ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 23 novembre 2016

Dallo scaffale basso all'archivio?

L’ABORTO VA NELLO SCAFFALE PIÙ BASSO

Il Papa non lo declassa a “dramma superficiale”, ma “non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere”. La svolta, la dottrina, la percezione e la fine di un’epoca di valori non negoziabili



Roma. “Concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto”. Lo scrive il Papa al punto dodici della Lettera apostolica Misericordia et misera, pubblicata ieri a conclusione del Giubileo straordinario della misericordia. “Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario”. Frasi che subito hanno indotto a parlare di sanatoria, di declassamento del peccato d’aborto a qualcosa paragonabile a una lite tra nuora e suocera da illustrare con dovizia di particolari al confessore più o meno distratto. O a teorizzare paragoni tra l’aborto e un reato di mafia, mettendo sul bilancino i due elementi e controllando con occhio attento quale pesa di più ai fini della salvezza.
“Dal Papa parole importanti”, ha detto il segretario dei Radicali italiani, Riccardo Magi, che ora chiede al governo di porre fine alla “obiezione di coscienza dilagante” nel paese. Mons. Rino Fisichella, organizzatore degli eventi legati all’Anno Santo, cerca di fare chiarezza riguardo la questione, comprendendo che la percezione pubblica del gesto papale rischia di essere l’opposto del fine che ci si era prefissati in Vaticano, riperticando vecchi discorsi sull’èra della battaglia per i valori non negoziabili – espressione che Bergoglio non condivide – definitivamente conclusa: “Non c’è nessuna forma di lassismo, c’è invece una forma con la quale si prende consapevolezza della gravità del peccato ma si è pentiti e quindi ci si vuole riconciliare con il Signore”.
Il Papa, dopotutto, nella Lettera ha chiarito “con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente”. Però “posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre”. Non ci possono essere equivoci, dice mons. Fisichella, che ha anche fornito i numeri record dell’Anno giubilare (900 milioni di fedeli hanno varcato una Porta santa in qualche parte del mondo, 21 milioni a Roma): l’unico cambiamento è che ora tutti i sacerdoti potranno assolvere quanti hanno procurato il peccato d’aborto e non servirà più il placet del vescovo che a sua volta incaricava qualche presbitero di concedere la speciale assoluzione.
E’ questo il cambiamento pratico che il Pontefice ha disposto. Servirà una modifica al Codice di diritto canonico, e sarà fatta a tempo debito. La novità è, a ogni modo, cosa già ben conosciuta in realtà come l’Austria e la Germania, dove già dagli anni Ottanta il vescovo veniva bypassato. La scomunica resta come conseguenza del peccato grave – come per pochi altri peccati, quale ad esempio l’attentato contro il Papa – solo che ora ogni sacerdote la potrà togliere, in quanto dal Papa direttamente autorizzato. Niente più telefonate al vescovo e iter burocratici che poco avevano a che vedere con l’immagine della chiesa ospedale da campo tanto predicata da Francesco. Certo è che qualche problema ci deve essere, se si mettono insieme procedure chieste un po’ da tutti (anche da vasti settori pro life) con la garanzia del perdono e dell’assoluzione, che mai sono state messe in dubbio. Una mancanza di chiarezza che ha determinato, ieri, un pullulare d’opinioni che nemmeno mons. Fisichella, in conferenza stampa, è riuscito a fermare.
C’è chi, anche tra le file del clero, esulta. Don Mauro Leonardi, prete e scrittore e assai attivo sui social media, è soddisfatto: “Finalmente ora l’aborto sarà un peccato non più grave del delitto di mafia o del peccato di pedofilia.Lì dove il tuo pentimento incontra Cristo, il viso sarà senza mediazioni di penitenzieri, vescovi e burocrazia canonica varia: sarà il volto del prete qualsiasi, magari anche quello del tuo sacerdote. Questa è la misericordia: la carità nello scaffale più basso, dove anche un bambino può prenderla”, ha scritto sul sito Faro di Roma. Sull’Huffington Post ha aggiunto: “‘Perché lei può assolvere Totò Riina e non me?’. Me lo chiedeva una donna povera – la chiamo Rita con nome di fantasia – che aveva abortito perché pensava che non ce la faceva proprio a sfamare un figlio in più. E io avevo dovuto spiegarle la lunga trafila che si frapponeva tra la sua richiesta d’assoluzione e quel perdono che la chiesa mi rendeva possibile dare a chiunque, anche a un capo mafioso pluriomicida, ma non a lei”. Sull’aborto il Papa è sempre stato chiaro, basta leggere le sue parole pronunciate anche quando era arcivescovo di Buenos Aires.
“Una mentalità molto diffusa ha ormai fatto perdere la dovuta sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita.Il dramma dell’aborto è vissuto da alcuni con una consapevolezza superficiale, quasi non rendendosi conto del gravissimo male che un simile atto comporta”, scriveva Francesco nella Lettera con la quale concedeva l’indulgenza in occasione del Giubileo straordinario della misericordia. Bergoglio però, andava oltre, sottolineando il dramma delle donne che “vivendo questo momento come una sconfitta, ritengono di non avere altra strada da percorrere”. Un dramma “esistenziale e morale”, che lascia “nel cuore la cicatrice per questa scelta sofferta e dolorosa”. Eppure, aggiungeva – ed è qui che si comprende la decisione di responsabilizzare il sacerdote nell’assolvere dal peccato grave d’aborto – “solo il comprenderlo nella sua verità può consentire di non perdere la speranza. Il perdono di Dio a chiunque è pentito non può essere negato, soprattutto quando con cuore sincero si accosta al sacramento della Confessione”. Il cardinale Walter Kasper, assai ascoltato a Santa Marta, già da tempo aveva fornito una sintesi del concetto: “Non c’è dubbio che l’aborto sia un omicidio”, “ma ci si deve rapportare ai casi concreti e allora non si può definire la donna che ha abortito come una criminale”.
di Matteo Matzuzzi, 22 Novembre 2016




Mons. Galantino: "Depenalizzazione dell'aborto? Sciocchezze". Ma i primi a dirlo sono i preti

Il direttore della Sala stampa dei francescani di Assisi esulta: "Per capire Papa Francesco bisogna leggere la sua enciclica Dives in misericordia". Che però è stata scritta da Giovanni Paolo II nel 1980
Roma. Come prevedibile, l’eco di quelle poche parole messe nero su bianco dal Papa nella sua Lettera apostolica Misericordia et misera promulgata a conclusione del Giubileo straordinario continua a sentirsi assai bene. Svolta, epocale, rivoluzione, passo fondamentale verso l’edificazione di quella chiesa ospedale da campo tanto predicata fin dal giorno dell’insediamento sul Soglio di Pietro. Sono queste le parole che subito, fin dalla pubblicazione della Lettera, hanno campeggiato sui media, quasi che si fosse davanti a due opposte tifoserie, una esaltata e l’altra depressa.

Ma cosa ha scritto il Papa?
"In forza di questa esigenza, perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre. Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione".

Nessuna svolta, dunque. Semplicemente, il Papa ha stabilito che vale per tutti ciò che già da tempo (molto tempo) viene applicato in diverse realtà, quali ad esempio l’Austria e la Germania. Non si passa più dal vescovo che a sua volta delega determinati sacerdoti incaricati di assolvere dal peccato d’aborto. Ora la facoltà di farlo è in capo direttamente al presbitero. Inoltre, elemento poco sottolineato, il Pontefice da nessuna parte ha revocato la scomunica, che resta per un delitto grave come quello d’aborto, benché – negli effetti pratici – risulti depotenziata.

Mons. Nunzio Galantino, vicepresidente della Conferenza episcopale italiana, è intervenuto a Tv2000 (il canale televisivo della Cei) per spiegare che nulla di concreto cambia, cercando di porre un argine alla confusione che si è creata subito dopo la lettura del documento: “Il Papa ha parlato di realtà grave e drammatica e non ha assolutamente depenalizzato il peccato di aborto. Sono sciocchezze che possono mettere in campo soltanto persone che non hanno letto il documento o gente che ha bisogno di dire sempre qualcosa di diverso ma che non corrisponde mai alla realtà”.

Il problema è che non solo “gente che ha bisogno di dire sempre qualcosa di diverso” ha parlato di depenalizzazione del peccato d’aborto, ma anche diversi sacerdoti. Don Mauro Leonardi, ad esempio, scrittore e attivo sui social media, ha affermato che ora “l'aborto sarà un peccato non più grave del delitto di mafia”. Il che significa interpretare la decisione papale come una chiara “depenalizzazione”.

Chi invece è andato oltre è stato padre Enzo Fortunato, francescano e direttore della Sala stampa del Sacro Convento di Assisi. In un articolo apparso sull’Huffington Post (e ripreso sulla rivista San Francesco), ha scritto “era ora”, riferendosi al provvedimento deciso dal Pontefice, giustificando il plauso con il rimando a un altro ben noto documento papale. Scrive padre Fortunato: “Per capire Papa Francesco bisogna leggere la sua enciclica Dives Misericordia dove cita un episodio dell’Abate Gaston”. Il problema è che Dives (in) Misericordianon è un’enciclica di Francesco, bensì di Giovanni Paolo II (1980), e che di riferimenti all’Abate Gaston in quel testo non c’è traccia.


Se il magistero diventa “spray”…


Il magistero dei media e il magistero non più neppure liquido, ma gassoso…
MIC (23-11-2016)
Nella lettera Apostolica Misericordia et misera, dopo aver detto che l’aborto è un atto orribile, il papa ha esteso la possibilità di assoluzione per chi si pente e sceglie di intraprendere il cammino di conversione. Ѐ evidente, come si può ben vedere dai titoli raccolti nell’immagine a lato, che i media storpiano le notizie attraverso la loro griglia ideologica e generano fraintendimenti.
E, però, non c’è nessuna autorità religiosa che li smentisce, anzi sembra incoraggiare comportamenti nel senso buonista. E non ci sono solo i media di regime ma molti “benpensanti” (vedi Introvigne, Buttiglione, ecc.) e molta parte del clero che si prodigano a sostenere Bergoglio in chiave permissiva (perdono senza condizioni).
Inoltre, a prescindere dai fraintendimenti dei media, la Misericordia et misera è un chiaroscuro, appare pensata per confondere e non per guidare le anime. Tutto sembra appiattirsi: di fatto non è stata tolta la scomunica latae sententiae, che è una censura gravissima riservata a un delitto, ché tale è l’aborto. Che senso ha non averla abrogata de jure, per poi vanificarla de facto, visto che qualunque prete può cancellarla? E, secondo la gerarchia delle norme, può una Esortazione Apostolica contraddire il Diritto Canonico?
La disciplina precedente delle assoluzioni riservate al vescovo (o a sacerdoti da lui designati) non nega e la Chiesa mai ha negato la misericordia, ma sottolinea la gravità del peccato e la necessità di un percorso penitenziale maturo. Dio è buono e misericordioso, ma è anche giusto.
Eppure in virtù della Misericordia et misera Lucetta Scaraffia, editorialista de L’Osservatore Romano e di altre testate non solo confessionali, può affermare che con questa derubricazione dell’aborto, “la Chiesa smette di essere una agenzia dispensatrice di norme e diventa una madre che accoglie i peccatori reduci da tante sofferenze”.
Stupisce e addolora questa visione della Chiesa docens, regens, sanctificans, come agenzia dispensatrice di norme. La Chiesa da sempre e per sempre Mater et Magistra che nella sua storia millenaria ha generato innumerevoli schiere di santi. Mentre la chiesa bergogliana “della misericordia”, non è più Magistra ma neppure più Mater, visto che la sua nuova forma si presenta volutamente informe attraverso la scompostezza di uno stile sciatto e di discorsi disorganici, confermandosi così sempre più strumento del totalitarismo globale in fieri senza più argini.
Torno ancora una volta a ribadire il punctum dolens, il cuore del problema: è proprio attraverso questi provvedimenti che esulano dal diritto, instaurando una nuova prassi scissa dalla dottrina, che si sta attuando la rivoluzione dell’informe con l’abbandono e nel disprezzo della Tradizione.
Ho approfondito [qui], nell’esaminare il Concilio virtuale quello reale e l’ermeneutica taroccata (lo stesso dicasi per il Sinodo, reale e virtuale, e quanto ne è conseguito e conseguirà), di come il confronto sia vanificato perché gli interlocutori (chi custodisce la tradizione e i novatori) usano griglie di lettura della realtà diverse: il concilio, cambiando il linguaggio [Discorso fluido e mai definitorio. Parole nuove che velano l’antica sapienzaqui], ha cambiato anche i parametri di approccio alla realtà. E capita di parlare della stessa cosa alla quale, tuttavia, si danno significati diversi. Tra l’altro la caratteristica principale dei gerarchi attuali è l’uso di proposizioni apodittiche, senza mai prendersi la briga di dimostrarle e usando affermazioni monche e sofiste. Ma di dimostrazioni non hanno neppure bisogno, perché il nuovo approccio e il nuovo linguaggio hanno sovvertito tutto ab origine. E il non dimostrato dell’anomala pastoralità priva di principi teologici definiti è proprio ciò che ci toglie la materia prima del contendere. È l’avanzata del fluido cangiante dissolutore informe, in luogo del costrutto chiaro, inequivocabile, definitorio, veritativo, Occorre invece l’incandescente, perenne, feconda (altro che museale o rigida o fissista!) saldezza del dogma per non affondare nei liquami e nelle sabbie mobili del neo-magistero storicista transeunte.
Finché non si prenderà atto che questa eredità conciliare ribaltante è il vero nodo da sciogliere, il nostro impegno di riaffermazione della verità secondo il Magistero perenne sarà utile per le anime libere, potrà continuare a defluire come una vena aurea cui attinge chi la trova o come un canale carsico che potrà riaffiorare al termine di questa notte oscura, ma non può avere alcuna efficacia su una realtà così deformata e deformante. E la stessa grave solennità di una possibile correzione canonica rischia di non ottenere i risultati voluti e sperati. A meno che non intervengano fattori o si destino altre rette volontà al momento impensabili…

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