ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 4 ottobre 2016

Il lungo momento di “buio”

Repubblica, Amoris Lætitia e l’amore incondizionato 

di Cristiano Lugli

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z-lsmprdrIl quotidiano “Repubblica“, che più o meno al pari di “Avvenire” segue con vivo interesse le vicende vaticane, ha pubblicato lo scorso 30 settembre un articolo di Paolo Rodari, in cui si parla delle realtà omosessuali esistenti all’interno della Chiesa.
Il tono dello scritto è di per sé ottimista, pur facendo riferimento al lungo momento di “buio” in cui avrebbero versato tutti i nuovi “cristiani LGBT”, un neologismo estremamente recente, nato in un modello di “chiesa” inquinato dalle teorie “new-age”. Ma proviamo ad entrare nei contenuti dell’articolo, per meglio comprendere di fronte a quali situazioni ci ritroviamo (e sempre più ci ritroveremo).
Anzitutto nell’articolo di Rodari si fa riferimento al gesuita tedesco Klaus Merten, insegnante liceale, autore e redattore e, dal settembre 2011 direttore del collegio St. Blasien.

Il gesuita è impegnato in un’insana revisione del pensiero cattolico, tramandato da 2000 anni e, come se non bastasse, mette in dubbio ogni riferimento storico legato all’omosessualità, cercando di circoscrivere la Sacra Scrittura potremmo dire “ad personam”, per estendere il proprio deviato pensiero alla collettività.
I riferimenti di Merten sono alquanto sconvolgenti, e lo sarebbero ancor più se non ci si fermasse a pensare all’istituto religioso di cui il nostro fa parte; anzitutto è evidente l’errore fondamentale di tanto clero, ossia concepire come esistente il problema della cosiddetta “omofobia”, di cui la nostra civiltà sarebbe piena.
Proprio nell’articolo apparso su  “Theologie.Geschichte” ( http://universaar.uni-saarland.de/journals/index.php/tg/index ) si parla di omosessualità, elencando le discriminazioni che nella storia si sarebbero susseguite, fino ad arrivare ai nostri giorni, in cui la Chiesa non avrebbe saputo affrontare in modo corretto il problema.
“L’omofobia – dice Merten – urta innanzitutto contro il comandamento dell’amore verso il prossimo. Né nell’Antico Testamento né nel Nuovo Testamento il concetto di prossimo è limitato ad un determinato gruppo, nazione o a un determinato genere. Anche nel cristianesimo delle origini vengono superati, attraverso il concetto di “prossimo”, forme di segregazione e rapporti gerarchici profondamente radicati nella società, che possono vantare un’alta legittimazione ideologica come pure una lunga tradizione. Per la Chiesa vale la rivoluzionaria affermazione: “non c’è più Giudeo né Greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3.28). Sulla base delle espressioni delle lingue moderne si può integrare “non c’è più…omosessuale o eterosessuale…”. Che la Chiesa non riesca a decidersi a rivendicare diritti umani fondamentali per le persone omosessuali; che essa, piuttosto, tolleri che persino alti rappresentanti del clero invochino comprensione per tradizioni culturali in cui le persone omosessuali vengono minacciate di morte, è in contraddizione con il Vangelo.”
Dunque secondo Merten, San Paolo avrebbe dovuto adattare quel riferimento di appartenenza oramai superata grazie a Cristo anche agli omosessuali. Nel caso in cui San Paolo fosse scusato, sarebbe allora la Chiesa stessa a dover provvedere, proprio alla luce di questa nuova forma di “love is love”, promossa da Obama, sottoscritta da Renzi, ed approvata – fino ai più alti livelli – anche da molti ecclesiastici. 
Ma non è tuttoInfatti la Chiesa, che come primo ed inalienabile compito non dovrebbe avere quello della salvezza delle anime, ma piuttosto la sana occupazione di “rivendicare diritti umani fondamentali” per la popolazione LGBT, dovrebbe sbrigarsi a riconoscere gli omosessuali come parte integrante della Chiesa, magari pure con qualche ruolo di spicco.
E sì, perché l'”omofobia” impedirebbe una corretta visione storico-critica sui testi biblici, correlandosi con un’esegesi fondamentalista. Per fortuna “in questo campo è ampiamente riconosciuto dalla Chiesa Cattolica, fin dal Concilio Vaticano Secondo, il metodo storico-critico; e non semplicemente come uno fra molti metodi possibili per interpretare le Scritture, bensì come IL metodo appropriato per porre in relazione le affermazioni della Scrittura con le conoscenze moderne. Senza un’ermeneutica storico-critica la Chiesa perde la facoltà di parlare”. Dalle affermazioni del professore tedesco si può riconoscere uno dei molti danni causati dal Concilio Vaticano II dal quale, silenziosamente ed in modo inizialmente lento, è emersa una nuova visione delle cose, staccatasi dalla filosofia dell’essere che sempre aveva accompagnato la Chiesa fino ad allora, ovvero il Personalismo. La Chiesa ha di conseguenza adottato un totale e revisionato approccio verso le questioni, finanche morali, per ossequiare la denominata “conoscenza moderna”, che con tutta la superbia intrinseca di cui è portatrice, adatta definitivamente il Vangelo al mondo, e non più viceversa.
La visione del gesuita tedesco si espande fino a concepire la modernità assoluta come unica risoluzione per il genere umano, fermo ancora alla favola del creazionismo:
“In ogni caso, non c’è alcun motivo ragionevole per sottrarre i testi biblici sull’ «omosessualità» ad una lettura storico-critica. Il tentativo di fare qui un’eccezione appartiene già ai sintomi dell’omofobia. Di più: proprio in questo caso posizioni omofobiche si collegano all’impulso di rifiutare la modernità, in modo paragonabile alle resistenze dei creazionisti contro la teoria dell’evoluzione.”
Dopo aver ossequiato Klaus Merten, pur non citando granché del suo articolo, nell’articolo di Repubblica ci si diletta a raccontare i fatti di cronaca, menzionando alcuni dati riguardanti i “cristiani Lgbt”, di cui già in altre occasioni avevamo parlato.
Ciò che loro chiedono, suggerisce Repubblica, è accoglienza e comprensione, “trovare un posto dove sentirsi accettati e accolti per poi risolvere le difficoltà legate alla fede e al suo rapporto con la sessualità” (come se vi fosse chissà cosa da chiarire su questo ultimo punto).
z-lvsIn Italia esistono 28 gruppi, tre in particolari riconosciuti dal Vescovo, i quali, nonostante le enormi difficoltà, sentirebbero in questo tempo più che mai un’aria di cambiamento, a seguito dell’elezione di Bergoglio: con Francesco al soglio di Pietro “qualcosa per noi è cambiato”, dicono alcuni rappresentanti dei suddetti gruppi.
Sempre Repubblica afferma – giustamente – che “tutto iniziò nell’estate del 2013. Nel viaggio di ritorno da Rio de Janeiro, Bergoglio usò parole chiare in merito all’omosessualità. Disse che se un problema esiste, questo è dato dalle lobby gay, non dall’omosessualità in quanto tale: «Se qualcuno è omosessuale e cerca Dio con buona volontà, chi sono io per giudicarlo? »”.
Da quel pronunciamento tutto cambiò e se anche fino ad allora fosse rimasta qualche tiepida voce controcorrente, è certo che da quel momento ha iniziato a tacere, per pusillanimità o forse anche per convinzione, sulla base di un distorto concetto di “obbedienza”.
Non conta poi nulla se nel rigore teologico (?) non fosse cambiato niente: la teologia non esiste più, e l’oggettività sancita tramite l’uso della ragione non può più sussistere in questa società liquida, priva di Fede in grado di alimentare l’arte del ragionamento. Ora è la pastorale la metodologia in voga: contano i fatti compiuti nelle “periferie esistenziali” degli uomini in quanto uomini, e non più concepiti come esseri votati all’Eternità.
Ancora con ragione l’articolo di Repubblica parla di questo trionfo pastorale:
“Secondo il rapporto, seppure molti ritengano che sul piano istituzionale e teologico non ci sia stata un’apertura, sul piano fattuale e pastorale la realtà è mutata: parrocchie, conventi maschili e femminili hanno accolto negli ultimi tre anni ben il 42% dei gruppi Lgbt a parlare della propria storia. E così hanno fatto anche diverse sezioni di scout che hanno raccolto le testimonianze del 29% dei gruppi; stessa percentuale riguarda i gruppi invitati presso le Chiese evangeliche”.
Nonostante le percentuali che indicano l’andazzo generale all’interno della Chiesa, questa foga di accoglienza non sarebbe ancora abbastanza, e come il demone dello stomaco che mai è sazio, essa cerca instancabilmente di accaparrarsi terreno per sovvertire e sempre più sovvertire.
Don Gian Luca Correga , incaricato della diocesi di Torino per l’accompagnamento delle persone omosessuali credenti – una delle tre diocesi che hanno istituito un ufficio per questa “pastorale”; le altre sono Cremona e Parma –  ha scritto una  prefazione al libro di Adrien Bail pubblicato dalle edizioni Effatà: “Omosessuali e transgender alla ricerca di Dio: “A parte rare eccezionila pastorale ordinaria sembra paurosamente indifferente alla questione. In tutta la penisola sono appena tre le diocesi, con Torino anche Cremona e Parma, che hanno nominato ufficialmente un referente per accompagnare le persone credenti omosessuali nel loro cammino di ricerca spirituale “.
Il dato, per don Correga , sarebbe  “alquanto preoccupante” poiché ” il posto di un cristiano è nella Chiesa, non in un ghetto preparato apposta per lui. L’amore incondizionato che Gesù mostra nei vangeli per ogni uomo e donna che si accosta a lui è il modello da riprendere nella nostra pastorale”.
Nella prefazione al libro, dopo aver fatto un sermone privo di identità cattolica che riportiamo per presa visione del non-sensum generale, l’incaricato all’accompagnamento degli omosessuali porta ad esemplare e centrale riferimento il testo che più si addice a compiacere tutto il liberalismo e l’esperienzalismo imperante, per cui ognuno deve accettarsi per ciò che è, senza inutili paranoie di cambiamento: Amoris Lætitia. Lo stato migliore per coloro che si ergono a rappresentanti della Chiesa è quello in cui la propria condizione non rechi turbamenti. Non importa il perdurare dello stato di peccato mortale, ma piuttosto questo è lecito se nella sua sussistenza rende “felici” (sorvolando sul fatto che non può esistere vera felicità separata dalla Grazia di Dio).
Secondo don Gianluca Correga “in una società nella quale la religione ha ancora un legame significativo con le istituzioni sociali è inevitabile che l’allontanamento da un modo di vivere comune alla maggioranza della comunità si riverberi anche sull’esperienza comunitaria del rapporto con Dio che si vive concretamente nella Chiesa. E per i cattolici questo processo è ulteriormente complicato dalle condanne magisteriali degli atti omosessuali e del transessualismo. Un credente omosessuale o transessuale impiega poco tempo per capire che la sua posizione nella Chiesa non viene riconosciuta come tale, obbligandolo a un percorso di pericoloso avvitamento su se stesso”.
La colpa della nostra epoca sarebbe quella di non aiutare gli omosessuali ad accettarsi nella loro condizione, causando un nascondimento auto-distruttivo nei soggetti in questione, non applicando le esortazioni di AL:
“La non accettazione porta al nascondimento. Il nascondimento porta all’invisibilità. L’invisibilità genera la sensazione di non esistere. Ciò che non esiste non viene considerato. Punto. Per rompere questa catena perversa occorre spezzare qualche anello e far emergere il diritto di essere ascoltati, se necessario anche mettersi a gridare come fece Bartimeo in mezzo all’ostilità dell’entourage di Gesù. Fortunatamente non mancano negli ultimi tempi inviti autorevoli a non rimuovere la condizione omosessuale o transessuale dagli interessi pastorali delle comunità cristiane. Nella recente esortazione apostolica postsinodale Amoris Laetitia, Papa Francesco invita ad un accompagnamento rispettoso “affinché coloro che manifestano la tendenza omosessuale possano avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita» (n. 250).
Quasi in chiusura l’articolo lascia la parola ad Innocenzo Pontillo, uno dei responsabili di “Progetto Giornata“, un portale di “fede ed omosessualità”, il quale si dice soddisfatto del percorso intrapreso e delle piccole aperture che mano a mano si evidenziano all’interno della Chiesa:
“I i segnali di cambiamento, seppur piccoli ci sono. Non è un caso che alla tre giorni del Forum di Albano (15-17 aprile) dove erano riuniti tutti i gruppi di cristiani lgbt italiani, i loro genitori e gli operatori pastorali che li accompagnano, il vescovo di Albano, Semeraro (segretario nel collegio dei cardinali che aiuta il Papa nella riforma della Chiesa) ha voluto incontrare i partecipanti, e Avvenire ha dedicato all’evento un ampio spazio con un articolo inaspettatamente positivo. Nei giorni seguenti, anche Tv2000 per la prima volta ha deciso di affrontare il tema dell’omosessualità in una trasmissione in cui hanno parlato due degli operatori pastorali presenti al Forum”.
Apprendiamo infine, sempre da Repubblica, che in Italia i preti proporrebbero una benedizione separata per i due membri delle coppie omosex,  ma  alcuni singoli sacerdoti si prenderebbero la libertà di benedire le due persone insieme.
In Francia invece ricopre un ruolo attivissimo la “Comunità Betania, nata con lo scopo di accogliere le persone omosessuali che si sentirebbero escluse dalla Chiesa. Al suo interno vi lavora una certa  suor Bernadette (e questo nome associato alla susseguente frase è molto fastidioso) la quale dice: “Un giorno mi hanno spiegato che a un nostro amico piacevano gli uomini. Ho capito subito che dovevo accettarlo per quello che era”.
Ebbene, in questa frase è riassunto tutto ciò a cui abbiamo fatto riferimento poche righe più sopra, consapevoli che questa tipologia di pensiero è sempre più diffusa e prende piede con una velocità sempre maggiore. Charamsa e le due ex-suore invertite sono solo l’inizio, poiché dal pentolone infernale traboccherà ogni giorno qualcosa di peggio, purtroppo.
La Chiesa un tempo si opponeva con semplicità a queste brutture, a questi adattamenti squallidi che hanno il solo intento di cambiare la Dottrina di sempre, tanto giusta quanto misericordiosa, poiché insegna al peccatore il modo per convertirsi e vivere rettamente. L’intento è quello tipicamente farisaico, addossando colpe ingiustamente  a chi tenta disperatamente di custodire il buon seme. Il passaggio, potremmo dire overtoniano, ha ridotto questa muraglia invalicabile per quasi due millenni a divenire qualcosa con cui era possibile trattare, scendere a compromessi, provare a venirsi incontro per salvare il salvabile. Ora è quel che vi è di peggio:  non più nemmeno la mediazione, ma la totale approvazione, la resa al nemico senza condizioni. È l’alleanza di Saruman con Sauron. Il più potente e saggio fra gli Istari, Saruman un tempo detto il Bianco, è ora diventato, appunto, Saruman “Multicolore”.
La battaglia è alla resa dei conti, e già sappiamo di chi sarà la Vittoria. Sta solo a noi decidere da quale parte stare.

– di Cristiano Lugli

Redazione3/10/2016

Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione. L’ennesima esibizione di ipocrisia 

Una società assolutamente immorale e omicida cerca di lavarsi periodicamente la coscienza con curiosi cerimoniali laici in cui ognuno straparla per dimostrare quanto è buono. Ogni giorno si uccidono circa 300 bambini. Si chiama aborto e le coscienze sono così annebbiate da considerarlo un “diritto”. E c’è molto altro ancora. Quanto sarebbe bello avere almeno la dignità di stare zitti.
di Paolo Deotto
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z-fioriIeri era obbligatorio essere tutti tristi e pensosi, e ascoltare i profondi discorsi dei “buoni” per definizione. Ieri si celebrava l’ennesima cerimonia laica, la “giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione” (Legge 21 marzo 2016, n. 45). Vedi su SIRRepubblica e altri.
Mi sembra utile dire due parole su questa ennesima manifestazione di buonismo istituzionalizzato e previsto per legge, perché è scandaloso che una società ormai marcia fino al midollo, una classe politica (e non solo) svalvolata, un’informazione asservita, periodicamente indossino le bianche vesti verginali e facciano la loro passerella per mostrare quanto sono buoni e bravi. E facciano, o cerchino di far, scordare che questa società è già morta, schiacciata dall’immoralità totale che “liberamente” ha scelto, ma come tutti i morti dei film horror di serie C vaga ancora sotto forma di zombie.
La data del 3 ottobre non è casuale. Tre anni fa, 3 ottobre 2013, morirono annegate al largo di Lampedusa 366 persone che dall’Africa cercavano, su un barcone che fece naufragio, di raggiungere le nostre coste.
Non voglio qui affrontare il discorso dell’immigrazione, o meglio invasione. Un fenomeno voluto, pilotato e favorito da politiche scellerate. In questo discorso sarebbe davvero difficile capire chi ha le più pesanti responsabilità, tra i criminali che scatenarono le guerre nell’Africa mediterranea, che scatenarono la guerra in Siria, tra gli incoscienti (nella migliore delle ipotesi) che hanno dichiarato de facto l’Italia pattumiera d’Europa, via via fino a un signore anziano argentino, che ricopre una carica di gran prestigio, che andò a urlare uno scandaloso “vergogna!” (vergogna a chi?), tanto per gettare benzina sul fuoco.
Voglio solo dire che non accetto che le maitresse vengano a farmi lezioni di verginità. Non accetto, perché sono un uomo inguaribilmente libero, che chi ha voluto e difende una società omicida, e che è ampiamente stipendiato con i soldi dei contribuenti, abbia anche la faccia di bronzo di fare le lezioni sulla difesa della vita, della dignità umana, e via discorrendo.
Ai pensosi e buoni per definizione, Mattarella, Boldrini, Grasso & degna compagnia, vorrei solo ricordare alcune cose (ricordarle tutte sarebbe troppo lungo):
  • Ogni giorno in Italia si ammazzano circa 300 (trecento) bambini col crimine dell’aborto. Lorsignori oggi pontificanti e i loro degni predecessori difendono questo crimine, assurto a dignità diz-aborto “diritto”. E ai 300 vanno aggiunti gli altri assassinati, incalcolabili perché non censiti ufficialmente, uccisi con i vari tipi di aborto “farmaceutico”. Guardiamo qui a fianco un bimbo assassinato, fatto a pezzi in base a una legge promulgata in nome del popolo italiano e rispettando tutte le procedure. Non è una bella visione? Certamente, nel male non c’è nulla di bello.
  • L’Italia ha appena legittimato, sotto la foglia di fico delle “unioni civili”, il cosiddetto “matrimonio” tra invertiti/e. Cosa c’entra con la morte? Molto, moltissimo. Perché arrivare alla demenza di riconoscere dignità giuridica a infelici perversioni si traduce nell’assassinare un’intera società e nella follia di volersi mettere al di sopra di quanto stabilito dal Creatore. Scusate se è poco…
  • Ci si balocca in parlamento con diverse proposte di legge sulla libera vendita della cannabis, sotto la perfida menzogna della distinzione tra droghe “leggere” e “pesanti”. Si spingeranno moltitudini, soprattutto di giovani, al libero consumo di sostanze che devastano la mente. E questo non è grave quanto un omicidio?
E potremmo andare avanti a lungo.
Ma qui voglio solo ribadire quanto ho detto sopra: non accetto che i paladini di una società immorale e omicida alzino il ditino ammonitore e dalle loro dorate cattedre vengano a dirmi come e quanto sono buoni e cosa bisogna fare per essere buoni come loro. Questa è ipocrisia della peggior specie.
Questa società è stramorta e solo il Signore sa se e quando potrà rinascere. L’Italia è finita, cari amici. Per avere rispetto di questo cadavere sarebbe opportuno, almeno, stare zitti.

– di Paolo Deotto

Redazione4/10/2016

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