ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 23 novembre 2016

Un punto di partenza, per dove?

Povero matrimonio, dopo AL 

Sul misericordismo e i danni che continua a mietere

di Marco Manfredini
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zdstrVorrei commentare alcuni passaggi significativi di un articolo comparso su Noi famiglia & vita, supplemento di Avvenire del 30 ottobre (1), per capire dove sta andando la CEI.
Si inizia con una minaccia:
Amoris Lætitia non è un punto d’arrivo ma è un punto di partenza. Il testo, pur ampio e articolato, non intende mettere la parola fine dopo l’intenso lavoro sinodale.
Ampio è ampio, non c’è che dire: duecentosessantaquattro interminabili pagine. Che non intenda mettere la parola fine sull’argomento è un po’ riduttivo però; ci si aspettava una sintesi che mettesse chiarezza ed un minimo di ordine al caos sinodale, invece ne è uscito un documento che ha elevato la confusione e l’indeterminatezza a metodo, con l’aggravante di essere atto di magistero.

La prima novità che affascina e destabilizza è il linguaggio usato da papa Francesco; un linguaggio curvato sulla realtà, realistico e creativo, de-idealizzante e de-ideologizzante.
“Linguaggio creativo” in un documento di magistero? “De-idealizzante” e “de-ideologizzante”? Se utilizzare a profusione termini-chiave in modo appositamente ambiguo perché si prestino alle più svariate interpretazioni, aprendo la porta ad una prassi eterodossa ma lasciando l’illusione di una continuità col magistero precedente, se tutto questo si può definire “linguaggio creativo”, va bene.
Sul “de-idealizzante” la partita è aperta, visto che nella AL si afferma sia una cosa che il suo contrario, secondo il più classico schema di bipensiero (2):
Altre volte abbiamo presentato un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono. [AL, 36]
E successivamente:
 […] in nessun modo la Chiesa deve rinunciare a proporre l’ideale pieno del matrimonio, il progetto di Dio in tutta la sua grandezza. [AL, 307]
Il risultato, tradotto fuori dalle paludi semantiche dell’ecclesialmente corretto, è che il progetto di Dio è troppo astratto per le famiglie moderne; meglio aggiornarlo, anziché combattere contro, sottolineo contro, il nefasto progetto di famiglia che la modernità prepotentemente ci presenta.
Il fatto poi che vengano utilizzate una serie di parole svuotandole del loro significato più pieno, per fare scivolare la meravigliosa proposta cristiana sulla famiglia verso la triste e autodistruttiva deriva che propone, e ultimamente impone, il mondo, appare come un’operazione tipicamente ideologica. Altro che de-ideologizzante.
Le parole incriminate, strumento di questo “trasbordo ideologico inavvertito”(3) sono quelle già più volte denunciate:accogliere, accompagnare, discernere, sfide, fragilità, la stessa misericordia, e via dicendo(4).
L’intento di fondo di Amoris Lætitia è quello di attivare una ricerca teologica nuova, realistica e creativa, che eviti soprattutto il rischio del massimalismo morale, che ha caratterizzato una parte significativa della riflessione teologica.
A parte l’annotazione che dovremo aggiungere all’elenco dei termini pericolosi anche creativo, tradotto in “capace di trovare vie alternative per demolire l’insegnamento di Cristo senza dare troppo nell’occhio”, se c’è una cosa che non si è vista in questi ultimi decenni all’interno della Chiesa è stato proprio il massimalismo morale. Anzi, a dire il vero se ne inizia a sentire un po’ la mancanza, visto che ormai il popolo cristiano non sa più effettivamente cosa sia bene e male, e quali riferimenti prendere per districarsi in questo relativismo tanto caro ai nemici della vera fede, relativismo che ha conquistato annebbiandole anche molte intelligenze all’interno del clero.
L’Amoris Lætitia non è un capriccio passeggero di un Papa illuminato, ma nasce dall’aver accolto una riflessione di una Chiesa viva, sollecitata da una doppia consultazione di popolo.
Illuminato? Per aver dato alle stampe un’esortazione che ha gettato nel panico quel poco di autentica cristianità che rimane? Un documento che era atteso perché facesse la carità di chiarire, e che al contrario ha definitivamente confuso il già confuso e disorientato mondo moderno?
Inoltre: una doppia consultazione di popolo? Cos’è diventata la Chiesa, un’istituzione referendaria? Se di questo si tratta, di certo col Sinodo ha vinto il Sì al modernismo(5).
Un rischio teologico è quello di attendersi nuove norme, o puntuali applicazioni normative, mentre l’esortazione è già sufficiente per avviare un profondo rinnovamento della prassi pastorale.
Infatti abbiamo visto: nella prassi ognuno può fare ciò che crede, senza più alcun riferimento alla norma, ritenuta ormai apertamente ideale troppo astratto.
[…] la dottrina va sempre interpretata nelle situazioni concrete confermando il primato della persona sulla legge, il primato del soggetto sull’oggettività della norma e non sulla norma, il primato dell’unità sul conflitto contro la cultura della separazione, perché grano e zizzania convivono insieme.
“Il primato del soggetto sull’oggettività della norma”, somiglia molto alla definizione di soggettivismo, ovvero di relativismo, e non ha nulla a che vedere con l’insegnamento cristiano, dove la norma non è una regola fine a se stessa posta allo scopo di limitare la libertà dell’uomo, ma è parte integrante della Verità rivelata, e il “soggetto” è veramente libero solo quando sceglie di aderire alla norma, che non per niente è oggettiva, cioè che si attiene ad una realtà data.
In questo senso sancire la superiorità del soggetto equivale ad alzare bandiera bianca al nemico, e nessuno si scandalizzi di questa parola(6).
“Il primato dell’unità sul conflitto” e l’avversità per “la cultura della separazione” sono altre espressioni che non appartengono all’insegnamento della Chiesa, ma piuttosto a quell’umanitarismo che sarebbe da annoverare sempre tra i nemici, forse il peggiore, come ci ha mostrato Benson(7).
Quanto al grano e alla zizzania, c’è bisogno di ricordare che quest’ultima viene sì lasciata crescere, ma solo per raccoglierla e bruciarla al momento opportuno, per non arrecare danno al grano(8)?
Oggi alla Chiesa è chiesto un grande impegno di accoglienza e di accompagnamento delle coppie ferite, ma al tempo stesso una rivoluzione del linguaggio che superi gli angusti schemi del lessico precettistico e sia capace di dialogare con la cultura postmoderna, rendendo ragione in modo efficace e fondato della bellezza del matrimonio cristiano.
Accoglienza e accompagnamento sono due di quelle parole-trappola su cui non vale la pena di soffermarsi oltre.
La rivoluzione del linguaggio è necessaria perché col vecchio linguaggio di sempre non c’era spazio per le ambiguità, il che rendeva impossibile divincolarsi dall’oggettività della norma in modo strisciante, senza cadere in manifesta eresia. Cosa che si può fare col nuovo linguaggio rivoluzionato, un linguaggio che pare quanto mai azzeccato definire come biforcuto. Obipensiero, come abbiamo già visto.
Per farne un altro esempio, ecco il primo pensiero:
Si tratta di sfide di grande portata non solo per il rinnovamento della pastorale familiare, ma anche della teologia morale, che si trova di fronte all’affermazione del papa per cui non esiste più una norma fissa rigidamente applicabile a tutti i casi. Il che significa discernimento indispensabile per valutare “caso per caso” che misura la maturità di tante coppie ferite, fino a capire se e quando dopo un percorso di penitenza, di preghiera, di conversione, sono pronte ad accogliere quella straordinaria medicina per i malati che è l’Eucarestia.
Ed ecco il secondo, attaccato al primo:
 Il “caso per caso” non coincide in modo relativistico con un’etica della situazione; piuttosto richiede la saggia capacità di incarnazione e discernimento.
Questo è ciò che si chiama anche truccare le carte, perché il valutare “caso per caso” è innegabilmente, indiscutibilmente, inconfutabilmente uguale all’etica della situazione. Cioè al relativismo.
Degna di nota in tal senso è anche la seguente affermazione:
L’esortazione Amoris Lætitia è un testo lungo scritto con linguaggio semplice e creativo, non rinuncia a nulla della tradizione ma tutto viene reinterpretato.
Attenzione, di nuovo il linguaggio creativo: guardatevi le spalle. Infatti, traducendo: AL non rinuncia a nulla, ma tutto viene sterilizzato, viene reso innocuo.
Purtroppo la norma che è insita nella nostra fede non è mai innocua. E’ dolorosa, a volte molto, come solo la Verità sa essere(9). Ma lo è per la nostra salvezza. La Chiesa del 2016 vuole essere più buona di Gesù, e si inventa che l’uomo può salvarsi anche senza di Lui, senza aderire ai suoi insegnamenti. Ma questa non è misericordia, è l’inganno del misericordismo, pericolo mortale per le anime, di cui i pastori e gli intellettuali “aggiornati” di questi tempi dovranno rendere conto un giorno.
La si potrebbe definire un’ermeneutica della teologia della famiglia nella postmodernità.
Effetto scatole cinesi: ermeneutica dell’ermeneutica dell’ermeneutica… e nessuno ci capisce più niente in questo caos interpretativo.
 Accogliere, accompagnare-discernere-integrare l’amore fragile è il file rouge di questo documento, che rinuncia all’elencazione delle norma e delle eventuali sanzioni. La realtà postmoderna non si lascia sistemare; ecco perché era necessario un documento di teologia incompiuta e in ginocchio.
A parte che fil rouge si scrive senza la “e”, qua troviamo il sunto di tutto il programma. Si parte con un concentrato mai visto di parole-trappola, che ad orecchio accorto da sole basterebbero per andarsi a dedicare a qualcosa di più utile:
– Accogliere
– Accompagnare
– Discernere
– Integrare
– Amore fragile
Se questo è il fil rouge del documento, è come se fosse un’autodenuncia: “alziamo le mani e ci consegnamo alle autorità del mondo. Siamo colpevoli di inutilità, arrestateci. Anzi, integrateci, che facciamo prima”.
Sensazione che si conferma proseguendo con la “rinuncia all’elencazione della norma”, fatto di grave colpevolezza per un pastore; si rafforza ulteriormente con “La realtà moderna non si lascia sistemare”, quindi è da accettare così com’è, in tutta la sua dissoluzione, con buona pace del sale della terra.
E infine le ultime parole, che lette nel contesto tolgono qualsiasi dubbio anche al più incallito ottimista. Se fossimo rivolti a Dio, sarebbe abbastanza normale dire che la teologia è per forza incompiuta e da farsi in ginocchio. Ma qua, anche se sembra incredibile, si parla di teologia incompiuta ed in ginocchio nei confronti della realtà postmoderna; si piega lo studio e la conoscenza di Dio al capriccio umano, che mai come nella postmodernità ha raggiunto  abissi così profondi di depravazione e pericolosità.
Viene in mente Paolo VI al Concilio:
La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio.
[…] anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo(10).
Tornando al nostro articolo:
Ma, ed è il nucleo centrale della teologia incompiuta e in ginocchio, al n. 304 dell’esortazione, si afferma che «le norme generali non possono abbracciare tutte le situazioni particolari». È qui che si sviluppa la teologia incompiuta e in ginocchio di Bergoglio, quando mette al centro il tema della misericordia. Il paradigma della misericordia richiede di integrare tutti perché “nessuno può dire il mio matrimonio va bene”.
Questa non è misericordia. E’ massimalismo buonista: come si fa a mettere sullo stesso piano uno che ha litigato la sera prima con la moglie, ed uno che ha divorziato perché voleva sposarsi con un’altra (o un altro), ed usare questo come giustificazione alla morale situazionista del “caso per caso”? Se è a causa di una teologia incompiuta, sarà bene recuperare un po’ di sano magistero preconciliare e portarla a compimento. Se la teologia è inginocchiata verso l’uomo, sarà bene girarsi ed inginocchiarsi dall’altra parte, cioè verso Dio. Molte cose si potrebbero aggiustare.
È invece chiaro l’intento dell’esortazione: aiutare la persona perché possa tornare alla vita piena di Gesù. […] Dobbiamo infatti accompagnare la città dell’uomo come è realmente.
Non è affatto chiaro che l’intento sia questo. Dopo quanto letto ed analizzato sembra più che l’intento sia di far compiere un salto di paradigma alla Chiesa, ponendola al servizio dell’uomo più che al servizio di Dio. Ma di chiese come questa, pronte a benedire qualsiasi orripilante conquista della modernità, il mondo ne è già pieno, e non sa cosa farsene.
Per far questo occorre abbandonare le rigidità dottrinali pur senza abbandonare la norma, per riconoscere il primato della persona e la centralità della coscienza che deve essere coinvolta nella prassi della Chiesa (Cfr. AL 303). Quindi, ne va incoraggiata la maturazione, accompagnandola ad un discernimento sempre più responsabile (Cfr. AL 303), con misericordia e pazienza lungo le possibili tappe di crescita verso il bene possibile (Cfr. AL 308). Non dunque l’idea, ma la persona al centro.
L’insegnamento di Gesù, in particolare quello chiarissimo sul matrimonio(11), sarebbe dunque l’idea che si può mettere da parte in favore della persona, come se queste due cose fossero in contrasto? L’insegnamento di Gesù, la sua legge, è in favore della persona, più di qualsiasi altra cosa.
Inoltre di tutto si è visto in questi ultimi decenni, fuorché atteggiamenti di “rigidità dottrinale” da parte del clero. Si insiste nel voler abbandonare cose già abbandonate, con esiti nefasti, cinquanta anni orsono; che invece non sia ora di recuperarle?
Una svolta nel linguaggio e nell’approccio personalistico più che di contenuti, che potrebbe scontentare tutti: sia i progressisti sul tema del gender o sull’omosessualità o sull’utero in affitto, sia i conservatori che non mancheranno di tirare la giacchetta a loro favore affermando che nulla è cambiato, dimostrando di non essere in grado di comprendere fino in fondo o di non voler vedere, la profonda novità del processo d’inculturazione che l’esortazione ha aperto, senza più possibilità di ritorno.
Per il famoso principio di eterogenesi dei fini, accade che quando si cerca di accontentare tutti, tutti vengono scontentati: sia i progressisti, che come dice il nome vogliono progredire sempre di più (verso l’abisso), sia i conservatori, che non si sa come facciano ad affermare che nulla è cambiato.
Mancano all’appello i reazionari, che invece si sono accorti che sta cambiando molto, e forti di una tradizione consolidata, di una robusta teologia di stampo tomista, di una fede piccola, semplice ma inscalfibile, dei sacramenti e della Santa Messa di sempre, sembrano essere rimasti gli unici a denunciare che il re è nudo. Cioè il Santo Padre è in ginocchio, ma dalla parte sbagliata.
Per tornare al discorso iniziale, chiudendo il cerchio, abbiamo il timore che l’AL non sia né un punto d’arrivo né un punto di partenza, ma piuttosto un punto di non ritorno: verso lo scioglimento e l’incorporamento nella città dell’uomo. Verso l’inutilità totale dovuta alla perdita di sapore. Verso la protestantizzazione e dunque l’annullamento.
La Chiesa è sempre stata ferma nella dottrina e misericordiosa nella prassi pastorale. Questa Chiesa misericordista invece è diventata confusa nella dottrina perciò inconcludente nella prassi.
Nella Chiesa misericordista, nell’anno della misericordia, la vera misericordia, che comporta annuncio di Verità, è scomparsa.
Il minimo che può succedere, è che sorga qualche dubia.
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NOTE
(1) “L’indissolubilità va difesa senza farne una prigione” di Laura Viscardi e Claudio Gentili.
(2“Lo chiamavano “controllo della realtà”. La parola in neolingua era: “bipensiero””.
 “Il bipensiero implica la capacità di accogliere simultaneamente nella propria mente due opinioni tra loro contrastanti, accettandole entrambe”.
 Da 1984, George Orwell.
(3) http://www.pliniocorreadeoliveira.it/docs/trasbordo-i-deologico.pdf
 (4http://www.riscossacristiana.it/le-parole-che-ti-fregano-mini-dizionario-semiserio-del-pensiero-ecclesialmente-corretto-ai-tempi-di-francesco-di-marco-manfredini/
(5“Sintesi di tutte le eresie” secondo S. Pio X.
 (6Gesù ha detto: “Amate i vostri nemici”, non ha mai detto “non abbiate nemici”, come va predicando la nuova chiesa.
 (7“Ma è certo che, in Europa e in America, la lotta aperta è quella tra il cattolicesimo e l’umanitarismo”.
“Occorre però tenere presente che l’umanitarismo è anch’esso una religione o, meglio, lo sta diventando; è una religione priva del soprannaturale, è un’altra forma di panteismo. Subisce l’influenza della massoneria e, passo passo, si sta formando un proprio rituale e un proprio credo: l’uomo è Dio, eccetera, eccetera”.
“Percy si accorgeva, per esempio, che l’umanitarismo tentava d’eliminare il dolore, mentre la fede divina chiedeva d’abbracciarlo, per cui anche le cieche sofferenze di creature pazze rientravano nel piano stabilito dalla volontà del creatore”.
Da Il padrone del mondo, Robert H. Benson.
(8) “Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avver-rà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti”. (Mt 13,37-42)
(9) “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”. (Mt 5,11)
 “Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome”. (Lc 21,12)
 “Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome”. (Lc 21,16-17)
 (10Allocuzione del Santo Padre Paolo VI durante l’ultima sessione pubblica del Concilio Ecumenico Vaticano II, Martedì, 7 dicembre 1965
(11) “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio”. (Mc 10, 11)

– di Marco Manfredini

Redazione23/11/2016

Misericordia et misera e la Marcia per la Vita. Il commento di un lettore e la risposta di Elisabetta Frezza

Le ragioni delle dimissioni dal Comitato Marcia per la vita.

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Premessa
Tra i molti commenti inviati dai lettori dopo la pubblicazione dell’articolo Il Giubileo della misericordia. In cauda venenum, ne evidenziamo uno in particolare, scritto oggi, ore 10.51, dal lettore Egidio:
Gentile avv. Frezza, la ringrazio per il suo articolo, ha una chiarezza che mi è stata molto utile. C’è davvero nulla da aggiungere. Però mi permetto di chiederle una cosa, io ero tra i tanti alla Marcia per la vita lo scorso maggio. Con mio dispiacere e credo anche di tanti altri la marcia si era conclusa andando a dare omaggio a Bergoglio, e anche mesi fa sapevamo già che tipo era. Lei, se non sbaglio, che ha scritto questo articolo così chiaro e direi sferzante, fa anche parte del comitato organizzatore della Marcia. Allora mi scuserà ma io vorrei chiederle di capire come fa a essere tra gli organizzatori di una manifestazione che rende omaggio a Bergoglio e insieme essere una critica così efficace di Bergoglio e del disastro generale della chiesa. La ringrazio. Egidio
Abbiamo chiesto a Elisabetta Frezza di rispondere a questa domanda, perché ci pare di interesse generale. Qui di seguito riportiamo la sua risposta al lettore.
PD
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zmr3.
Gentile signor Egidio,
Lei tocca un punto dolente.
L’approdo della Marcia a San Pietro ha un grande significato simbolico, che nella temperie attuale è in grado di assorbire tutti i buoni propositi e le belle intenzioni di un evento che era nato sotto i migliori auspici.
Le posso dire che si è trattato anche per me di una circostanza dirimente, al punto che mi ha spinto definitivamente a dare le mie dimissioni dal Comitato.
La conferma della insostenibile contraddizione sottesa a quel gesto, la si è avuta, puntuale come un orologio svizzero, le ultime due volte della Marcia sotto il pontificato di Bergoglio.
A prescindere dal siderale disprezzo da costui dimostrato in diretta per la causa della vita, relegando un beffardo cenno di saluto ai suoi difensori, giunti a Roma da ogni parte d’Italia, in coda a un elenco interminabile di nominativi improbabili, dalla parrocchia di San Mamante al coro di Suzzara (e non è uno scherzo), va infatti registrata la sinistra coincidenza spazio-temporale con due eventi di grande impatto mediatico andati in onda in Vaticano negli stessi giorni della marcia (il Vaticano, come Lei sa, è mantenuto come sede di rappresentanza per le iniziative pseudo-umanitarie, ecologiste, transumaniste o variamente blasfeme utili a servire la nuova causa, più che mondana, mondialista, dell’inquilino di Santa Marta).
Ebbene, subito dopo la marcia del 2015, ha ospitato l’abbraccio in mondovisione tra Jorge Mario Bergoglio ed Emma Bonino al cospetto di migliaia di bambini per la Fabbrica della Pace (evidentemente scampati ai trattamenti della signora e alle sue pompe da bicicletta), come può vedere cliccando su ANSA; subito prima di quella del 2016 ha spalancato le sue porte al convegno transumanista internazionale in cui il fior fiore dei tecnoscienziati all’avanguardia ha potuto esporre i gloriosi traguardi raggiunti (cliccare su Corriere della Sera). Contro l’uomo e contro il piano della creazione di Dio.
zbrbnAd ogni buon conto, e per onor di verità, rendo pubblici qui di seguito alcuni stralci della lettera con cui ho accompagnato e motivato le mie dimissioni dal Comitato, all’indomani dell’ultima marcia.
«[…] Già da qualche tempo, in verità, avvertivo la marcia allontanarsi progressivamente dal suo integro spirito originario, quello spirito – per intenderci – che si respirava all’inizio perché tanto compiutamente era condensato nelle parole e negli scritti di Mario Palmaro, sia pubblici sia tra di noi.
Ma la piega improvvisa presa dall’ultima edizione della marcia mi ha confermato per facta concludentia un cambio di rotta decisivo. Mi riferisco ovviamente al coronamento della manifestazione in San Pietro. In quel frangente l’essere parte del Comitato – anche se non direttamente responsabile della decisione, che ha colto me come altri del tutto impreparata – mi ha generato non poco imbarazzo. Resta comunque il fatto che anche in precedenza non ho mai compreso la premura di non alienarsi le simpatie di persone, di gruppi, di associazioni, di prelati assestati su posizioni eterodosse – e per il nostro tema eterodosse vuol dire, alla fin fine, cooperatrici di morte – pur di aumentare, o perlomeno non intaccare, i numeri dei sostenitori […].
Ho sempre ritenuto che, nel panorama odierno di confusione somma e sommo degrado morale e intellettuale, il ruolo che la marcia avrebbe dovuto avocare a sé – capitalizzando un successo già in qualche modo consolidato – fosse quello di tenere acceso un lume di verità, scarna ma scolpita, e di guidare i suoi seguaci sull’unica retta via, dove ormai manca ogni segnaletica senza che nessuno si prenda la briga di ripristinarla. E se ciò avesse comportato perdere per la strada alcuni (o tanti) tiepidi plasmati alla scuola democristiana, pazienza. Anzi, tanto meglio […]. Magari, col procedere implacabile del moto dissolutorio, qualcuno a un certo punto avrebbe aperto gli occhi, sarebbe tornato indietro, e avrebbe riconosciuto agli integralisti tetragoni una qualche ragione.
La Marcia per la Vita (vita tout court, non solo aborto), per come la concepisco io, ha il compito di risvegliare le coscienze alla sua difesa integrale, contro tutti i suoi nemici. Questi nemici – sappiamo – spuntano ora da tutte le parti e indossano le divise più varie. Soprattutto indossano le cravatte e i tailleur della politica (specie democristiana) e dell’associazionismo para-cattolico, indossano i camici bianchi della sanità necrofila e oggi – ancor più soprattutto – indossano i paramenti della neochiesa apostata e invertita. La saldatura tra tutti questi mondi è evidente, e i peggiori nemici della vita, i più insidiosi, appartengono all’ambito ecclesiale […].
Chi ha la sacrosanta ambizione di promuovere una vera cultura della vita e, in suo nome, di esortare un popolo a ritrovare il vigore per armarsi in difesa degli innocenti indifesi, non può non indicare chi sono questi nemici. E ancor più chi sono, tra questi, i traditori che nel corso degli ultimi decenni, dietro la maschera dei buoni, hanno lavorato giorno e notte per spegnere ogni resistenza allestendone una di mera facciata. Sì che il male potesse dilagare indisturbato […].
Non è concesso, per nessun motivo, fuorviare o ingannare le persone. Non si può essere latori di una doppia verità: una da professare ad intra, un’altra da spendere ad extra. Ricordo con disagio le due specie di volantini distribuiti negli anni scorsi a seconda dei destinatari: uno con la faccia di Jorge Mario Bergoglio, l’altro senza. O il tributo resogli con la immancabile citazione, estrapolata volta per volta dal corpo sconnesso di qualche suo intervento […].
Con la marcia era stato costruito un razzo dotato di grandi potenzialità, le quali oggidì avrebbero potuto manifestarsi persino oltre quelle iniziali. Ma quel razzo ha cambiato direzione in volo e sta mancando clamorosamente l’obiettivo.
Ne è prova il fatto che la sua rotta è giunta a lambire e addirittura a blandire il vertice di quel Movimento per la Vita in opposizione al quale era stato lanciato nell’orbita pro life. Il monopolio del Movimento di Casini e di Gigli, con la loro vergognosa promiscuità al male – la 194 è una buona legge, la 40 la loro cappella sistina e via aberrando – è, appunto, la causa dell’avanzamento prepotente e indisturbato di ogni teoria e pratica di morte nel nostro paese, sempre consumato all’ombra e al soldo della CEI. Questi signori, insieme ai loro complici, mandanti ed esecutori, hanno una responsabilità immane; per dirla in termini icastici, ma veritieri, hanno le mani grondanti di sangue innocente […].
Non mi resta che prendere atto, quindi, della nostra divergenza nell’interpretare la realtà attuale, della società e della chiesa, che si proietta nel modo di concepire la buona battaglia e la marcia per la vita in particolare. Sicché, per onestà e in coscienza, non posso sostenere oltre un compito che sento non corrispondere più alla mia sensibilità e alle mie esigenze più profonde».
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In conclusione, gentile signor Egidio, è necessario prendere atto della assoluta veridicità della seguente amara constatazione, la cui paternità mi sfugge: «Un tempo si facevano le battaglie con la Chiesa; poi le abbiamo fatte senza la Chiesa; alla fine ci ritroveremo a farle CONTRO la Chiesa». E del fatto che oggi siamo arrivati, indiscutibilmente, alla terza e ultima fase della trilogia.
In questo scenario da vertigine non c’è più lo spazio né il tempo per la diplomazia.
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Elisabetta Frezza
Redazione23/11/2016

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