ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 5 ottobre 2016

Forse compito dei pastori non è pascere il gregge?

VERI E FALSI "PASTORI"

 Adiuvabit ipse ut vera dicamus si non nostra dicamus. Il buono e vero pastore è colui che parla con le parole di Dio, il falso pastore è colui che parla con le parole proprie. Parole che non vengono da Dio ma dalla presunzione umana 
di F. Lamendola  



Il buon pastore, il vero pastore, è colui che parla con le parole di Dio; il falso pastore è colui che parla con le parole proprie. Il buon pastore pasce il gregge delle pecore e trasmette loro parole di vita eterna; il falso pastore pasce se stesso, il proprio orgoglio, la propria vanità, e non si cura se le pecore del gregge che gli è stato affidato soffrono la sete e si sbandano, perché egli non trasmette loro parole di vita eterna, ma parole mortali, le quali lasciano il tempo che trovano, dal momento che non vengono da Dio, ma dalla presunzione umana.
Ai molti, troppi vescovi dei nostri giorni, che parlano al gregge dei fedeli con parole puramente umane, e che parlano a nome proprio, credendo - suprema improntitudine - di “migliorare”, in un certo senso, o, quanto meno, di “attualizzare” e di “modernizzare” la parola di Dio, la quale, invece, è scritta nell’eternità e ha una sola voce, che non cambia con il mutar delle stagioni umane, farebbe bene rileggersi quanto dice san Paolo nella Lettera ai Galati (1, 6-12):

Mi meraviglio che così presto passiate da Colui che vi chiamò nella grazia di Cristo ad un altro Vangelo. Non che esista un altro Vangelo: ma vi sono certuni che vi turbano e vogliono pervertire il Vangelo di Cristo. Ma quando anche noi stessi o un Angelo disceso dal cielo vi annunziasse un Vangelo diverso da quello che noi vi abbiamo predicato, sia scomunicato! Sì, ve l’abbiamo già detto, ma ve lo ripeto ancora: se qualcuno vi predica un Vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia scomunicato! È forse il favore degli uomini quello che io cerco, o quello di Dio? Cerco forse di piacere agli uomini? Se volessi ancora piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo. Vi chiaro apertamente, o fratelli, che il Vangelo da me predicato non viene dall’uomo; perché io non l’ho ricevuto, né imparato da un uomo, ma per rivelazione di Gesù Cristo.

Il concetto è chiarissimo, ma molti cattivi pastori lo hanno scordato, o ignorato, o disprezzato: il Vangelo non viene dalla saggezza dell’uomo, ma è opera di Dio. Pertanto, lo predica bene chi lo predica con assoluta fedeltà; lo predica male, chi si prende la libertà di modificarlo in alcune parti, magari pensando di rendere un servizio a Dio. Ma Dio non ha bisogno delle umane correzioni, né di alcun “aggiornamento”, per farsi capire dagli uomini. Quei cattivi pastori, se pure sono in buona fede, sottovalutano empiamente l’intelligenza di Dio e si permettono di apportare dei miglioramenti alla sua pedagogia. Ciò sarebbe ancora comprensibile, se il Vangelo consistesse in una filosofia; invece esso consiste nella testimonianza della vita di Gesù, e ruota attorno ad un fatto, non ad una idea, perché appunto non è una filosofia (un fatto del quale i cattivi pastori parlano sempre meno volentieri): la Resurrezione. Il Vangelo è il Vangelo della vita, perché è l’annunzio di Gesù risorto: e chi non ha compreso questo, non ha capito niente e non è neppure un cristiano; tanto meno può pretendere di fare il pastore del gregge.
È penoso assistere a molte prediche domenicali da parte dei cattivi pastori, per non parlare del modo in cui essi organizzano la sacra liturgia; è penoso leggere le interviste, gli articoli, i libri, con i quali tanti cattivi pastori confondono le pecorelle del gregge, invece di custodirle nella fedeltà al Vangelo. Si permettono di cambiare la parola di Dio, a volte perfino nei contenuti più espliciti! Chi non ricorda come monsignor Nunzio Galantino, segretario della Conferenza Episcopale Italiana, di recente ha avuto l’ardire di capovolgere il racconto del Libro della Genesi, affermando che Dio risparmiò Sodoma e Gomorra, salvandole dalla meritata distruzione? Ecco: monsignor Galantino ha voluto piacere agli uomini (e, più precisamente, alle lobby gay) e non a Dio: ed è stato un cattivo pastore. Le sue parole non venivano da Dio, ma da se stesso: ha voluto pascere se stesso e raccogliere le simpatie, l’applauso del mondo. Troppo facile. Ha tradito il suo mandato; ha confuso le sue pecore; ebbro di orgoglio e presunzione, ha preteso di “migliorare” la parola di Dio.
Non solo san Paolo, ma anche altri autori, sia del Nuovo che dell’Antico Testamento, hanno battuto sul concetto centrale della fedeltà a Dio nel ministero della predicazione. Fra gli altri, il profeta Ezechiele; e, fra i commentatori e i Padri della Chiesa, sant’Agostino. Nella Chiesa cattolica, il pastore è, innanzitutto, il vescovo; poi, in subordine, il sacerdote. Vescovi e sacerdoti non sono uomini che predicano una verità umana, ma una verità divina, soprannaturale; e, per farlo, sono stati unti, sono stati consacrati, hanno ricevuto un mandato di cui Dio stesso si è fatto garante. Non hanno il potere di aggiungere o togliere neppure uno iota dalle sacre Scritture, né dalla sacra Tradizione; non sono autorizzati a modificare neanche minimamente la parola di Dio. Invece questo accade, e accade sempre più spesso. Dobbiamo concludere che l’infezione modernista, che consiste proprio nella pretesa umana di “aggiornare” e meglio “chiarire” la parola di Dio, ormai dilaga nella Chiesa cattolica. Al punto che lo scontro non è più, come poteva sembrare fino a qualche tempo fa, tra i cattolici “progressisti” e quelli “tradizionalisti”, ma, puramente e semplicemente, tra i cattolici e i modernisti. I modernisti non rappresentano una particolare versione del cattolicesimo, ma la sua negazione; il modernismo non è una maniera di presentare il Vangelo, ma l’apostasia dal Vangelo, deliberata e perciò diabolica.
Qualcuno, cavillando e in malafede, ha preteso che il modernismo, in quanto movimento unitario, non sia mai esistito; e che, semmai, lo abbia creato, paradossalmente, proprio san Pio X, appunto con l’enciclica Pascendi, nella quale lo ha solennemente condannato. Sofismi e disonestà. Il modernismo esisteva ed esiste, oggi più che mai. Il fatto che le sue varie tendenze e componenti raramente si trovino riunite in una medesima persona, non cambia per niente la questione d’insieme: del resto, lo stesso san Pio X lo aveva definito, e giustamente, sintesi e bacino collettore di tutte le eresie. Che si tratti della critica biblica o della pastorale, della apologetica o della liturgia, il modernismo si caratterizza per una tenace, ostinatissima tendenza: ridurre ai minimi termini l’elemento divino e soprannaturale presente nel Vangelo, ed abbassarlo al livello di una cosa sostanzialmente umana. A cominciare da Gesù Cristo, del quale i cattivi pastori parlano volentieri come di un uomo, ma poco o niente come di Dio. Ma se in Gesù non vi era anche la natura divina, allora non è risorto; e, se non è risorto, il Vangelo si fonda su una speranza illusoria, e sarebbe assai meglio gettarlo alle ortiche! Ecco, dunque, il vero ed ultimo obiettivo del modernismo: distruggere il cristianesimo, abbassandolo al livello di una saggezza puramente umana.
Osservava Giacomo Tantardini in una lezione tenuta presso l'Università di Padova il 20 gennaio 2004, commentando un commento - ci si perdoni il bisticcio di parole - di Sant'Agostino al profeta Ezechiele (da: G. Tantardini, Il cuore e la grazia in Sant'Agostino. Distinzione e corrispondenza, Roma, Città Nuova Editrice, 2006, pp. 140-143):

S. AGOSTINO, Sermones, 46, 1-2
[1] Spes tota nostra quia in Christo est, et quia omnis vera et salubris gloria nostra ipse est, non nunc primum didicit Caritas vestra. Estis enim in eius grege, qui intendit et pascit Israel. Sed quoniam sunt pastores, qui pastorum nomina audire volunt, pastorum autem officium implere nolunt, quid ad eos per Prophetam dicat, sicut lectum audivimus, recenseamus. Audite vos cum intentione, audiamus nos cum tremore.
[2] "Ef factum est Verbum Domini ad me, dicens: Fili hominis, propheta super pastores Israel et dic ad pastores Israel". Hanc lectionem modo, cum legeretur, audivimus; hinc cum vestra Sanctitate aliquid loqui decrevimus. Adiuvabit ipse ut vera dicamus, si non nostra dicamus. Nam si nostra dixerimus, pastores erimus pascentes nos, non oves; si autem illius sunt quae dicimus, per quemlibet ipse vos pascit. "Haec dicit Dominus Deus: O pastores Israel, qui pascunt se solos! Numquid non oves pascunt pastores?"

Spes tota nostra quia in Christo est, et quia omnis vera et salubris gloria nostra ipse est, non nunc primum didicit Caritas vestra.
Agostino per indicare la comunità cristiana, la Chiesa, usa il termine carità: Caritas vestra. E usa il termine santità: Sanctitas vestra. La Chiesa è carità e la Chiesa è santità, perché, per riprendere l'espressione del "Credo del popolo di Dio" di Paolo VI, "non possiede altra vita se non quella della grazia" (30 giugno 1968).
Spes tota nostra quia in Christo est, et quia omnis vera et salubris gloria nostra ipse est, non nunc primum didicit Caritas vestra.
"Che ogni nostra speranza è in Cristo, e che tutta la nostra consistenza [perché possiamo tradurre "gloria" con consistenza] reale e piena di salvezza sia Lui stesso, non da adesso lo ha imparato la vostra carità". Che Gesù Cristo sia la speranza del cristiano, e che la consistenza del cristiano sia tutta in Lui, per voi fedeli è una cosa familiare, evidente. Parlava a una piccola comunità di fedeli, di persone quasi tutte analfabete. E per riprendere un accenno molto bello di Madec, Agostino parlava "con una semplicità e facilità sconcertanti" (G. Madec, "La patria e la via", p. 114): Ebbene, che in Gesù Cristo sia tutta la nostra speranza, che lui, lui stesso, sia la nostra consistenza, la vostra carità lo conosce bene.
Estis enim in eius grege, qui intendit et pascit Israel. "Voi infatti siete del gregge di Colui che porge ascolto e pasce Israele". Sed quoniam sunt pastores, qui pastorum nomina audire volunt, pastorum autem officium implere nolunt. "Ma siccome ci sono dei pastori [dei vescovi] che vogliono essee chiamati pastori ma che non vogliono compiere il dovere dei pastori", quid ad eos per Prophetam dicat, sicut lectum audivimus, recenseamus. "Vediamo quello che il profeta dice a loro, come abbiamo ascoltato nella lettura". Audite vos cum intentione. "Voi, ascoltate con attenzione", audiamus nos cum tremore, "noi [pastori] invece ascoltiamo con tremore. 
"Ef factum est Verbum Domini ad me, dicens: Fili hominis, propheta super pastores Israel". Questa parola del Signore fu rivolta a me: Figlio dell'uomo, profetizza contro i pastori di Israele e dì loro. Hanc lectionem modo, cum legeretur, audivimus. "Abbiamo appena ascoltato questa lettura mentre veniva letta". hinc cum vestra Sanctitate aliquid loqui decrevimus. "E partendo da lì abbiamo deciso di parlare un po' alla vostra santità [prima ha detto: "alla vostra carità", adesso rivolgendosi ai fedeli dice: "alla vostra santità"]. Adiuvabit ipse ut vera dicamus, si non nostra dicamus. "Ci aiuterà il Signore stesso a dire cose vere, se non diremo niente di nostro". Vero vuol dire qualcosa di reale, che corrisponde alle esigenze e alla evidenze del cuore dell'uomo;
si non nostra dicamus, "se non diremo niente di nostro". Se diciamo qualcosa di nostro, che viene da noi, ciò non corrisponde al cuore. Se diciamo quello che abbiamo ricevuto, che viene da Lui, quello viene dal cuore. Se diciamo una cosa che inventiamo noi, non stupisce nessuno, non corrisponde al cuore di nessuno. Se invece diciamo qualcosa che ci dona il Signore, non solo come contenuto della "regula fidei" ma anche in quanto esperienza di grazia in atto (l'esperienza cristiana è la cosa più oggettiva di questo mondo) [L. Giussani, "Il cammino al vero è un'esperienza", S.E.I., Torino, 1995], allora questa cosa corrisponde al cuore e lo sorprende.
Nam si nostra dixerimus, pastores erimus pascentes nos, non oves. "Infatti se diremo qualcosa di nostro, saremo pastori che pascono se stessi, non il gregge"; si autem illius sunt quae dicimus, per quemlibet ipse vos pascit. "Se invece sono sue le cose che diciamo, è lui che vi pasce attraverso chiunque. Haec dicit Dominus Deus: O pastores Israel, qui pascunt se solos! Numquid non oves pascunt pastores?" "Queste cose dice il Signor Dio: O pastori d'Israele che pascete voi stessi! Forse compito dei pastori non è pascere il gregge?".
E termina questo brano dicendo che se uno dice cose sue vale per lui l'espressione di Paolo nella Lettera ai Filippesi: "Tutti cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo" (Fil 2, 21).

Ecco dunque il giusto atteggiamento da tenere, quando si predica il Vangelo, e anche quando lo si studia, lo si medita e si tenta di capirlo e di metterlo in pratica: non cercare il proprio interesse (e sia pure nel senso “alto” della parola: perché di buone intenzioni è lastricato l’Inferno!), ma cercare solo ed esclusivamente gli interessi di Gesù Cristo. I quali interessi, poi, consistono, semplicemente - né più, né meno -, nel condurre le anime verso la Verità, e, con ciò, verso il Bene e verso la salvezza. Perché non vi è salvezza fuori del Bene, e non vi è bene fuori della Verità.
Che riflettano bene, i cattivi pastori, se intendono perseverare nello stravolgimento del Vangelo in termini puramente umani. Si assumo una responsabilità gravissima, di cui dovranno rendere conto...

Adiuvabit ipse ut vera dicamus si non nostra dicamus

di Francesco Lamendola