Esse sono infatti garantite dall’autorità di Dio che ne sigilla l’autenticità tramite i miracoli che ne accompagnano la rivelazione. Fede, ragione e libertà La nostra ragione può provare in maniera scientifica che Dio esiste, nel senso filosofico della scienza, cioè una conoscenza certa a partire dalle cause. Dalla contemplazione dell’universo e del mondo e dall’ordine che esiste nella natura, si deduce con certezza che vi è all’origine di essa una essere intelligente, poiché ogni effetto ha una causa proporzionata e non vi è ordine senza intelligenza che governa. Quest’essere, dirà S. Tommaso, è colui che tutti chiamiamo comunemente Dio. La stessa ragione ci permette di concludere che il Creatore, in quanto intelligente, può rivelarsi all’uomo, ed è conveniente che lo faccia accompagnando appunto la rivelazione con segni sensibili soprannaturali perché l’uomo possa riconoscerla come tale. Interviene poi l’aiuto interno della grazia che eleva l’intelligenza e fortifica la volontà dell’uomo per aiutarlo a dare l’assenso soprannaturale della fede. Ma anche sotto l’influenza della grazia rimaniamo liberi. Ecco perché la fede è un dono…. che si può purtroppo anche rifiutare. Per dare un esempio concreto basti ricordare che quando Gesù resuscitò Lazzaro giacente nel sepolcro da quattro giorni e già in decomposizione, molti fra i giudei testimoni del miracolo si convertirono, ma altri non vollero convertirsi e decisero di uccidere Gesù ed anche Lazzaro, per evitare che tutti credessero nel Signore . È il mistero della libertà umana, che può opporsi a questo dono gratuito di Dio, che è la fede, malgrado la forza dei segni soprannaturali. Possiamo così definire la fede, in maniera più precisa, come la virtù per la quale l’intelligenza sotto la spinta della volontà e della grazia, aderisce alle verità soprannaturali che Dio ha rivelato. San Tommaso ci spiega che la sua sede è l’intelletto , ma poiché non vi è l’evidenza delle verità credute, la volontà ha una grande parte nell’atto di fede ed è proprio essa che ordina l’assenso all’intelligenza, sotto la spinta della grazia. L’oggetto della fede è essenzialmente soprannaturale: Dio nei sui misteri in quanto superano la ragione umana, come per esempio il mistero della SS. Trinità e quello dell’Incarnazione. La trasmissione della fede Poiché il deposito rivelato, contenuto nella S. Scrittura e nella Tradizione, si è chiuso con la morte dell’ultimo Apostolo san Giovanni, il ruolo della Chiesa è quello di trasmettere intatto l’insieme delle verità di fede, senza la possibilità di aggiungervi niente di nuovo, ma approfondendo sempre di più e rendendo esplicito ciò che è già rivelato. La rivelazione infatti è esplicita quando è espressa a chiare lettere, come il mistero della Santissima Trinità manifestatosi al Battesimo di Gesù, ma può essere anche implicita quando cioè è inclusa in un’altra verità rivelata. Per esempio è rivelato esplicitamente che Gesù ha assunto una vera natura umana ed implicitamente che ha un corpo ed un’anima come noi, poiché il corpo e l’anima fanno parte integrante della natura umana. Si parla poi di verità virtualmente rivelata quando da due premesse, una di fede e l’altra di ragione, si giunge ad una conclusione chiamata teologica, perché fondata sulla fede con l’apporto, appunto, della ragione. È il caso dell’esistenza del Limbo . La fede ci dice che senza il battesimo non si può giungere alla salvezza. La ragione constata che alcuni bambini muoiono senza battesimo, prima dell’età di ragione, e quindi senza peccati personali. La conclusione è l’esistenza di un luogo della vita futura distinto dal Paradiso e dall’Inferno propriamente detto. La conclusione teologica può essere definita dalla Chiesa (come è avvenuto per il Limbo al Concilio di Firenze e tramite il Magistero ordinario universale), ma anche quando non lo è obbliga comunque ad un assenso poiché negarla significherebbe mettere in discussione anche la premessa di fede. Si commetterebbe così un peccato grave contro la fede, anche se non si tratta ancora di un’eresia. Che cosa è necessario credere La fede è esplicita quando si credono tutte le verità che Dio ha rivelato, conosciute tramite una buona formazione catechistica. Essa può essere anche implicita quando, pur non conoscendo tutte le verità rivelate da Dio, si è disposti a crederle. Per giungere alla salvezza eterna è necessario credere, almeno implicitamente, tutto ciò che Dio ha rivelato. Secondo San Tommaso, dopo la venuta di Cristo, occorre la fede esplicita nel Mistero della SS. Trinità e in quello dell’Incarnazione e la Chiesa insegna che per poter battezzare o assolvere anche un morente ancora cosciente, occorre istruirlo almeno su questi due principali della fede In ogni caso la fede necessaria alla salvezza deve essere una virtù soprannaturale, proporzionata alla visione beatifica che dobbiamo meritare e che supera tutte le esigenze della nostra natura. Non è quindi sufficiente un’adesione a Dio, conosciuto tramite la ragione e ancora meno si può affermare che un “supposto ateo può avere un rapporto implicito con Dio che lo conduce alla salvezza” come certi teologi sostengono dopo il Concilio Vaticano II . Questa dottrina è già stata condannata dalla Chiesa (. La salvezza degli infedeli Si pone così il problema della salvezza di coloro che non hanno mai conosciuto, senza propria colpa, Gesù Cristo e la sua Chiesa. Dio nella sua Provvidenza accorda ad ognuno le grazie sufficienti per giungere alla salvezza. R e s t a fermo comunque il principio che occorre la fede soprannaturale per poter meritare il Paradiso. A colui che fa ciò che può, Dio non nega la sua grazia. Il pagano che vive lontano dal mondo civilizzato e dalla Chiesa ma cerca di seguire la luce della ragione per evitare il male e fare il bene, avrà dal Signore sicuramente, a un dato momento, la grazia per giungere alla fede. Dio potrà servirsi di una ispirazione interiore o di un missionario come ha fatto con il centurione Cornelio inviandogli san Pietro; oppure potrà utilizzare il ministero degli Angeli. Egli non abbandona nessuno e se qualcuno si perde è per propria colpa . Tutte queste grazie sono concesse sempre per mezzo della Chiesa Cattolica, di cui è necessario essere membri per giungere alla salvezza, tramite il sacramento del Battesimo oppure per il desiderio esplicito o almeno implicito di riceverlo, poiché “fuori dalla Chiesa non vi è salvezza” . Si oppongono quindi alla dottrina cattolica le nuove affermazioni del Concilio Vaticano II, secondo cui vi sarebbero valori di salvezza in altre religioni .La professione della fede Secondo San Tommaso il primo atto umano di cui l’uomo è responsabile è o un atto di amore nei confronti di Dio o un peccato mortale, da ciò si deduce il precetto divino di porre un atto interno di fede appena si ha l’uso della ragione. Si comprende così l’importanza di amministrare il battesimo al più presto e di quanto sia essenziale l’educazione cristiana per orientare subito il bambino verso Dio suo fine ultimo. In varie occasioni durante la vita, quando si riceve un sacramento, nelle prove, nelle tentazioni e soprattutto al momento della morte, è necessario ricorrere a Dio con atti di ardente fede. Se si è tentati non è il momento di cercare argomenti, ma è necessario resistere con fermezza, in seguito, con il rappacificarsi dell’anima, è il momento di approfondire i motivi di credibilità del dogma. Soprattutto oggi, a causa degli attacchi che la fede subisce pubblicamente, è fondamentale incrementare la propria formazione cristiana e cercare le ragioni della nostra fede, attraverso lo studio dell’apologetica. La terribile crisi dottrinale attuale ci obbliga ad essere particolarmente vigilanti e a conoscere ciò che la Chiesa ha insegnato nel suo magistero perenne, in modo da non essere vittima di quello che Mons. Lefebvre chiamava “il colpo maestro di Satana”: disubbidire a Dio e allontanarsi dalla fede di sempre, in nome dell’obbedienza all’autorità religiosa. Non dimentichiamo che l’autorità è in funzione della fede e non il contrario. S. Paolo ammonisce nell’epistola ai Galati: «Anche se noi stessi o un angelo del Cielo venisse ad annunziarvi un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia egli anatema».La professione esterna della fede poi è necessaria tutte le volte che il nostro silenzio potrebbe essere interpretato come una negazione di essa. Non dobbiamo nasconderla per rispetto umano, poiché la franca affermazione della fede è una grande testimonianza di amore verso Nostro Signore. Gesù dice nel Vangelo: «Se uno mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli. Se invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli» . Ogni volta che il nascondere, o il tacere la nostra fede può sottrarre onore a Dio, farci passare da non cristiani e scandalizzare, si offende gravemente il nostro Creatore. Al contrario il primo apostolato, molto fruttuoso ed efficace, è quello di manifestare pubblicamente la fede e confermarla con una vita vissuta in maniera coerente. Se l’autorità pubblica o privata vuol farci porre degli atti contro la fede, come nel caso degli imperatori romani, che volevano far bruciare ai cristiani qualche grano d’incenso agli idoli, è obbligo morale rifiutare, anche se si tratta di perdere la vita, come hanno fatto i martiri. Non si può neppure fingere come facevano coloro che sono stati chiamati “libellatici” ai tempi delle prime persecuzioni. Costoro non sacrificavano, ma compravano il libello, decreto che testificava che avevano sacrificato agli idoli, commettendo così ugualmente un grave peccato di scandalo. Oggi, di fronte agli errori penetrati nella Chiesa, è fondamentale reagire con una pubblica professione di fede nei confronti dell’autorità, soprattutto se si ha il dovere di insegnare e si fa parte della gerarchia ecclesiastica. Questo dovere incombe anche se ciò dovesse comportare conseguenze per la propria carriere o eventualmente persecuzioni da parte dei superiori. È la strada che prese coraggiosamente Mons. Lefebvre nei confronti delle novità distruttrici, professate nell’ultimo concilio, e riguardo alla nuova liturgia a tendenza protestante. Per questo per la Fraternità San Pio X, sarebbe inaccettabile un riconoscimento giuridico che comportasse il tacere su questi errori che stanno distruggendo la fede nelle anime e paralizzano la forza missionaria della Chiesa. Proprietà della fede soprannaturale L’atto di fede è una libera adesione alle verità rivelate e la Chiesa ha sempre condannato le conversioni forzate. Questo però non significa che non vi sia l’obbligo morale di credere e neppure che lo Stato non possa impedire la pubblica diffusione degli errori delle false religioni. Infatti, come insegnava Papa Pio XII: «Ciò che non corrisponde alla verità e alla legge morale non ha il diritto oggettivo all'esistenza, alla propaganda o all'azione» . Se la Chiesa insegna che nessuno deve essere costretto ad abbracciare la fede con violenza, le false religioni non hanno in se nessun diritto a propagare i loro errori nella società civile, anche se, per evitare un male maggiore, possono essere tollerate. Questa dottrina cattolica fu totalmente abbandonata dalla Dichiarazione sulla Libertà religiosa del concilio Vaticano II, che riconosce alle false religioni un diritto fondato sulla natura a non essere impedite di propagare i loro errori . La fede, quando è animata dalla carità, si dice formata ed è questa che ci condurrà alla salvezza. Il peccato mortale priva della vita soprannaturale, della carità e della grazia di Dio, ma non distrugge la fede (a meno che non sia un atto diretto contro questa virtù). Essa allora rimane in noi, ma diviene informe e non è sufficiente per la salvezza poiché, come dice l’Apostolo san Giacomo, senza le opere la fede è morta . I vizi opposti alla fede Si può peccare contro la fede per omissione quando l’atto interno ed esterno è richiesto, come abbiamo visto in precedenza, ma anche per ignoranza colpevole (detta anche crassa o supina) quando si è negligenti nell’istruirsi o, ancora peggio, si rifugge l’istruzione religiosa per non voler sottostare agli obblighi morali che essa comporta ed essere così più liberi di gestire la propria vita senza costrizioni morali (ignoranza affettata). Questo atteggiamento, gravemente colpevole, porta alla cecità spirituale ed ha per conseguenza quasi inevitabile la dannazione eterna. Vi sono poi i peccati di atto contro la fede. Per eccesso, abbiamo la credulità che si manifesta per esempio con la corsa alle apparizioni private, senza alcun discernimento; la sete del contatto diretto con il soprannaturale tramite la ricerca di carismi straordinari, come avviene nei movimenti cosiddetti carismatici (parlare in lingua, dono dei miracoli, etc). Lo Spirito Santo e le sue grazie ci sono concessi solamente nella Chiesa tramite i sacramenti che ne sono la via ordinaria. I grandi mistici hanno messo in guardia contro una ricerca disordinata del soprannaturale che può aprire la porta a molte illusioni ed anche al preternaturale diabolico, come spiega molto bene san Giovanni della Croce.L’Apostolo san Giovanni, nella sua prima epistola, ci insegna di non credere ad ogni spirito, ma prima di provare se essi vengono da Dio, «poiché molti pseudo profeti sono venuti nel mondo». Altro peccato contro la fede è la superstizione, che consiste nel prestare un culto divino a delle creature, oppure un falso culto al vero Dio. Non è mai lecito per un cattolico partecipare attivamente a riti di false religioni, perché questo farebbe pensare che si aderisce alle erronee dottrine che essi manifestano.La nuova liturgia realizzata a scopo ecumenico non solo non esprime più in modo chiaro la dottrina cattolica sulla Messa, ma propone positivamente nei suoi riti una nuova concezione della stessa Messa, del sacerdozio e dell’eucaristia, che si avvicina più al credo protestante. Per questo essa è pericolosa per la fede e quindi il dovere di proteggere e professare la retta dottrina ci obbliga a non parteciparvi. Altra grave mancanza contro la fede è l’infedeltà, cioè il non credere. Ovviamente quando qualcuno, senza propria colpa, ignora le verità della fede, si trova nell’ignoranza invincibile e quindi non è colpevole. Ma quando si rigetta la fede conosciuta, come per esempio il pagano dopo averne ascoltato la predicazione o il giudeo che non riconosce la divinità di Gesù Cristo, malgrado le prove che Egli ha dato, allora l’infedeltà è gravemente colpevole.L’apostasia dalla fede e l’eresia Il termine eresia viene dal greco e significa scelta, infatti l’eretico è colui che, negando pertinacemente anche una sola verità di fede, sceglie cosa credere, fondando così la sua adesione non più sull’autorità di Dio che rivela, ma sul proprio giudizio. La virtù soprannaturale di fede è distrutta dall’eresia che è punita dalla Chiesa anche con la scomunica. Nel caso di conversione, prima di potersi avvicinare ai sacramenti, è necessaria un’abiura dagli errori e l’assoluzione al foro esterno dalla pena incorsa. Si parla invece di apostasia quando vi è il rigetto volontario della fede cristiana a cui si aderiva, ad indicare ciò che si abbandona per propria scelta. Questi peccati gravissimi privano l’anima della virtù primordiale donataci per avvicinarci a Dio.I pericoli per la fede La Chiesa, che è madre, ha sempre voluto proteggere i suoi figli mettendoli in guardia dalla comunicazione con gli infedeli e gli eretici. Per questo ha stabilito per esempio degli impedimenti matrimoniali con i non cattolici, ben conscia dei pericoli che tali unioni comportano. Anche su questo punto ha soffiato il vento del concilio. La nuova disciplina canonica per concedere la dispensa nei matrimoni misti, non prevede più l’obbligo per la parte non cattolica di battezzare i figli e di educarli nella fede della Chiesa (25), mentre nell’antico Codice di Diritto Canonico era considera una condizione sine qua non. Sempre per proteggere i fedeli, la Chiesa aveva stabilito un catalogo di libri condannati come dannosi, l’indice dei libri proibiti. Data la diffusione della stampa malvagia un tale catalogo è diventato impossibile. Rimane però l’obbligo, dettato dalla stessa legge naturale, di fuggire tutto ciò che negli scritti può essere dannoso per la nostra anima. Colui che di sua libera volontà, senza un proporzionato motivo, frequenta cattive letture, si mette volontariamente nel pericolo e quindi è segno che vuole il peccato e ne è responsabile. Fra i pericoli maggiori di perversione per la fede per i giovani vi è la scuola. La dottrina della Chiesa è chiara: non è mai lecito frequentare una scuola acattolica nella quale non si possa rimuovere il pericolo di perversione della fede. Le autorità religiose hanno sempre cercato di fondare scuole che potessero dare una buona formazione intellettuale, morale, e religiosa, in armonia con le famiglie. È questo un compito dal quale, sacerdoti e genitori, non possiamo esimerci, soprattutto oggi, data la corruzione intellettuale e morale a cui sono spesso esposti i figli, fin dalla più tenera età. Per terminare dobbiamo ricordare i pericoli che soggiacciono alla nostra natura ferita dal peccato originale, primo fra tutti la superbia. La fede infatti esige l’umile sottomissione della nostra intelligenza ai misteri che la sovrastano, e benché sia fondata sull’autorità di Dio che ne garantisce la verità, essa rimane molto difficile per l’uomo superbo, mentre l’umiltà ci dispone al riconoscimento dei nostri limiti e ad una semplice sottomissione al nostro Creatore, secondo il detto del Vangelo: «Ti ringrazio, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate agli umili» . Altro grave ostacolo è l’impurità. L’uomo animale infatti, come ci ricorda S. Paolo, non può capire le cose di Dio, mentre Gesù, nel Vangelo, ci ricorda che solo i puri di cuore vedranno Dio. Una vita vissuta nell’osservanza della legge del Signore dispone alla fede ed è garanzia di perseveranza. San Giovanni Crisostomo ci ricorda che «come l’alimento è necessario al corpo, così la vita retta alla fede, come la nostra natura corporea non può durare senza cibo, così neppure la fede senza le buone opere» .
Conclusione 
Il sacramento della Cresima fa di noi i soldati di Gesù Cristo e ci garantisce la grazia di professare pubblicamente e senza vergogna la fede, anche di fronte alla persecuzione e alla morte. Questa professione è oggi tanto più necessaria, quanto la fede si sta spegnendo nel mondo, anche a causa della terribile crisi che sta attraversando la Chiesa. Ogni cristiano è chiamato ad essere apostolo, soldato di Gesù Cristo e quindi a lottare per instaurare il suo regno, prima di tutto nella propria anima, poi nella famiglia, nel luogo di lavoro e nella scuola, per riconquistare la società intera a Colui che l’ha redenta col proprio sangue. Questo è l’ideale che dovrebbe animare ogni cristiano, condizione indispensabile per generare quella che sant’Agostino chiamava “la città di Dio”, una vera civiltà modellata secondo i principi della fede, per preparare gli uomini alla contemplazione eterna di quei misteri che hanno creduto.

2 commenti:

  1. Sarebbe una contraddizione in termini il definirsi seguaci di Colui che E' la Parola e poi tenere le labbra - e il cuore - serrati per difenderlo dagli attacchi dei nemici e del Nemico.

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    1. Errata corrige:

      ..... e non difenderlo dagli attacchi dei nemici e del Nemico.

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