ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 26 dicembre 2016

Cupio non dissolvi

IL VERO CONTRO IL RELATIVISMO 

    Dobbiamo ritrovare il concetto e il criterio del vero per uscire dalla palude del relativismo.Cosa sia il vero lo abbiamo sempre saputo fino a quando la cultura del sospetto e deliri della modernità non ci hanno confuso le idee 
di Francesco Lamendola




Come figli di quella civiltà moderna di cui andiamo così scioccamente fieri, ma che dovremmo chiamare, piuttosto, la prima, compiuta anti-civiltà della storia, stiamo sprofondando sempre di più nella palude del relativismo; e, benché vediamo le conseguenze disastrose che ciò comporta, non facciamo nulla per tentar di uscirne, anzi, si direbbe che facciamo di tutto per affondare ulteriormente, come se fossimo afferrati dal demone del cupio dissolvi, da una masochistica, selvaggia euforia di auto-distruzione.
Eppure, la strada per uscire dalla palude c’è, lo sappiamo bene, e sappiamo anche da quale parte dovremmo cercarla: nel ritrovare il concetto e il criterio del vero, perno di ogni certezza, presupposto di ogni sapere, condizione indispensabile per qualsiasi costruzione sociale, politica, economica, culturale, senza di cui nulla si può fare, progettare, costruire, che non sia viziato e minato da una terribile, insuperabile fragilità, da un peccato originale che porterà a cattivo fine qualunque iniziativa, per quanto intrapresa con entusiasmo e generosità..
Che cosa sia il vero, lo sapevamo, lo abbiamo sempre saputo, fino a quando la cultura del sospetto, la presunzione del razionalismo, le fumisterie dell’idealismo, le farneticazioni dell’esistenzialismo, e tutti gli altri deliri e sproloqui della modernità, camuffati da profonde esplorazioni e spacciati per sottili ragionamenti, non ci hanno confuso le idee sino al punto da non vedere anche le cose più solide e ovvie, da smarrire anche il puro buon senso: il vero è, per dirla con san Tommaso d’Aquino (che si rifaceva al filosofo egiziano-giudeo Isaac Israeli ben Solomon), adaequatio rei et intellectus, cioè concordanza fra la realtà e il giudizio.
Per essere ancora più precisi: il vero consiste nel conformarsi del giudizio (del discorso) alla cosa, e della cosa all’intelletto. In altre parole, i passaggi sono due, come in un movimento di andata e ritorno: il giudizio si pronuncia sulla natura della cosa, e questa trova una rispondenza in ciò che l’intelletto conosce. Per esempio: il mio giudizio afferma che le biglie di vetro che ho qui sul tavolo sono due; e l’intelletto riconosce il concetto di “due”, ossia comprende che cosa significhi il giudizio espresso circa la natura della cosa. Se il giudizio fosse esatto, ma non trovasse rispondenza in ciò che conosce l’intelletto, il vero resterebbe inconoscibile, tagliato fuori dalle nostre capacità di comprensione. Ecco perché si dice che la nostra intelligenza ordinaria è di natura discorsiva: perché non si limita a formulare dei giudizi, per quanto oggettivi e motivati, ma li articola in un discorso che risulta comprensibile all’intelletto. In un certo senso, è la stessa cosa che si verifica con i sensi, ad esempio con il senso della vista: non basta vedere le cose e vederle esattamente, bisogna anche che l‘occhio, e, attraverso di esso, il cervello, le “riconosca (ciò che non si verifica, ad esempi, quando siamo talmente assorti in un pensiero intimo”, da non riconoscere le cose che si stanno intorno, pur avendole davanti agli occhi); altrimenti, noi vedremmo, ma sarebbe come se non vedessimo nulla, perché vedere non è solo posare lo sguardo su un determinato oggetto, ma riconoscere quel che si vede e collocarlo nella propria mappa concettuale.
In fondo, si tratta di concetti relativamente semplici: per averli smarriti con tanta facilità bisogna proprio che la cultura moderna abbia dispiegato tutte le sue risorse per confondere le idee più chiare e intorbidare i concetti più trasparenti. Fra le altre cose, gli intellettuali moderni hanno riservato il loro disprezzo per la cultura medioevale, che di tali problemi si era specialmente occupata: come ammettere che si possa imparare qualcosa da quell’età buia e ignorante? Se la filosofia moderna non fosse stata così superba e altezzosa nei confronti di quella medievale, forse non avrebbe smarrito con tanta facilità il concetto e la pratica del vero – e così pure, parallelamente, del giusto, del buono e del bello; le sarebbe stato sufficiente attingere, con umiltà e riconoscenza, alle opere di san Tommaso e degli altri grandi filosofi e teologi del XII, XIII e XIV secolo.
Uno dei pensatori medievali che hanno trattato il tema è stato Roberto Grossatesta (1175-1253), che fu vescovo di Lincoln, in Inghilterra, e che fu filosofo, teologo, fisico e matematico, anticipatore di molte scoperte di Ruggero Bacone, nonché statista, che tenne le fila, con alterna fortuna, di una vasta e complicata rete di relazioni fra il papa, il re d’Inghilterra e la nobiltà feudale, denunciando, nel contempo, gli scandali e gli abusi dilaganti nella Curia romana.
In un piccolo trattato intitolato De veritate, nel quale egli si rifà soprattutto a sant’Agostino e ad Anselmo d’Aosta, oltre che al Vangelo di Giovanni, egli giunge all’identificazione della Verità con la parola di Dio, e, quindi, ritiene si possa giudicare il grado di verità inerente alle cose riferendolo al grado di fedeltà con cui esse riflettono il progetto originario di Dio su ciascuna di esse. Riportiamo il passaggio iniziale e quello finale del suo ragionamento (da: Roberto Grossatesta, Metafisica della luce. Opuscoli filosofici e scientifici, a cura di Pietro Rossi, Milano, Rusconi Editore, 1986, pp. 213-214 e 228-229):

“Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6). Qui la verità stessa afferma di essere la verità, per cui non sena motivo ci si può domandare se vi sia qualche altra verità o non esista altra verità al di fuori della somma verità. Se infatti non c’è altra verità, allora la verità è una sola e non si può predicare di essa la totalità o la pluralità, così che si dica: “tutta la verità”, o: “molte verità”. Ma, d’altra parte, nel Vangelo si legge: “Egli vi insegnerà tutta la verità” (ivi, 16, 13).
Inoltre: se non c’è altra verità, ogniqualvolta si dice che qualcosa è vero, si dice che è Dio, seppure per inerenza, per denominazione e designazione. Dunque, sono forse la stessa cosa essere vero e essere divino? Così sembra dalle correlazioni fatte.  Se non c’è altra verità all’infuori di Dio, essere vero è essere divino, e dire che la pianta è vera è lo stesso che dire che la pianta è divina, e dire che una proposizione è vera è come dire che è divina, e così di seguito per tutte le altre cose.
Ancora: nelle cose future e nelle contingenti sembra che la verità sia corruttibile. Ma la verità, che è Dio, in nessun modo è corruttibile; dunque, c’è un’altra verità oltre alla somma verità.
Ancora: la verità di una proposizione è la corrispondenza tra il discorso e la cosa. Ma Dio non è questo adeguamento, perché non c’era questa corrispondenza prima che esistessero il discorso e la cosa, mentre Dio e la somma verità erano anteriori sia al discorso sia alle cose create indicate nel discorso. C’è dunque qualche altra verità che non è la somma verità.
Ancora: Agostino dice nei “Soliloqui” (II, 5 n. 8) che la verità è ciò che è, quindi l’essere di ogni cosa è la sua verità; ma l’essere di nessuna creatura è la somma verità, che è Dio; dunque c’è qualche altra verità oltre alla somma verità. […]
… Allo stesso modo ogni creatura, lasciata a se stessa, come è dal nulla così nel nulla ricadrebbe. Poiché dunque non è da sé, ma considerata in se stessa la si trova tendente al non-essere, quando o come si vedrà che è,  se non nell’adattarsi a ciò che la sostiene perché non rifluisca nel non-essere, e nel vedere che questa è sostenuta da quello? Questo è dunque, come pare, l’essere per qualche creatura, che sostenuto dalla parola eterna, della quale Paolo dice: “sostiene il tutto con la parola della sua potenza” (Ebr 1, 3). Né si sa veramente che c’è qualcosa di creato, se nella mente non lo si vede sostenuto dalla Paola eterna. E così in ogni essere, che è adesione all’essere primo, si vede in certo qual modo il primo essere, sebbene anche chi vede non sappia di vedere l’essere primo; né si vede l’essere contingente se non rapportandolo all’essere primo, che lo sostiene. Abbiamo detto sopra che l’occhio della mente sano che vedesse la luce prima e suprema in sé, in essa vedrebbe pure tutte le cose più chiaramente che se le vedesse in loro stesse. Forse a qualcuno non sembrerà che una cosa possa essere vista meglio nel suo modello che in se stessa; ma poiché la conoscenza della cosa è duplice, l’una in sé, l’altra nel suo modello o nella sua immagine, quando l’immagine o il modello ha un’essenza più chiara che la cosa stessa di cui è immagine, la conoscenza della cosa nella sua immagine o esemplare è più nobile, più alta e più manifesta. Quando invece, al contrario, l’essenza della cosa è più chiara della sua immagine esemplare, èpiù evidente e più manifesta all’occhio della mente sano la conoscenza della cosa in se stessa che nell’immagine o modello. Per questo, poiché l’essenza divina è luce luminosissima, ogni sua conoscenza per mezzo delle immagini è più oscura di quella ottenuta attraverso se stessa, mentre nelle case esterne delle creature chiarissime nella mente divina, che sono il modello luminosissimo delle creature, ogni conoscenza della creatura è più certa, più pura e più manifesta che non in se stessa. Ora, l’esempio del fatto che alcune cose sono viste più chiaramente nella loro immagine, si ritrova con evidenza nella visione corporea: quando infatti dall’occhio il raggio, col quale si vede il corpo in sé, finisce nell’oscurità e il raggio riflesso da uno specchio sul medesimo corpo, col quale quel corpo è visti nella sua immagine, finisce nella luce, il corpo sarà visto indistintamente in sé e chiaramente nella sua immagine, come accade quando al tramonto o di notte si vedono più distintamente le piante nell’acqua che in se stesse, a causa del raggio riflesso dall’acqua alla pianta che passa attraverso la trasparenza del cielo, mentre il raggio diretto sulla pianta stessa passa nella opacità di qualcosa di oscuro opposti ad essa. Al contrario, invece, quando il raggio riflesso dallo specchio passa nell’opacità e il raggio diretto al corpo passa nella trasparenza, si vedrà la cosa confusamente nella sua immagine e chiaramente in se stessa.
Le sopraddette definizioni della verità sono comuni a tutti ciò che è vero, ma se si scende ai casi particolari si troverà una natura diversa per ogni cosa vera. Le verità infatti delle cose singole sono definizioni del loro essere primo o secondo, come la verità della proposizione, per la quale una proposizione è vera, non è altro che l’enunciazione di qualcosa che conviene ad un’altra o che non conviene; e questa è la definizione del suo essere primo.  La verità invece di una proposizione, per la quale una proposizione è vera, non è altro che il significato dell’essere per ciò che è o del non-essere per ciò che non è; e questa la definizione del suo secondo essere. Perciò la definizione della verità è ambigua come quella di ente: da una parte è una in tutte le coeve, e tuttavia, poiché è adeguata, è diversa in ciascuna cosa.

In conclusione: è vero ciò il cui essere è conforme alla sua idea esistente nella Parola eterna, il Verbo di Dio, mentre è falso ciò che sembra essere, e invece non è, conforme alla sua idea nella Parola eterna.
Più in generale: quando si parla della verità, bisognerebbe sempre distinguere fra la verità assoluta e la verità relativa. La Verità assoluta è Dio: e di essa bisogna riconoscere che noi non avremo mai una conoscenza adeguata. Questa era precisamente anche l’idea di san Tommaso, benché molti storici della filosofia se ne mostrino poco consapevoli e perfino molti studiosi, che si dicono tomisti, lo ignorino. Per san Tommaso, noi possiamo portare delle prove razionali dell’esistenza di Dio, ma non abbiamo molto da dire circa la sua essenza, che è cosa ben diversa. L’essenza di Dio rimane inaccessibile alle menti umane; tutto quel che sappiamo di Lui, lo sappiamo dalla divina Rivelazione, che Egli stesso si è degnato di rivolgerci, fino al sublime mistero dell’Incarnazione del Verbo: il Figlio di Dio, che è anche la Parola di Dio, fattosi uomo di carne. La mente finita dell’uomo non può comprendere l’infinita realtà della mente di Dio: questo è un dato perfino ovvio, e opinare diversamente significherebbe fare torto o all’uomo, imponendogli una meta che è al di sopra delle sue possibilità e della sua stessa natura, o a Dio, sminuendone l’infinità e l’eternità per un peccato di orgoglio, ossia per non voler riconoscere che la creatura, in quanto tale, necessariamente nulla può sapere circa l’essenza del suo Creatore.
Ora, questo è proprio quel che ha fatto la cultura moderna: ha rifiutato lo statuto ontologico della creatura e ha preteso di equipararsi al Creatore. Così facendo, si è scordata che la verità, umanamente parlando, non può essere che una verità parziale, e cioè relativa. Come ha fatto notare Roberto Grossatesta, negli enti finiti esistono due gradi dell’essere: assoluto e relativo. Ad esempio, nella proposizione: l’uomo è un essere animale, dotato di anima razionale, la prima parte esprime una verità assoluta: l’uomo è un essere animale, ossia appartiene agli esseri animati; la seconda è una verità relativa, perché questo o quel determinato uomo, per ragioni particolari (un incidente, una grave malattia, eccetera) potrebbe anche non possedere, o possedere solo in misura inadeguata, la facoltà razionale, per cui l’animale razionale, in questi soggetti, esisterebbe solo allo stato potenziale.
Dunque, nella dimensione umana, la verità assoluta non esiste. Ciò non significa che l’uomo non possa, anzi, non debba tendere costantemente ad essa; e non significa neppure che non possa giungervi, e sia pure nella misura delle sue limitate capacità: come l’occhio che vede, e riconosce, ma non è in grado di vedere tutto, né di riconoscere tutto, bensì solo una piccola parte, e confusamente, e imperfettamente. Per comprendere quel che vogliamo dire, si pensi all’ultimo canto della Divina Commedia, dove Dante tenta di descrivere la sublime esperienza della visione di Dio. La sua difficoltà deriva sia dall’imperfezione dei sensi e della ragione, che non gli ha consentito di vedere perfettamente, sia dall’inadeguatezza del linguaggio e dall’oblio della visione, che gli fanno mancare le parole per descrivere ciò che ha visto. D’altra parte, Dante mette bene in evidenza il fatto che, se ha potuto spingere il suo sguardo così in alto, a quelle sublimi altezze, non è stato certo per i suoi meriti o per le sue capacità, ma solo e unicamente per la bontà di Dio, il quale, sollecitato dalle preghiere dei beati, gli ha dato la possibilità di trascendere se stesso per quel meraviglioso istante in cui si è realizzata la visione.
Quindi, la Verità non è preclusa agli uomini, perché la Verità è Dio, e Dio si fa riconoscere da coloro che lo cercano sinceramente. L’uomo moderno non trova la verità, perché non riconosce la propria condizione creaturale e vorrebbe farsi il dio di se stesso; e siccome, ovviamente, va sempre a sbattere, prima o dopo, in una lunga serie di amare (e talvolta tragiche) delusioni, allora proclama che la verità non esiste, e che chiunque affermi il contrario deve essere, per forza, un povero pazzo, un illuso, o peggio, un aspirante dittatore, un fanatico che vuole imporre agli altri la sua ideologia. Facendo così, gli intellettuali moderni si comportano come quel cieco il quale, non avendo il bene della vista, proclami che il mondo è invisibile; o come il sordo che, non potendo udire i suoni, dichiari che qualunque discorso, qualunque musica, qualunque voce della natura, sono solamente favole, illusioni, vaneggiamenti.
È evidente il corto circuito in cui la cultura moderna è venuta a mettersi con le sue stesse mani: negando Dio, essa ha negato la Verità; costretta a inseguire le piccole, imperfette verità parziali, o le ha idealizzate ed elevate, arbitrariamente, al rango della verità assoluta, o le ha sminuite, disprezzate e dichiarate del tutto menzognere: sicché ondeggia continuamente fra i due estremi dell’esaltazione e della disperazione. Tutto questo per non aver voluto ammettere la propria finitezza, la propria subordinazione a Dio, la propria incompletezza fino a quando egli non ritorni a Lui. Le verità umane non sono assolte, ma non sono neppure del tutto menzognere, purché si riconoscano per ciò che sono: tappe di un lungo percorso e tentativi di avvicinamento all’unica, autentica Verità, che non appartiene a questo mondo, perché consiste in Dio, e in Dio solo.
Chi ha compreso questo, è già sulla strada per uscire dalla palude mefitica del relativismo; chi non l’ha capito, o piuttosto chi non lo vuole ammettere, è condannato a sguazzarvi e a rotolarvisi perennemente, senz’altro risultato che quello di sprofondare sempre di più, e d’ingoiare sempre più fango.
Ed ecco che si tratta di fare una scelta: scegliere la Verità, significa anche realizzarsi pienamente come esseri umani; negarla o rifiutarla, significa condannarsi all’inferno. Sia metaforicamente che letteralmente.

Dobbiamo ritrovare il concetto e il criterio del vero per uscire dalla palude del relativismo

di

Francesco Lamendola