ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 17 novembre 2016

Lavorano molto, pregano moltissimo

GRAZIE, SORELLE

Suora: sorella. In questo dolce nome vi è il profumo dell’infinito e tutto il coraggio e l’ardore di una scelta generosa controcorrente oggi più incompresa che mai. Tutto per loro è preghiera ed è una lode a Dio 
di Francesco Lamendola  




Suora: sorella. In questo dolce nome vi è il profumo dell’infinito, e tutto il coraggio e l’ardore di una scelta generosa, controcorrente, oggi più incompresa che mai.
Sorella: colei che ha scelto di stare accanto a ciascuno, di farsi tutto a tutti, talvolta fisicamente, più spesso con la preghiera, la meditazione, il pensiero: solo per dare, senza chiedere nulla, anzi, cercando il più possibile di passare inosservata, perfino di nascondersi: in una società dove nessuno fa niente per niente e dove tutti, anche per il più piccolo servizio, sono pronti a domandare la ricompensa.

In una società dove la donna, specie se giovane, conta per quanto si mostra, e per quanto mostra di sé, anche del suo corpo; e dove la modestia, il pudore, la castità, non sono apprezzati, anzi, sono addirittura derisi, come segno di squilibrio esistenziale, quasi come delle patologie; in una società materialista ed edonista, dove il piacere individuale ed egoistico viene eretto a suprema norma di giudizio e di comportamento, vi sono delle donne, delle sorelle, che non intendono mostrarsi, che non vogliono esibirsi, ma che hanno tanto amore da donare, a Dio e al prossimo: conservando il profumo della loro purezza e la fragranza della loro innocenza.
Nella società moderna, una donna “vera” è una superfemmina, procace, sensuale, seducente: una specie di animale perennemente in calore, perennemente a caccia di attenzioni maschili. Queste sorelle, invece, valorizzano al massimo un tipo ben diverso di femminilità: la dolcezza materna, l’altruismo, la bontà fattiva, ma discreta; nascondono i capelli e le forme del corpo, per una scelta ben precisa, che non mortifica, ma esalta il loro ruolo femminile: tutta la loro femminilità è nei gesti, nei pensieri, nelle azioni, nel volto e nella luce dello sguardo. Sono materne, perché la maternità è la vera vocazione femminile; troppo sovrabbondanti di amore, non mettono al mondo uno o due bambini, ma si fanno madri dell’umanità intera, e specialmente dei più piccoli, dei più fragili, dei più indifesi: i bambini, ma anche i vecchi, i malati, i soli.
Camminano in punta di piedi, parlano sottovoce; lavorano molto, pregano moltissimo: la loro vita è una ghirlanda di rose offerta al Signore e alla Madonna. Sono discrete, silenziose, modeste, pazienti, comprensive ma non permissive: se sono educatrici, amano i bambini, sanno giocare con loro, ma anche istruirli e, se necessario, riprenderli; se sono infermiere, si dedicano ai pazienti come delle vere sorelle, con amore e delicatezza; se sono cuoche, giardiniere, portinaie, allevatrici, erboriste, fanno quel che devono fare, con passione, con entusiasmo, con zelo. Tutto, per loro, è preghiera; e tutte le preghiere sono una lode a Dio.
Perciò, grazie, sorelle.
Per merito vostro, si può ancora avere fede nel domani. Si può ancora credere nell’uomo; si può ancora credere nella missione della donna. La missione della donna esiste: la donna non è la concorrente del maschio, la rivale del maschio, come vorrebbe la cultura femminista; è un’altra cosa: è portatrice di valori specifici, di qualità specifiche, delle quali la società ha bisogno, e il mondo non potrebbe fare a meno: prima fra tutte, la vocazione materna.
Alcuni pensano: e vada per le suore che lavorano nell’ambito sociale, che tengono delle case per le ragazze madri; ma le suore di clausura, che ci stanno a fare? Ebbene: sono preziose più di tutte. È forse per le loro preghiere incessanti che Dio ha distolto dal mondo il suo severo giudizio. Mentre gli uomini si sprofondano nel vizio e nel peccato, esse, le vergini sorelle, vegliano e pregano, in attesa dello Sposo celeste, secondo l’ammaestramento di Gesù. È forse poca cosa, questa? Vegliano e pregano: fin dalle ultime ore della notte, sono in piedi a pregare e a contemplare Dio. Mentre parecchi uomini stanno appena cominciando a smaltire gli eccessi della serata, esse sono già raccolte in preghiera, e pregano anche per noi, che non lo facciamo.
Sorella! Che dolce nome, sulle labbra di una donna. Di una donna che non vuole gareggiare con il maschio per far vedere che è brava come lui o più di lui; che non è gelosa delle altre donne, perché non c’è niente che le possano portar via; che vuole amare tutto e tutti, che vuol essere tutto a tutti, senza aspettarsi nulla in cambio, senza calcoli o secondi fini: che meraviglia, se davvero esistessero delle sorelle così. Ebbene: esistono, e sono le suore cattoliche. Tengono alta la bandiera della spiritualità anche per noi, che, immersi nelle cose del mondo, e anche un bel po’ sprofondati nel fango, ce ne siamo proprio scordati, e da parecchio tempo. Così, da sole, hanno deciso di tener accesa la fiaccola: perché ora è notte, ma esse hanno fede che ritornerà la luce del mattino. Nel frattempo, si deve vegliare e pregare, secondo l’ammonimento del Maestro.
Fra le donne, le suore sono spesso le migliori. Non vogliono competere con nessuno, non vogliono far vedere niente ad alcuno; si sono sciolte dai meccanismi dell’invidia e della competizione, che inducono a vedere nell’altro un rivale, un avversario: si sono date a Dio. È per questo che possono amare i loro simili spassionatamente. Sì, certo: non sono tutte sante; non sono tutte perfette. Alcune sono scostanti, perfino sgradevoli: però, siamo giusti: dipende dal fatto che sono suore, o che sono esseri umani? Quante donne, con gli stessi difetti, ci irritano assai meno, perché non sono suore? Da queste ultime, ci aspettiamo il massimo, ed è perciò che non perdoniamo nulla e diventiamo intransigenti, assurdamente severi nel giudicare. Proviamo una specie di amara soddisfazione nel poterle criticare e nel riuscire a coglierle in fallo. Ciò è molto meschino. È come compiacersi del fatto che un medico fallisce nell’intervento chirurgico: non badiamo al prezzo pagato per quel fallimento, ci basta godere malignamente perché quel medico non è stato capace di condurre a buon fine l’operazione. Ma non c’è nulla di cui rallegrarsi: è stata una sconfitta per lui, ma anche per noi; dovremmo essere tristi con lui, partecipare al suo rammarico e alla sua mortificazione. È tutta la società che ha perso qualcosa, non lui soltanto. Ed è lo stesso per una suora che non riesce a portare a buon fine la sua vocazione: non c’è proprio nulla di cui godere. Chi lo fa, mostra con ciò stesso di che pasta sia fatto. È un miserabile, e anche uno sciocco. Non ha capito che il fallimento di quella suora è un fallimento per tutti.
Scegliere la via del chiostro, oggi, per una donna, è doppiamente arduo. Questo momento storico esalta al massimo la ricerca del successo e del piacere, e disprezza la filosofia dell’umiltà e del  personale (non è il caso di parlare di “rinuncia”, perché la suora rinuncia, sì, al mondo, ma solo per guadagnare qualcosa di molto più prezioso). Tutta la società è pervasa da una smania di godimento e da una esasperazione sensuale: e questa è la prima difficoltà. La seconda deriva dal fatto che, all’interno della Chiesa stessa, paiono scricchiolare le antiche certezze, e correnti neomoderniste tendono a svalutare ciò che è specifico nella vocazione religiosa: l’offerta totale a Dio, e la fede in Lui quale misura di tutte le cose. Sciagurate tendenze dissolutrici, falsamente ecumeniche e disordinatamente progressiste, stanno cercando di sgretolare le basi stesse della fede, introducendo il pluralismo religioso, il dubbio sistematico, e perfino il sospetto e la disapprovazione verso chi vive la fede cristiana come la sola Verità possibile. Dietro le belle apparenze del “dialogo” e il pretesto di “andare incontro al mondo”, pessimi teologi, vescovi dissennati e sacerdoti senza più fede, diffondo il sottile veleno di un “nuovo” cristianesimo, che essi spacciano per “adulto” e per “moderno”, mentre è semplicemente l’ultima versione di quella sintesi di tutte le eresie che (come lo definì giustamente san Pio X) è il modernismo.
Come donna, pertanto, una suora si sente sollecitata a dubitare della sua speciale vocazione: la cultura profana, e specialmente il femminismo, tendono a persuaderla che la sua scelta è stata inutile e infruttuosa, che corrisponde ad una auto-mortificazione della femminilità; come suora, si sente in qualche modo scoraggiata, confusa, messa in crisi, da una corrente teologica e da una strategia pastorale che vorrebbero spingerla a sentirsi insoddisfatta, e a pretendere un ruolo più “incisivo” all’interno della Chiesa: se non proprio il sacerdozio femminile, almeno il diaconato. Insomma, anche all’interno della Chiesa la cultura femminista fa sentire i suoi effetti e diffonde le sue perniciose dottrine. Fino al pontificato di Giovanni Paolo II e a quello di Benedetto XVI, le suore potevano ancora sentirsi apprezzate a valorizzate dalla Chiesa, quali portatrici di un modello nobilissimo di vocazione femminile, che ha il suo archetipo perfetto in Maria Vergine, la madre di Dio. Ma ora, con il pontificato di papa Francesco, è innegabile che le cose sono cambiate, e non in meglio: ora sembra che, per essere dei buoni cattolici, bisogna attaccare i propri confratelli e lodare soltanto i non cattolici e i non cristiani; e che, per essere delle buone suore (così come per essere dei buoni sacerdoti) bisogna assecondare le novità introdotte da questo pontefice, le quali, un passetto alla volta, piano, piano, stanno stravolgendo le basi stesse del cattolicesimo e la ragion d’essere della Chiesa, ossia il franco annuncio del Vangelo di Gesù Cristo, e non già l’equiparazione e, in prospettiva, la commistione del Vangelo con gli annunci del Corano, del Talmud, del Midrash, della Confessione Augustana e delle 95 Tesi di Martin Lutero.
Crediamo che una suora, oggi, debba sentirsi molto sola. Non ha più alle spalle una società che la considera con rispetto, come un membro che ha scelto di svolgere un ruolo benefico, simile a quello di una fata generosa; essa non la vede più come una preziosa intermediaria fra le preghiere degli uomini e il trono di Dio e di Maria. Peggio ancora: dall’interno della sua stessa Chiesa, si levano voci insolite, disarmoniche, sconcertanti, che le instillano dei dubbi, dei complessi: invece di sentirsi rafforzata nella fede e confortata nelle sue eventuali difficoltà, ella si vede aggiungere anche da quella parte, quella da cui meno se lo sarebbe aspettato, nuovi motivi di preoccupazione, di ansia, di disagio: come una figlia che si vede un po’ delusa nelle sue aspettative circa l’amore materno. La sua madre, la Chiesa, sembra avere tempo e voglia di dialogare con tutti, d’incontrarsi con tutti, di chiedere perdono a tutti, tranne che ai cattolici; e non dice parole di sostegno, di affetto e di benevolenza ai suoi figli, ma, troppo spesso, rivolge loro parole di critica, di rimprovero, d’insofferenza, se appena lasciano trasparire il turbamento che proprio essa sta provocando in loro. Per dirla in parole ancora più schiette: vi sono dei cattolici che stanno perdendo la fede a causa dei comportamenti e delle scelte adottate da questo pontefice, e da molti teologi e vescovi cosiddetti progressisti; e pensiamo che difficilmente le suore, per la loro sensibilità femminile e per la delicatezza della missione che si sono scelta, di essere le buone sorelle in Cristo per tutti gli esseri umani, possano evitare di risentire di questo clima sconfortante.
A queste magnifiche sorelle, che hanno scelto la strada più difficile, la più solitaria e la più ingrata, e che oggi devono sentirsi particolarmente sole, benché con Dio sappiano di non essere mai davvero sole, vorremmo esprimere tutto il nostro apprezzamento, la nostra riconoscenza e la nostra ammirazione. È bello sapere che ci sono. E non solamente quelle che prestano la loro opera negli ospedali, o negli asili, o nella case di accoglienza per ragazze madri, o nelle scuole e nei collegi; ma anche quelle che hanno scelto la clausura e che vivono dietro le grate del convento, senza uscirne mai, né si lasciano vedere, ma solo ci permettono di udire le loro belle voci spandersi per la chiesa, quando cantano nel coro, dietro l’altare, durante la Santa Messa. È bello sapere che ci sono e che pregano anche per noi, per la pace, per il bene dell’umanità; è bello spere che, in un mondo dove tutti si arrabattano per conquistare un po’ di successo, un po’ di potere, un po’ di denaro, loro hanno voltato le spalle, senza rimpianti, a tali cose, e si occupano anche di noi, senza che noi neppure lo sappiamo. È bello, perché ristabilisce un equilibrio: mentre quasi tutti vivono immersi negli angusti orizzonti del mondo, cercando le cose del mondo, loro hanno scelto la strada del Cielo, già in questa vita terrena; e lo hanno fatto per se stesse, ma un po’ anche per ciascuno di noi. Si sono scelte la parte migliore, per nostra fortuna.
In un ceto senso, è bello sapere che ci sono, proprio come lo è sapere che c’è la Madonna. Lei è lì, anche se noi non ci pensiamo; anche se noi non preghiamo; anche se noi non ci crediamo. È lì, e ci sorride, e apre le braccia per accogliere tutti gli uomini e le donne che si rivolgono a lei: per consolarli, sostenerli, confortarli. È lì, paziente e pietosa, anche se noi non ce lo meriteremmo, perché nulla abbiamo fatto, nella nostra vita, che ci autorizzi a sperare che esista un amore così grande pronto ad accoglierci. Voi, sorelle, vi siete scelte quell’altissimo modello di vita e di santità, ed è da esso che traete la luce per muovere i vostri passi, così leggeri, sulle strade del mondo. I passi degli uomini sono pesanti: portano il peso dell’inconsapevolezza, fatta di egoismo e avidità. È pesante il passo di chi non ha capito; è leggero quello di chi inizia a capire che, per vivere in modo degno, non si può solo volere qualcosa dagli altri, ma bisogna soprattutto amare, amare e ancora amare. Per tutto questo, perché voi avete capito prima e meglio di noi: grazie di cuore, care sorelle...

Grazie, sorelle

di Francesco Lamendola