ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 25 novembre 2016

L’auto-castrazione della Chiesa cattolica

LA FINE DELL'EVANGELIZZAZIONE

L’annuncio del Vangelo non è più all’ordine del giorno? mentre ci facciamo ancora dei complessi per le crociate di secoli fa, altri non si fanno alcuno scrupolo di perseguitare a morte i cristiani dei nostri giorni e il mondo tace di F.Lamendola  





Che cosa ne è stato dell’evangelizzazione, cioè dell’apostolato cristiano? L’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo non è più all’ordine del giorno, nella Chiesa del terzo millennio? Come mai se ne sente parlare così poco? E quando diciamo “evangelizzazione” e “apostolato” non intendiamo solo la predicazione del Vangelo presso gli altri popoli e gli altri continenti, ma anche qui, in mezzo a questa Europa e a questo Occidente ritornati pagani, materialisti, edonisti e profondamente smarriti, profondamente infelici.
Siamo tutti d’accordo: l’Italia e l’Europa nel suo insieme, sono tornate ad essere terre di missione, come lo furono all’alba della civiltà cristiana, nei tempi perigliosi e turbolenti dell’Alto Medioevo. Lo si vede materialmente, per esempio dal fatto che, per predicare il Vangelo, le Chiese europee, fin dagli anni del pontificato di Giovanni Paolo II (1978-2005), hanno dovuto “importare” preti filippini, africani, latinoamericani: esse non ne avevano abbastanza dei propri, per coprire tutte le parrocchie, tutte le diocesi. La crisi delle vocazioni era già un chiaro segnale di questo regresso, favorito dalla secolarizzazione; di questo inaridimento spirituale e di questo allontanamento delle nostre società dalle loro radici cristiane e cattoliche. D’altra parte, il fatto che la nostra Europa sia ritornata terra di missione, come ai tempi di san Bonifacio, l’apostolo dei Germani, martirizzato dai Frisoni, o di sant’Agostino di Canterbury, l’apostolo dei Britanni, o di Cirillo e Metodio, gli apostoli degli Slavi, non significa che la Chiesa cattolica debba allentare l’impegno missionario verso gli altri popoli del mondo: l’una cosa non esclude l’altra, anzi, sono entrambe necessarie, perché Gesù ha raccomandato ai suoi discepoli: Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura (Marco, 16, 15).
Si ha l’impressione che molti cattolici, oggi, a cominciare da certi teologi e da certi membri della gerarchia, considerino non più d’attualità l’argomento “evangelizzazione”, oppure preferiscono darne una interpretazione restrittiva, come un “ritorno” all’Europa, da dove, essi pensano, il cristianesimo è partito alla conquista pacifica del mondo. Solo che non è vero: il cristianesimo è ”partito” dalla Palestina, come sa chiunque abbia anche solo sentito nominare Gesù Cristo; e poi da lì, grazie soprattutto a Paolo di Tarso, e rivolgendosi non più solo ai Giudei, che nella stragrande maggioranza lo rifiutarono, ma ai pagani, mise le prime radici nel Vicino Oriente, in Siria, in Asia Minore, in Armenia; quindi, in Grecia; infine nel bacino del Mediterraneo, dall’Egitto a Roma, dall’Africa proconsolare alla Spagna; solo da ultimo giunse nell’Europa continentale (per quella settentrionale, dove le armi romane non arrivarono mai, bisognerà aspettare fin dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, e, in parte, fino alla sedentarizzazione degli ultimi invasori barbarici: Normanni e Ungari. Un “ritorno” del Vangelo alle terre delle sue origini, quindi, dovrebbe includere, come parti essenziali, sia Israele, sia la Turchia. In Siria e in Libano i cristiani non avevano mai avuto problemi, negli ultimi secoli, e costituivano delle minoranze consistenti (in Libano, a un certo punto, divennero quasi maggioranza), fino a quando la politica sconsiderata degli Stati Uniti d’America e, in subordine, della Francia e della Gran Bretagna, non ha provocato un marasma politico dal quale essi sono stati letteralmente travolti.
Vi è un sottinteso, un pensiero inconfessato e inconfessabile, nella improvvisa timidezza della gerarchia romana riguardo alla predicazione missionaria fuori dell’Europa e dell’Occidente: un vago complesso di colpa per le crociate dei secoli passati, per il colonialismo, per la conquista violenta, all’ombra della croce, degli imperi dell’America precolombiana; unito al timore di suscitare le reazioni negative delle altre religioni, il giudaismo, l’islamismo, l’induismo, il buddismo, e di alcuni governi animati da un forte spirito nazionalistico, come quello turco, quello indiano e quello cinese; e di apparire, così, incorreggibilmente “superbi” e “sprezzanti” rispetto a quei popoli e a quelle comunità religiose. Ciò è molto triste, ed è sbagliato.
È come se, per farsi “accettare” nel contesto geopolitico e culturale del mondo attuale, molti cristiani avessero elaborato l’idea che bisogna auto-mortificarsi, che bisogna rassicurare gli altri circa la propria decisione di non fare più proselitismo: e questo proprio mentre le altre religioni, e specialmente l’islam, conoscono una fase espansiva senza precedenti, che, con l’aiuto della assai maggiore crescita demografica, porterà entro qualche anno al “sorpasso” dell’islam nei confronti del cristianesimo, su scala planetaria.
Anche nei confronti dei protestanti pare che i cattolici siano paralizzati da una specie di complesso di colpa, tanto che la Chiesa pare esitante a promuovere l’evangelizzazione nell’Europa centro-settentrionale e negli Stati Uniti d’America. Vale la pena di notare che i protestanti non ricambiano simili scrupoli: da alcuni decenni, particolarmente nell’America Latina, essi, con il sostegno finanziario delle banche statunitensi, hanno moltiplicato la loro presenza, ottenuto moltissime conversioni e ridotto drasticamente la presa del cattolicesimo sulle masse di quella parte del mondo, che, fino a neanche mezzo secolo fa, erano cattoliche al 100%, nonostante le politiche ferocemente massoniche e anticlericali di alcuni governi, come quello del Messico. Inutile dire che la recente visita di papa Francesco in Svezia, per i modi in cui si è svolta, quasi a commemorazione dello scisma luterano, ha rafforzato nei cattolici il complesso di colpa, e quasi d’inferiorità, che, da qualche tempo, sembra averli ipnotizzati. Per poter udire una Messa celebrata dal papa, i cattolici scandinavi hanno dovuto insistere non poco e ottenere, infine, un “appuntamento” separato, dopo la Messa interconfessionale, come se il papa avesse paura di dare ai luterani l’impressione di essere troppo “cattolico”. Il che è davvero il colmo. Insomma, si direbbe che il tanto sbandierato ecumenismo, verso le altre confessioni cristiane, e l’ancor più sbandierato “dialogo” inter-religioso, verso le altre religioni mondiali, abbiano generato un enorme equivoco: ossia che la Chiesa cattolica, per essere dialogante e per essere considerata in buona fede nel tentativo di “ricucire” lo scisma con le altre confessioni cristiane, debba inibire a se stessa l’evangelizzazione ed archiviare lo spirito missionario, perché, diversamente, verrebbe “ferita” la dignità degli altri e diverrebbe poco credibile la volontà di pace e di riconciliazione della Chiesa stessa. tale è l’inestricabile ginepraio in cui è stata precipitata la Chiesa dal cosiddetto “spirito” del Concilio Vaticano II, tanto apprezzato e magnificato dai teologi neomodernisti e dai vescovi e sacerdoti progressisti! Se questi sono i frutti del Concilio, cioè l’auto-castrazione della Chiesa cattolica, allora è il caso di rivedere radicalmente quella stagione, liberandola dalle recenti incrostazioni mitologiche e celebrative, e riconoscendovi, al contrario, l’inizio di una profonda decadenza e di un processo di contrazione dello spirito stesso del cattolicesimo.
Bisogna dirlo chiaro e forte: quando una religione, magari in omaggio al “dialogo” e alla “tolleranza”, rinuncia allo spirito missionario, quando si fa problemi a parlare di apostolato, essa si mette sulla strada della auto-delegittimazione e, in ultima analisi, della auto-distruzione. È come se dubitasse di sé, del suo diritto a esistere e ad annunciare al mondo la missione che le è stata affidata; e ciò in un mondo in cui le altre confessioni e le altre religioni fanno esattamente il contrario, anzi, alcune, come l’islam, ricorrono alla persecuzione violenta degli “infedeli”. Ci si faccia caso: l’unica religione ad essere perseguitata, oggi, è il cristianesimo, e specialmente il cattolicesimo. Non è perseguitato il giudaismo; non è perseguitato l’islamismo (semmai, vi sono lotte feroci tra le sue diverse componenti, specie fra sunniti e sciiti), non è perseguitato l’induismo; in linea generale, l’unica religione ad essere perseguitata è quella di Gesù Cristo. I membri delle altre religioni, se sono perseguitati – come i buddisti tibetani, da parte del governo cinese – lo sono non per ragioni religiose, ma per ragioni etniche, politiche o economiche. Gli unici ad essere odiati, perseguitati e uccisi per ragioni puramente religiose, sono i cristiani: come quei lavoratori copti che, in Libia, vennero fatti inginocchiare sulla riva del mare e decapitati dai seguaci del cosiddetto califfato islamico.  Così, mentre i cattolici si fanno ancora dei complessi per le crociate di nove o dieci secoli fa, in India, in Nigeria, in Siria, altri non si fanno alcuno scrupolo di perseguitare a morte i cristiani dei nostri giorni, e il mondo non dice niente.
Del resto, si guardi la vita dei santi. Qualcuno vorrà dire che san Giovanni Bosco, l’ideatore della evangelizzazione delle estreme terre del Sud America, o il beato Giuseppe Allamano, fondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata, erano dei cattolici intolleranti, incapaci di dialogare, chiusi ottusamente nel senso di superiorità della religione cristiana? Quale tragico malinteso, in questo preteso dialogo inter-religioso e in questo preteso ecumenismo, che significano, in pratica, per molti cattolici, ammainare la propria bandiera e rinunciare a predicare il Vangelo, per un senso erroneo di rispetto verso gli altri. Al contrario: si tratta d’una vera e propria colpa nei confronti delle anime cui il Vangelo non viene annunciato, e di una flagrante disobbedienza nei confronti dell’esortazione di Gesù:Andate e predicate il Vangelo, fino agli estremi confini del mondo. Si vede che i campioni di siffatto ecumenismo e di siffatto dialogo inter-religioso, i vari Enzo Bianchi, i vari Vito Mancuso, ne sanno una più di Gesù Cristo: hanno capito quel che il divino Maestro non aveva compreso, e, forti della loro intelligenza, fanno di tutto per imprimere alla Chiesa odierna la direzione di marcia da essi ritenuta idonea a questi tempi nuovi e meravigliosi di fratellanza universale. Come se la fratellanza universale passasse sopra la rinuncia alla Verità cristiana. Si sono forse dimenticati, costoro, che Egli disse di sé: Io sono la Via, la Verità e la Vita? Non disse: Io sono una delle vie, una delle verità, una delle maniere per giungere alla vita eterna; niente affatto: ma disse soltanto, molto recisamente: Io sono la Via, la Verità e la Vita.
Ebbene: l’ardore apostolico - è un concetto di Sant’Agostino, non di Torquemada o di Frate Mitra – è un effetto dell’amore, anzi, è tutt’uno con esso. Niente ardore apostolico, niente amore; poco ardore apostolico, poco amore. Ecco cosa si cela dietro tante chiacchiere insulse su un malinteso ecumenismo e su un ancor più dubbio dialogo inter-religioso: una carenza di amore; di amore per Cristo, di amore per il Vangelo, di amore per la Chiesa, di amore per la Verità, di amore per i fratelli. Per tutti i fratelli, cioè per tutti gli esseri umani, non solo per i cattolici, né solo per cristiani: anche, e soprattutto, per quelli che non conoscono ancora il Vangelo, e che, forse, attendono, senza saperlo, che qualcuno lo annunzi anche ad essi. Con tutti i loro scrupoli e le loro fisime politically correct, questi signori progressisti e neomodernisti stanno mostrando, nei fatti, poco amore per quella parte di umanità che non conosce il Vangelo. Oggi, 25 novembre 2016, si celebrano i santi martiri del Vietnam: erano anime desiderose di ricevere la salvezza di Cristo, le quali si convertirono al Vangelo e diedero la vita per testimoniare la loro fede. Che cosa hanno da dire i Bianchi, i Mancuso, di quel loro sacrificio? Che fu sbagliato, che fu inutile? E che i missionari cattolici non avrebbero dovuto recarsi in quelle terre e predicarvi il Vangelo? Lo dicano, se è questo che pensano: se pensano che i cattolici non hanno il diritto e il dovere di predicare ovunque il Vangelo, e se sbagliano, credendo di essere nella Verità. Oppure un cristiano deve limitarsi a pensare di essere in possesso di una delle molte verità, alla pari di un giudeo, di un islamico, di un induista, di un buddista, di un ateo? Tutte le verità religiose sono equivalenti, ed è per questo che i seguaci del Vangelo non dovrebbero parlare troppo di Gesù presso gli altri popoli e le altre nazioni? Lo dicano, se è questo che pensano; dicano che, per duemila anni, la Chiesa ha sbagliato; e che il Vangelo stesso sbaglia, che Gesù sbagliava, perché si devono “rispettare” le altre fedi. Dunque, per rispetto ai giudei, non si deve predicare il Vangelo nella terra in cui Gesù visse, nacque e morì. Per rispetto agli islamici, non si deve predicare il Vangelo nelle terre ove misero radici le prime, fiorenti comunità cristiane, e dove esse prosperarono per secoli e secoli. Per rispetto agli ortodossi, non si deve predicare in Georgia, e, per rispetto ai luterani, non si deve predicare in Svezia. Se è questo che pensano, lo dicano. A tanto ci ha portati lo “spirito del Concilio” e l’impostazione pastorale di papa Francesco. Complimenti: non si poteva fare più danno al Vangelo di Gesù Cristo, non lo si poteva tradire meglio, e con più nobili intenzioni di così. È stato un capolavoro in negativo, un’opera d’arte all’incontrario.
Dice san Dionigi Aeropagita che concorrere alla salvezza delle anime è la più divina fra tutte le opere divine. I cattolici lo avevano ben chiaro, per molti secoli, fino al Concilio Vaticano II; poi non ne sono stati più tanto persuasi, e oggi sembrano aver cambiato completamente opinione. Peccato che, così facendo, stiano dando torto anche a Gesù, il quale disse ai suoi: Il fratello consegnerà a morte il fratello, il padre il figlio e i figli insorgeranno contro i genitori e li metteranno a morte. Voi sarete odiati da tutti a causa del mio nome, ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato (Marco, 13, 12-13). Ma quei tali cattolici preferiscono, alle persecuzioni, gli applausi del mondo… 

Che fine ha fatto l’evangelizzazione?

di Francesco Lamendola

INFERNO E SOVRANITA' DI DIO

    I cattolici moderni negano l’inferno perché negano il peccato e la sovranità di Dio. Edonismo e sfrontatezza pseudo-democratica dell’uomo-massa. Il senso del peccato ha una radice precisa e un referente preciso: Dio 
di Francesco Lamendola  




Perché i cattolici moderni negano la realtà del diavolo, la realtà del giudizio, la realtà dell’inferno, o, se pure non la negano apertamente, hanno smesso quasi del tutto di parlarne, come se in cuor loro ne dubitassero o come se sperassero che, non parlandone, tali tremende realtà scomparissero dall’orizzonte, come per un colpo di magia? Che la neghino, o che non vi credano, gli atei, è cosa fin tropo naturale; ma i credenti? Anzi, siamo arrivati a questo paradosso: che alcuni atei, i più intelligenti, i più pensosi, i più onesti, pur non credendo nell’amore di Dio, credono, nondimeno, o almeno presuppongono, la realtà dell’inferno, come privazione radicale del bene e dell’amore; mentre proprio i cattolici, ossia coloro che più di tutti dovrebbero parlare di queste cose, e non limitarsi a credervi, ma meditarle intensamente, fanno orecchi da mercante quando s’imbattono in qualche passo della Bibbia che le ricorda in maniera assai esplicita.
Incredibile, ma vero: i cosiddetti credenti non vogliono più sentir  nominare il diavolo, né l’inferno; non amano neppur sentir parlare del peccato, o, se proprio è necessario, lo ascoltano malvolentieri, con impazienza, con disagio, con la fretta di passare oltre e scordare quelle cose sgradevoli; mentre taluni non credenti prendono molto sul serio il problema del male e la possibilità che esista una condizione di privazione totale e definitiva del bene. Si rilegga con attenzione lo Zarathustra di Nietzsche, per esempio, e si vedrà che egli non è poi così lontano da Dio e dalla realtà del bene e del male, come certi suoi goffi e puerili discepoli amano credere. Oppure si prenda il personaggio di Ivan Karamazov, il gelido filosofo della negazione di Dio e della morale assoluta: si rilegga la suaLeggenda del grande inquisitore, e si vedrà che egli considera il mistero della grazia, della caduta e della redenzione, con una serietà infinitamente superiore a quella di tanti cosiddetti credenti. Qualche ragione ci sarà; ma quale?
In primo luogo, secondo noi, quel misto di edonismo e di sfrontatezza pseudo-democratica, tipici entrambi dell’uomo-massa della società moderna, per cui non solo è divenuta cosa ovvia cercare innanzitutto il massimo piacere o il massimo profitto per se stessi, a scapito di chiunque si trovi a frapporvi un ostacolo, anche solo involontariamente o accidentalmente, ma è cosa altrettanto ovvia che ciò non costituisca alcun motivo, non diciamo di vergogna, ma neppure d’imbarazzo, anzi, semmai qualcosa di cui vantarsi, e, in ogni caso, qualcosa che merita di essere avallata dalla morale corrente e dalle stesse istituzioni pubbliche: giacché, nella società moderna, sono le leggi che devono adeguarsi ai fatti, e non viceversa. In altre parole: se tutti fanno in un certo modo, la morale corrente deve prenderne atto, e così le istituzioni: il che significa che quei comportamenti diventano automaticamente leciti, senza bisogno di alcuna spiegazione.
In secondo luogo, nella società moderna è stato bandito il senso del peccato, perché retaggio di quel passato religioso che si è voluto abolire; ma il senso del male compiuto, cacciato dalla porta, è rientrato dalla finestra, sotto forma di senso di colpa. Ora, il senso del peccato ha una radice precisa e un referente preciso: Dio, al quale si è recata offesa; per cui è possibile rimuoverlo, mediante il pentimento, la confessione e la riconciliazione con Lui, e, naturalmente, mediante la riparazione o espiazione. Il senso di colpa, invece, è vago, indeterminato, e tuttavia bruciante, ossessionante: non ha una radice precisa, non ha un referente, ma si ripiega su colui che lo prova e avvelena le sorgenti stesse della voglia di vivere: per cui chi è lacerato dal senso di colpa scivola inesorabilmente verso la depressione, la disistima di sé e il disprezzo della vita. Anche da questo si può facilmente comprendere quanto dannoso sia stato, per l’equilibrio spirituale delle persone, l’aver sostituito il lettino dello psicanalista al confessionale, e l’auto-analisi all’esame di coscienza. Ma di questo, che spalanca ulteriori prospettive e sollecita ulteriori riflessioni e approfondimenti, avremo occasione di riparlare a suo tempo e luogo.
La terza ragione di ripugnanza a parlare del diavolo e dell’inferno, ossia dell’eterna dannazione, riguarda più da vicino i cattolici. Le persone, nella società moderna, tendono a costruirsi una morale che rifletta il loro modo di viver, anziché darsi una morale che indirizzi il loro stile di vita: e ciò vale anche per i credenti, i quali hanno finito per introiettare, in larga misura, le stesse dinamiche psicologiche che hanno attraversato gli spazi del mondo “profano”. Di conseguenza, i cattolici moderni, che si sentono più evoluti, più maturi, e anche, tutto sommato, più intelligenti e consapevoli dei loro predecessori, i quali per troppo tempo si sono fidati del principio di autorità, non arrivano a capire, più o meno sinceramente, perché mai Dio, dopo le molte tribolazioni esistenti nella vita terrena, dovrebbe tendere agli uomini il trabocchetto finale, vagamente sadico, di una pena eterna. Per come la vedono loro, l’inferno è già qui in terra, e un suo “doppione” ultraterreno, per giunta eterno, sorpassa i limiti della loro capacità d’immaginazione delle cose peggiori. Lo rifiutano perché lo sentono come una assurdità e una “ingiustizia”: ma come, essi dicono, si soffre già tanto quaggiù, e Dio, invece di premiarci, dovrebbe infliggerci poi una ulteriore, e ancor più grave punizione? Evidentemente, essi neppure si accorgono di aver  fatto propria, al cento per cento, la visione della vita delle filosofie materialiste: neanche si accorgono che porre in questi termini la questione, significa, da un lato, disconoscere la bellezza della vita terrena e il dono prezioso del libero arbitrio, dall’altro porsi in un atteggiamento perennemente vittimistico e piagnone, come se Dio fisse in debito verso di noi e ci dovesse un risarcir cimento per tutte le cose brutte che già abbiamo dovuto sopportare quaggiù. Somma ingratitudine e sommo stravolgimento del reale: invece di ringraziare Dio per la magnificenza dei doni di cui ci ha colmati, da quello dell’esistenza a quello della libertà morale, non sappiamo fare altro che vederci come degli ostaggi in un campo di concentramento, i quali attendono pazientemente, anzi, pretendono di essere liberati, e rifiutano di ammettere che qualche prigioniero abbia davvero meritato un castigo e si sia realmente dimostrato indegno del dono infinitamente prezioso della libertà.
Illuminanti, a questo proposito, ci sembrano le riflessioni svolte a suo tempo dall’arcivescovo americano Fulton John Sheen, scrittore brillante e famoso predicatore (da: F. J. Sheen, Vi presento la religione; titolo originale: A Preface to Religion, 1950; traduzione dall’inglese di Antonio Cojazzi, Torino, Borla Editore, 1952, pp. 133-136):

PERCHÉ I MODERNI NEGANO L’INFERNO?
Perché i moderni negano il peccato. Se negate la colpevolezza umana, voi dovete negare anche il diritto d’uno stato a giudicare un criminale, e inoltre il dirotto di condannarlo alla prigione. Una volta che voi negate la sovranità della legge, dovete necessariamente negare la punizione. Una volta negata la sovranità di Dio, si deve negare anche l’inferno. […]
La ragione basilare per la quale i moderni non credono nell’inferno consiste nel fatto che essi realmente non credono nella libertà del volere e nella responsabilità. Credere nell’inferno è affermare che non sono indifferenti le conseguenze delle buone e delle cattive azioni. […] È tanto difficile costruire una nazione libera,senza giudici e senza prigioni, quanto è difficile costruire un mondo libero, senza giudizio e senza inferno.
Uno stato non può esistere sulla base di un cristianesimo liberale che nega il contenuto di quelle parole che dirà Cristo ne giudizio finale: “Via da me, voi maledetti, nel fuoco eterno, che fu preparato per il demonio e i suoi seguaci” (S. Matteo, 25, 41). […]
I moderni negano l’inferno anche perché hanno timore della propria coscienza. Avete mai osservato che i santi temono l’inferno; ma non lo negano mai; mente i grandi peccatori negano l’inferno; ma non lo temono mai?
I moderni si costruiscono un credo secondo il modo con cui vivono; piuttosto che costruirsi un modo secondo cui vivere. Il demonio non è mai tanto forte come quando riesce a indurre i materialisti e gli scettici a dipingerlo con le vesti rosse, una coda attorcigliata e un lungo forcone in mano, è come se avesse fatto dimenticare per sempre  la verità profonda e tremenda che egli è un angelo decaduto.
I moderni che non vivono in accordo con la propria coscienza, hanno bisogno d’una religione che abbia questi caratteri: una religione senza croce, un Cristo senza Calvario, un regno senza giustizia, una comunità con un “gentile ecclesiastico che non nomina mai l’inferno, per non urtare le orecchie delicate”.
Coloro che dicono di essere Cristiani, o che limitano il cristianesimo al discorso del monte, sono invitati a non dimenticare che Nostro Signore chiude quel discorso, che occupa i capi quinto, sesto e settimo del vangelo di Matteo, con queste parole: “Ogni albero che non fa buon frutto, è tagliato e gettato nel fuoco. Voi li conoscerete dunque dai frutti. Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli; ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno nel giorno del giudizio: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato in nome tuo e in nome tuo non abbiamo cacciato i demoni, e fatto in nome tuo molte opere potenti? E io allora dirò loro apertamente: Io non vi conobbi mai. Andatevene da me, voi tutti operatori d’iniquità” (7, 19-23).
Nel vangelo di San Marco poi si legge: “Se la tua mano ti fa cadere in peccato, mozzala; è meglio per te entrare monco nella vita, che avere due mani e andare nella Geenna, dove il verme (del rimorso) non muore e il fuoco non si spegne. E se il tuo piede ti fa cadere in peccato, mozzalo. È meglio per te entrare zoppo nella vita che avere due piedi ed essere gettato nella Geenna. E se il tuo occhio ti fa cadere in peccato, cavatelo. È meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che averne due ed essere gettato nella Geenna, dove il verme non muore e il fuoco non i estingue” (9, 42-48). […]
In ultima analisi, le anime vanno all’inferno per questa unica ragione: perché si rifiutano di amare. Se le anime vanno all’inferno perché trasgrediscono i comandamenti di Dio, in qual modo esse si rifiutano di amare? Dio non proibisce la menzogna, l’assassinio, l’impurità, l’adulterio per divertire se stesso. Questi non sono comandamenti arbitrari. Egli proibisce queste azioni, perché esse fan del male a noi: perché esse sono un segno del nostro anti-amore. […]
Come il Paradiso è l’eterna benedizione guadagnata da chi s’è spogliato del proprio egoismo e s’è rivestito di amore, così l’inferno è l’eterna maledizione, guadagnata da chi s’è fatto pienamente auto-centrista e detestabile. IL PARADISO È COMUNITÀ; L’INFERNO È SOLITUDINE.

Ha perfettamente ragione questo Autore: gran parte delle idee sbagliate e fuorvianti sul problema che abbiamo qui posto derivano dal fatto che le persone, e ormai anche i credenti, la cui cultura religiosa si è paurosamente impoverita nell’ultimo mezzo secolo, pensano all’inferno come a un “luogo”, o a una condizione, in cui le anime verranno precipitate dal giudizio di Dio. Ma queste sono solo immagini simboliche, di cui si è servito anche Gesù, le quali, però, non vanno prese alla lettera. L’inferno è l’assenza di amore, e, pertanto, non corrisponde a un castigo pensato e voluto da Dio per gli uomini; Egli ha di meglio da fare che pensare e volere la nostra dannazione. Al contrario, l’inferno è il risultato inevitabile del nostro egoismo, delle nostre scelte sbagliate e irresponsabili,  del nostro rifiuto davanti al suo invito: che è l’invito ad amare, ad amare sempre, e, nello stesso tempo, a lasciarsi amare da Lui, interamente e incondizionatamente.
Dio non desidera che neppure un solo essere umano si perda: l’Incarnazione ha questo significato sublime: l’amore di Dio per gli uomini è così grande, da aver voluto assumere su di sé il peso della carne e la croce della sofferenza, sino a bere la feccia del calice della passione, fino alla morte più dolorosa e vergognosa di tutte. Dio ci invita a non preoccuparci eccessivamente per la nostra sicurezza fisica, ma a pensare alla salvezza dell’anima: Sarete traditi dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime (Luca, 21, 16-19).

La quarta e ultima ragione della negazione dell’inferno è la riluttanza dell’uomo moderno, e anche del credente, a riconoscere la sovranità di Dio sul mondo e sulle anime. L‘uomo moderno si sente autonomo, vorrebbe la piena signoria di sé: siamo in democrazia, no? A questo punto, come ammettere che Dio sia il re dell’universo? Molto meglio negarlo, oppure, tutt’al più, riconoscergli qualche funzione più modesta e puramente rappresentativa: quella di Presidente della Repubblica, per esempio; oppure, meglio ancora, quella di Presidente emerito…
 

I cattolici moderni negano l’inferno perché negano il peccato e la sovranità di Dio

di Francesco Lamendola