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lunedì 24 ottobre 2016

E'opportuno attenuare l’obbligo del celibato?

Celibato dei preti. La parola alla difesa


Non se ne discuterà in un sinodo, ma crescono le pressioni a favore dell'ordinazione di uomini sposati. Il più stimato dei teologi italiani ha messo a fuoco la questione su un'autorevole rivista. E opta per tener fermo il celibato: non solo "opportuno" ma "necessario"

di Sandro Magister
ROMA, 24 ottobre 2016 – Intervistato alcuni giorni fa da Gianni Cardinale per il quotidiano della conferenza episcopale italiana "Avvenire", il segretario generale del sinodo dei vescovi, cardinale Lorenzo Baldisseri, ha confermato che il tema scelto da papa Francesco per la prossima assise del 2018 – "I giovani, la fede e il discernimento vocazionale" – era lo stesso che i quindici cardinali e vescovi della segreteria sinodale avevano messo in cima alla lista delle loro proposte.

Baldisseri ha però anche detto che subito dopo, nella lista, c'erano i ministeri ordinati. Senza altre specificazioni, ma con l'ovvia, sottintesa questione dell'ordinazione di uomini sposati.

Già una volta, nel 1971, un sinodo aveva affrontato questo argomento. E molte voci si erano levate a favore dell'ordinazione di "viri probati", cioè di "uomini sposati di età matura e di comprovata probità". Quella richiesta fu messa ai voti e battuta solo di poco da quella contraria: per 107 voti contro 87.

E oggi di nuovo sono molto forti e diffuse le richieste di introdurre su più larga scala nella Chiesa latina un clero sposato, con papa Francesco che ha fatto capire più volte di essere pronto all'ascolto:



> Il prossimo sinodo è già in cantiere. Sui preti sposati (9.12.2015)

> Preti sposati. L'asse Germania-Brasile (12.1.2016)

> Pochi preti celibi? E allora largo ai preti sposati (21.9.2016)

Ma, appunto, non sarà il prossimo sinodo a occuparsi dell'ordinazione di uomini sposati. Stando a quanto confidato da Baldisseri al consiglio della segreteria del sinodo, Francesco, al quale spettava la scelta, avrebbe alla fine preferito lasciar cadere questo tema e ripiegare sul più innocuo tema dei giovani anche per non aggiungere un nuovo conflitto intraecclesiale a quello sempre più drammatico già acceso dal precedente sinodo e dall'esortazione postsinodale "Amoris laetitia".

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Ciò non toglie che la questione dell'ordinazione di uomini sposati resta all'ordine del giorno, nella Chiesa. E Francesco non la lascerà certo cadere.

L'ha messa a fuoco recentemente con rara chiarezza un teologo tra i più stimati, Giacomo Canobbio, docente di teologia sistematica alla Facoltà teologica di Milano e già presidente dell'Associazione dei teologi italiani, in un'articolo sull'influente e autorevole "Rivista del Clero Italiano", edita dall'Università cattolica di Milano e diretta da tre vescovi di primo piano: Franco Giulio Brambilla, Gianni Ambrosio e Claudio Giuliodori.

L'articolo ha per titolo: "Ripensare il celibato dei preti?".

E inizia sottolineando che tale ripensamento è stato di recente riconosciuto "legittimo" anche dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, in un suo intervento dello scorso febbraio alla Pontificia Università Gregoriana.

Ma il ripensamento al quale Canobbio si dedica non segue affatto canoni scontati. Smonta i luoghi comuni e conduce il lettore a conclusioni in buona misura controcorrente.

Per cominciare, Canobbio libera il campo dall'illusione che un clero sposato sia il rimedio al calo delle vocazioni al sacerdozio. Basta guardare, scrive, cosa avviene tra gli ortodossi e i protestanti, dove preti e pastori sono sposati ma le vocazioni sono in crisi anche lì. Tale crisi, infatti, "deriva dalla scristianizzazione, non dal legame tra ministero ordinato e celibato".

"La questione tuttavia permane", prosegue Canobbio. E si chiede: "In un contesto di scristianizzazione che significato può assumere il celibato dei preti in ordine all’evangelizzazione?". Non appartenendo tale legame ai contenuti fondamentali della fede, "si potrebbe ipotizzare che, stante l’urgenza della missione alla quale papa Francesco richiama costantemente, sia opportuno attenuare l’obbligo del celibato?".

Nella parte iniziale dell'articolo, Canobbio tratteggia come storicamente il celibato si è congiunto col ministero ordinato, nella Chiesa latina: prima sul terreno pratico e poi sempre più per ragioni di carattere mistico e cristologico, approdando a considerare il prete celibe come colui che opera "in persona Christi", in dedizione totale a lui e agli uomini, nella Chiesa.

E così commenta:

"La dimensione ecclesiologica del rapporto tra ministero ordinato e celibato non potrà pertanto essere superficialmente messa da parte. Noi siamo figli della storia (e della riflessione da essa sgorgata) e non possiamo immaginare cosa saremmo se essa si fosse svolta in forma diversa. Di fatto il celibato per il Regno dei cieli ha modellato non solo la vita dei presbiteri, ma pure l’impostazione generale della Chiesa latina, e va messo in conto che una figura diversa di ministro ordinato comporterebbe una reimpostazione generale della vita della medesima Chiesa. La legittimità di tale reimpostazione è a priori fuori discussione: la storia ne ha conosciute tante. Ci si dovrebbe tuttavia domandare se la dedizione a tempo pieno al ministero non patirebbe alcuni limiti qualora il presbitero dovesse provvedere alla necessaria cura della sua famiglia, e coerentemente se la comunità cristiana potrebbe adire il suo presbitero con la libertà che ora, almeno idealmente, ritiene giustamente di avere".

Dopo di che affronta la questione di petto. Ma lasciamo da qui in avanti all'autore la parola, riportando i passaggi essenziali del suo saggio.

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Celibi per il Regno dei cieli

di Giacomo Canobbio



SUL VALORE DELLA TRADIZIONE

Che nei primi tempi del cristianesimo i responsabili delle comunità fossero sposati appare innegabile. Addurre però tale ragione per sostenere che anche oggi così dovrebbe essere è almeno ingenuo, allo stesso modo in cui si sostenesse che si dovrebbe tornare a una organizzazione ecclesiastica sul modello delle Chiese apostoliche. […]

Non pare cogente neppure l’argomentazione che si appella ai due polmoni della Chiesa, quello occidentale e quello orientale, per immaginare una reciproca contaminazione. […] Se è vero che la forma compiuta del ministero ordinato è l’episcopato, si dovrebbe semmai riflettere sulle ragioni per le quali anche nelle Chiese orientali, cattoliche o ortodosse che siano, i vescovi vengano scelti tra i monaci che sono celibi. […]

Osservando con sguardo disincantato la storia si può dire che la decisione di legare ministero ordinato e celibato non è altro che attualizzazione di un dato di fatto presente nel Nuovo Testamento, benché questa decisione abbia tardato a essere presa in senso definitivo e anche una volta presa sia stata per alcuni secoli disattesa. […] Di fatto però si giunse gradualmente ad affermare che il celibato è un obbligo di stato dei ministri ordinati, e la Chiesa latina legittimamente sceglie di ordinare soltanto coloro che decidono di restare celibi.

L’obiezione più volte risuonata circa la legittimità di tale scelta pare avere poca consistenza: la Chiesa infatti può decidere le condizioni da richiedere ai suoi ministri poiché costoro entrano a servizio della missione della Chiesa e non sono liberi di stabilire chi e come si possa diventare partecipi della medesima missione. Ritenere che detta decisione sia autoritarismo e quindi negazione della libertà dello Spirito richiederebbe dimostrare che i singoli fedeli possano precisare l’articolazione della vita ecclesiale.


NECESSITÀ DELLA MISSIONE E OPPORTUNITÀ DEL CELIBATO

Il problema non riguarda pertanto la legittimità della decisione, bensì l’opportunità di mantenerla a fronte della situazione odierna: qualora non ci fossero sufficienti ministri ordinati celibi, la Chiesa potrebbe cambiare la sua decisione? Sappiamo che sia il Vaticano II sia Paolo VI avevano preso in considerazione il problema e ciò nonostante avevano ribadito che, fatte salve alcune eccezioni, la disposizione non sarebbe cambiata. […]

Nella scelta tra le due prospettive si deve richiamare la ragione fondamentale che ha portato alla decisione di ordinare soltanto uomini celibi: la dedizione totale alla causa del Regno nella imitazione di Cristo.

Si deve riconoscere che tale ragione è apparsa in forma chiara in tempi relativamente recenti e non sempre è stata disgiunta da pregiudizi sessuofobici, che portavano a considerare il matrimonio una forma di vita cristiana inferiore a quella celibataria. Ciò non toglie che essa resta plausibile, sebbene non cogente e non sempre del tutto scevra da sovrapposizione con ragioni che oggi appaiono spurie. […]

La ragione cristologica richiamata potrebbe quindi giustificare anche oggi il legame tra celibato e ministero presbiterale? […] Oppure possono le esigenze della vita e della missione della Chiesa richiedere che si interrompa una tradizione, che pur con fluttuazioni rimonta ai primi secoli? […]

La questione è resa ancora più acuta dall’attuale situazione religiosa. Di fonte al processo di scristianizzazione riscontrabile nei paesi del Nord del mondo, che va di pari passo con la banalizzazione della dimensione sessuale delle persone e delle relazioni, si può ipotizzare che il mantenimento della legge del celibato svolga una funzione evangelizzatrice? […] Se lo scopo è far entrare in forma determinante il Dio di Gesù Cristo nella vita delle persone, perché non mantenere uno stile di esistenza che significhi come Dio possa prendere possesso di una vita in modo tale da renderla trasparenza della sua signoria?

Si tratta ovviamente di "un" modo, non l’unico – nessuna delle figure di vita cristiana può pretendere di esaurire la trasparenza della signoria di Dio – e non si può dire che sia il migliore. Pare però si possa dire che è quello che maggiormente si collega con la funzione del ministero ordinato. Del resto è questa la motivazione gradualmente maturata nel corso del tempo. Il ministro ordinato ha il compito non solo di portare altri a vivere la vita cristiana, ma pure di mostrare che il Vangelo può assorbire tutte le energie, anche quelle più nobili – gli affetti, le relazioni sessuali – e riempire una vita. […]

Ovviamente una prospettiva di questo genere richiede che non si ponga l’accento solo sul celibato, ma su tutti gli aspetti della "imitatio Christi", a partire dalla povertà. La causa del Regno capace di assorbire tutte le energie buone di una persona umana dovrebbe essere mostrata come fonte di una vita in pienezza. […] E la dedizione alla causa del Regno ha di per sé forza evangelizzatrice. Lo si riscontra nella storia: i mistici sono sempre stati efficaci poli di evangelizzazione. Un ministero presbiterale senza dimensione mistica rischia di diventare una nobile funzione burocratica.

Assumere in forma coerente il valore evangelizzatore del celibato comporta necessariamente ripensare anche il modo di esercitare il ministero, liberandolo da compiti burocratici e organizzativi che impediscono di fatto la coltivazione della dimensione mistica. Pare sia anche questa, oltre che il riconoscimento dei ministeri laicali, la via per declericalizzare la Chiesa.

Comporta inoltre che si ammettano al ministero ordinato persone in grado di reggere alle alte esigenze di una vita celibataria per la causa del Regno. Qua e là si avverte un’eterogenesi dei fini: per avere un numero sufficiente di presbiteri non si presta adeguata attenzione alle condizioni psicologiche e spirituali dei candidati al ministero, con la conseguenza di defezioni e/o di comportamenti sessualmente deviati.

Comporta altresì che si faccia chiarezza nei casi di ambiguità: tollerare situazioni di "matrimoni clandestini" per non far mancare ministri ordinati nelle comunità non aiuta a far comprendere il valore del celibato per il ministero. Forse si potrebbe accettare che in alcune situazioni – per incapacità delle persone, per portati culturali – valgano le eccezioni previste per ministri di altre confessioni cristiane che aderiscono alla Chiesa cattolica. Si tratterebbe di eccezioni, da valutare con grande circospezione per sottolineare che nella Chiesa latina si riconosce il valore evangelizzatore del celibato dei presbiteri anche quando il numero di questi diminuisce e non a causa della richiesta celibataria.


CONCLUSIONE

Ripensare il celibato dei preti appare non solo opportuno, ma necessario per le seguenti ragioni:

1. Aiuta a riscoprire le ragioni che nella Chiesa latina hanno portato a conferire il ministero presbiterale solo a uomini celibi;
2. Invita a considerare il valore evangelizzatore di una scelta di vita che si accompagni al ministero ordinato;
3. Stimola a riconsiderare le forme di esercizio del ministero presbiterale;
4. Provoca a domandarsi come la Chiesa possa svolgere la sua missione in un contesto di scristianizzazione;
5. Apre al coraggio di ammettere, senza infingimenti né percorsi superficiali, eccezioni alla legge del celibato per presbiteri che per motivi seri di carattere culturale o personale non sono in grado di mantenere l’impegno assunto dopo un rigoroso percorso formativo.

Resta il problema di come garantire un numero sufficiente di presbiteri per l’eucaristia che è il centro della vita delle comunità cristiane. Vale però l’interrogativo già posto da Karl Rahner: come stabilire di quanti preti ha bisogno oggi la Chiesa?

È ovvio che, se si mantiene il modello tradizionale (ma a partire da quando?) di pastorale, il numero di preti necessariamente dovrà essere alto. Quand’anche si continuasse a pensare secondo tale modello, si può tuttavia presumere che nell’attuale situazione sociale il numero dei preti non aumenterà togliendo l’obbligo del celibato. Pare sia piuttosto necessario ripensare l’impostazione della pastorale e con essa dell’articolazione dei ministeri tutti nella Chiesa.

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La rivista dell'Università Cattolica di Milano che ha pubblicato l'articolo:

> La Rivista del Clero Italiano

Giacomo Canobbio è anche lo studioso al quale il cardinale Camillo Ruini si è detto più debitore, per le pagine teologiche del suo recente libro sulle realtà ultime:

> C. Ruini, "C'è un dopo? La morte e la speranza", Mondadori, Milano, 2016

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L'ordinazione di uomini sposati è richiesta con particolare forza in Germania, anche da organismi ufficiali della Chiesa come il "Zentralkomitee der deutschen Katholiken", il Comitato centrale dei cattolici tedeschi.

Tra il 2010 e il 2011 tale Comitato esercitò fortissime pressioni, che suscitarono la reazione di chi invece difendeva la disciplina del celibato dei preti.

Nacque così in Germania l'idea di un libro che raccogliesse contributi a sostegno del celibato del clero, curato da Armin Schwibach e con una introduzione del cardinale Walter Brandmüller, presidente del Pontificio comitato di scienze storiche:

"Reizthema Zölibat - Pressestimmen", mit einer Einführung von Walter Kardinal Brandmüller, Fe-Medienverlags, Kisslegg, 2011

Oggi il libro è esaurito. Ma la lettura dell'introduzione del cardinale Brandmüller – che ripercorre la storia del celibato nella Chiesa, dai Vangeli a oggi – è di sicuro interesse ed è a disposizione in quest'altra pagina web, per la prima volta tradotta in italiano:

> Brandmüller: "Il celibato sacerdotale, una tradizione vincolante"

L'originale tedesco del testo:

> Brandmüller: "Zölibat der Priester, verbindliche Überlieferung"


2 commenti:

  1. finito di "smantellare" il sacerdozio....

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  2. La domanda è d'obbligo:
    sposati con donne o anche con uomini? (perché se tanto mi dà tanto...)

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