ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 30 novembre 2016

Pecore e capri, pastori non pervenuti!

Pecore o pastori?

mercoledì 30 novembre 2016

Il presidente Hollande, prima di uscire definitivamente di scena, vuole effettuare l’ultimo colpo da maestro, colpo veramente demoniaco. In discussione, domani primo dicembre, all’Assemblea nazionale una legge che chiuderebbe i siti internet di ascolto e sostegno alle donne incerte sull’aborto.
La questione è talmente grave che mons. Pontier, presidente dei vescovi francesi, decide di scrivere una lettera a Hollande. Finalmente una voce forte, chiara e potente, direte voi. Invece, purtroppo, ne è uscito il timido belato di un pastore trasformatosi in pecora. Scrive:
“L’interruzione volontaria di gravidanza, piaccia o no, rimane un atto pesante e grave che interroga profondamente la coscienza. In situazioni difficili, sono numerose le donne che non sanno se portare a termine o meno la gravidanza e avvertono il bisogno di parlarne con qualcuno, cercare un consiglio”. Tolta anche la pausa di riflessione, ora “le donne non trovano più alcun sostegno ufficiale al loro interrogativi di coscienza”.

Caspita! Pontier si dichiara “molto preoccupato”! Preoccupato per limitazione alla libertà di parola! Leggete che coraggio:
Questo disegno di legge mette in discussione i fondamenti della nostra libertà e soprattutto la libertà di espressione

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A questo sussulto d’orgoglio transalpino, fa eco la grande risonanza ottenuta sull’ Osservatore Romano (occhio al titolo) (QUI):
Per riflettere sull’aborto

Lettera del presidente dell’episcopato francese al capo dello Stato · Parigi, 29 novembre 2016. Ha scritto direttamente al presidente della Repubblica François Hollande l’arcivescovo di Marsiglia, Georges Pontier, presidente della Conferenza episcopale francese. Il motivo della lettera — datata 22 novembre — è la preoccupazione suscitata dall’iniziativa di un gruppo di deputati della maggioranza parlamentare che, il 12 ottobre scorso, hanno depositato una proposta di legge «relativa all’estensione del délit d’entrave all’interruzione volontaria di gravidanza». Tale proposta è tesa a condannare alcuni siti internet accusati di «indurre deliberatamente in errore, intimidire ed esercitare pressioni psicologiche o morali al fine di dissuadere dal ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza». In pratica tali siti creerebbero un ostacolo (entrave) alla libera scelta individuale. Il Governo ha stabilito la procedura accelerata per l’esame del provvedimento che dovrebbe essere discusso all’Assemblea nazionale il 1° dicembre.



Tutta qui la riflessione sull’aborto proposta dall’Osservatore Romano? Oggi, papa Francesco ha ricevuto in udienza dei politici francesi, un gruppo di eletti nella regione Rhone-Alpes, accompagnati dal cardinale Barbarin. Gliene avrà cantate quattro, come si usa dire! Leggiamo (QUI):
«Così vorrei, insieme con i Vescovi di Francia, sottolineare la necessità in un mondo che cambia, (di) ritrovare il senso della politica». I Vescovi «hanno fatto questo documento adesso, e io mi ricordo di quello di vent’anni fa, “Réhabiliter la politique”, che fece tanto bene. E adesso quest’altro, che pure farà bene. Innegabilmente, la società francese è ricca di potenzialità, di diversità che sono chiamate a diventare opportunità, a condizione che i valori repubblicani di libertà, uguaglianza e fraternità non siano solamente sbandierati in maniera illusoria, ma siano approfonditi e compresi in relazione al loro vero fondamento, che è trascendente. È pienamente in gioco un vero dibattito su valori e orientamenti riconosciuti comuni a tutti. A tale dibattito i cristiani sono chiamati a partecipare con i credenti di ogni religione e tutti gli uomini di buona volontà, anche non credenti, in ordine a promuovere la crescita di un mondo migliore. In questo senso, la ricerca del bene comune che vi anima vi conduca ad ascoltare con particolare attenzione tutte le persone in condizione di precarietà, senza dimenticare i migranti che sono fuggiti dai loro Paesi a causa della guerra, della miseria, della violenza. Così, nell’esercizio delle vostre responsabilità, potrete contribuire all’edificazione di una società più giusta e più umana, di una società accogliente e fraterna. Affidando il vostro percorso a Cristo, sorgente della nostra speranza e del nostro impegno al servizio del bene comune, invoco su di voi, sulle vostre famiglie, sul vostro Paese, come pure sui Vescovi che vi accompagnano, la benedizione del Signore». 


Senza dimenticare i bimbi/e abortiti e le mamme abbandonate a se stesse, aggiungo io! Domani, in Francia, faranno una legge che aggiunge crimine a crimine e non una parola?
Prima di ritrovare il senso della politica, BISOGNA RITROVARE IL SENSO DI DIO e poi quello delle parole: l’aborto NON è un’interruzione di gravidanza, atto pesante e grave. L’ABORTO È UN DELITTO ABOMINEVOLE!
Nei Paesi che contemplano per legge questa vera e propria strage di Stato, la democrazia è solamente una parola vuota (*)!
Cari Pastori, ve ne accorgete soltanto ora?

Sant’Andrea apostolo, prega per noi
(*) Evangelium vitae n. 70. Comune radice di tutte queste tendenze è il relativismo etico che contraddistingue tanta parte della cultura contemporanea. Non manca chi ritiene che tale relativismo sia una condizione della democrazia, in quanto solo esso garantirebbe tolleranza, rispetto reciproco tra le persone, e adesione alle decisioni della maggioranza, mentre le norme morali, considerate oggettive e vincolanti, porterebbero all’autoritarismo e all’intolleranza.
Ma è proprio la problematica del rispetto della vita a mostrare quali equivoci e contraddizioni, accompagnati da terribili esiti pratici, si celino in questa posizione.
È vero che la storia registra casi in cui si sono commessi dei crimini in nome della «verità». Ma crimini non meno gravi e radicali negazioni della libertà si sono commessi e si commettono anche in nome del «relativismo etico». Quando una maggioranza parlamentare o sociale decreta la legittimità della soppressione, pur a certe condizioni, della vita umana non ancora nata, non assume forse una decisione «tirannica» nei confronti dell’essere umano più debole e indifeso? La coscienza universale giustamente reagisce nei confronti dei crimini contro l’umanità di cui il nostro secolo ha fatto così tristi esperienze. Forse che questi crimini cesserebbero di essere tali se, invece di essere commessi da tiranni senza scrupoli, fossero legittimati dal consenso popolare?
In realtà, la democrazia non può essere mitizzata fino a farne un surrogato della moralità o un toccasana dell’immoralità. Fondamentalmente, essa è un «ordinamento» e, come tale, uno strumento e non un fine. Il suo carattere «morale» non è automatico, ma dipende dalla conformità alla legge morale a cui, come ogni altro comportamento umano, deve sottostare: dipende cioè dalla moralità dei fini che persegue e dei mezzi di cui si serve. Se oggi si registra un consenso pressoché universale sul valore della democrazia, ciò va considerato un positivo «segno dei tempi», come anche il Magistero della Chiesa ha più volte rilevato. Ma il valore della democrazia sta o cade con i valori che essa incarna e promuove: fondamentali e imprescindibili sono certamente la dignità di ogni persona umana, il rispetto dei suoi diritti intangibili e inalienabili, nonché l’assunzione del «bene comune» come fine e criterio regolativo della vita politica.
Alla base di questi valori non possono esservi provvisorie e mutevoli «maggioranze» di opinione, ma solo il riconoscimento di una legge morale obiettiva che, in quanto «legge naturale» iscritta nel cuore dell’uomo, è punto di riferimento normativo della stessa legge civile. Quando, per un tragico oscuramento della coscienza collettiva, lo scetticismo giungesse a porre in dubbio persino i principi fondamentali della legge morale, lo stesso ordinamento democratico sarebbe scosso nelle sue fondamenta, riducendosi a un puro meccanismo di regolazione empirica dei diversi e contrapposti interessi.89
Qualcuno potrebbe pensare che anche una tale funzione, in mancanza di meglio, sia da apprezzare ai fini della pace sociale. Pur riconoscendo un qualche aspetto di verità in una tale valutazione, è difficile non vedere che, senza un ancoraggio morale obiettivo, neppure la democrazia può assicurare una pace stabile, tanto più che la pace non misurata sui valori della dignità di ogni uomo e della solidarietà tra tutti gli uomini è non di rado illusoria. Negli stessi regimi partecipativi, infatti, la regolazione degli interessi avviene spesso a vantaggio dei più forti, essendo essi i più capaci di manovrare non soltanto le leve del potere, ma anche la formazione del consenso. In una tale situazione, la democrazia diventa facilmente una parola vuota.


Autore:
 Mondinelli, Andrea  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
http://www.culturacattolica.it/?id=17&id_n=39484

Commento a Marco Tarquinio, direttore de L’Avvenire – di Luciano Pranzetti

Redazione30/11/2016
Nelle affermazioni del direttore del quotidiano dei vescovi si palesa un’evidente e grave deriva teologico-etica verso un pensiero che ben si apparenta a quello modernista -luterano
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Alle Redazioni di:
Una Vox – Riscossa Cristiana
Corrispondenza Romana
Radio Spada
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zavvdf
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Gent. ma Redazione e carissimi lettori:
sento di dovervi trasmettere  quanto in appresso dirò in merito alla risposta che, a una mia ben precisa e motivata osservazione, il Direttore di AVVENIRE, il sig. Marco Tarquinio, ha reso pubblica, poiché da ciò che il medesimo scrive si palesano non tanto uno scantonamento logico e una mancata replica al tema da me  trattato, quanto un’evidente e grave deriva teologico-etica verso un pensiero che ben si apparenta a quello modernista -luterano, del che è prova la politica Vaticana già in tal senso iniziata da GP II – incontro di Paderborn (O. R. 24/25 1996) – e resa definitiva dal recente viaggio di Papa Bergoglio a Lund dove si è capito che Lutero “aveva ragione”.
Per comprendere appieno le chiose che io apporrò alla risposta del Direttore, è bene che renda nota la causa che mi indusse ad indirizzare la mia rimostranza (ché la mèsse di spunti avrebbe avuto necessità di un esteso approfondimento), un articolo, cioè, redatto sul medesimo foglio CEI in data 24/11/2016, e  così intitolato: “I dubbî di un medico” firmato: Marina Corradi. Ne riporto i tratti più rilevanti, quelli che giustificheranno le mie rispettive obiezioni.
È un ginecologo 62 enne, non obiettore, vice primario in un ospedale del Vicentino. Ha migliaia di aborti sulle spalle, nella sua lunga carriera. Ateo, simpatizzante dei radicali, dice di averlo fatto per i diritti delle donne, perché c’era una legge dello Stato, e qualcuno quel lavoro lo doveva fare. Non parla come un pentito, il medico intervistato ieri dal “Corriere della Sera”. Parla come uno che ha dei dubbî, della sofferenza, perfino della nausea davanti a quelle serie infinite di interventi uguali. Non è il solo, e neanche il primo. Ma ciò che colpisce è quando racconta del suo errore. Un giorno, trent’anni fa’, praticò un aborto, ma un mese più tardi si scoprì che la gravidanza di quella donna proseguiva. Lei, all’inizio, voleva denunciarlo. Pochi mesi dopo il dottore la incrociò nei corridoi della nursery: aveva un bambino in braccio, un bambino bruno attaccato al seno. La madre, ora, sorrideva. Quell’incontro deve essere rimasto indelebile nei ricordi del medico. “Quanti bambini mai nati potevano essere come quel piccolo?” racconta di essersi chiesto, turbato. “Ma – prosegue – mi rispondevo che sì, che era giusto. Lo era per le donne”. Quelle altre donne che peraltro quando, anni dopo un aborto, lo incontravano in ospedale, gli dicevano: “Dottore, io questa croce me la porterò nella tomba”. . . .La medesima evidenza che ha fatto vacillare un medico con mille aborti sulle spalle. . . C’è la militanza. . .come un soldato, se c’è la guerra, è pronto a partire. La sola speranza, è il perdono di Dio. Scrive il Papa nella sua Lettere apostolica Misericordia et misera: “Non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere”. E allarga in modo permanente la possibilità di dare l’assoluzione per un aborto a ogni sacerdote. . .”
A siffatto servizio, nel giorno 26 novembre c. a. mi permisi inviare al Direttore sig. Tarquinio, e all’attenzione della signora Corradi, questa mia critica osservazione:
Gentile Direttore, pietoso, veramente pietoso e “commovente” il ginecologo che sente la sofferenza del crimine di aborto. Un tipo alla “chiagne e fotte”, come direbbero a Napoli. Se davvero sente il peso dei plurimi omicidî commessi, perché non smette? Troppo comodo dichiararsi oppresso, di sentirsi la croce addosso per tutta la vita – abietta espressione quel citare la Croce abbinata al crimine – e poi continuare “obbedendo prima agli uomini che a Dio”. Vorrei dire a Marina Corradi, che ne ha scritto il 24 novembre 2016, che costui aggrava  davanti a Dio e all’umanità la sua posizione. Ma, da come si legge nel suo articolo, sembra quasi che esprimendo un rammarico senza lagrime il ginecologo omicida si senta a posto con la coscienza, giusta lettera papale Misericordia et misera. Siffatti articoli che lei pubblica, direttore, glielo dico senza remore o velamenti lessicali, sono un’esortazione a continuare la strage perché al lettore, tipi come quello descritto da Marina Corradi, ispireranno pietà facendo passare in terzo, quarto, millesimo piano, il delitto che compiono ogni volta che macellano un feto”.
Il Direttore risponde, in data 26 (?) novembre 2016 a un lettore e a me, con i complimenti al primo che si lascia andare a un espansivo panegirico sul corso pastorale dell’attuale pontificato riservando, invece, a me la seguente ramanzina in tipica “lingua di legno”, di cui riporto i due stralci più “significativi”, ove nulla argomentazione galleggia a quanto ho obiettato:
1– “Le dico subito, gentile signor (. . .), un franco “grazie” per l’apprezzamento e la libera condivisione del nostro lavoro. E a lei, signor Pranzetti, dico un altrettanto franco “mi dispiace” per come riesce a distorcere sia la parola di misericordia del Papa e della Chiesa. Non serve a un bel nulla la pura affermazione dei cosiddetti “valori non negoziabili”: vita umana, famiglia fondata sul matrimonio, libertà di educare, di pensare e di credere. Non serve perché una simile “difesa” tradirebbe e in effetti – quando è stata fatta – ha tradito la stessa intenzione che, da un punto di vista umano e cristiano, dovrebbe muoverla”.
Tarquinio, invece di elogiarmi per aver sottolineato, nel caso del ginecologo “sofferente”, la necessità per questi del ravvedimento, coniugato alla ferma volontà di non cadere più in quell’efferato peccato di infanticidio, mi risponde – me indegno del “gentile” diversamente dall’altro lettore  – sparando alle farfalle e accusandomi di distorcere le parole del Papa e della Chiesa. Deve, allora, star bene attento, perché in tal caso egli sta bacchettando anche Nostro Signore che, alla prostituta, concessole il perdono, intimò: “Va’ e d’ora in poi non peccare più!” (Gv. 8, 11); deve stare ancora attento perché, secondo il suo parere, anche il povero Zaccheo, pentendosi ma proponendosi di riparare, avrebbe distorto la volontà di Cristo col dire: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri, e se ho frodato qualcuno, restituisco quatto volte tanto”.(Lc. 19, 8). Insomma, stare alla sequela del Vangelo, spendersi per la difesa della vita mana, della famiglia naturale, della libertà ecc, “valori non negoziabili” – tra virgolette come se fossero estraneità curiose e miserande – è, per Tarquinio, non solo tempo perduto ma controproducente, addirittura un tradimento.
Nel mio definire quel tal ginecologo un tipo alla partenopea “chiagne e fotte”, mettevo in mostra l’ambiguità, in termini morali, di una persona che, pur sentendosi rammaricato per quanto abietto commesso, non se ne pente, anzi continua a delinquere convinto, forse, che siffatta compunzione emotiva e verbale sia più che sufficiente a mettere in quiete la coscienza. E proprio su  questo tema si appuntava la mia riprovazione quando citavo la Misericordia et misera. Sì, la coscienza.
Forse, a beneficio di Tarquinio, avrei dovuto far cenno a quella funesta, devastante intervista rilasciata da Papa Bergoglio al dottor Eugenio Scalfari (24 settembre 2013), perché è da quello sproloquio che ha preso maggior vigore la mala pianta del soggettivismo etico, lo stesso che traspare dalle parole del ginecologo. Eh sì, perché alla domanda del laico giornalista, pertinente il concetto di Bene e di male, Jorge Mario Bergoglio, il Papa del “buonasera” risponde: “Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male(maiuscolo!). Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene. . . e qui lo ripeto. Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il male come lui li concepisce”.
E allora qui, se c’è uno che distorce l’Etica e i 10 Comandamenti, è proprio il Papa che, eleggendo la coscienza individuale a giudice unico in foro esterno/interno, dà modo al singolo di legittimare anche le peggiori azioni con il grimaldello della “buona fede”. Il principio primo del soggettivismo etico. È ciò che, infatti, pensava Stalin – o Lutero, Castro, Mao, Hitler, fate voi –  ogni volta che si accingeva a decretare massicce purghe e deportazioni, funzionali alla purificazione e alla libertà dell’uomo.
Forse, a beneficio di Tarquinio, avrei dovuto giustificare quel ginecologo che, nutrendo serî dubbî sullo sporco lavoro svolto, si colloca nella configurazione del cristiano adulto, caro a Papa Bergoglio, il cristiano che dubita, che deve dubitare fortemente e metodicamente, anche su chi è ViaVerità e Vita. Figuratevi che càpita anche a lui, Vescovo di Roma, dubitare. . .
E allora, qui, se c’è uno che distorce la Parola del Verbo di Dio – “Non essere incredulo ma credente” (Gv. 20,27) – non sono io ma è addirittura il Sommo Pastore, colui che è inconsapevolmente il Vicario di Cristo.
Se indicare nella famiglia naturale, quella istituita da Dio e fondata sull’unione uomo/donna (Gen.2, 24 /Mt. 19, 4-6/Conc. Trento, sess. XXIV, 1), il pilastro primo della società non serve a un bel nulla in quanto pura affermazione di principio, io sento di trovarmi  – absit injuria verbis! – buona compagnìa dal momento che è “El Papa” medesimo a dire la egual cosa quando, in Santa Marta, se ne uscì, con intento magisteriale, rivelandoci che “in passato la Chiesa ha presentato un ideale teologico del matrimonio troppo astratto” (Franca Giansoldati – Il Messaggero.it, 27 ottobre 2016). E non è occasione nuova ché il sostegno a questa aberrante sciocchezza, vera eresìa, se l’era già premunito quando sentenziò che “a livello educativo le coppie gay pongono sfide nuove che per noi, a volte, sono persino difficile da comprendere” (Il Messaggero, 4 gennaio 2014), non tacendo dell’esortazione alla convivenza, preferibile esperienza prematrimoniale quale periodo di necessario rodaggio alle future responsabilità, in pratica promuovendo il peccato contro il sesto comandamento (Convegno Diocesi di Roma 18 giugno  2016).
Chiedo, pertanto, al Direttore Tarquinio, chi sia il soggetto che distorce la perenne dottrina della Chiesa e se in queste eversive e sovvertitrici parole del Pontefice, e non mie, non ravvisi  gravissima offesa al Signore che, quanto ai sodomiti, è noto il trattamento che riservò in quel di Gomorra e dintorni.
2– “Non a caso Benedetto XVI amava definirli più propriamente “principî irrinunciabili”. Principio è una parola che ha in sé l’idea di origine, di inizio. È ciò che avvìa un processo e gli dà senso, come direbbe Papa Francesco. Ma anche valore – lo sappiamo – è una bellissima parola, che non ha neppure bisogno di essere spiegata. L’una e l’altra sono parole di cammino e però possono essere fatte deragliare nel significato e capovolte nella direzione. Insomma, sono vere solo se non diventano il coperchio parolaio” – cioè formale, astratto, moralistico – di una “pentola del niente” dal punto di vista della vita concreta”.
Caro Tarquinio, non è davvero l’emerito Papa cardinal Ratzinger il puntello, il fulcro su cui lei deve far leva perché in quanto ai principi irrinunciabili, o ai valori non negoziabili e alla loro difesa, non è lui il soggetto che possa esserne additato quale paladino. Parlò di relativismo, indicandolo come il germe perverso della scristianizzazione dell’Occidente, e poi organizzò Assisi 2011, andando a far comunella irenistica con confessioni false e bugiarde; parlò di restauro della liturgìa, e poi lasciò che chitarre, bongos, balletti fossero corredo urlante della Santa Messa: parlò di santità dei sacramenti, e poi si fece “segnare” la fronte, con una tintura terrosa, da uno sciamano; parlò a Ratisbona di fede e di primato della Chiesa, e poi chiese scusa all’Islam e sostò a pregare nella Moschea Azzurra di Istanbul; chiese, al momento della sua elezione, preghiere perché non fuggisse davanti ai lupi, e poi, causa una “ingravescente aetate” – latino di comodo! – abbandonò la barca di Pietro al primo guaito di qualche bòtolo; commentò il Credo affermando la verità di Dio Creatore, e poi nominò patrono dell’Università Lateranense ( Luteranense?) il fraudolento paleontologo,  gesuita, darwinista, massone ed eretico Pierre Teilhard de Chardin, caldamente consigliandone lo studio (J. Ratzinger: Introduzione al Cristianesimo – ed. Queriniana 2005, pag. 77, 226, 294, 309). E non diciamo di quella vetrina vip, patinata e radicaleggiante, il famoso quanto sterile “Cortile dei Gentili” di cui si cercano ancora resti, esiti, tracce di conversioni che, semmai, vista l’escursione turistico-pagana del cardinal Gianfranco Ravasi danzante sileno in onore di Pacha Mama – la Grande Madre inca – in quel delle Ande cilene (Novembre 2014), raccontano qualcosa di contrario.
Principî o valori, parole di cammino:  capziosa e vacua definizione cara ai modernisti liberalmassoni,  per dire che i siffatti termini sono di tipo evolutivo, che seguono e si adattano al mutar dei tempi umani seco mutando i dogmi; discorso bizantino che sfuma ed elude il tema che io ho posto con la mia obiezione. Ma il Direttore, con fare e dire di chi la sa lunga, conclude la sua lezioncina riportando,: [la risposta data nel marzo 2014 da Papa Francesco a una domanda di Ferruccio de Bortoli, allora direttore del “Corriere della Sera”: “Non ho mai compreso l’espressione valori non negoziabili. I valori sono valori e basta, non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia uno meno utile di un altro. Per cui non capisco in che senso vi possano essere valori negoziabili”. Ce ne vuole, signor Pranzetti, per pensare che si tratti di una resa, e non di una chiamata a non fare a pezzi la vita propria e degli altri e non fare una difesa della vita a pezzi].
Intanto ‘valore’ è termine che indica e copre varie categorìe sicché abbiamo i valori bollati, i valori monetarî, i valori immobili, i valori sociali, familiari, culturali…  potendo, quindi, parlare di “sistemi di valori” e di “scala di valori”, con che si ammette in alcuni un pregio maggiore che in altri. In quanto “valore” (valor- oris lat. tardo, der. di valere), esso contiene la connotazione della valutazione, del confronto, della negoziabilità, del baratto, dello scambio alla pari o al conguaglio. Nel caso nostro in questione, la Chiesa fino a ieri dichiarava “valori non negoziabili” quelli che posseggono un’intrinseca e universale importanza così alta, intangibile, unica e preziosa – come, nella fattispecie, la dignità della persona fin dalla sua iniziale formazione (Sal.138, 13) – da non poter mai esser immessi sul mercato delle dottrine e dei comportamenti.
Ora, che il Papa dichiari di non aver mai compreso l’espressione ‘valori non negoziabili’, come e qualmente quella dei ‘valori negoziabili’, dimostra che, nella sua visione della realtà i valori, se esistono, sono tutti neutri di cui alcuni più neutri degli altri. Ed allora non si spiega – anzi, sì – perché se ne stia lontano dalle manifestazioni Pro Vita – Pro Familia, preferendo la pastorale compagnìa dell’abortomane Emma Bonino, dell’ateo Scalfari Eugenio, del comunista Evo Morales, nel gaudio dell’applauso della B’naï B’erith, del Davos Forum, del GOI, del complesso LGBT, cioè di tutta quella parte dell’umanità che tira verso le cose di quaggiù, “quelle di lassù” (Col. 3, 2) essendo toppo lontane. La verità è che, per lui, esistono valori e valori e, disgraziatamente per la Cattolicità di cui è capo, quelli sopra citati sono gli unici che riconosce, alla faccia de teorema: “i valori sono valori e basta”.
E se alto è il valore della vita che riveste la persona umana, infinitamente alto è il ‘valore’ della dignità divina di Cristo. Eppure, eppure, il Papa ci ha fatto capire che anche questo è, in fondo un valore e basta, né negoziabile né non-negoziabile. Tanto è vero che il 16 giugno 2016, durante il Convegno Ecclesiale Romano, commentando l’episodio evangelico dell’adultera (Gv. 8, 13), producendosi a braccio, è riuscito a dire che “Gesù non era pulito. . .ha mancato la morale. . .fa un po’ lo scemo”. Che non è il massimo del rispetto per la Seconda Persona della Santissima Trinità. Tanto per dire che Cristo è un valore come tanti.
Ce ne vuole, Direttore, per non pensare che si tratti di cialtroneria blasfema e di vergogna. Sicché, prima di stilare sciocchezze, quali quelle che quotidianamente galleggiano e pullulano su AVVENIRE, si dia una ripassata ai fondamenti della logica prima e della dottrina cattolica poi. O viceversa.
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Santa Marinella, 29 novembre 2016.                                                   In Christo et Maria Matre ejus.
Prof. Luciano Pranzetti

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