ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 6 ottobre 2016

Quando la Chiesa era cattolica e basta..


L'idolatria conciliare ha generato solo eunuchi teologici e morali, come la superstizione democratica ha partorito eunuchi in ambito civile, politico e militare. Gente senza attributi - absit injuria verbo - sui pulpiti e nei seggi delle istituzioni, nei seminari, nei conventi, nelle amministrazioni pubbliche, finanche in seno alle forze armate. Gente che gli attributi non li ha mai avuti: non li aveva prima, quando sotto Roncalli dissimulava la propria inanità in ferraiolo e saturnio, allineandosi per conformismo a quel simulacro di oboedientia cui si deve la mutazione della Chiesa Cattolica in una versione annacquata della più squallida setta protestante. Obbedivano allora, i meschini, perché si era loro inculcato il concetto dell'autorità, ma svincolandolo poi dal doveroso ossequio al Bene cui essa dev'essere ordinata. 
Certo la regina delle nazioni, che nell'inno della Dedicazione meritava titoli che rivaleggiano con quelli della Vergine, rimane terribilis, ut castrorum acies ordinata, se non nelle sue scompaginate falangi terrene, almeno negli schieramenti celesti: essa non cambia, perché pur essendo immersa nel tempo, essa ha finalità superiore ed eterna. Ma vedere la Santa Chiesa umiliata, posta sub tributo e rappresentata da personaggi che un tempo non avrebbero meritato nemmeno un posto come aiuto sagrestano è davvero avvilente. 

E se quello di aiuto sagrestano era un ruolo riservato proverbialmente ai ritardati - in tempi in cui il politicamente corretto era di là da venire e li si chiamava semplicemente deficienti o più caritatevolmente infelici -, almeno sulle cattedre vescovili e certamente sul più alto Soglio non giungevano i pusillanimi, gli inetti, i traditori, i ricattabili. Non così tanti, almeno: essi rappresentavano casomai un'eccezione, mentre ora costituiscono la norma ed il paradigma, segregando i pochi buoni Pastori a ruoli marginali, derisi dai Confratelli, umiliati dai Superiori, trasferiti dall'Autorità Ecclesiastica, quando non sospesi a divinis o indicati come mentecatti: la scuola bolscevica ha avuto evidentemente numerosi allievi anche tra i membri del Clero odierno. 

Quando la Chiesa era cattolica e basta, la virilità era una dote che poteva esser anche di donne come santa Caterina da Siena o santa Teresa d'Avila, entrambe dotate di quegli spirituali attributi che non mancavano ai martiri, ai grandi dottori, ai confessori, ai mistici, ai Papi e ai Prelati. Parliamo di epoche oggi definite buie, in cui il Vicario di Cristo poteva anche essere un condottiero, in cui un Cardinale poteva ricoprire ruoli nelle Corti d'Europa, in cui i Vescovi e gli Abati governavano il proprio gregge, talvolta entrando a cavallo in chiesa, calzando stivali e con la spada al fianco. Quei tempibui, come li chiamano i pretuncoli conciliari, sapevano lasciare nel tempo tesori di arte e spiritualità, cattedrali, pale d'altare, sculture e statue, composizioni musicali, trattati di teologia e filosofia, ma anche di astronomia o di erboristeria, ospedali ed orfanotrofi, conventi e monasteri che ancor oggi, pur spogliati dai saccheggi e corrosi dal tempo, ad una mente non ottenebrata dal Male ispirano grandezza, elevano l'animo a Dio e costituiscono un vanto per l'umanità intera, capace di inchinarsi al suo Creatore.

Timide ombre di quella maestà orgogliosa e fiera, adornata non solo dei tesori spirituali datile da Cristo, ma anche delle naturali virtù dell'onore, del rispetto della parola data, della fierezza dinanzi al nemico rimasero in piedi, quasi ridotte a mere scenografie di un teatro, sin sotto il pontificato di Pio Duodecimo, nonostante il declino fosse iniziato sin dalla morte di San Pio X, quando la lotta al modernismo conobbe molte resipiscenze.  

Oggi che la Chiesa non si vuole più semplicemente cattolica, ma si proclama ora conciliare, ora ecumenica, orademocratica, e comunque sempre nuova e altra rispetto a come Cristo la volle, al posto dei nitriti del destriero di Sua Santità che percorre la navata della chiesa, ci ritroviamo i ragli di figuri inqualificabili, la cui ignoranza è ostentata quale ornamento onde menar vanto, al pari della meschinità del carattere, della doppiezza, dell'effeminatezza, dell'infingardaggine e dell'orgoglio monstre. Un orgoglio che è tanto più luciferino, quanto più si accompagna alla cortigianeria che, lungi dall'esaltare non foss'altro che eccessi propri di un animo forte, eleva a modello le forme più abbiette di viltà, di facile populismo e di cialtroneria. E come elemento costante di questa genìa di gerarchi in clergymano con la talare da cui escono i pantaloni da conducente di autobus, altro non si scorge se non l'assenza di nerbo, la privazione di quegli organi che, come il cuore per i sentimenti ed il cervello per la ragione, si riteneva presiedessero alle virtù proprie del vir. Tra l'altro, questa sciatteria è anche un po' vecchia, sa di stantio, com'è tipico di quasi tutte le cose che i preti fanno quando credono di inventarsi qualcosa di nuovo: ci avevano già pensato i sessantottini, i figli dei fiori, i capelloni con i loro eskimo verdognoli e le okkupazioni studentesche, e almeno avevano la scusante dell'inesperienza, della gioventù: questi si accorgono di certe mode quando ormai sconfinano miserevolmente nel vintage, coi loro calzini azzurri, le scarpe che un laico si guarderebbe bene dall'indossare anche per andare a buttare il pattume, le camiciole senza colore o le polo senza forma, il collarino bianco che spunta dubbioso da un lato, e solo per i Monsignori, sia chiaro. Basterebbe questo a sbugiardarli: la loro bramosia di novità ha un qualcosa di posticcio ed artefatto che nulla ha a che vedere con la freschezza e la composta eleganza di tutto l'esser cattolico. Ma si sa, l'eleganza, come la distinzione - parola orribile! - sono sconosciute a chi non vanta né sane origini contadine, né tantomeno quarti di nobiltà, ma solo uno squallido curriculum impiegatizio, con vizi commisurati ed altrettanto meschini. 

Non si confonda l'arroganza di costoro con la fierezza dei predecessori, né l'autoritarismo scostante ed isterico con il senso della responsabilità verso le sorti dei sudditi e del peso morale nei confronti di Dio: questi non credono a nulla se non a se stessi, ma nella loro inappellabile mediocrità non riescono nemmeno a competere con gli spiriti ribelli degli eresiarchi o con i figli illegittimi - veri o presunti - dei Presuli del Rinascimento. Macché: Lutero vomitava senza mezzi termini le proprie sacrileghe insolenze verso la Curia Romana, chiamava mandria di porci i Cardinali, bestemmiava la Messa Cattolica definendola peggiore dei postriboli e non si nascondeva dietro il saio di frate agostiniano per mendicare approvazione dai Superiori. Ancora più esemplari i grandi peccatori del passato, i cui eccessi non cancellavano una certa grandezza d'animo, e spesso erano dolorosa premessa ad una grande conversione. Mentre i poveracci che ci troviamo intorno non sono in grado non dico di elencare i Concili Ecumenici o i libri del Pentateuco, ma nemmeno declinare un sostantivo latino o di tradurre un'orazione del Messale, hanno frequentato la scuola Radio Elettra o l'Istituto Alberghiero, per poi passare gli esami in qualche Ateneo diocesano o romano con tesine su Gandhi, per poi ricevere gli Ordini e finire a fare fotocopie della Gaudium et Spes in parrocchia o in Curia. Gente che nn avrebbe mai ottenuto la licenza superiore, in altri tempi, e che oggi vaneggia in televisione, pontifica alle conferenze e ha anche l'ardire di fissare sulla carta le proprie velleità: un esempio tra tanti, il Cardinal Ravasi, che può primeggiare qual guercio teologico solo perché osannato da uno stuolo di ciechi totali. Ricordo ancora con fastidio, se non vera e propria nausea, gli sbrodolamenti delle sue prolisse e soporifere riflessioni sul Vangelo della domenica che un'emittente privata mandava in onda, non ricordo se il sabato sera o la domenica mattina: il vuoto pneumatico, la prosa petulante, il tono monocorde di chi, con la pazienza del sapiente, si degna di ammannire perle di saggezza alla massa incolta. Se non fosse che, ad un orecchio colto, la quasi totalità delle sue affermazioni rivelasse un'ignoranza pari solo alla presunzione dell'allora Monsignore con la croce pettorale infilata demagogicamente nel taschino. 

Anche qui, che ipocrisia, che affettazione di umiltà d'accatto: non volendo vestire gli abiti propri della carica che ricoprono, non sanno rinunciare a farsi riconoscere comunque come Prelati, in modo da beneficiare dei favori della società, del rispetto dei fedeli, dei primi posti alle conferenze, della prima classe in treno, della targa diplomatica, quasi che il fatto di esser Principi della Chiesa o Vescovi fosse un impiccio, un imbarazzante orpello di cui essi si libererebbero volentieri, se solo potessero... Ed allo stesso modo vediamo comportarsi il Primo Ministro o l'Assessore, il Direttore Generale o il Primario, il Magistrato o il docente universitario: tutti in jeans, con le maniche della camicia rimboccate e rigorosamente senza cravatta, intenti a firmare autografi o a farsi fare dei selfie assieme ai passanti, salvo poi far ritorno in palazzi circondati da guardie armate e a prendere decisioni cruciali per la Nazione, magari senza esser stati eletti dal popolo che essi dicono di rappresentare.   

Anche nella Chiesa, a ben vedere, la smania democratica ha trovato entusiasti seguaci, ad iniziare dal gioviale Roncalli "papa buono" al tristo Montini con la deposizione della tiara-siluro, a Wojtyla con il cappello da alpino o il bastone da Charlie Chaplin, ed oggi il lanzichenecco in sombrero, che sale in aereo portando sottobraccio una borsa da piazzista e pranza assieme ai semplici chierici nel refettorio di Santa Marta. Già: salvo poi far cacciare dagli uscieri un sacerdote in abito talare, perché non gradito al padrone di casa, ma tenersi ben stretto un personaggio impresentabile come don Ricca. E quel deplorato Conciliabolo di Roma che qualcuno, pur ornato del cappello cardinalizio o della mitria, ancora si ostina a chiamare Concilio Vaticano II, si protestò evento di apertura al mondo, momento di dialogo e non di condanna, ma fu gestito, condotto, concluso e imposto al Clero ed ai fedeli con modalità tutt'altro che democratiche, a suon di sanzioni canoniche, di scomuniche, di sospensioni a divinis, di pensionamenti anticipati, di trasferimenti, di persecuzioni, di ostracismi, di auto da fè. E quando il popolo - tanto blandito a parole quanto disprezzato nell'intimità delle notturne conventicole di prelati progressisti e nel segreto delle Commissioni ad exsequendam - osava chiedere umilmente di non abolire la Messa cattolica; quando il basso Clero esprimeva prudenti perplessità o qualche Vescovo denunciava innovazioni sino ad ora inammissibili, ecco che i democratici pastori, pur senza fibbie d'oro e vesti caudate, si riscoprivano ben più autoritari di Pio IX, ben più alteri di Pio XII, ben più severi di Bonifazio VIII. Ma come? Prima ci avete raccontato la favola bella del ruolo del laicato, della funzione del presbitero, della necessità di deporre ogni trionfalismo; e appena in nome di questa democratizzazione della Chiesa qualcuno ardisce mettere in discussione, od anche solo chieder chiarimenti su una decisione gravida di conseguenze, si scopre che le loro Eccellenze, in spregio al ridicolo oltreché in palese contraddizione con quanto propalano dai pulpiti, non hanno nessuna intenzione di vedersi criticate nel proprio operato. Proprio come i loro padri laici, che fomentarono rivoluzioni non volute dal popolo e che annegarono nel sangue ogni tentativo di protesta, dalla Rivoluzione Francese al Risorgimento.

 Oggi sul Soglio di Pietro siede goffamente un individuo che si spaccia per Vescovo di Roma, senza nemmeno attribuirsi il titolo di Sommo Pontefice, il quale veste con una sciatteria che risulterebbe offensiva non dico in un capo di Stato, ma addirittura in un semplice funzionario, del quale si lamenterebbe la mancanza di stile, l'inadeguatezza del portamento e l'incapacità di portarsi in società. Quello che per un appuntato della Benemerita rappresenterebbe un motivo sufficiente per esser messo in consegna - un gallone fuori posto, il cappello mancante, le scarpe impolverate - in ambito civile ed ecclesiastico viene esaltato dai media come paradigma di sobrietà e modestia, anzi come infallibile indice di vera umiltà. E dove un tempo vigeva la disciplina - altra parola bandita dalla neolingua tanto democratica quanto conciliare - ora vige l'improvvisazione, l'anarchia, l'approssimazione, il négligé. Ed è il trionfo del bergoglismo, l'apoteosi dell'uomo come noi. Noi chi? 

Le scarpe rosse di Benedetto Decimosesto, la mozzetta bordata di pelliccia, i paramenti decorosi tanto scandalizzavano i benpensanti: per livida invidia, anzitutto: vedendo costoro messo in ombra il protagonismo della persona a vantaggio della funzione sacra; per l'aver osato Ratzinger, dopo decenni di tirannide di figuri quali Annibale Bugnini, Virgilio Noé e Piero Marini riportare in auge insegne che infondono rispetto e non sono altro che la necessaria forma di una ben precisa sostanza. Insegne che inducono anche chi le porta a comportarsi come richiede l'etichetta - numi! ho usato proprio questa parola! - e a ricordarsi che, sotto quella mitria gemmata, deve potersi scorgere il volto del Signore, e non quello del suo Vicario, sempre indignus, ma ieri meno di oggi. 

Invidia, dunque, ma anche un'inconfessabile senso di inadeguatezza piccolo borghese, à la Montini, i cui fasti domenicali della famiglia bresciana dovevano ricordare più la versione suoresca del salotto di nonna Speranza, (hanno tolte le federe ai mobili: è giorno di gala), con la bottiglietta di liquore a forma di busto di Roncalli - «Gradiscono un po’ di marsala?» -, il pizzo sui braccioli delle poltrone, la Maternità ricamata a punto croce e incorniciata in bambù, la grotta di Lourdes di conchiglie, la credenza neorinascimento con i bicchierini da rosolio, le sedie parate a damasco... rinasco, rinasco nel mille novecentocento sessanta!

E quando il mesto Montini assurse al Sommo Pontificato, volle portar seco l'impronta calvinista, il grigiore tetro della casa di Concesio, spogliando i Sacri Palazzi e vendendone gli arredi superstiti ad antiquari romani figli della Sinagoga; al loro posto, marchio indelebile di quella mentalità borghese che ne contraddistinse l'infausto pontificato, egli volle squallidi mobiletti impiallacciati, false seggiole Savonarola e lugubri moquette da hotel di provincia. 

I Papi del passato, i grandi Pontefici della cosiddetta Controriforma, i Prelati della tempra di San Carlo Borromeo o San Francesco di Sales, di Bellarmino, di Richelieu, seppero esser grandi tanto nella santità quanto, talvolta, nelle umane debolezze. Al contrario, della scelesta turba modernista non possiamo additare alcuno che meriti, se non ammirazione, quantomeno rispetto; qualcuno dinanzi al quale si possa dire: Non condivido le sue idee, ma come persona riconosco che si è sempre comportato con onestà e onore. Questi no, questi sono tutti mediocri, anche nell'errore; eretici e ribelli, ma non abbastanza da lasciare la Chiesa Romana e fondarsi una setta per i fatti propri; immorali e molli, ma senza coraggio di difendere con chiarezza le proprie scelte o i propri vizi e lasciare l'abito che (non) indossano. Ed anche quando farneticano sui presunti diritti degli omosessuali o dei concubinari, lo fanno come se si trattasse di colpe altrui, quasi essi ne fossero esenti; chiedono tolleranza per i seguaci di Maometto di cui ignorano la dottrina, ma non sanno imporsi nel pretendere pari tolleranza per i Cristiani perseguitati che dovrebbero proteggere; condannano la pena di morte per i rei, ma tacciono sul crimine dell'aborto e sorvolano sull'eutanasia; difendono l'empia laicità dello Stato, ma lasciano che esso legiferi in questioni di pertinenza della Chiesa; concedono le chiese agl'idolatri, ma le negano ai tradizionalisti; chiedono il rispetto delle prescrizioni coraniche e mandano gli auguri per il Ramadan, ma non si scompongono se nelle mense non viene servito alcun cibo di magro durante la Quaresima. Mediocri, irrimediabilmente mediocri. Utinam frigidus esses aut calidus! Sed quia tepidus es et nec frigidus nec calidus, incipiam te evomere ex ore meo. Magari fossi freddo o caldo! Ma siccome sei tiepido e non sei né freddo né caldo, ti sto per vomitare dalla mia bocca (Apoc III, 15-16). 

Ed anche quando un buon Cardinale o un pio Vescovo esprimono prudentissime perplessità sull'operato o le affermazioni del Gerarca argentino, devono immediatamente fare pubblica professione di fede conciliare, si sentono obbligati a circostanziare anche la frase più banale inquadrandola in una citazione di quel nefasto evento, non possono parlare di alcun Papa precedente a Roncalli e le rare volte che la circostanza impone un qualche riferimento ad un Pontefice precedente al 1962, bisogna sempre e comunque presentarlo come anticipatore del Vaticano II (San Pio X, niente meno), come precursore della riforma liturgica (Pio XII), al punto che non si capisce se con questo patetico tentativo di revisionismo spicciolo essi cerchino di dar credibilità ai successori o piuttosto di delegittimare i predecessori. 

Quando poi si volesse contestare una determinata affermazione, un certo articolo, un'intervista rilasciata in aereo - voce dal sen fuggitapoi richiamar non vale - ecco che i seguaci della setta conciliare non rispondono mai nel merito, non si lasciano mettere all'angolo; fingono di ignorare le argomentazioni e screditano chi le formula; distorcono le parole dell'avversario presentandolo come un fanatico, un estremista, un integralista. Poiché alla fine è questo che gli brucia: non accettano che vi sia qualcuno che sia disposto a mettersi in gioco per difendere le proprie idee; non tollerano che vi sia una voce fuori dal coro che metta in dubbio l'idolo conciliare, la religione mondiale, l'ecumenismo irenista, la pace universale, la solidarietà, la misericordia bergogliana, la tolleranza in tutte le sue più abbiette declinazioni, il relativismo assoluto. Per questo non accettano - loro che si sciacquano la bocca col collutorio ideologico dell'accoglienza -  nemmeno i veri Mussulmani, ma solo i moderati, ossia quei pusillanimi che hanno annacquato la loro (falsa) religione con la mentalità del secolo, castrandosi anch'essi, proprio come fece Montini, invertito Adamo della progenie conciliare, a nome di tutta la Cattolicità. 

Non sanno essere nemmeno peccatori o eretici fino in fondo, perché - come si è detto dianzi - se vi sono alcuni, secondo le parole del Salvatore, qui se ipsos castraverunt propter regnum caelorum (Mt XIX, 12), ebbene vi sono anche eunuchi qui facti sunt ab hominibus, per essere accettati ed osannati dai potenti del mondo, per essere simpatici anche ai non credenti, da Dario Fo a Marco Pannella, per esser sempre sulle prime pagine dei quotidiani, nei commenti estasiati dei benpensanti, sulla copertina del Time o, peggio, di Advocate

Ovviamente questa libido serviendi non anticipa mai, ma si accoda, per non dar l'impressione di voler primeggiare ed anzi per testimoniare essa stessa la propria pavida subalternità al volere delle lobby, girando come una banderuola al cambiar del vento. Ché se la gerarchia conciliare avesse vaneggiato di diritti dei gay negli anni Settanta, almeno essa si sarebbe mostrata un'anticipatrice del movimento pansessualista a venire. E invece no: all'epoca essa era a tutta presa scodinzolare con Aldo Moro dietro alla sinistra, al movimento operaio e al sindacato. Bergoglio non è un novatore: i suoi chi sono io per giudicare rappresentano un tardo consenso - ancorché scandaloso - rispetto a quanto coloro che governano il mondo han già scelto da tempo, e son sempre prova di codardia e pusillanimità. E se mai in futuro si chiederà legittimazione per i pedofili, o per quanti voglion sposarsi con le bestie, l'assenso caso per caso da parte della gerarchia modernista verrà sempre a cose fatte, perché non si pensi che la chiesa conciliare si metta contro la modernità o addirittura pretenda di esserne guida. Ben altra tempra quella dei Papi cattolici: pronti a denunziare con coraggio il male sul nascere, a mettere in guardia dai danni che esso avrebbe comportato, a condannarne i fautori, a svelarne le trame, ad ammonire i governanti, a punire i ribelli. E sempre controcorrente, sempre avversati dal mondo, sempre additati come oscurantisti o come nemici del progresso. Quelli erano veramente coraggiosi ed animati dallo zelo per la causa di Dio, questi non sanno nemmeno esser sfrontati e li muove solo il timore di non esser oggetto del plauso fallace del secolo. 

La Sacra Scrittura parla di un cinghiale nella vigna del Signore, e credo che questa similitudine non abbia bisogno di commenti. Io non so cosa farmene di un gesuita con aspirazioni norcine che umilia la Chiesa come se fosse il liquidatore di una fabbrica di colapasta di moplen. I tesori inestimabili che questo lanzichenecco sta svendendo all'asta infame del pensiero unico non gli appartengono, eppure egli ne fa strage, senza che alcun Presule protesti con veemenza, scandalizzato ed adirato come lo fu Nostro Signore al vedere i mercanti nel tempio, che scacciò con un flagello. Santa collera, ira di Dio: altre passioni virili che molti, troppi hanno perso, ammesso che mai le abbiano avute. Poi figuriamoci: a brandire la spada anche solo verbalmente si va all'inferno, un posto che non esiste più, se non per i fanatici preconciliari. 

Adesso poi, nella smania di piacere a tutti, questo don Giovanni in habit court solletica con promesse mirabolanti anche i più sprovveduti della Fraternità San Pio X, dopo aver ingannato molti altri illusi di istituti e congregazioni vagamente conservatrici finite nel tritacarne vaticano: Buon Pastore, Francescani dell'Immacolata e via elencando. Tanto, nella mediocrità eretta a sistema, c'è posto per tutti, dai neocatecumenali con la loro liturgia sacrilega ai gruppi del Summorum Pontificum confinati in chiesette senza cura d'anime a domeniche alterne, dai Cardinali in borghese ai chierici in fibbie d'argento, dai gruppi Pro vita alle associazioni di suore lesbiche. 

Molti, troppi Cardinali, Vescovi, sacerdoti, chierici, religiosi e laici si sono lasciati incantare da questo vitello d'oro, da questo pifferaio magico che ha saputo rinnovare all'ultimo Sinodo gli intrighi della corte di Bisanzio, manovrando, abusando spesso del proprio potere, pretendendo sudditanza dai buoni e lasciando mano libera ai cattivi, promuovendo i suoi sodali e rimuovendo quanti non lo appoggiano incondizionatamente, distruggendo un Ordine religioso fiorente e lasciando sopravvivere gruppi di eretici come i seguaci di Kiko Arguello o del cosiddetto Priore di Bose. 

Non posso, in tutta coscienza, sentirmi tenuto all'obbedienza assoluta nei confronti di un ribaldo che nega le verità del Vangelo, che distorce la Morale cattolica, che semina scandalo legittimando chi è lontano da Dio e deridendo chi viceversa cerca di vivere seguendo le Sue leggi; non mi sento suddito di uno che non perde occasione per dileggiare i buoni e blandire i malvagi, di un personaggio che esalta se stesso e scredita il Papato, che chiede perdono per colpe inesistenti della Chiesa, quando dovrebbe vestire il saio e rimanere fuori della Basilica Vaticana ad aspettare il perdono per i danni incalcolabili ch'egli ha causato al gregge del Signore. Sarà anche Papa - anzi, proprio perché egli è Papa tutto questo assume un senso in un contesto escatologico - ma solo di nome. Non ne ha la dignità e non perde occasione per dimostrarlo. Non lo sento come padre, perché è chiarissimo che egli non mi vuole come figlio. Al massimo, potrò tollerarlo come patrigno, sposo morganatico di mia madre, la Chiesa. 

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