ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 31 ottobre 2016

Quóniam non intellexérunt ópera Dómini

MISSIONARIO IN TIBET AL PAPA. PROSELITISMO? MI HAI MANDATO QUI A CONVERTIRE PAGANI, ERETICI, SCISMATICI.

Il sito Adelante la Fe  pubblica una lettera che un missionario in Oriente avrebbe spedito al Pontefice dalla sua missione sull’Himalaya, il 5 ottobre 2016. E’ una lettera piuttosto lunga, che vi consigliamo di leggere nell’originale spagnolo, ma di cui ci sembra comunque riportare alcuni brani perché toccano temi caldi, anche oggi, nel giorno della visita in Svezia: conversione, missione, e “proselitismo”, che sembra essere in questo periodo all’attenzione del Pontefice regnante.
“Essendo in missione per grazia di Dio nella cordigliera dell’Himalaya e sul punto di celebrare quattro anni della mia Ordinazione Sacerdotale, mi appresto a scriverLe questa lettera, che rendo pubblica perché il suo contenuto riveste il medesimo carattere”, scrive padre Federico Juan, S.E..
Essendo stato inviato missionario in Estremo Oriente, scrive il religioso (“un’enorme grazia celeste per me con la mia anima di peccatore”) da tempo però “il mio spirito soffre di una desolazione estrema nel leggere le ripetute invettive di Sua Santità contro quello che in modo peggiorativo e senza distinguo chiama proselitismo. E particolare dolore mi ha causato aver letto che il Vicario di Cristo, senza chiarire il senso, abbia detto che ‘il proselitismo è una solenne sciocchezza’, e che ‘non ha senso’. Si potrebbe dire che sia frutto, questa frase, di una trascrizione infedele da parte di un giornalista ateo, ma la sua pubblicazione sulla pagina ufficiale della Santa Sede rende nulla questa difesa ipotetica”.
Continua così, la lettera del missionario. “E’ cresciuta la mia angoscia quando Sua Santità ha chiesto retoricamente: ‘Vado a convincere qualcuno perché si faccia cattolico?’, per rispondere dopo: ‘No, no, no’. (Videomessaggio per la festa di San Gaetano). Questa tripla negazione del Papa attuale mi ha riportato alla memoria quella del primo”.
Padre Fernando ricorda che la Santa Madre Chiesa, per mezzo dei superiori religiosi, e “anche per mezzo di Sua Santità – che, di persona, mi ha comandato di andare missionario in Estremo Oriente”,lo ha inviato in terre lontane per evangelizzarle.
“Non ho ricevuto nessun mandato come assistente sociale, come soccorritore di emergenze, alfabetizzatore, distributore di polenta o dialogatore seriale; ma fui inviato dal Padre celeste e dalla Santa Chiesa come banditore della Santa Fede cattolica, per cercare di guadagnare a Cristo il maggior numero di anime, predicando opportune e inopportune”.
Il missionario dice di essere felice di “impegnarsi sino alla morte per conquistare alla Chiesa cattolica il maggior numero possibile di anime”, sicuro che così giungano al Paradiso, e convinto che questo lavoro “diffondere la Chiesa di Dio nelle terre del paganesimo, dell’eresia e dell’idolatria è una santissima opera di misericordia”, superiore a tutti i benefici corporali o temporali prodigabili. L’esempio che lo ispira è quello di San Francesco Saverio, gesuita come il Pontefice.
“In spagnolo si può ben dire che è proprio il dio incarnato che, di persona, ci ha mandati a proselitizzare tutte le genti….e se qualcuno simpliciter pensa che il proselitismo sia una sciocchezza, solennemente replicheremmo che la sapienza di Dio e follia per il mondo”.
Il missionario si sente spinto a “manifestare il profondo malessere che invade la mia anima nel constatare le sue reiterate condanne di quell’operare che Sua Santità definisce con il termine socialmente odioso di proselitismo”. Il termine in spagnolo è estremamente ambiguo, e può essere impiegato per definire manovre vili e nello stesso tempo il sacrificio apostolico dei missionari “che si consumano e muoiono per convertire pagani, eretici e scismatici all’unica vera Chiesa”. Il religioso ricorda alcuni testi famosi delle missioni, in cui il termine viene usato in senso positivo. Ma soffre quando vede che il Pontefice “omette di segnalare” il senso buono: “questa omissione è dolorosissima per il mio spirito, perché se non si chiarisce il valore ulteriore, è quasi obbligatorio interpretare queste condanne papali come rimproveri fulminanti al lavoro di ogni missionario, incluso il sottoscritto, che osi fare quello per cui è stato inviato dalla Chiesa stessa, e cioè la conversione degli infedeli”.
“Baciando i Suoi degnissimi piedi” padre Federico chiede al Pontefice una benedizione, e che questa lettera lo spinga a “chiarire il senso delle Sue dichiarazioni, e perciò a rivendicare l’importanza e l’urgenza di lavorare senza sosta per la conversione alla Fede cattolica di tutti i pagani, eretici e scismatici”.
Marco Tosatti

Quando don Gius metteva in guardia dalla “protestantizzazione” della fede e della Chiesa

Proprio mentre papa Francesco sta preparando la valigia per andare in Svezia in occasione della «commemorazione comune luterano-cattolica della Riforma» (viaggio introdotto dall’intervista concessa alla «Civiltà cattolica») , monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, scrive un articolo pieno di spunti interessanti circa il rischio che la Chiesa cattolica può correre se si avvia sulla strada della «protestantizzazione». L’articolo si trova nel fascicolo di ottobre della rivista «Studi cattolici» (n. 668), diretta da Cesare Cavalleri, e si interroga sulla fede cristiana in rapporto alla modernità.
Lo spunto inziale è il libro di don Luigi Giussani (conosciuto da Negri fin dai tempi del liceo Berchet a Milano) «Coscienza religiosa nell’uomo moderno» (1985), nel quale il fondatore di Comunione e liberazione, prendendo in considerazione la modernità, vi vedeva non qualcosa di negativo in blocco, ma una realtà comunque connotata da una spiccata tendenza anticristiana, ovvero quella che si riassume nell’idea secondo cui Dio non sarebbe altro che una presenza ingombrante e negativa sulla strada dell’autonomia che l’uomo moderno rivendica per sé a tutti i livelli.
Il rifiuto di Dio è il cuore del laicismo, visione del mondo contro la quale si è a lungo battuto il teologo Joseph Ratzinger. Un rifiuto che conduce la persona non solo, in generale, a sganciarsi da Dio, ma a dire no al cristianesimo come proposta complessiva di vita (riguardante cioè tutti gli ambiti della vita, nessuno escluso) fondata sull’incontro reale con Gesù.
Oggi, scrive Negri, il laicismo nel quale siamo immersi «rappresenta la prosecuzione rigorosa di questa umanità e società senza Dio, in cui al cristianesimo viene lasciato uno spazio di vita e di azione solo se adeguatamente consentito dalla mentalità laicista dominante».
In questo contesto, già più di trent’anni fa don Giussani individuava un rischio molto concreto per la Chiesa cattolica: quello, appunto, di una sostanziale protestantizzazione. Che cosa significa?
«La protestantizzazione della fede – spiega monsignor Negri – si potrebbe anche definire come la riduzione dell’evento a una gnosi, a un discorso di cui la ragione umana possiede la chiave di lettura e gli elementi determinanti. La protestantizzazione dà alla fede quel carattere soggettivistico che la fa diventare un’espressione della singolarità individuale dell’uomo, soprattutto delle sue esigenze psicologiche e affettive. Questo copre totalmente l’ontologia, ovvero fa passare dall’ontologia alla psicologia e alla dimensione meramente affettiva: la fede una cosa che “si sente”. Quando poi cesserà il sentimento della fede, la fede non avrà più alcun peso nella vita dell’uomo».
Insomma, dice Negri, in una società e in una cultura imbevute di laicismo, cioè dal rifiuto di Dio, alla fede cristiana è concesso diritto di cittadinanza solo se la si riduce a una forma di conoscenza che dipende totalmente dalla ragione umana, riguarda solo il soggetto che la vive e si manifesta unicamente nella dimensione psicologica e sentimentale. Da un discorso di natura filosofica e teologica, che riguarda l’uomo nella sua essenza e si apre alla trascendenza, si passa a un discorso tutto umano, meramente psicologico e affettivo, che è considerato legittimo, e quindi tollerabile, finché resta privato, ma è subito combattuto nel momento in cui pretende di dire qualcosa sulla natura stessa della persona e sulle scelte concrete a cui la persona è tenuta in virtù della sua esperienza di fede.
Ora il punto è che sempre più spesso è la Chiesa stessa, desiderosa di farsi accettare dalla modernità, ad avviarsi lungo questa strada
Scrive monsignor Negri: «Credo che dobbiamo seriamente interrogarci, noi cristiani, se questo non costituisca la mentalità vincente all’interno del mondo cattolico, ovvero quel modo non cristiano di pensare la fede che, come diceva il beato Paolo VI, è penetrato nelle strutture della Chiesa e si diffonde in maniera progressiva».
Conseguenza della protestantizzazione è l’idea che la fede, in quanto conoscenza soggettiva, è credibile solo quando produce frutti sociali. Ecco così il cristianesimo trasformato in una «struttura finalizzata a iniziative pratiche, socio-politiche», una struttura fra le altre, accettata solo perché dà vita a qualche tipo di intervento sociale. Intervento, sia chiaro, che a quel punto è visto unicamente come sforzo dell’individuo e della sua volontà, non come conseguenza dell’esperienza di fede.
È così, scrive Negri, che, in quanto comunità ecclesiale, «tocchiamo il fondo». Perché dovrebbe essere chiaro che «il cristianesimo non è una spiritualità soggettiva e neppure un impegno socio-politico, ma è l’incontro con la persona di Gesù Cristo, Figlio di Dio, che permane nella Chiesa e in essa può essere ritrovato e seguito».
Nel suo breve intervento, Negri accenna a questioni di una portata decisiva per la Chiesa e per ogni cristiano. Se la fede è ridotta a esperienza della ragione individuale, al centro non abbiamo più Dio, ma l’uomo. E in campo morale non c’è più la verità oggettiva, ma c’è il soggetto con le sue molte e spesso contraddittorie necessità. Lungo questa via, l’uomo non si abbandona a Dio, ma, al più, si rivolge a Dio perché legittimi le sue scelte soggettive.  Di qui l’inutilità della Chiesa e dei suoi ministri. Poiché il rapporto con Dio è finalizzato alla soddisfazione umana, ogni mediazione è non solo inutile, ma dannosa. Meglio eliminare ciò che non serve: e la Chiesa, con il suo rimandare alla verità oggettiva, di certo non serve.
Al termine del suo articolo monsignor Negri osserva: pensare dunque che oggi, per la Chiesa e per ogni cristiano, «il problema sia un atteggiamento più morbido nei confronti della cosiddetta modernità, sinceramente mi sembra soltanto un’irresponsabilità».
La prova, aggiungiamo noi, l’ha fornita la storia. Il mondo protestante, che questa «morbidezza» l’ha applicata, è in profonda crisi. Perde ministri e fedeli e la sua voce politically correct sostanzialmente non dice più nulla rispetto alle grandi domande.  È una visione del mondo fra le altre, accettata proprio perché, dopo aver rinunciato a dire qualcosa a proposito della Verità, produce solo iniziative sociali. D’altra parte, non è un caso che la Svezia, dove il papa sta per recarsi, sia uno dei paesi più secolarizzati del mondo, dove la gran parte della popolazione non crede in Dio e la religione gioca un ruolo del tutto marginale nella vita pubblica.
Non so se il direttore di «Studi cattolici» l’abbia fatto apposta, fatto sta che nel fascicolo di ottobre della rivista c’è anche una bella intervista al cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, a proposito del suo libro «Dio o niente. Conversazioni sulla fede» (Cantagalli) con il quale il porporato guineano ha vinto il Premio Capri San Michele. E nell’intervista Sarah, a un  certo punto, esprime un concetto che si lega molto bene alla riflessione di monsignor Negri. È là dove il cardinale, spiegando i tratti salienti della sua spiritualità, raccomanda che il cristiano non si lasci andare alle mode e non si faccia irretire dalle sirene del mondo, a partire dal mito della produttività : l’unica cosa che conta è non smettere mai di guardare Cristo e la verità della croce: «Dobbiamo guardare Cristo: lui non si è appoggiato all’emotività per annunciare il suo messaggio. È molto rischioso per la pastorale appoggiarsi solo sull’emotività o sul sentimentalismo. Rischiamo di dimenticare la radicalità della croce […] La Chiesa deve rimanere ferma proprio come Cristo. Deve ancorarsi alla croce che è l’elemento più stabile di questo mondo.  Se restiamo accanto alla croce saremo davvero noi stessi e molto uniti a Dio». E ancora: «Non possiamo dare a Dio solo gli spiccioli del nostro tempo. Viviamo in un’epoca di grande attivismo in cui sembrano contare solo i risultati. Dobbiamo riscoprire il tempo dell’adorazione e della contemplazione per stare con Dio […]. Inoltre non possiamo proporre alle persone un cammino “facile” per paura di essere esigenti. Molti giovani sono attirati dalle proposte serie e impegnative, bisogna stare attenti agli slogan nella pastorale».
Ecco: nelle parole del cardinale Sarah una strada esattamente opposta a quella che don Giussani chiamava la «protestantizzazione» della fede e della Chiesa.
Aldo Maria Valli
http://www.aldomariavalli.it/2016/10/29/quando-don-gius-metteva-in-guardia-dalla-protestantizzazione-della-fede-e-della-chiesa/

Lo scandalo della commemorazione di Lutero

Pubblichiamo il testo della conferenza tenuta a Firenze il 15 febbraio 1975 da Mons.Marcel Lefebvre, nella quale egli chiarisce alcuni aspetti dell'eresia protestante richiamando anche una comparazione tra la Messa di Lutero e la nuova Messa cattolica riformata dopo il concilio Vaticano II. 
Oggi si assiste sbalorditi all'apostasia che ha infettato persino le autorità vaticane le quali, mediante l'utilizzo del termine ecumenismo, continuano nello smantellamento della religione cattolica corrompendo i fedeli piuttosto che condurli alla salvezza eterna. Così si assiste a Papa Bergoglio che celebra in Svezia (31 ottobre 2016) i 500 anni della nascita del protestantesimo che, come tutti gli storici ammettono, non fu una riforma, ma una rivoluzione religiosa, che mutò la storia dell’Europa e del mondo. Bergoglio ha usato espressioni incredibili (come del resto i suoi recenti predecessori) riguardanti l'eretico Lutero definendolo persino "medicina per la Chiesa". Simili affermazioni insinuano l’idea che Lutero sia stato un vero uomo di fede ingiustamente condannato dalla Chiesa e che oggi meriti di essere riabilitato e venerato come un santo. Come scrive lo storico Roberto de Mattei, "la storia ci dice invece che Lutero è stato un monaco ribelle, che ha stravolto la fede della Chiesa, ne ha negato i Sacramenti, ne ha voluto abbattere l’autorità. La Chiesa gli ha risposto con i dogmi del Concilio di Trento...". Proprio i dogmi del Concilio di Trento vengono gravemente disattesi da una chiesa conciliare (quella nata dal Concilio Vaticano II) che ormai manifesta chiaramente una rottura con la Tradizione cioè con ciò che la Chiesa ha sempre detto e fatto. 
E' altresì evidente che Mons.Lefebvre aveva ragione nel denunciare la nascita di una nuova religione (e dunque di una nuova messa con un nuovo rito) non più cattolica: oggi ne vediamo la mostruosità... ecco dunque le sue accorate parole.
La Redazione
Signore e Signori,

Questa sera parlerò della Messa evangelica di Lutero e delle sorprendenti somiglianze tra il nuovo rito della Messa e le innovazioni rituali di Lutero. 
Perché queste considerazioni? Perché l’idea dell’ecumenismo che presiede alla riforma liturgica, a detta dello stesso Presidente della Commissione, ci induce a farlo; perché è stato provato che questa filiazione del nuovo rito esiste realmente, il problema teologico e cioè il problema della fede, può essere posto solo secondo l’adagio ben noto «Lex orandi, Lex credendi».

Ora, i documenti storici della riforma liturgica di Lutero sono molto istruttivi per far luce sulla riforma attuale.
Per ben comprendere quali furono gli obiettivi di Lutero in queste riforme liturgiche, dobbiamo ricordare brevemente la dottrina della Chiesa relativa al Sacerdozio e al Santo Sacrificio della Messa.

Il Concilio di Trento, nella sua XXII sessione, ci insegna che Nostro Signore Gesù Cristo, non volendo mettere fine al Suo Sacerdozio con la Sua Morte, nell’Ultima Cena istituì un Sacrificio visibile destinato ad applicare la virtù salutare della Sua Redenzione ai peccati che noi commettiamo ogni giorno. A questo fine, Egli costituì i Suoi Apostoli Sacerdoti del Nuovo Testamento, loro e i loro successori, istituendo il Sacramento dell’Ordine, che segna con un carattere sacro e indelebile questi sacerdoti della Nuova Alleanza.
Questo Sacrificio visibile si compie sui nostri altari con un’azione sacrificale per mezzo della quale Nostro Signore, realmente presente sotto le specie del pane e del vino, si offre come Vittima a Suo Padre. Ed è con la manducazione di questa Vittima che noi siamo in comunione con la Carne e il Sangue di Nostro Signore, offrendo noi stessi in unione con Lui.

Così dunque la Chiesa ci insegna che:
Il Sacerdozio dei sacerdoti è essenzialmente diverso da quello dei fedeli, che non hanno sacerdozio, ma fanno parte di una Chiesa che richiede assolutamente un sacerdozio.
A questo Sacerdozio conviene profondamente il celibato e una distinzione esteriore con i fedeli, ossia l’abito sacerdotale.
L’atto essenziale del culto compiuto da questo Sacerdozio è il Santo Sacrificio della Messa, diverso dal Sacrificio della Croce unicamente per il fatto che quello fu cruento e questo non è cruento.
Esso si compie con un atto sacrificale realizzato con le parole della Consacrazione e non con un semplice racconto, memoriale della Passione o della Cena.
E’ per quest’atto sublime e misterioso che si applicano i benefici della Redenzione a ciascuna delle nostre anime e alle anime del Purgatorio. E questo è espresso mirabilmente nell’offertorio.
La Presenza Reale della Vittima è dunque necessaria ed essa si realizza col cambiamento della sostanza del pane e del vino nella sostanza del Corpo e del Sangue di Nostro Signore. Si deve dunque adorare l’Eucarestia ed avere per Essa un immenso rispetto: da qui la tradizione di riservare ai sacerdoti la cura dell’Eucarestia.
La Messa col solo sacerdote, dove solo lui si comunica, è dunque un atto pubblico, Sacrificio dello stesso valore di ogni Sacrificio della Messa e supremamente utile al sacerdote e a tutte le anime. La Messa privata è quindi molto raccomandata e auspicata dalla Chiesa.
Questi sono i princípi che stanno alla base delle preghiere, dei canti e dei riti che hanno fatto della Messa latina un vero gioiello la cui pietra preziosa è il Canone.
Non si può leggere senza emozione ciò che dice il Concilio di Trento: 
«Siccome conviene trattare santamente le cose sante, e questo Sacrificio è il più santo di tutte, perché fosse offerto e ricevuto degnamente e rispettosamente, la Chiesa cattolica ha istituito da innumerevoli secoli il Santo Canone, così privo di ogni errore che non v’è niente in esso che non respiri una santità e una pietà esteriore e che non elevi verso Dio gli spiriti di coloro che l’offrono. Esso infatti è composto dalle stesse parole del Signore, dalle tradizioni degli Apostoli e dalle pie istruzioni dei Santi Pontefici» (Sessione XXII, capitolo 4).
Vediamo adesso a come Lutero ha compiuto la sua riforma, cioè la sua Messa evangelica come la chiama lui stesso, e in quale spirito. Per questo ci serviremo di un libro di Léon Cristiani, datato 1910 e dunque non sospetto di essere influenzato dalle riforme attuali. Questo libro è intitolato «Dal Luteranesimo al Protestantesimo».  Esso ci interessa per le citazioni che ci riporta di Lutero o dei suoi discepoli a proposito della riforma liturgica.
Questo studio è molto istruttivo, poiché Lutero non esita a manifestare lo spirito liberale che l’anima. 
«Innanzi tutto – egli scrive – io supplico amichevolmente… tutti quelli che vorranno esaminare o seguire il presente ordinamento del servizio divino, di non vedervi una legge vincolante e per questo affascinante le coscienze. Che ciascuno l’adotti quando, dove e come gli pare. Così vuole la libertà cristiana.» (p. 314).
«Il culto si indirizzava a Dio come un omaggio, esso si indirizza ormai all’uomo per consolarlo e illuminarlo. Il sacrificio occupava il primo posto, ora è sostituito dalla predica.» (p. 312).
Che pensa Lutero del sacerdozio? Nella sua opera sulla Messa privata egli cerca di dimostrare che il Sacerdozio cattolico è un’invenzione del diavolo. Per questo egli invoca questo principio ormai fondamentale: 
«Ciò che non è nella Scrittura è un’aggiunta di Satana. Ora, la Scrittura non conosce il Sacerdozio visibile. Essa conosce solo un sacerdote, un Pontefice, uno solo, Cristo. Con Cristo noi siamo tutti sacerdoti. Il sacerdozio è insieme unico e universale. Quale follia volerlo accaparrare solo per alcuni… Ogni distinzione gerarchica tra i cristiani è segno dell’Anticristo… Guai dunque ai pretesi sacerdoti.» (p. 269).
Nel 1520 egli scrisse il suo «Manifesto alla nobiltà cristiana di Germania», nel quale se la prende con i «romanisti» e chiede un libero concilio.
«Il primo muro eretto dai romanisti» è la distinzione tra i chierici e i laici. «Si è scoperto – egli dice – che il Papa, i vescovi, i sacerdoti, i monaci, compongono lo stato ecclesiastico, mentre i príncipi, i signori, gli artigiani, i contadini formano lo stato secolare. E’ una pura invenzione e una menzogna. In verità, tutti i cristiani appartengono allo stato ecclesiastico, fra loro non c’è altra differenza che quella della funzione… Se il Papa o un vescovo dà l’unzione, fa delle tonsure, ordina, consacra, si veste diversamente dai laici, realizzerà degli inganni o degli idoli odiosi, ma non può fare un cristiano, né un ecclesiastico… tutti quelli che hanno ricevuto il battesimo possono vantarsi di essere consacrati sacerdoti, vescovi e papi, benché non è di tutti esercitare questa funzione.» (pp. 148-149). 
Da questa dottrina, Lutero trae le conseguenze contro l’abito ecclesiastico e contro il celibato. Lui stesso e i suoi discepoli danno l’esempio: abbandonano il celibato e si sposano.

Ecco dei fatti derivanti dalle riforme del Vaticano II che assomigliano alle conclusioni di Lutero: 
abbandono dell’abito religioso ed ecclesiastico, numerosi matrimoni graditi alla Santa Sede, equivalenti all’assenza di ogni carattere distintivo fra il sacerdote e il laico; questo egualitarismo si manifesterà nell’attribuzione di funzioni liturgiche finora riservate ai sacerdoti;
soppressione degli Ordini minori e del suddiaconato, diaconato per i coniugati, che contribuiscono alla concezione puramente amministrativa del sacerdote e alla negazione del carattere sacerdotale; l’ordinazione è orientata verso il servizio alla comunità e non più al Sacrificio, il solo che giustifichi la concezione cattolica del Sacerdozio;
preti operai, sindacalisti o in cerca di un impiego remunerato dallo Stato, che contribuiscono anch’essi a fare sparire ogni distinzione; ci si spinge anche al di là di Lutero.
Il secondo grave errore dottrinale di Lutero è la conseguenza del primo ed è fondato sul suo principio primo: è la fede o la fiducia che salva e non le opere; e questo è la negazione dell’atto sacrificale che è essenzialmente la Messa cattolica.
Per Lutero, la Messa può essere un sacrificio di lode, cioè un’azione di lode, un’azione di grazie, ma certo non un Sacrificio espiatorio che rinnova e applica il Sacrificio della Croce.
Parlando di perversioni del culto nei conventi, egli diceva: 
«L’elemento principale del loro culto, la Messa, supera ogni empietà e ogni abominazione, essi ne fanno un sacrificio e un’opera buona. Se non vi fossero altri motivi per lasciare la tonaca, per uscire dal convento, per rompere i voti, questo basterebbe ampiamente.» (p. 258).
La Messa sarebbe una «sinassi», una comunione. L’Eucarestia sarebbe stata sottomessa ad una triplice e deplorevole cattività: vietato ai laici l’uso del Calice, imposta come dogma l’opinione della Transustanziazione inventata dai tomisti, della Messa si è fatto un sacrificio.
Lutero tocca qui un punto capitale e tuttavia non ha esitazioni: 
«E’ dunque un errore evidente ed empio – scrive – offrire o applicare la Messa per i peccati, per le soddisfazioni, per i defunti… La Messa è offerta da Dio all’uomo e non dall’uomo a Dio…»
Quanto all’Eucarestia, dal momento che deve innanzi tutto stimolare la fede, essa dovrebbe essere celebrata in lingua volgare, affinché tutti possano comprendere bene la grandezza della promessa che viene loro ricordata (p. 176).
Lutero trarrà le conseguenze di questa eresia sopprimendo l’offertorio, che esprime chiaramente lo scopo propiziatorio ed espiatorio del Sacrificio. Egli sopprimerà gran parte del Canone e conserverà i testi essenziali, ma come racconto della Cena. Allo scopo di accostarsi maggiormente a quanto si compì nella Cena, aggiungerà nella formula della consacrazione del pane  «quod pro vobis tradetur», sopprimerà le parole «mysterium fidei» e «pro multis». Considererà come parole essenziali del racconto quelle che precedono la consacrazione del pane e del vino e le frasi seguenti.
Egli ritiene che la Messa sia in primo luogo la Liturgia della Parola e in secondo luogo una comunione.

Non si può che rimanere stupefatti nel constatare che la nuova riforma [Concilio vaticano II. ndr] ha applicato le stesse modifiche e che in verità i testi moderni a disposizione dei fedeli non parlano più di Sacrificio ma di Liturgia della Parola, di racconto della Cena e della condivisione del pane o dell’Eucarestia.
L’articolo VII dell’istruzione che introduce il nuovo rito era significativa di una mentalità già protestante. La correzione apportata in seguito non è per niente soddisfacente.
La soppressione della pietra d’altare, l’introduzione della tavola rivestita da una sola tovaglia, il prete girato verso il popolo, l’ostia che rimane sempre sulla patena e non sul corporale, l’autorizzazione di usare pane ordinario, i vasi fatti di materie diverse, perfino le meno nobili, e ben altri dettagli, contribuiscono ad inculcare in coloro che assistono le nozioni protestanti che sono essenzialmente e gravemente opposte alla dottrina cattolica.

Niente è più necessario alla sopravvivenza della Chiesa del Santo Sacrificio della Messa; metterla nell’ombra equivale a scuotere le fondamenta della Chiesa. Tutta la vita cristiana, religiosa, sacerdotale è fondata sulla Croce, sul Santo Sacrificio della Croce rinnovato sull’altare.

Lutero sfocia nella negazione della Transustanziazione e della Presenza Reale, com’è insegnata dalla Chiesa cattolica.
Per lui solo il pane permane. E di conseguenza, come ha detto il suo discepolo Melantone, che si eresse con forza contro l’adorazione del Santo Sacramento: «Cristo ha istituito l’Eucarestia come un ricordo della sua Passione. E’ un’idolatria adorarla.» (p. 262).
Da qui la comunione sulla mano e sotto le due specie, infatti, negando la presenza del Corpo e del Sangue di Nostro Signore in ciascuna delle due specie, è normale che l’Eucarestia venga considerata come incompleta sotto una sola specie.

Anche qui si può misurare la strana similitudine tra la riforma attuale e quella di Lutero: tutte le nuove autorizzazioni sull’uso dell’Eucarestia vanno nel senso di un minore rispetto, dell’oblio dell’adorazione: comunione sulla mano e distribuita dai laici, perfino dalle donne; riduzione delle genuflessioni che hanno condotto alla loro sparizione ad opera di numerosi preti; uso del pane ordinario e di vasi ordinari; tutte queste riforme contribuiscono alla negazione della Presenza Reale com’è insegnata dalla Chiesa cattolica

Non ci si può impedire di concludere che, essendo i princípi intimamente legati alla pratica secondo l’adagio «Lex orandi Lex credendi», il fatto di imitare nella liturgia della Messa la riforma di Lutero, conduce infallibilmente ad adottare a poco a poco le idee stesse di Lutero. L’esperienza degli ultimi sei anni, dopo la pubblicazione del nuovo Ordo, lo prova ampiamente. Le conseguenze di questa maniera d’agire cosiddetta ecumenica, sono catastrofiche, nel dominio della fede innanzi tutto, e soprattutto nella corruzione del Sacerdozio e nella rarefazione delle vocazioni, nell’unità dei cattolici divisi in ogni ambito su questa questione che li tocca così da vicino, nelle relazioni con i protestanti e gli ortodossi.

La concezione dei protestanti su questo argomento vitale ed essenziale della Chiesa: Sacerdozio, Sacrificio, Eucarestia, è totalmente opposta a quella della Chiesa cattolica. Non per niente c’è stato ilConcilio di Trento e tutti i documenti del Magistero vi si riferiscono da quattro secoli.
E’ psicologicamente, pastoralmente, teologicamente impossibile per i cattolici abbandonare una liturgia che è veramente l’espressione e il sostegno della loro fede, per adottare dei nuovi riti che sono stati concepiti da degli eretici, senza che mettano la loro fede nel più grave dei pericoliNon si possono imitare i protestanti indefinitamente senza diventarlo.
Quanti fedeli, quanti giovani preti, quanti vescovi hanno perduto la fede da quando sono state adottate queste riforme. Non si può contrastare la natura e la fede senza che queste si vendichino.

Per convincervi di questa strana parentela tra le due riforme, vi sarà utile rileggere il racconto delle prime Messe evangeliche e delle loro conseguenze.
«Nella notte tra il 24 e il 25 dicembre 1521, la folla invase la chiesa parrocchiale… La Messa evangelica ebbe inizio, Karlstadt va all’ambone e predica sull’Eucarestia, presenta la comunione sotto le due specie come obbligatoria, la confessione previa come inutile. La sola fede basta. Karlstadt si presenta all’altare in abito secolare, recita il Confiteor, comincia la Messa come d’ordinario fino al Vangelo. L’offertorio, l’elevazione e in breve tutto ciò che ricorda l’idea del Sacrificio è soppresso. Dopo la consacrazione viene la comunione. Fra i presenti molti non si sono confessati, molti hanno bevuto e mangiato e perfino bevuto dell’acquavite. Essi si accostano come gli altri. Karlstadt distribuisce le ostie e presenta il calice. I comunicanti prendono il pane consacrato in mano e bevono a piacimento. Una delle ostie sfugge e cade sull’abito di uno dei presenti, la prende un prete. Un’altra cade a terra, Karlstadt dice ai laici di scoparla e siccome questi si rifiutano per un senso di rispetto o di superstizione, egli si accontenta di dire “che resti dov’è e non la calpesti nessuno”.
«Lo stesso giorno, un prete dei dintorni diede la comunione sotto le due specie ad una cinquantina di persone, di cui solo cinque si erano confessate. Il resto aveva ricevuto l’assoluzione in massa e come penitenza erano stato loro raccomandato solo di non ricadere nel peccato.
«L’indomani Karlstadt celeba il suo fidanzamento con Anna de Mochau. Diversi preti imiteranno questo esempio e si sposeranno.
«Nel frattempo, Zwilling, scappato dal suo convento, predicava a Eilenbourg. Aveva dismesso l’abito monastico e portava la barba. Vestito da laico, tuonava contro la Messa privata. A Capodanno, distribuì la comunione sotto le due specie. Le ostie passavano da mano in mano. Parecchi le misero in tasca e se le portarono via. Una donna, consumando l’ostia, ne fece cadere a terra dei frammenti. Nessuno ci fece caso. I fedeli prendevano da sé il calice e lo bevevano colmo.
«Il 29 febbraio 1522, Zwilling si sposò con Catherine Falki. Vi fu allora un vero contagio di matrimoni di preti e monaci. I monasteri cominciarono a svuotarsi. I monaci rimasti in convento rasero al suolo gli altari, tranne uno, bruciarono le immagini dei Santi e perfino l’olio degli infermi.
«Tra i preti regnava la più grande anarchia. Ognuno diceva la Messa a modo suo. Il consiglio intero decise di fissare una nuova liturgia destinata a ristabilire l’ordine, consacrando così le riforme.
«Si regolò il modo di dire la Messa. L’introito, il Gloria, l’epistola, il Vangelo, il Sanctus vennero conservati, seguiti da una predica. L’offertorio e il Canone vennero soppressi. Il prete recitava solo l’istituzione della Cena, diceva ad alta voce e in tedesco le parole della consacrazione e dava la comunione sotto le due specie. Il canto dell’Agnus Dei alla comunione e del Benedicamus Dominus ultimava il servizio.» (pp. 281-285).
Lutero si preoccupò di creare dei nuovi canti. Cercò dei poeti e li trovò facilmente. Le feste dei Santi sparirono. Lutero dirige i cambiamenti: conserva il più possibile le vecchie cerimonie, si limita a cambiarne il senso. La Messa conserva in gran parte il suo apparato esteriore. Il popolo ritrova nelle chiese lo stesso decoro, gli stessi riti, con dei ritocchi fatti a suo piacimento, poiché ormai ci si rivolge a lui molto più di prima. Egli ha molta più coscienza di contare qualcosa nel culto. Assegna una parte più attiva al canto e alla preghiera ad alta voce. A poco a poco il latino cede definitivamente il posto al tedesco.
La consacrazione sarà cantata in tedesco. Essa è concepita in questi termini: «Nostro Signore, nella notte in cui fu tradito, prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo presentò ai suoi discepoli dicendo: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo dato per voi. Tutte le volte che lo farete, fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo la cena egli prese il calice e disse: “Prendete e bevete tutti, questo è il calice del mio sangue, un nuovo testamento, versato per voi e per la remissione dei peccati. Tutte le volte che berrete questo calice, fate questo in memoria di me”» (p. 317).
In tal modo, vennero aggiunte nella consacrazione del pane le parole «quod pro vobis tradetur», «dato per voi», e soppresse le parole «Mysterium fidei» e «pro multis» nella consacrazione del vino.

Questo resoconto della Messa evangelica, non esprime il senso che noi abbiamo della liturgia riformata dopo il Concilio?
Tutti questi cambiamenti nel nuovo rito sono veramente pericolosi, perché a poco a poco, soprattutto per i giovani preti, che non hanno più l’idea del Sacrificio, della Presenza Reale, della Transustanziazione, e per i quali tutto questo non significa più niente, questi giovani preti perdono l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa e non dicono più delle Messe valide.
Certo, i preti anziani, quando celebrano secondo il nuovo rito, hanno ancora la fede di sempre. Essi hanno detto la Messa col vecchio rito per tanti anni ed hanno conservato le stesse intenzioni, e si può ritenere che la loro Messa sia valida. Ma, nella misura in cui queste intenzioni se ne vanno, scompaiono, le Messe non saranno più valide.
Essi hanno voluto avvicinarsi ai protestanti, ma sono i cattolici che sono diventati protestanti e non i protestanti che sono diventati cattolici. Questo è evidente.

Dal momento che cinque cardinali e quindici vescovi sono andati al «Concilio dei giovani» a Taizé, come potevano sapere, questi giovani, cos’è il cattolicesimo e cos’è il protestantesimo? Certuni hanno preso la comunione dai protestanti, altri dai cattolici.
Quando il cardinale Willbrands viene chiamato a Ginevra, al Consiglio ecumenico delle Chiese, dichiara: «Dobbiamo riabilitare Lutero». E lo ha detto come inviato della Santa Sede!

Guardate la confessione. Cos’è diventato il sacramento della Penitenza con questa assoluzione collettiva? E’ una cosa pastorale quella di dire ai fedeli: «Vi abbiamo dato l’assoluzione collettiva, potete comunicarvi, e quando ne avrete l’occasione, se avete dei peccati gravi, andrete dal vostro confessore nei successivi sei mesi o un anno…»- Chi può dire che questo modo di fare è pastorale? Che idea ci si può fare del peccato grave?

Anche il sacramento della Cresima è in una situazione identica. Oggi, una formula corrente è la seguente: «Ti segno con la Croce e ricevi lo Spirito Santo». Dovrebbero precisare qual è la grazia speciale del sacramento per il quale si dà lo Spirito Santo. Se non si dicono le parole: «Io ti cresimo in nome del Padre…», non c’è sacramento! Io l’ho detto anche ai cardinali, quando mi hanno detto: 
«Lei dà la Cresima mentre non ha il diritto di farlo!» - «Io lo faccio perché i fedeli hanno paura che i loro figli non ricevano la grazia della Cresima, perché hanno un dubbio sulla validità del sacramento che si amministra oggi nelle chiese. Allora, per avere almeno questa certezza, mi si chiede di conferire la Cresima. Io lo faccio perché mi sembra che non possa rifiutarla a coloro che mi chiedono una Cresima valida, anche se la cosa non è lecita. Perché ci troviamo in un tempo nel quale il diritto divino naturale e soprannaturale ha la precedenza sul diritto positivo ecclesiastico, quando questo vi si oppone invece di esserne il canale.»
Noi siamo in una crisi straordinaria. Non possiamo seguire queste riforme. Dove sono i buoni frutti di queste riforme? Me lo chiedo veramente! La riforma liturgica, la riforma dei seminari. La riforma delle congregazioni religiose. Tutti questi capitoli generali! Che fine hanno fatto adesso queste povere congregazioni? Tutto sparisce…! Non ci sono più novizi, non ci sono più vocazioni…!
Il Cardinale Arcivescovo di Cincinnati l’ha riconosciuto anche al Sinodo dei Vescovi a Roma: «Nei nostri paesi – egli rappresentava tutti i paesi anglofoni – non ci sono più vocazioni perché non sanno più cos’è un prete».

Noi dobbiamo dunque rimanere nella Tradizione. Solo la Tradizione ci dà veramente la grazia, ci dà veramente la continuità nella Chiesa. Se noi abbandoniamo la Tradizione contribuiamo alla demolizione della Chiesa.
Io ho detto ai Cardinali: 
«Non vedete nel Concilio che lo Schema sulla libertà religiosa è uno Schema contraddittorio? Nella prima parte è detto: “Niente è cambiato nella Tradizione” e all’interno di questo Schema tutto è contrario alla Tradizione. E’ contrario a quello che dicono Gregorio XVI, Pio IX e Leone XIII».
Allora bisogna scegliere! O siamo d’accordo con la libertà religiosa del Concilio, e dunque siamo contrarii a ciò che ci hanno detto questi Papi, o siamo d’accordo con questi Papi e allora non siamo più d’accordo con ciò che è detto nello Schema sulla libertà religiosa. E’ impossibile essere d’accordo con entrambi. E ho aggiunto: 
«Io prendo la Tradizione, io sono per la Tradizione e non per queste novità che sono il liberalismo. Nient’altro che il liberalismo, che fu condannato da tutti i Pontefici per un secolo e mezzo. Questo liberalismo è entrato nella Chiesa attraverso il Concilio: la libertà, l’uguaglianza, la fraternità».
La libertà: la libertà religiosa; la fraternità: l’ecumenismo; l’uguaglianza: la collegialità. E questi sono i tre princípi del liberalismo, che è venuto dai filosofi del XVII secolo ed è sfociato nella Rivoluzione francese.
Sono queste idee che sono entrate nel Concilio con delle parole equivoche. E adesso noi andiamo verso la rovina, la rovina della Chiesa, perché queste idee sono assolutamente contro la natura e contro la Fede. Non v’è uguaglianza tra noi, non v’è una vera uguaglianza. Il Papa Leone XIII l’ha detto bene, chiaramente, nella sua enciclica sulla libertà.

Poi la fraternità! Se non c’è un padre, dove andremo a trovare la fraternità? Se non vi è Padre, non v’è Dio, come facciamo a essere fratelli?  Come possiamo essere fratelli senza padre comune? Impossibile! Si devono abbracciare tutti i nemici della Chiesa: i comunisti, i buddisti e tutti quelli che sono contro la Chiesa? I massoni?
E questo decreto di una settimana fa che dice che adesso non v’è più scomunica per i cattolici che entrano nella Massoneria. Quella che ha distrutto il Portogallo! Che era in Cile con Allende! E adesso nel Vietnam del Sud: bisogna distruggere gli Stati cattolici. L’Austria durante la Prima Guerra Mondiale, l’Ungheria, la Polonia… I massoni vogliono la distruzione dei paesi cattolici! Che ne sarà della Spagna, dell’Italia, ecc… Perché la Chiesa apre le braccia a tutta questa gente che è nemica della Chiesa?
Ah! Quanto dobbiamo pregare, pregare; noi assistiamo ad un assalto del demonio contro la Chiesa come mai s’era visto. Noi dobbiamo pregare la Madonna, la Beata Vergine Maria, che venga in nostro aiuto, perché veramente noi non sappiamo che succederà domani. E’ impossibile che Dio accetti tutte queste blasfemie, sacrilegi fatti contro la Sua Gloria, la Sua Maestà! Pensiamo alle leggi sull’aborto, che vediamo in tanti paesi, al divorzio in Italia, tutta questa rovina della legge morale, rovina della verità. E’ difficile credere che tutto questo possa accadere senza che un giorno Dio parli! E punisca il mondo con terribili castighi.

Per questo dobbiamo chiedere a Dio la misericordia per noi e per i nostri fratelli; ma dobbiamo lottare, combattere; combattere per mantenere la Tradizione e non avere paura. Mantenere, soprattutto, il rito della nostra Santa Messa, perché essa è il fondamento della Chiesa e della civiltà cristiana. Se non si avesse più una vera Santa Messa nella Chiesa, la Chiesa sparirebbe.
Dobbiamo dunque conservare questo rito, questo Sacrificio. Tutte le nostre chiese sono state costruite per questa Messa, non per un’altra Messa; per il Sacrificio della Messa, non per una cena, per un pasto, per un memoriale, per una comunione, no! Per il Sacrificio di Nostro Signore Gesù Cristo che continua sugli altari! E’ per questo che i nostri padri hanno costruito queste belle chiese, non per una cena, non per un memoriale, no!

Io conto sulle vostre preghiere per i miei seminari, per fare dei miei seminaristi dei veri sacerdoti, che hanno la fede e che potranno dare così i veri sacramenti e il vero Sacrificio della Messa.
Grazie.

Mons.Marcel Lefebvre 
Noi e Lutero Parola di Dio non solo ScritturaScrittura e Parola di Dio non sono la stessa cosa. La Scrittura è il testo dei libri ispirati dallo Spirito, la Parola di Dio è la pienezza di significato che assumono quando sono predicati sotto la sua azione. La Scrittura è la stessa, ma la Parola di Dio che ne salta fuori è un’altra e spesso vicendevolmente inaccettabile.
Nell’intervista del 28 ottobre sulla Civiltà Cattolica in vista del viaggio a Lund per l’inizio del cinquecentesimo anniversario della Riforma, Papa Francesco, alla domanda «Che cosa la Chiesa cattolica potrebbe imparare dalla tradizione luterana?», risponde a tamburo battente: «Mi vengono in mente due parole: “riforma” e “Scrittura”». La Nuova BQ ha già commentato la categoria “riforma”, aggiungendo qualcosa - ma molto poco - su “Scrittura” perché questa categoria sembra più condivisibile. E invece è più insidiosa di “riforma”.

Su “Scrittura” Papa Francesco così si spiega: «La seconda parola è “Scrittura”, la Parola di Dio. Lutero ha fatto un grande passo per mettere la Parola di Dio nelle mani del popolo».
La frase andrebbe precisata, ma con una premessa di metodo: il Papa non è una “macchina dogmatica”, ma una persona normale e bisogna concedergli di dare risposte a braccio o risposte che tengono conto del tipo di comunicazione nel quale si trova: ora è evidente che una intervista non è né una enciclica né una definizione dogmatica e richiede un linguaggio immediato. Il pericolo viene dopo: costruire delle teorie o delle prassi a partire da questo linguaggio come se non fosse una intervista, ma una enciclica o una disposizione canonica. Proprio per evitare questo, credo siano necessarie alcune precisazioni.
La frase riportata passa immediatamente da “Scrittura” a “Parola di Dio”: non sono la stessa cosa! La Scrittura è il testo dei libri ispirati dallo Spirito Santo; la Parola di Dio è la pienezza di significato che questi vengono ad assumere quando sono letti, predicati, commentati sempre sotto l’azione dello Spirito. Ora la Scrittura è la stessa per protestanti e cattolici, ma la Parola di Dio che ne salta fuori è un’altra e spesso è vicendevolmente inaccettabile.
Infatti l’Esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini (30.09.2010) di Benedetto XVI ha ricordato la complessità della nozione cattolica della Parola di Dio e, al suo interno, il posto delle Scritture. Al n. 7 è spiegato che “Parola di Dio” è un’espressione “sinfonica”, che indica: a) il Logos fatto carne, cioè la persona di Gesù Cristo; b) la creazione come «libro della natura» in cui l’unico Verbo si esprime; c) l’intera storia della salvezza sino alla pienezza dell’incarnazione e del mistero pasquale; d) la parola predicata dagli Apostoli e «trasmessa nella Tradizione viva della Chiesa»; e) «infine, la Parola di Dio attestata e divinamente ispirata è la Sacra Scrittura, Antico e Nuovo Testamento».
È chiaro che la Sacra Scrittura è nella Parola di Dio, ma il testo della Scrittura come tale non è tutta la Parola di Dio, la quale comprende la rivelazione di Dio nel mondo e la tradizione ecclesiale, cioè le definizioni dogmatiche; il patrimonio dei concili anche nel non strettamente definito; le tradizioni di vita discrete ma forti come l’obbedienza, la castità, la devozione mariana ecc. È chiaro che a questo punto la Parola di Dio in Lutero e nella Chiesa Cattolica non possono coincidere ed è chiaro che a questo livello la Chiesa Cattolica ha ben poco da imparare da Lutero.
Veniamo ora al nocciolo del problema partendo da uno scritto/esempio base di Lutero: il De captivitate babylonica ecclesiae praeludium (1520). Qui egli rivede tutto il sistema sacramentale con una sorta di rasoio: “Questo sacramento ha o non ha una esplicita istituzione testuale nella Scrittura del Nuovo Testamento?”. Il risultato è che si salvano solo due sacramenti (Battesimo ed Eucaristia) ed un terzo a metà e poi ripudiato (Penitenza).
Lutero dunque usa la Scrittura facendola diventare Parola di Dio con tre procedimenti molto poco cattolici.
- Il primo è che di fatto considera il cristianesimo una “religione del Libro”, mentre «nella Chiesa veneriamo grandemente le sacre Scritture, pur non essendo la fede cristiana una “religione del Libro”» ma «la “religione della Parola di Dio”, non di una parola scritta e muta, ma del Verbo incarnato e vivente» (Verbum Domini 7). Se nel cristianesimo tutto dipendesse solo dalle Scritture, bisognerebbe estromettervi Cristo che non scrisse nulla...
- Il secondo è che, limitandosi alla sola Scriptura, si suppone di arrivare a una primitiva purezza scevra da interpretazioni storiche o attuali, cioè si suppone di agire nel “vuoto ermeneutico”: ora tale vuoto ermeneutico non si dà, perché ogni volta che si cita una Scrittura, che la si accosta ad un’altra, che da qui si passa a come devono essere la Chiesa o la vita cristiana ecc., la si interpreta. E così Lutero, alla interpretazione “papista” dei padri e dei concili spesso da lui sbeffeggiata, sostituisce... la sua!
- Infine le due operazioni di cui sopra generano un uso in cui la Scrittura è come “esterna” alla Chiesa, quasi per costruire e giudicare la Chiesa dal di fuori.
Certo, si può concedere la buona fede o la non piena avvertenza di arrivare a questi risultati, ma se «Lutero ha fatto un grande passo per mettere la Parola di Dio nelle mani del popolo», è così che l’ha messa, con criteri cattolicamente discutibili per non dire inaccettabili.
Se non possiamo prendere esempio da Lutero quanto alla “Parola di Dio”, possiamo prendere esempio da lui quanto allo zelo verso la “Scrittura” nel tradurre la Bibbia in tedesco e con ciò avviando a un più diretto contatto con il testo biblico. È vero che a quei tempi la Chiesa cattolica sembrò un poco in ritardo, ma va ricordato il ministero ecclesiale che in un mondo di analfabeti aveva formato dei credenti i quali attraverso la parola viva e le immagini avevano acquisito una conoscenza biblica di certo superiore all’attuale. E poi anche Lutero non fu uno stinco di santo, a volte piegando i testi alle sue teorie. Ad esempio, per provare che l’Eucaristia come promessa e testamento del Signore dà tranquillità quale che sia il nostro turbamento interno, citò il Salmo 22,5 così: «Tu hai preparato davanti ai miei occhi una mensa contro tutti i miei tormenti»: ora il testo parla di “nemici” e non di “tormenti”, ma a Lutero facevano comodo i tormenti e non si fece scrupolo di una traduzione irrispettosa (Un sermone sul Nuovo Testamento cioè sulla santa Messa - 1520, n. 37).
Dunque lo zelo verso le Scritture sarebbe di Lutero mentre la Chiesa Cattolica ne sarebbe un poco lontana? Assolutamente no. Però la Chiesa Cattolica si accosta alle Scritture in un modo diverso che mi piace collegare a due citazioni autorevoli.
La prima è di san Bonaventura († 1274): «Tutta la Scrittura è come una cetra; l’ultima corda da sola non fa armonia, ma insieme alle altre. Similmente, un luogo della Scrittura dipende da un altro, anzi mille luoghi si riferiscono ad un luogo solo» (Collationes in Hexaemeron 19,7). Estendendo l’immagine bonaventuriana, la Scrittura deve fare armonia non solo al suo interno, ma anche con questo mondo, con le definizioni conciliari, con quanto nella vita cristiana è saldamente acquisito o maturato (ad esempio i tre gradi dell’ordine sacerdotale che nel NT non sono così chiari) ecc.: «la Scrittura va proclamata, ascoltata, letta, accolta e vissuta come Parola di Dio, nel solco della Tradizione apostolica dalla quale è inseparabile» (Verbum Domini7).
La seconda citazione è di un teologo dei nostri tempi, Yves Congar († 1995): «La Chiesa non riceve il contenuto della sua fede dalla Scrittura: essa ve lo ritrova, il che è ben diverso ... la realtà stessa è molto più profonda di qualunque enunciato» (Vera e falsa riforma nella Chiesa. Jaca Book, Milano 1972, p. 377). È una affermazione ardita, che sembra negare la 1Cor 15,3-4: «(...) Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture (...) fu sepolto (...) è risorto il terzo giorno secondo le Scritture». In realtà non è semplice trovare nell’AT dei testi esatti che parlino della morte, sepoltura e risurrezione non di qualcuno ma di Gesù Cristo: se Paolo ve li trova è perché prima ha trovato il Cristo vivente nella Chiesa. E questo procedimento vale per tanti altri contenuti di ieri e di oggi.
In conclusione, il Concilio Vaticano II ha chiesto di aprire più largamente i tesori della Bibbia perché in questo modo la liturgia, la predicazione e la teologia santamente vigoreggiano (SC 24,51; DV 24). Quando però parla dei rapporti della Chiesa Cattolica con il mondo della Riforma (UR 21), sempre vede l’accordo su la “Sacra Scrittura” e il disaccordo su la “Parola di Dio”, dichiarando che vi sono divergenze sul modo magisteriale e cattolico di «esporre e predicare la parola di Dio scritta». Questa distinzione del Vaticano II, fin qui illustrata, mi pare un saggio criterio interpretativo delle parole di Papa Francesco e di dove possiamo o non possiamo prendere esempio da Lutero riguardo alla Bibbia.
Resta inteso che la convergenza su le «Sacre Parole / Sacra Eloquia» è l’avvio al dialogo «per il raggiungimento di quella unità che il Salvatore offre a tutti gli uomini». Anche se il raggiungimento dell’unità significherà accettare una “Parola di Dio” “cattolica”. Altrimenti è meno peggio restare correttamente (e dolorosamente) separati che scorrettamente uniti.
di Riccardo Barile31-10-2016
Giosuè11 ore fa

Errori dottrinali su i documenti ecumenici condivisi da parte cattolica e luterana – 1° parte


Lutero

Primo Documento

DICHIARAZIONE CONGIUNTA SULLA DOTTRINA DELLA GIUSTIFICAZIONE”

a questo link internet:
www.vatican.va/…/rc_pc_chrstuni_…

(da notare il documento si trova sul sito del Vaticano, non vi è né data, né l’autorità che si firma, anche se altre fonti affermano sia stato prodotto intorno il 31 Ottobre 1999 e firmato dal cardinale Walter Kasper e il pastore Ishmael Noko, segretario generale della Federazione luterana mondiale)

In questo documento si formula una dichiarazione congiunta tra cattolici e protestanti su argomenti su i quali sono concordi entrambi su questi principi.

Al punto 1 della Premessa

La Riforma luterana «è stata particolarmente sostenuta e difesa, nella sua accezione riformata e nel suo valore particolare a fronte della teologia e della Chiesa cattolica romana del tempo, le quali sostenevano e difendevano da parte loro una giustificazione dagli accenti diversi».
Commento: La verità storica è che Lutero proseguì ostinatamente la sua concezione e la portò fino in fondo senza un confronto costruttivo con l’autorità ecclesiastica, con il Papa e con l’insegnamento della Chiesa (di cui negava il valore), questo è storicamente dimostrato, ma anche per i tanti errori dottrinali che dimostrano la distanza astrale della dottrina cristiano-cattolica da quella luterana. Inoltre gli “accenti diversi” con i quali si vuole affibbiare la poca differenza della Chiesa cattolica con la chiesa luterana sono invece molto forti, ad esempio sulla dottrina della giustificazione, dove Dio a noi chiede il nostro contributo, altrimenti che libertà sarebbe la nostra se facesse tutto Gesù Cristo attraverso la sua grazia e noi non aderiamo? Invece, vediamo da noi stessi che se non collaboriamo la grazia che Dio ci offre non produce in noi frutti di conversione, poiché Dio ci lascia liberi se vogliamo essere a Lui fedeli scegliendo il bene oppure scegliendo il male. Inoltre non è l’unico argomento di contrasto che si vuol far credere tra la Chiesa di Roma e la chiesa eretico-luterana, come ripeto i punti di scontro con la Parola di Dio e con l’insegnamento della Chiesa sono parecchi ma in questo testo non vi si fa cenno.

Al punto 5 della Premessa:
«Questa Dichiarazione non contiene tutto ciò che s’insegna in ciascuna Chiesa sulla giustificazione; tuttavia essa esprime un consenso su verità fondamentali della dottrina della giustificazione, mostrando come elaborazioni che permangono diverse non sono più suscettibili di provocare condanne dottrinali».
Commento: particolarmente grave è questo punto, perché si pretende di sostenere che qualsiasi affermazione in merito a questi argomenti anche se va contro questi, non può avere alcun peso sulla linea intrapresa da coloro che hanno generato questo documento, che sembra scavalcare tutto il Magistero precedente, ponendosi in antitesi a questo, pretendendo di cancellare l’eresia della chiesa luterana, sostenuta dalle varie definizioni del Concilio di Trento e ribadendo indirettamente che la Chiesa del passato ha sbagliato. In questo modo si avvalla il pensiero di Lutero che non riconosceva nè il Papa nè tutto il Magistero precedente. Occorrerebbe che i luterani sconfessassero Lutero e riconoscessero l’infallibilità del Papa e il Magistero della Chiesa.

Al punto 19 del testo:
«Insieme confessiamo che, l’uomo dipende interamente per la sua salvezza dalla grazia salvifica di Dio. La libertà che egli possiede nei confronti degli uomini e delle cose del mondo non è una libertà dalla quale possa derivare la sua salvezza».

Commento: Errore gravissimo! Con questa definizione congiunta con i luterani noi cattolici troviamo la nostra dottrina cattolica stravolta, per il fatto che si afferma che l’uomo pur avendo il libero arbitrio, cioè la facoltà di conoscere il bene e il male e decidere, ha l’impossibilità di contribuire alla sua salvezza. La Dottrina della giustificazione di Lutero sosteneva che ci si salva solamente credendo in Dio, ma senza il contributo personale e delle proprie opere, cioè senza che la persona debba dimostrare la propria coerenza di vita con le opere. Ciò contrasta con ciò che si afferma nella Lettera di Giacomo al cap. 2 v. 20 il Vangelo: «Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo?» Troppo poco non vi è contributo del cristiano nel percorso di conversione con la grazia di Cristo e dei Sacramenti in modo particolare della S. Confessione. Tutto ciò contrasta con il Vangelo e con il percorso morale e di rinnovamento del cuore che Gesù stesso ci indica e invita ad impegnarci. Gesù nel Vangelo di Matteo 15, 20 affermava: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete». Sappiamo che Lutero si è fatto monaco per sfuggire il tribunale per un duello, che si è sposato in seguito con una suora, era solito andare a feste ad ubriacarsi.

Al punto 29 del testo:
«Ciò è quanto i luterani vogliono intendere affermando che il cristiano è “al tempo stesso giusto e peccatore”»…«Tuttavia, guardando a se stesso egli riconosce, per mezzo della legge, di rimanere al tempo stesso e del tutto peccatore, poiché in lui abita ancora il peccato…» «…nonostante il peccato, il cristiano non è più separato da Dio, poiché, nato di nuovo mediante il battesimo e lo Spirito Santo, ritornando quotidianamente al battesimo, egli riceve il perdono del suo peccato, per cui il suo peccato non lo condanna più e non è più per lui causa di morte eterna».

Commento: Invece, il cristiano ha la percezione di essere in sé giusto quando si è riconciliato totalmente con Dio attraverso il Sacramento della S. Confessione, riconoscendo tutti i peccati. Tuttavia se esercita la virtù dell’umiltà il cristiano sa di poter ricadere ancora nel peccato e vigila perché ciò non avvenga (disse Gesù nell’orto degli Ulivi “Pregate e vegliate per non cadere in tentazione”). Inoltre, non è che il peccatore ritorna quotidianamente alla redenzione per merito del Battesimo e dello Spirito Santo in modo automatico. Ma è per mezzo dello Spirito Santo, che egli ha coscienza dei suoi peccati e per mezzo della stessa grazia santificante dello Spirito Santo che egli all’interno della sua coscienza matura la sua volontà di riconciliarsi con Dio attraverso il Sacramento della S. Confessione e di chiedere la grazia per essere sempre più a Lui unito. E’ errato il principio che avendo la concezione di essere peccatore, si sente comunque giustificato. Sarebbe come affermare sono peccatore, continuo a peccare, ma Dio mi giustifica pure quando pecco. E’ una contraddizione.

Al punto 30 del testo:
I cattolici «riconoscenti per la salvezza ricevuta per mezzo di Cristo, vogliono piuttosto affermare che l’inclinazione ad opporsi a Dio non merita la pena di morte eterna».

Commento: E’ vero invece il contrario – grave errore dottrinale!

Al punto 41 del testo:
«L’insegnamento delle Chiese luterane presentato in questa Dichiarazione non cade sotto le condanne del Concilio di Trento. Le condanne delle Confessioni luterane non colpiscono l’insegnamento della Chiesa cattolica romana così come esso è presentato in questa Dichiarazione».

Commento: Anche qui come sulla Premessa si mette le mani avanti affermando che con questa Dichiarazione le condanne pendenti del Concilio di Trento non possono avere effetto su questa Dichiarazione, anche se vi sono ancora molti argomenti aperti. Ma può esserci già piena comunione come dichiara il titolo di questo documento, quando molti aspetti dottrinali devono essere chiariti?

CONCLUSIONE
Affrontato il principio della giustificazione in questo documento congiunto, di cui però ho trovato delle falle, si vorrebbe poi saltare la validità della scomunica del Concilio di Trento per questo principio e su tutti gli altri, ma invece ribadisco che questo metodo contiene un modo di procedere errato nel perseguire la verità nell’unità. E’ necessario su tutti i punti in cui Lutero è stato contrario alla Chiesa cattolica avere un chiarimento e un avvicinamento ai principi della Chiesa cattolica, sconfessando quei principi che contrastano con la Dottrina della Chiesa, che in questo documento non sono stati chiariti, mentre è evidente che si voglia avvallare quelli della teologia protestante.

Francesco, Lutero e il valore condiviso della riforma

 
Papa Francesco con l'arcivescovo luterano Antje Jackelen (ansa)

Per Bergoglio le religioni dovrebbero affratellarsi a partire da quelle monoteistiche

di EUGENIO SCALFARI

IL 31 OTTOBRE del 1517 Martin Lutero affisse sulla porta della cattedrale di Wittenberg le sue 95 tesi che inaugurarono ufficialmente la religione luterana, ma già l’anno prima il contenuto di quelle tesi era stato elaborato e reso pubblico nelle riunioni dei monaci agostiniani dei quali Lutero era stato nominato vicario generale.

Si dà il caso che in quella stessa data si compie domani mezzo millennio. Il nostro papa Francesco non poteva esimersi dal partecipare a questa ricorrenza che sarà celebrata a Lund in Svezia dai luterani guidati dal rappresentante mondiale di quella religione. La messa sarà naturalmente celebrata da loro. Papa Francesco vi parteciperà pregando e poi terrà un discorso sulla Riforma.

Ho avuto l’onore di ricevere tre giorni fa una telefonata da Lui che desiderava — così mi ha detto — parlare con me di quella Riforma che ebbe un’enorme importanza per tutta la Chiesa e mise in moto allora il luteranesimo ma, in seguito, l’intera galassia protestante che conta ormai nella sua interezza 800 milioni di fedeli. I luterani veri e propri sono una minoranza, 80 milioni in tutto, cioè un decimo del protestantesimo. I cattolici sono un miliardo e trecento milioni.

Se si aggiungono gli ortodossi, gli anglicani, i valdesi, i copti, si superano i 2 miliardi di anime fedeli. Papa Francesco sa che ho studiato abbastanza a fondo la vita di Lutero e la sua Riforma e mi sono chiesto quale sia il rapporto di Francesco con le altre Chiese cristiane al di là dei riti e delle credenze.

Francesco — è bene ricordarlo — crede nell’unicità di Dio. Questo significa che tutte le religioni, a cominciare da quelle monoteistiche ma anche le altre, credono in quel Dio al quale arrivano ciascuna attraverso le sue Scritture, la sua teologia, la sua dottrina e i suoi canoni. Tutte quindi dovrebbero affratellarsi e questo è il risultato che Francesco persegue pur essendo ben consapevole che ci vorranno molti e molti anni per ottenerlo.

Ma per quanto concerne le altre Chiese cristiane l’obiettivo non è soltanto l’affratel-lamento ma addirittura l’unificazione. Non sembri un’incongruenza se dico che l’unificazione delle Chiese cristiane è ancora più difficile dell’affratellamento con le altre religioni. La ragione di questa difficoltà è comprensibile: la loro unificazione mette in gioco anche le strutture liturgiche e canoniche e deve riguardare anche origini scissionistiche di cui quella luterana fu cronologicamente la prima. Forse la seconda se si considerano i catari il cui movimento religioso avvenne nel XIV secolo e provocò addirittura una Crociata contro di loro ed il loro annientamento anche fisico da parte di truppe mobilitate dai Signori della Provenza. I soli religiosamente e fisicamente risparmiati furono i seguaci di Pietro Valdo. La Chiesa valdese è ancora presente in poche comunità in Piemonte ed anche a Roma, ma conserva un’autorevolezza amorevole. Papa Francesco ne incontrò l’anno scorso i dirigenti a Torino e chiese addirittura il perdono a nome della cattolicità per quella deplorevole Crociata che bagnò di sangue esseri umani, anch’essi avviati sulla strada del male per difendere la propria vita.

Per concludere la prima parte di queste riflessioni aggiungo che Lutero toccò il culmine della sua vita di riformatore negli anni che vanno dal 1510, quando cominciò a condannare la simonia della Chiesa di Roma con la vendita delle cosiddette indulgenze e fu scomunicato dal papa mediceo Leone X, fino alle tesi di Wittenberg del 1517 e fino al 1520. Ma poi il suo pensiero cambiò e altrettanto i suoi atti. Volle essere il sovrano assoluto della sua Chiesa, diventò conservatore, prepotente, si sposò, si mischiò con la politica e alla fine decise che i luterani dovevano far guerra non soltanto ai cattolici ma a tutte le Chiese protestanti, da quella di Calvino e agli Ugonotti francesi. Decise infine che i luterani dovevano essere soltanto l’unica religione della Germania.

Papa Francesco infatti celebrerà a Lund soltanto il Lutero riformatore. La sua vita successiva non lo riguarda. Non so se lo dirà esplicitamente a Lund. A me l’ha detto e ritengo opportuno riferirlo.
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Ma il tema sul quale mi ha più a lungo intrattenuto riguarda la Riforma della Chiesa. Della sua Chiesa: la Misericordia e quindi i poveri, la loro accoglienza se sono immigrati, quale che sia la loro religione o nessuna. È probabile che su questo tema Francesco parli anche a Lund e il giorno successivo a Malmö, dove incontrerà i cattolici di quella regione con l’occasione delle ricorrenze dei Santi e dei morti nel calendario ecclesiastico.
La Misericordia, alla quale è intitolato il Giubileo da Lui indetto e tuttora in corso fino alla fine di quest’anno, non è la stessa cosa del perdono. È un dono spirituale che il Signore fa a tutti noi per il solo fatto d’averci creato e che noi a nostra volta dobbiamo fare a tutti nei modi e nei bisogni che dimostrano e che ciascuno di noi deve fare al prossimo. Questa è la tesi di papa Francesco. Si dirà — ed è vero — che questa è anche la tesi della Chiesa, in teoria. Ma nella pratica sono molti i vescovi che la applicano in modo restrittivo. L’esempio più lampante riguarda le comunità e le famiglie. Molti vescovi e molti sacerdoti lesinano o addirittura negano il loro dono di misericordia a chi non è in linea con i canoni ecclesiastici.

Francesco non la pensa così e su questo adotta il punto centrale della Riforma luterana quando supera l’intermediazione dei sacerdoti tra i fedeli e Dio
Il rapporto è diretto: ogni singolo che cerca Dio può naturalmente valersi dell’incoraggiamento e perfino dell’intermediazione dei sacerdoti, ma può anche cercare e trovare quel rapporto con Dio direttamente: si tratta di una necessità che la sua anima sente ed è l’anima che cerca, trova e ne è illuminata.

Ricordate l’Innominato del Manzoni quando, dopo essere stato per molti anni il signore del male sente improvvisamente dentro di sé un immenso dolore e il bisogno d’esser misericordioso con le sue vittime e chiede di incontrarsi col cardinale Borromeo che lo esorta e gli spiega come dentro di lui è nata la misericordia e il desiderio di avere un rapporto con Dio. Questo ci dice con grande efficacia il Manzoni su come nasce nell’anima la misericordia e quale sia la funzione del clero.

Questa in realtà è la profonda ragione che ha spinto Francesco ad esser presente a Lund nel giorno di ricorrenza dei 500 anni della Riforma luterana. La Chiesa ha sempre accettato anzi incoraggiato il rapporto diretto delle anime con Dio ma al tempo stesso ha ribadito che quel rapporto diretto si compie attraverso il clero che amministra i sacramenti. Di fatto avviene così ed è sempre avvenuto ma in un tempo assai remoto erano i fedeli stessi ad amministrare i sacramenti e l’eucarestia in particolare, l’unico sacramento che Gesù creò, secondo tutti i Vangeli, durante l’ultima Cena trasformando il pane ed il vino nel suo corpo e nel suo sangue.
I cristiani dei primi secoli così facevano ed è questa — a guardar bene — l’intima essenza di quanto pensa l’attuale Pontefice non nella forma ma certamente nella sua sostanza.

La Misericordia di Francesco è la rivoluzione che sta compiendo e che non è affatto facile. Implica perfino aspetti evidenti di politica religiosa, quando vede in prospettiva una società spiritualmente globale, integrata dalle culture, dalla fratellanza e amicizia fraterna degli spiriti. Così si spiega anche il nome del Santo di Assisi che si affratellava con tutto ciò che vive, dal lupo al fiore, dai fratelli in Cristo fino ai musulmani. E perfino (è vero Francesco?) con sorella morte. Così abbiamo pensato e in parte abbiamo detto insieme, affratellando due persone di diverso sentire e di diverso modo di vivere. Tutti sono fratelli perché diversi ed è questa la bellezza della vita.