ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 23 novembre 2016

Allargare il solco

LO SFIORA MAI UN DUBBIO ?

 Il papa assolve l’aborto? Non basta una bella confessione per lavarsi la coscienza non è come dopo un furto di caramelle. Per un cattolico è un omicidio: visto che non lo dice il papa diciamolo noi l’importante è che qualcuno lo dica
 di F. Lamendola  



Sulle prime pagine dei giornali è stato un coro all’unisono: il papa assolve l’aborto. Tutti hanno dato questa chiave di lettura della Lettera apostolica Misericordia et misera, con la quale ha voluto concludere l’Anno Santo, e con la quale viene resa permanente la delega ai sacerdoti (e non più solo ai vescovi) per assolvere i credenti dal peccato di procurato aborto volontario: tanto le madri che hanno abortito, quanto medici e infermieri che hanno eseguito l’intervento.
Fra tutti, spicca il quotidiano La Repubblica, capofila di un vero e proprio “partito”, quello della cultura gnostico-massonica, che vorrebbe assorbire e rimodellare, secondo le sue idee ispiratrici, la Chiesa cattolica, e che mai come in questi ultimi tempi sembra essere giunto a un passo dal trionfo della sua paziente ed abile strategia d’infiltrazione. Il titolone del 22 novembre 2016 recita: Aborto: la battaglia sui temi etico, così Francesco sfida i vescovi conservatori, dove il tutto sembra ridursi a una battaglia ideologica fra conservatori e progressisti, con il papa all’attacco dei primi e alla testa dei secondi, ben deciso a far prevalere la sua fazione. Tristissima (e interessata) interpretazione; ma anche, paradossalmente, fin troppo veritiera.
La lettera apostolica di papa Francesco altro non sarebbe, insomma, che una risposta alla lettera, indirizzata al Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, in cui quattro eminenti cardinali chiedevano chiarimenti sui punti controversi della Esortazione apostolica Amoris laetitia, quelli riguardanti l’Eucarestia ai separati e ai divorziati risposati (che, sia detto fra parentesi, non è stata degnata di una risposta). Come dire: se i cardinali conservatori esprimono perplessità sulla faccenda del divorzio, il papa reagisce attaccando ed alzando ulteriormente la posta, cioè mettendo sul tappeto la questione dell’aborto. E afferma che “non bisogna frapporre ostacoli” alla misericordia di Dio, cioè, in pratica, che qualunque sacerdote ha il poter di rimettere il peccato di aborto nella confessione ordinaria. Cioè nella confessione in cui altri si accusano, forse, di aver rubato delle caramelle.
Andiamo a leggere il commento del giornalista Paolo Rodari:

“Adesso speriamo che non si banalizzi il peccato dell’aborto”. Fatica a dire altro quella parte di Chiesa, settori minoritari ma comunque parecchio agguerriti, che non vede di buon occhio i tentativi di Francesco di privilegiare la grazia sulla legge, lo spirito sulla lettera. La pubblicazione del documento “Misericordia et misera” allarga il solco tra il papa e i conservatori. Fra “chi è ossessionato dalla perdita degli spazi” di influenza e chi – spiega il filosofo Massimo Borghesi – confida in una libera testimonianza dettata dai “tempi di Dio”. Dice ancora Borghesi: “Il processo di ideologizzazione è qui esattamente inverso a quello degli anni ’70 del Novecento. Allora l’ideologia della fede riguardava la sinistra cattolica affascinata dal marxismo. Oggi il processo di congelamento riguarda la destra “cristianista”.
C’è una “destra”, all’interno della Chiesa cattolica, che non tollera in nessun modo le aperture di papa Francesco. Una “destra” conservatrice e tradizionalista che per anni ha combattuto una sua battaglia sui temi etici. Sono diversi, infatti, i teologi morali che hanno costruito carriere importanti sulla difesa di una interpretazione ristretta dell’enciclica “Humanae vitae”.

Ma che bravi questi giornalisti di Repubblica, vaticanisti di sinistra a tutto campo, e questi “filosofi” intervistati per l’occasione, pronti a sciorinare la “loro” verità su quel che sta accadendo nella Chiesa cattolica sotto il pontificato di Bergoglio. La premessa necessaria, per chi si ponga davanti ai fatti con un minimo di buona fede, è che l’ideologia, di cui è espressione La Repubblica, detesta la cultura cattolica, la presenza cattolica, il senso cattolico della vita; che vorrebbe veder sparire il cattolicesimo dalla vita degli italiani, sia come fatto privato, che come fatto pubblico; ma queste cose non le diranno mai, perché quei signori sono molto politicamente corretti, sono liberali, sono tolleranti; sì, un tantino radicali, ma sempre nel pieno rispetto delle idee di tutti, ci mancherebbe. Sta di fatto che, se procedessero a viso aperto, dovrebbero dire: Quel che succede nella Chiesa riguarda loro, i cattolici: noi, dal di fuori, e non da suoi amici, ma da avversari, facciamo il tifo per i progressisti, perché più vicini al nostro sentire, e perché, se vinceranno, riusciranno a fare quel che non abbiamo saputo fare noi, ossia stravolgere irrimediabilmente il nocciolo della fede cattolica: ma dall’interno, sicché essa verrà neutralizzata senza bisogno che noi ci sporchiamo le mani. Ma essi non hanno, né mai avranno, una siffatta dose di onestà intellettuale: no, preferiscono agire subdolamente, da serpenti che mordono strisciando.
E allora, invece di valutare con un poco di oggettività l’attuale travaglio della Chiesa, e prendere in considerazione, anche solo per amor di accademia, le ragioni degli “altri”, cioè di quelli che essi chiamano “conservatori”, mentre sono semplicemente i cattolici - mentre gli altri, i progressisti, sono, né più né meno, dei modernisti, cioè dei non cattolici -, ecco che si lanciano in banali tirate contro l’oscurantismo e l’ostruzionismo dei retrogradi, e battono le mani alle “coraggiose” iniziative del papa. Cosa c’è di più fazioso che presentare l’attuale contrasto dentro la Chiesa, come se fosse una lotta fra lo spirito e la lettera, fra la grazie e la legge? Banalità, schematismi, semplificazioni intollerabili: ma tant’è, per quel tipo di lettori va bene anche così: essi non vogliono la verità, vogliono che la realtà si pieghi ai desideri delle loro lenti ideologiche. Hanno sempre fatto così, e così continueranno a fare. E il bello è che si sentono intellettualmente superiori a tutti gli altri; chi legge La Repubblica si sente un gradino più in su di chi legge altri giornali. Migliore in tutti i sensi: sia come intelligenza, che come livello etico.
Ed ecco allora il filosofo di turno spiegare che i conservatori sono ossessionati dalla perdita degli spazi d’influenza; che sono simili – paradossalmente – ai cattolici di sinistra degli anni Settanta del XX secolo, affascinati dal marxismo; e che – questo è davvero un colpo basso, e anche poco intelligente – che alcuni teologi morali hanno fatto carriera aggrappandosi a interpretazioni restrittive dellaHumanae vitae di Paolo VI. A quei signori bisognerebbe ricordare: primo, che la Humanae vitae suscitò un coro di proteste, fin dall’inizio, e non già nelle sue “interpretazioni restrittive”, ma nel testo originale, proprio dalla loro parte ideologica, nonché dai cattolici progressisti, cioè gli stessi che ora si spellano le mani ad applaudire le iniziative di Bergoglio; secondo, che i teologi morali sono quasi spariti, e quei pochi che restano non fanno certo carriera abbracciando il partito dei “conservatori”, vista l’aria che tira nella Chiesa dopo il Concilio Vaticano II: e, pertanto, l’insinuazione che sia un meschino interesse personale a motivarli è una malignità perfettamente gratuita; terzo, che contrapporre a questi ipotetici “conservatori”, la Chiesa di chi “confida in una libera testimonianza dettata dai tempi di Dio” equivale a negare il senso della Chiesa cattolica, e a volerla protestantizzare arbitrariamente. Perché la Chiesa cattolica non si fonda sulla libera interpretazione, ma sulla disciplina e sulla gerarchia; e, quanto ai “tempi di Dio”, è un concetto talmente generico e bislacco, che lo può adoperare chiunque, per dire tutto e il contrario di tutto, e non solo un cattolico, ma anche un islamico, un buddista, un deista, un massone.
Non c’è niente da fare: non sono onesti. Non cercano la verità, non si sforzano di presentarla ai lettori, e non amano l’onesto confronto fra due parti diverse, che si misurano in base alle loro identità, ma prediligono le marmellate, i minestroni, gli amalgami, dove tutte le vacche diventano nere nella notte, e così le identità scompaiono e quel che resta sarà la “religione” sincretista e deista a loro sempre cara. Se amassero il dibattito aperto e leale, ammetterebbero che ciascuno deve fare il suo mestiere: i cattolici devono fare i cattolici, i comunisti devono fare i comunisti, i fascisti devono fare i fascisti, eccetera. Questa sarebbe chiarezza, questa sarebbe onestà: ci si confronta, ma mettendo le carte in tavola: ciascuno sia se stesso. Essi, invece, applaudono l’altro quando smette di essere se stesso, quando diventa simili a loro; se insiste a voler essere se stesso, a voler riaffermare la propria identità, a voler difendere i propri valori e i propri principî, allora lo qualificano di conservatore, insinuano che sia mosso da meschine ambizioni personali, lo dipingono come un fariseo che non sa staccarsi dalla lettera delle legge e che si allontana dallo spirito del Vangelo, Osano parlare del Vangelo, loro, che lo detestano: oh, ma questo non lo direbbero mai con franca lingua, da uomo a uomo; giammai: non è nel loro stile, anche perché dovrebbero gettare la maschera della tolleranza. Sono dei liberali, loro: e il loro padre nobile è John Locke, autore della celebre Lettera sulla tolleranza, del 1685. Peccato che i professori di sinistra, che leggono tanto volentieri La Repubblica, non spieghino mai ai loro studenti che, dai benefici della tolleranza, Locke escludeva esplicitamente i cattolici (e gli atei); e che, tre anni dopo la pubblicazione di quell’opera, il Parlamento inglese ne diede una dimostrazione pratica, spodestando illegalmente il primo e unico re cattolico che fosse salito al trono, in maniera perfettamente legale, da più di un secolo, cioè dai tempi di Maria d’Inghilterra, e chiamando a rimpiazzarlo un invasore straniero, l’olandese Guglielmo d’Orange, insieme alla figlia traditrice di Giacomo II, Maria II Stuart. Tolleranza, sì; ma giammai per i miserabili papisti.
Oggi, peraltro, gli amici di Repubblica non potrebbero chiamare “papisti” i cattolici, perché, per la prima volta nella storia, è stato eletto papa un uomo che non riflette più la Tradizione della Chiesa (e scriviamo Tradizione con la maiuscola, giacché, per i credenti, non si tratta d’un “deposito” puramente umano, ma di origine sopranaturale) e che ha causato profonde lacerazioni, drammi di coscienza, disagio e sofferenza in un numero significativo di fedeli. Ridurre tutto ciò a una battaglia di retroguardia dei “conservatori” vuol dire immiserire il quadro e falsificarlo nella sostanza; parlare di una lotta fra “destra” e “sinistra” nella Chiesa, e sia pure fra virgolette, significa trasporre all’interno del cattolicesimo, che è – fino a prova contraria - una religione, cioè un fatto eminentemente spirituale, la terminologia e gli schemi concettuali della realtà profana, e precisamente dell’ideologia politica. Ma ciò è sbagliato e disonesto. I cattolici non sono di “destra” o di “sinistra”: e se, per caso, si dichiarano tali, allora non sono più cattolici, perché hanno stravolto e tradito il senso della loro identità; che è una identità religiosa e non già ideologica nel senso corrente del termine, tanto meno politica. Ma come potrebbero capire una cosa tanto semplice, dei signori che non sanno guardare al reale con un minimo sforzo di verità, ma che sono abituati, da sempre, a vedere le cose nel senso prescritto dai loro pregiudizi progressisti e modernisti?
Sia come sia, di loro non c’importa. C’importa della Chiesa, e, quindi, c’importa di sapere cosa pensa il papa di tutto ciò. Non si aspettava che i giornali si sarebbero allineati alla interpretazione di Repubblica, il cui nume tutelare, Eugenio Scalfari, è suo buon amico (come lo è la signora Bonino), che egli incontra con regolarità, rilasciando interviste sconcertanti? Non lo sa che i medici e gli infermieri i quali, sull’aborto, praticano l’obiezione di coscienza, sono da tempo nel mirino del partito progressista, e che la scure del legislatore si appresta a colpirli, minacciandoli di sanzioni e di licenziamento, se non deporranno le loro “fisime” cattoliche? E non s’immagina che la sua lettera apostolica verrà letta come un’autorizzazione a procedere contro di loro, dato che perfino lui, il papa, mostra di essere meno severo nei confronti dell’aborto? Sì, certo; ha ribadito che l’aborto rimane un peccato grave. Diciamo meglio: è un omicidio. Per un cattolico, è un omicidio: visto che non lo dice il papa, diciamolo noi; l’importante è che qualcuno lo dica. Non è lecito giocare con le parole, su questioni di tale gravità. E per assolvere un omicidio, basta un qualsiasi sacerdote, in un qualsiasi confessionale? Non è come dire che si tratta di un peccato non poi tanto grave, e che basta una bella confessione per lavarsene la coscienza, come dopo un furto di caramelle? Torniamo a domandare: come è possibile che papa Francesco non sia sfiorato mai da tali dubbi?
Il momento è assai cupo. Sembrano realizzarsi alcune oscure profezie, ad esempio della beata Katharina Emmerich, la quale “vide” arrivare una Chiesa apostatica, un clero infedele al Vangelo, un generale sbandamento delle coscienze, una perdita della fede ed una feroce secolarizzazione mascherata con nomi melliflui. Il punto è sempre lo stesso, prima e dopo il Concilio Vaticano II: se sia lecito, per venire ad un “dialogo” col mondo, che la Chiesa adotti la prospettiva del mondo, il suo sentire, il suo modo di pensare, perfino il suo linguaggio; e che finisca per abolire le differenze fra se stessa e il mondo. E, come sempre, in tempi di confusione e disorientamento, il pensiero deve correre al divino Maestro: il quale, a quanto ci risulta, non dialogava con il mondo, ponendosi su un piano di parità con esso, ma lo esortava a convertirsi. A questo scopo, cioè per la conversione del mondo, ha mandato i suoi apostoli a predicare il Vangelo, annunciando loro che il mondo li avrebbe perseguitati, non che li avrebbe applauditi. Ora, il mondo odierno sta applaudendo papa Francesco a più non posso: e più lo applaude, più una parte della Chiesa è in sofferenza. Ciò non gli dice niente?

  
Possibile che non lo sfiori mai un dubbio?

di Francesco Lamendola

PECCATO E RELATIVISMO MORALE

    Relativismo morale e perdita del senso del peccato. Intellighezia culturale e tentativo di eliminare i sensi di colpa e di peccato come aspetti di una cultura primitiva grazie ai quali le classi al potere tengono assoggettate le genti 
di C. Palmacci  




In un tempo in cui si abusa del concetto di misericordia non come benevolenza divina verso le umane debolezze, ma come una giustificazione per ogni tipo di peccato, rischiamo non solo lo svuotamento delle carceri, ma soprattutto lo svuotamento dei confessionali. Ciò che caratterizza il relativismo etico e il soggettivismo morale di oggi, come ha sottolineato bene Papa Benedetto XVI, è possedere quell'invincibile convinzione che ognuno crede di poter fare da solo, anche di giustificare un peccato come tale, mentre metro per giudicare quando un peccato è tale, sono solo i dieci Comandamenti, la Legge di Dio. Il peccato è il nostro no a questa Legge di Dio. C'è un abuso oggi della frase: secondo la mia coscienza, ma questa coscienza per essere usata come ago della bilancia, deve avere un punto di riferimento, dev'essere retta e guidata da Dio e dal Magistero della Chiesa; invece purtroppo oggi la gente è disorientata e nell'incertezza si preferisce non avvicinarsi al confessionale: comportamenti troppo sbagliati, situazioni troppo difficili portano le persone sempre più lontane dalla confessione vissuta solo come un ostacolo troppo grande da superare; non si è più attenti al peccato e al peccato verso Dio, ma solo verso gli altri il che non è sbagliato di per sé, ma non è tutto. Oggi è molto più diffuso il senso di colpa, ma non il senso del peccato; non si può però avere il senso del peccato se non si è incontrato DioIl senso di colpa tipico della società contemporanea evidenzia un ripiegamento dell'uomo su stesso, mentre il senso del peccato è una mancanza di amore verso Dio. Molti oggi confondono la confessione come l'incontro da uno psicologo, ma la vita spirituale è molto più profonda di un colloquio di analisi psicologica. C'è un forte bisogno di ascolto e i sacerdoti attraverso questi tempi dedicati agli altri, possono portare la gente a scoprire il vero volto di Dio, volto di amore e di perdono. Benedetto XVI definisce il sacramento della penitenza una rinascita spirituale, che trasforma il penitente in una nova creatura. Questo miracolo solo Dio può operarlo, e lo compie attraverso le parole e i gesti del sacerdote. Il confessore, dunque, non è spettatore passivo, ma strumento attivo della misericordia divina. Di qui la necessità, per il confessore, di coniugare una buona sensibilità spirituale e pastorale con“una seria preparazione teologica, morale e pedagogica che lo renda capace di comprendere il vissuto della persona.

IGNORANZA DEL PECCATO E GIUSTIFICAZIONE

L’idea che l’ignoranza della volontà di Dio possa rendere una persona non imputabile sembra avvalorata anche da Lc 12,47-48 dove si dice: «Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche». Bisogna però ricordare che non tutte le situazioni di ignoranza possono scusare dalla colpa. Non scusa l’ignoranza di chi ipocritamente preferisce non sapere, oppure quella di chi per negligenza non si fosse impegnato a vincere la sua mancanza di conoscenza. La morale tradizionale affermava che l’ignoranza può scusare dalla colpa soltanto se è effettivamente ignoranza invincibile. In taluni casi limite può darsi che chi, come ad esempio il confessore, è chiamato a discernere sulle disposizioni morali di una persona possa ritenere che sia meglio lasciare questa in una situazione di ignoranza invincibile, piuttosto che indurla in una condizione di colpevolezza illuminandola sulla fallacia delle proprie scelte morali. La funzione di giudice del confessore è quella di giudice che fa grazia per i peccati commessi, o che sottopone la grazia a determinate condizioni (il pentimento sincero, la restituzione o la riparazione del male fatto, una congrua penitenza), non è mai quella di giudice che decide se il penitente ha peccato o non ha peccato in base a un comportamento passato. In campo morale la funzione principale del moralista, del pastore, del predicatore e del confessore è quella di annunciare la chiamata di Dio oggettiva, la legge morale in tutta la sua complessità, e di educare la coscienza al senso della responsabilità morale. La funzione di annuncio non coincide affatto con quella di giudizio: il peccato è sempre solo una realtà concreta nel cuore di ciascun singolo agente, e il solo giudice è Dio. Dire "con questo comportamento tu fai del male al tuo prossimo", oppure "con questo comportamento tu trasgredisci un precetto della legge morale" non è identico a dire "con questo comportamento tu hai commesso un peccato".

DIFFERENZA FRA PECCATO E COLPA

Il peccato è un termine analogo cioè si attribuisce a molti atti che in genere violano una qualche norma, ma in senso proprio è un atto che va contro Dio stesso. Infatti il vero e primo peccato, l'originale, è contro Dio. La colpa similmente si attribuisce a molte cose, ma di per sé è la conseguenza negativa, un demerito, per una responsabilità violata. Si può parlare di senso del peccato senso di colpa come unici concetti, e in questo caso si ha un'altra problematica, perché si va a cadere nella coscienza di ogni persona e riguarda la sensibilità e la percezione che l'animo umano ha rispetto a un qualche atto in cui si verifica la colpa o il peccato, che lo trascina nel rimorso. Se il peccato è una mancanza contro Dio, e Dio non esiste, evidentemente non ha senso il peccato. E così, se le persone non hanno tra loro responsabilità, un qualche debitum naturale, o dovere reciproco, ma solo una relazione di convenzione, come sostiene l'intellighezia culturale, è chiaro che potrà esserci errore, ma non colpa. Si spiega così l'impegno, di molta parte di quelli che contano del nostro mondo, nel tentativo di eliminare i sensi di colpa e di peccato, come aspetti di una cultura primitiva, grazie ai quali le classi al potere tenevano assoggettate le genti.
Il problema come si capisce è delicato, perché il peccato e la colpa, e la percezione coscienziale di essi non possono essere legati solo a una fede, altrimenti chi non crede non dovrebbe avere manifestazioni del genere. D'altra parte è anche evidente che essendo aspetti legati alla coscienza di ciascuno, la coscienza può anche essere indifferente, sviata, alterata, e perciò realmente insensibile al peccato e alla colpa. Il problema insomma sta nel tipo di educazione che diamo all'uomo, ed è certo che questo influisce sulla coscienza umana tale da manipolare i sentimenti. Per es. se un bambino non sente l'amore vivo, profondo, intimo dei genitori difficilmente poi da grande potrà capire il senso dell'amore, avrà esplosioni passionali, istintive, ma non potrà controllarsi perché non ne capisce il valore umano che sta dietro ad essi, come si vede nelle tante tragedie dell'oggi, il femminicidio in primis. In altre parole, il rapporto tra persone umane è una naturale corresponsabilità o una convenzione stipulata tra due contraenti? Il primo caso è quanto affermano i cristiani, e perciò ogni qual volta s'infrange il rapporto umano si dà peccato e colpa, perché s'infrange una naturale responsabilità verso l'altro. Il secondo caso è quanto afferma la cultura atea, per cui violando il rapporto stipulato si dà soltanto una contravvenzione, che una volta pagata non lascia strascichi. Su ciò si può anche discutere, ma i rapporti umani sono istituiti in una naturale coappartenenza delle persone tra loro, che fonda la responsabilità interpersonale, e questo è visibile nel fatto che ogni uomo per conoscere se stesso necessita di conoscere l'altro, di sapere chi è l'altro. Un esempio pratico: un uomo mai potrebbe sapere di esser capace di paternità se non glielo rivelasse una donna, e viceversa, una donna mai potrebbe sapere di poter esser madre se non glielo rivelasse un uomo. Se questo è vero, allora i concetti di peccato e di colpa, di senso di colpa e di peccato, hanno la loro origine non su culture deviate e alienate, ma sull'umano rapporto interpersonale. Aspetto questo che è estensibile anche a Dio, col quale non abbiamo solo un vago rapporto creaturale, ma una correlazione vitale senza la quale o non esistiamo o (per il cristianesimo) siamo nell'inferno. Infatti la vita che Gesù ha promesso non è un contratto con Dio, ma la partecipazione alla stessa vita divina, e perciò il peccato è una rinuncia al dono più grande che Dio può farci: vivere della sua vita. Ed è anche una colpa, perché rinunciamo coscientemente e responsabilmente alla nostra personale e comunitaria pienezza e perfezione d'essere. In Giovanni 8,11: Gesù dice: «va’ e d’ora in poi non peccare più». Il Signore sembrerebbe chiederci qualcosa che di fatto risulta impossibile alla fragilità umana. Oltretutto, se davvero fossimo in grado di non peccare più, una volta resi giusti dal perdono del Signore, che senso avrebbe il sacramento della riconciliazione a cui la Chiesa raccomanda invece di accedere con frequenza? Così quando dopo l’assoluzione il confessore dice, citando le parole di Gesù, Va’ e non peccare più, non pretende che il penitente non commetta più nessun peccato né grave né lieve, ma intende sostenerlo nel proposito sincero di non tornare a commettere il peccato confessato e nella disposizione a portare avanti un cammino autentico di conversione. Non è detto che il penitente riesca poi effettivamente a non commettere più quel determinato peccato, ma il dolore per averlo commesso e il proposito sincero di non commetterlo più sono condizioni necessarie per ricevere il perdono. L’esortazione del Signore: va’ e non peccare più appare dunque un appello prezioso alla speranza ed uno stimolo al cammino, magari graduale, di conversione che non ci dobbiamo mai stancare di iniziare di nuovo.
Troppo spesso il Cristianesimo viene visto sotto una luce puramente moralistica, come un insieme di cose che si possono o non possono fare, invece il Cristianesimo è prima di tutto un incontro, un incontro con Dio e con il suo Amore. Ed è per questo che la percezione del peccato è importante, perché attraverso il pentimento riscopriamo il rispetto verso un Padre che ama i suoi figli soprattutto quando, in umiltà, si  riconoscono peccatori.

RELATIVISMO MORALE E PERDITA DEL SENSO DI PECCATO

di

Cinzia Palmacci