ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 30 ottobre 2016

“Caro Padre, che sei nei cieli, indicami dov’è l’unico Ovile ”

MARIA ELISABETTA HESSELBLAD, LA SANTA CHE DONÒ LA VITA A DIO PERCHÉ LA SVEZIA TORNASSE IN COMUNIONE CON ROMA

Maria Elisabetta Hesselblad, la santa che donò la vita a Dio perché la Svezia tornasse in comunione con Roma

Mi sembra opportuno soffermarsi sulla figura straordinaria della Beata Maria Elisabetta Hesselblad, che tanto impegno profuse per l’unità dei cristiani, considerando scandalose le loro divisioni. La pia donna nacque il 4 giugno 1870 a Faglavick (Svezia) nella provincia del Vastergotland, quintogenita di ben tredici figli (nove maschi e quattro femmine). Il padre si chiamava Augusto Roberto e la madre Karin, ambedue luterani e molto praticanti. Sin da piccolina la Beata amò leggere la Bibbia. Nella chiesa luterana fu battezzata il 12 luglio 1870, successivamente ricevette la prima comunione e la confermazione nel 1885 oltre ad una istruzione religiosa approfondita. Alla età di sette anni fu duramente colpita dalla scarlattina e dalla difterite, mentre a dodici anni una malattia le provocò ulcere allo stomaco ed emorragie, che l’accompagneranno per tutta la sua vita terrena. Fin dalla giovinezza il suo maggiore desiderio fu trovare l’Unico Ovile. Maria Elisabetta racconta questo suo anelito nelle «Memorie autobiografiche»:
«Da bambina, andando a scuola e vedendo che i miei compagni appartenevano a molte chiese diverse, cominciai a domandarmi quale fosse il vero Ovile, perché avevo letto nel Nuovo Testamento che ci sarebbe stato “un solo Ovile ed un solo Pastore”. Pregai spesso per essere condotta a quell’Ovile e ricordo di averlo fatto specialmente in un’occasione quando, camminando sotto i grandi pini del mio paese natio, guardai in special modo verso il cielo e dissi: “Caro Padre, che sei nei cieli, indicami dov’è l’unico Ovile nel quale Tu ci vuoi tutti riuniti”. Mi sembrò che una pace meravigliosa entrasse nella mia anima e che una voce mi rispondesse: O, figlia mia, un giorno te lo indicherò. Questa sicurezza mi accompagnò in tutti gli anni che precedettero la mia entrata nella Chiesa».

Nel 1888, diciottenne, emigrò negli Stati Uniti alla ricerca di un posto di lavoro per aiutare economicamente la sua famiglia. L’anno seguente, a causa dei suoi disturbi, fu ricoverata in ospedale e si trovò in una situazione disperata. Stabilì, qualora fosse guarita, di diventare infermiera, conseguendo il diploma presso il Roosevelt Hospital e poco dopo venendo presa dallo stesso ospedale. Conobbe il padre e dotto gesuita Giovanni Giorgio Hagen, che le fece conoscere in maniera approfondita la dottrina cattolica. Meditò a lungo sul da farsi ed infine decise di farsi battezzare e ricevere la prima comunione nella Chiesa cattolica il 15 agosto (il giorno dell’Assunzione della Beata Vergine Maria) 1902 negli USA.
Nel 1903 ebbe il grande desiderio di soggiornare a Roma e qui per puro caso ebbe la gioia di scoprire la casa dove abitò Santa Brigida (fondatrice del nuovo Ordine monastico del Santissimo Salvatore, ampiamente sviluppatosi nel Nord Europa) nel XIV secolo. Gli svedesi studiavano Santa Brigida come letterata, avendo composto la stessa diverse opere. Infatti la riforma di Lutero non riconobbe più nella santa svedese quell’alone di santità, ancora oggi confermato dalla Chiesa cattolica. Il 25 marzo del 1904 Maria Elisabetta ritornò a Roma, avendo il proposito di rifondare il vetusto Ordine brigidino, ma fu preda di forti febbri (ricevette perfino l’unzione degli infermi). Sapeva bene (con grande dispiacere) che la casa di Santa Brigida era occupata da una comunità di carmelitane, alle quali non interessava tener desta la memoria della Santa svedese e ciò era dimostrato dal fatto che le stanze in cui aveva abitato Santa Brigida non erano visitabili, perché chiuse. Nello stesso anno il suo fratello amatissimo, Thure, decise di diventare cattolico. Il 22 giugno 1906 la Beata, nella cappella della casa di Santa Brigida, vestì l’abito grigio delle Brigidine di Syon Abbey ed emise i voti alla presenza del padre gesuita Giovanni Giorgio Hagen. Il 10 luglio pronunciò in forma privata i voti come figlia di Santa Brigida.

Suor Elisabetta visitò le rimanenti comunità brigidine ancora sussistenti in Europa (Vadstena, Weert, Uden, Altomunster, Syon), volendo informarle sul suo desiderio di rifondare l’Ordine. Rimase fortemente colpita solo dal monastero di Syon, sia per il fatto che le suore indossassero ancora il saio cinerino (il saio della penitenza medievale), sia perché conservassero le preghiere corali dell’antica liturgia brigidina. Sotto la guida dello Spirito Santo e con l’aiuto del Pontefice Pio X, l’otto settembre del 1911 riportò in vita l’Ordine di Santa Brigida, volendo restare fedele alla tradizione brigidina per l’indole contemplativa e la celebrazione solenne della liturgia. Tutto il suo apostolato si rifece al motto «Ut omnes unum sint» e per questo motivo volle donare la propria vita a Dio per far sì che la Svezia fosse una sola cosa con Roma.
In un periodo di grandi difficoltà, derivanti dalla rifondazione dell’Ordine brigidino, scriveva il 4 agosto 1912: «L’uragano del nemico è grande ma la mia speranza rimane tanto più ferma che un giorno tutto andrà bene. Per la Croce alla luce! Quello che si semina nelle lacrime si raccoglie nella gioia. E il nostro caro Signore ha detto: “Dove due o tre sono riuniti nel Mio nome, io sono in mezzo a loro”. Questo diciamo a Lui affinché Egli supplisca a quello che manca in noi e attorno a noi per il compimento della vocazione alla quale ci ha, così indegne come siamo, chiamate».
Il 4 marzo del 1920 la Beata (oggi santa ndr.)  fu nominata badessa dell’Ordine del Santissimo Salvatore ed affermò che tre erano i compiti del’Ordine: contemplazione, adorazione e riparazione. Nel mese di luglio del 1923 Madre Elisabetta andò in Svezia per il 550° anniversario della dipartita di Santa Brigida a Vadstena (dove essa aveva eretto nel 1343 il suo primo monastero). Alla cerimonia presero parte numerosi luterani. Nello stesso anno in ottobre riuscì a far nascere una casa brigidina a Djursholm (cittadina posta a circa 10 Km a nord est di Stoccolma. Il borgo era ed è ritenuto come uno dei più esclusivi e facoltosi della Svezia, realizzato come una città giardino con enormi ville lungo le strade alberate ed i raffinati quartieri hanno da lungo tempo attirato illustri accademici, elementi di spicco della cultura svedese ed uomini d'affari), la prima in seguito alla riforma. Nei primi anni di vita della casa a Djursholm giunsero alle suore brigidine numerosissime minacce di morte anonime da parte dei luterani.

Il 10 aprile del 1931 il Vaticano diede all’Ordine fondato da suor Maria Elisabetta, a tempo indeterminato, la chiesa di Santa Brigida insieme al convento oramai abbandonato dalle carmelitane. Da questo momento la chiesa fu sempre più visitata da svedesi cattolici e luterani. Nel 1943, quando Roma era in mano ai nazisti, Maria Elisabetta (mettendo a rischio la propria vita) ospitò senza alcun distinguo ebrei, poveri, rifugiati, comunisti italiani, tedeschi e polacchi. In una lettera inviata a sua sorella Eva scrisse: «...Quaggiù viviamo in condizioni assai difficili, ma la Provvidenza di Dio ci assiste in molti modi meravigliosi. Abbiamo ancora la casa piena di profughi, in quest´anno di afflizione».
Ebbe una fruttuosa amicizia con l’allora rabbino di Roma (Israele Eugenio Zolli), che divenne cattolico nel 1946. Donò le sue preghiere ed i frequenti disturbi fisici a favore dell’unità dei cristiani. Nel 1946 venne fondata a Roma l’associazione per l’unità dei cristiani «Unitas», a cui fece seguito la rivista omonima diretta dal teologo gesuita padre Carlo Boyer. La Beata (Santa ndr.) offrì pieno appoggio alla lodevole iniziativa ed ottenne che la casa di piazza Farnese fosse la sede dell’associazione.
Nel gennaio del 1955 il re Gustavo VI di Svezia volle attribuirle l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine della Stella del Nord, a motivo delle numerose opere da lei concepite e portate a termine. Il 24 aprile del 1957, alla veneranda età di 87 anni, morì nella casa generalizia di piazza Farnese, dopo aver sopportato tante sofferenze dovute ad un malfunzionamento del suo cuore. Fu seppellita al cimitero del Verano. La gente povera e semplice da subito la considerò santa oltre che madre dei poveri e maestra dello spirito.  
http://www.iltimone.org/35258,News.html

Se Lutero va d'accordo con Francesco (e Ratzinger)
LIPSIA — Mentre si potrebbe con ragione ammirare con quale semplicità e precisione papa Francesco, nell'intervista al gesuita svedese Ulf Jonsson uscita su La Civiltà Cattolica, si prepara alla visita a Lund per l'inizio del 500esimo anniversario della Riforma luterana, presentando il suo pensiero ecumenico ed interreligioso, la Frankfurter Allgemeine Zeitung di questo fine settimana si chiede se il papa sia il nuovo Lutero del 2017. Secondo il vaticanista Christian Geyer, Francesco è un confusionario che intacca l'autorità del ministero papale. Un papa che invece di voler riportare i luterani a Roma, porta i cattolici a Wittenberg, la città in cui Lutero avrebbe affisso le sue 95 tesi contro la vendita delle indulgenze. Il giornalista della Faz cita anche un teologo di Friburgo, Helmut Hoping: "Attualmente vedo il pericolo che il ministero papale, in forza di oscurità dottrinali e frasi spontanee irritanti, metta in gioco la propria autorità".
In un primo articolo avevo dato la parola ad alcuni figli del riformatore tedesco che ho conosciuto nei miei 15 anni di attività di insegnamento nella terra dov'è nata la riforma luterana, a pochi chilometri da Wittenberg, proprio perché volevo evitare contrapposizioni astratte tra Roma e Wittenberg, come quelle espresse nella Faz. Preferisco comunque, con il filosofo francese Rémi Brague, il termine "Riformazione" (Réformation) per distinguerlo da altre forme di riforma ecclesiale, come quella tridentina o del Vaticano II e in genere dal tema tipico della Chiesa tutta, "semper reformanda". 
In questo articolo vorrei cercare di approfondire il tema della "Riformazione" in dialogo proprio con Rémi Brague e il suo importante libro Il futuro dell'Occidente. Nel modello romano la salvezza dell'Europa (2005; 2016). Conoscendo la tesi del libro, già presentata nel sottotitolo (nel modello romano la salvezza dell'Europa) si potrebbe pensare ad una provocazione: come fare memoria dell'avvenimento che ha segnato la rottura con Roma, proponendo un "modello romano" di salvezza? Quanto scriverò è destinato a deludere tutti: i tradizionalisti "romani" vedranno in esso un'eccessiva cautela nel giudizio su Lutero, i luterani forse un tentativo di "restaurazione cattolica". 

Che cosa ci propone Brague con il concetto di "romanità" o "secondarietà" (nell'accezione tecnica specificata dall'autore, e non usuale del termine)? "È solo con la digressione attraverso l'anteriore e l'estraneo che l'Europa accede a tutto ciò che le è proprio". L'Europa non ha nulla di primario (potremmo anche dire: di essenziale) da difendere se non la sua capacità di integrare ciò che le è estraneo o anteriore. Fin dai tempi più antichi: Virgilio mette all'inizio della fondazione di Roma le gesta di uno straniero proveniente da una città dell'Asia minore! 




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