ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 25 dicembre 2016

“initia Lutheri” ,finis Ecclesiae



Buoni e cattivi nella vulgata bergogliana


IL DIO NASCOSTO E RIVELATO
 SULL’IMPOSSIBILE “CANONIZZAZIONE” DI MARTIN LUTERO
RAGIONI STORICHE, SPIRITUALI E TEOLOGICHE
 PRIMA PARTE
Avvertenza preliminare: constatato che le spinte di certi settori della gerarchia della Chiesa cattolica per la riabilitazione di Martin Lutero – nell’intenzione di ripristinare una unità ecclesiale con i protestanti, a nostro giudizio illusoria senza autentici ripensamenti da parte di questi ultimi – si sono fatte di recente più pressanti, iniziamo la pubblicazione, a puntate, di una riflessione storico-teologica per evidenziare le insormontabili difficoltà di un approccio ecumenico troppo ingenuamente irenista, come quello da decenni ormai perseguito dall’intellighenzia “teologicamente corretta” oggi egemone nella Chiesa. Convinti, come siamo, che la buona divulgazione – perché tale, ossia divulgazione, vuole essere la nostra – non possa mai essere scadente banalità o rozzezza giornalistica, ma deve invece aiutare tutti ad una migliore comprensione dei problemi, facciamo presente ai nostri eventuali lettori che proseguire nella lettura, di questo nostro contributo, richiede calma, attenzione e disposizione all’approfondimento. Ed al corretto ed onesto ovvero rispettoso confronto, nella chiarezza e senza infingimenti, tra cristiani apostolici, ossia cattolici ed ortodossi, da un lato e protestanti dall’altro. Chi non se la sente può fermarsi qui. 
PREMESSA
Sembra proprio che, quanto già ampiamente auspicato nei decenni post-conciliari, ossia la riabilitazione di Lutero e la “pace” con luterani e protestanti in genere, sia ormai alle porte. Papa Francesco ha ricevuto “ad limina” i protestanti ed è andato in “visita pastorale” in Svezia per celebrare i 500 anni della Riforma, benché Benedetto XVI, quattro anni fa, avesse, invece, fatto sapere che non sarebbe andato perché «per la Chiesa Cattolica non c’è nulla da festeggiare».
Nella vulgata corrente del “teologicamente corretto” Lutero continua ad essere ritenuto, con eccessiva superficialità, un teologo agostiniano che, partendo dalla teologia dell’Ipponate, avrebbe proposto un approccio alla fede diverso da quello della scolastica imperante ai suoi tempi, mettendo in discussione  questioni relative al libero arbitrio, alla legittimità del culto dei santi, ai pellegrinaggi, alle indulgenze. Tutte cose che sarebbero incrostazioni aggiuntesi nei secoli, a causa dell’indebita ellenizzazione della teologia, al nucleo essenziale della fede cristiana “primitiva” fino a deturparla e snaturarla. Lutero, dunque, in quest’ottica, sarebbe una sorta di restauratore, un riscopritore del “vero” Cristianesimo originario.
Ma quanto è vera questa interpretazione di Lutero? Noi dubitiamo fortemente e motivatamente della sua fondatezza, come diremo e cercheremo di dimostrare.
E’ stato osservato che agli inizi è esistito un “Lutero cattolico”, che il Lutero degli esordi si muoveva lungo un tracciato ortodossamente cattolico. Tra gli esegeti cattolici filo-luterani si fa leva su questi “initia Lutheri” per, appunto, accreditarlo come un riformatore, che non avrebbe voluto alcuno scisma, incompreso dalla Chiesa. Questi medesimi esegeti, poi, addebitano i “finalia Lutheri”, l’esito indubitabilmente non cattolico della sua teologia, all’irrigidimento colpevole della Chiesa del tempo che, corrotta nei costumi clericali e con un Papa quale Leone X troppo dedito alle partite di caccia per comprendere che quanto stava accadendo in Germania non erano solo “beghe tra monaci”, non avrebbe capito l’esigenza positiva dalla quale Lutero muoveva. E’ evidente che se si accetta questa esegesi storico-teologica, oltretutto carente perché non considera che il movimento di riforma della Chiesa, poi culminato nella Riforma Cattolica del Tridentino, era già in atto almeno dal tardo medioevo ossia ben prima della nascita di Lutero, il dialogo cattolico-luterano allo scopo di sanare l’antica frattura, diventa obbligatorio con la necessità, esclusivamente da parte cattolica al fine di emendarsi dalle sue responsabilità, del “recupero del tempo perduto” onde avvicinarsi alle più “avanzate” posizioni luterane.
Ora si potrà dire tutto quel che si vuole sulle necessità di ricomporre le fratture storiche ma questo lo si deve fare all’insegna della chiarezza teologica. Proprio quella che non si riesce affatto a scorgere negli atteggiamenti di certa attuale gerarchia cattolica troppo propensa, in tema “luterano”, ad abbassare ogni, ancora insormontabile, separazione sotto il profilo appunto teologico. Insormontabile se da parte protestante non si fa una adeguata riflessione/revisione, come, pur con eccessi non dovuti, è stata fatta da parte cattolica.
Al contrario degli attuali esegeti filo-luterani e dei settori “luterani” della gerarchia cattolica, i più eccelsi spiriti contemporanei di frate Martino avevano ben, immediatamente, compreso che non si trattava di questioni di poco conto ma che era in gioco l’essenziale non di una scuola teologica, di per sé, bensì della fede apostolica. Lo aveva, ad esempio, perfettamente capito Santa Teresa d’Avila, appunto contemporanea allo sconquasso luterano, la quale, come ha lasciato intendere nei suoi scritti, pregava il Signore di farla vittima per la conversione degli eretici. E siccome il buon seme non smette mai di germogliare, riteniamo che non è stato un caso se proprio nel giorno della ricorrenza della “nascita al Cielo” di santa Teresa i vescovi scandinavi hanno pubblicato, in occasione della visita pontificia, una lettera pastorale nella quale, tra le righe del consueto “clericalese”, esprimono anche accenni ad un salutare disincanto al fine di raffreddare l’eccesso di entusiasmo irenistico dell’ecumenismo facilone dei media. Quei vescovi, infatti, hanno ricordato che «Il 500° anniversario dell’inizio della Riforma non può essere festeggiato, ma dovrebbe essere invece commemorato in uno spirito di pentimento». Questo perché, nonostante tutte le  spiegazioni che si vogliano addurre, la Riforma ha creato una divisione nel Cristianesimo che ne ha sofferto e ne soffre ancora oggi ed, a causa di questa divisione, «la Chiesa cattolica nei Paesi nordici ha potuto ricominciare a vivere solo dopo diversi secoli». «Il papa – ha scritto Vittorio Messori – ha deciso di recarsi questo autunno in Svezia per commemorare il mezzo millennio dall’inizio della riforma di Lutero. A Lund, l’antica città universitaria, si incontrerà con i vertici di quel poco che resta della comunità luterana e faranno festa insieme. Francesco più volte (anche per sua stessa ammissione) ha mostrato di non conoscere a fondo molti apsetti della storia della Chiesa. Non si può sapere tutto: è un limite che vale anche per i papi. Bergoglio ha comunque a disposizione fior di specialisti che potrebbero ricordargli quanto così sintetizzò Henri Pirenne, uno dei maggiori storici del seoclo scorso: “Il luteranesimo, in gran parte dei Paesi che lo accettarono, fu imposto con la forza dai principi e dai nobili che concupivano i beni della Chiesa e non parve loro vero di poterli sequestrare. La convinzione religiosa ha avuto un ruolo assai modesto nella espansione della nuova fede. Gli adepti sinceri, convinti e disinteressati, almeno all’inizio erano assai pochi. Imposto d’autorità e accettato per obbedienza esso ha proceduto per annessione, spesso forzata”. Proprio in Svezia, dove andrà Francesco, commosso di potere solennizzare i 500 anni dell’inizio della Riforma assieme ai fratelli protestanti, proprio in Svezia, violenza e cinismo raggiunsero il massimo. Il fondatore della nuova dinastia scandinava, Gustavo I Wasa, ben lontano da preoccupazioni religiose, per mero interesse economico e politico vide nel luteranesimo un modo per riempire le casse vuote dello Stato e per legare a sé la nobiltà, suddividendo tra loro il bottino costituito dalle proprietà della Chiesa. Il popolo ne fu indignato e più volte insorse, ma fu schiacciato da Gustavo. I suoi successori furono costretti, dal malcontento della gente nei confronti della nuova fede imposta manu militari, a tollerare almeno che restassero aperti alcuni santuari mariani. Proprio a Lund, dove Francesco si recherà, tutte le chiese furono rase al suolo, tranne la cattedrale, pur ovviamente denudata di ogni decorazione, all’uso riformato. Le pietre degli edifici cattolici abbattuti furono impiegate per le fortificazioni e la cinta muraria della città. Insomma, per dirla chiara: è difficile capire che cosa ci sia, in Svezia da onorare e da festeggiare per un cattolico. Ma, forse, il vescovo di Roma vorrà spiegarcelo, nel suo soggiorno scandinavo (1).

 

Agli storici è noto che la cosiddetta “Riforma” è stata un’operazione politica intesa a sottomettere la Chiesa alla volontà di potenza dei nascenti Stati nazionali ed a permettere alle aristocrazie di impadronirsi dei beni ecclesiastici spogliandone non solo il clero ma anche e soprattutto la povera gente che dell’uso di quei beni in un modo o nell’altro viveva. Un’operazione politica imposta, dove ha trionfato, con la forza brutale della spada.
A chi, in questo clima di entusiasmo malriposto, tenta di ricordare che Lutero, dal punto di vista teologico, è finito completamente fuori strada può capitare di essere rimbrottato per  scarso zelo ecumenista. E’ capitato anche allo scrivente. Ora, è evidente, il fatto che sia capitato anche allo scrivente non significa nulla perché nulla egli conta e poca è la sua, dilettantistica, competenza teologica. Tuttavia, è proprio perché gli è capitato che è scattato nello scrivente – succede a chi fa della ricerca intellettuale una forma di preghiera, una sorta di via a Dio – il bisogno di far chiarezza. E di offrire, in condivisione, i risultati della sua ricerca ai lettori, qualunque sia la loro provenienza.
DIALOGARE CON I PROTESTANTI? MA A QUALI CONDIZIONI?
Papa Francesco ha voluto festeggiare il cinquecentenario della “protestatio” del 1517 come un evento che, nonostante la drammatica rottura dell’unità ecclesiale da esso comportata, avrebbe aperto alla fede strade inedite. E’ stato da più parti ricordato, in appoggio al modo con cui il Papa ha approcciato la questione, che qui sarebbe in ballo, per l’appunto, il ritorno all’unità con la “chiesa” evangelica, la quale in molti suoi importanti settori si sta orientando nel senso della fine dello scisma. Sicché porre, in tali frangenti, distinguo da parte cattolica significherebbe continuare, di fronte al mondo secolarizzato globale nel quale siamo stati chiamati a vivere, a perpetuare una divisione che non avrebbe più vera ragion d’essere.
Insomma continuare a mettere in rilievo che ci sono questioni ancora insormontabili nei rapporti tra Chiesa cattolica e comunità luterane sarebbe un opporsi a sintesi universali alla ricerca, in nome dello Spirito il cui afflato è molto più ampio delle rispettive ortodossie, di quanto può ancora legare il Cattolicesimo all’anglicanesimo, al luteranesimo ed all’Ortodossia. In altri termini dovremmo a tutti i costi applicare l’esortazione di Papa san Giovanni XXIII il quale soleva affermare che dobbiamo guardare «a ciò che ci unisce piuttosto che a ciò che ci divide». Peccato, però, che nessuno poi ricorda anche la seconda parte, quella finale, di tale esortazione. La quale concludeva con un solenne «fatti salvi la morale ed il dogma di fede cattolici». La Cattolicità, senza dubbio, è Universalità ma bisogna, poi, stare attenti a non disincarnarla troppo dalla realtà storicamente concreta e corporea della Chiesa apostolica altrimenti si corre il rischio di cadere nell’errore contrario a quello di chi vorrebbe determinare in termini strettamente giuridici e formali i confini della Chiesa stessa. Perché se è vero che “extra Ecclesia nulla salus” non è però lecito a noi stabilire, in termini esclusivamente giuridici, dove sono i suoi confini. Tuttavia, anche se non possiamo con certezza sapere dove sono questi confini – lo sa solo Dio che legge nei cuori –  è tuttavia certo che essi da qualche parte pure sussistono. Altrimenti la Chiesa sarebbe come l’hegeliana notte in cui tutte le vacche sono nere.
Ora è chiaro che nessun cattolico può dolersi o disconoscere, laddove sussista, l’impegno di quei protestanti, che tuttavia non risultano affatto essere così tanti, i quali vogliono tornare sui loro passi, magari aggirando gli ostacoli posti dalla ambigua teologia del monaco di Wittenberg, per rientrare dalla finestra nella Chiesa, dopo esserne usciti o esserne stati cacciati dalla porta (tuttavia è sempre bene rammentare che le responsabilità furono reciproche: c’è un certo unilateralismo masochistico-cattolico davvero insopportabile).
A proposito di una eventuale riabilitazione di Lutero è stato anche ricordato che non sarebbe la prima volta, nella storia della Chiesa, che qualcuno inizialmente dichiarato eretico o scismatico venga poi riammesso alla comunione di fede e perfino elevato alla Gloria degli altari. L’esempio classico è il caso di Giovanna d’Arco. Eppure le antiche divisioni non potranno mai trovare soluzione senza prima affrontarne l’insoluta problematicità. Non coglie, infatti, il nucleo del problema il ritenere quelle antiche divisioni come fatti storicamente condizionati dagli avvenimenti del loro tempo e, così ritenendo, non guardare, o non voler guardare, in faccia alla, ben più triste, realtà di quanto, nell’essenziale, quelle divisioni sottesero e continuano tuttora a sottendere. Perché è esattamente quel “sottinteso” che fa, ecclesialmente e storicamente, la differenza tra un Lutero ed, per stare all’esempio additato, una Giovanna d’Arco. O un san Francesco d’Assisi. Lutero non seguiva la strada di Francesco né quella di Giovanna, per i quali la fedeltà e l’obbedienza alla Chiesa fondata da Cristo, al dogma ed ai sacramenti, era fuori discussione, nonostante – sottolineiamo: nonostante! –  la corruzione del clero e, nel caso di Giovanna, l’iniziale persecuzione inquisitoriale.
Ben vengano, allora, tutti gli sforzi, dall’una e dall’altra parte, per superare quei tragici “sottintesi” e per “far pace” tra cattolici e protestanti ma, allo stesso tempo, dobbiamo ribadire, come cattolici, che ciò non può avvenire nell’ambiguità o senza prima affrontare ed auspicabilmente risolvere nella fedeltà all’ortodossia di fede i problemi teologici a suo tempo posti da Lutero e capire a quali fonti egli si abbeverò mentre poneva quei problemi. Se da parte cattolica abbiamo avuto, negli ultimi decenni, ripetute manifestazioni di apertura e plurime richieste di scusa, con una intensità nell’uno e nell’altro caso non solo eccessiva ma spesso anche teologicamente e storicamente indebita, sono ancora troppo pochi quei circoli protestanti da parte dei quali è effettivamente iniziato un percorso di revisione critica della teologia luterana e della Riforma a partire dalla demitizzazione, assolutamente necessaria sul piano storico oltre che teologico, della figura dello stesso Martin Lutero per ricondurla a quella che è ossia un eterodosso teologo malfermo nelle sue elaborazioni come nella stessa struttura psicologica della sua vita.
Un amico, molto scettico in ordine al dialogo con i protestanti, dello scrivente ha osservato: «In quanto alle ipotetiche strategie di recupero ecumenico della chiesa evangelica luterana, qui l’unica citazione evangelica che andrebbe  fatta è il celebre “lasciate che i morti seppelliscano i morti”. Detta “chiesa” infatti ha circa il 3% di praticanti. E’ totalmente secolarizzata e abbandonata dal popolo che non la segue più, nonostante le infinite “aperture”, dalle pastoresse ai ministri del culto gay e tutto il politicamente corretto possibile e inventabile. E’ una “chiesa” che non ha più niente da dire e da dare».
Per le comunità protestanti è, senza dubbio, necessario trovare le strade che possano farle uscire dalle secche nelle quali sono da secoli impantanate. Non a caso parliamo di “secche” perché, memori delle parole di Cristo, sappiamo che il tralcio separato dalla Vite – e la negazione della Presenza Reale nell’Eucarestia è la separazione più netta – finisce per seccare. Chi, da parte cattolica, si preoccupa del fatto che sarebbe oggi in ballo la pace con la “chiesa” luterana dimentica che essa –  bisognerebbe oggettivamente meglio parlarne al plurale, quali “chiese”, dato che la suddivisione interna al luteranesimo, ed al protestantesimo in generale, è stata, sin da subito, la tragica conseguenza del “libero esame” – è pari, proprio nei Paesi che a suo tempo aderirono alla Riforma, a qualcosa come lo “zero virgola”, mentre la cosiddetta galassia “evangelical”, di marca statunitense, non è affatto un esempio vivacità e di buona salute del mondo protestante. L’evangelicalismo pentecostale, pagato dalle multinazionali americane e base popolare di massa per le strategie neocons, si pone al di fuori del protestantesimo ufficiale ed è solo l’esito ultimo, oltretutto irrazionalista ed emozionale, del soggettivismo luterano. L’evangelicalismo non è un anticorpo alla malattia della secolarizzazione ma la sua manifestazione ultima e più letale – una sorta di “new age” in ambito cristiano – con ricadute politiche millenaristicamente pericolose.
Un cattolico, fedele alla Tradizione, se non cade preda di malumori settari di tipo fondamentalista o, peggio, sedevacantista, conosce molto bene dove è il limite dell’ecumenismo. Tale limite è nella “continuità apostolica”. Lo ha ribadito Giovanni Paolo II nella “Dominus Jesus”, dell’anno 2000, scritta da Joseph Ratzinger ed approvata da Papa Wojtila facendo esplicito uso dell’infallibilità papale, come è dichiarato in calce al documento magisteriale in questione. In questo documento del Magistero viene affermato, in coerenza con il Vaticano II, che quelle non apostoliche, come le luterane e le protestanti in genere, non sono “chiese” ma soltanto “comunità” ossia gruppi privi di continuità apostolica. Ne deriva che mentre è possibile, fermo rimanendo il primato romano, un dialogo ecumenico su base apostolica inteso ad un riavvicinamento con le Chiese orientali, ortodosse, copte, etc. – pur nella consapevolezza delle difficoltà che da sempre sussistono nei rapporti con esse – non è possibile pensare ad un similare dialogo ecumenico con le comunità protestanti nei rapporti con le quali resta, pertanto, aperta solo la strada di un dialogo che sia propedeutico soltanto al “ritorno” in seno alla Chiesa cattolica dei protestanti come singoli e come gruppi. Questo “ritorno” però – aggiungiamo noi – non sarà mai possibile senza uno sforzo da parte di essi per superare le aporie teologiche di Lutero.
Alla luce della chiara posizione del Magistero in materia di ecumenismo è persino possibile – non senza qualche dubbio circa la conservazione nel suo seno di una effettiva apostolicità, soprattutto dopo la svolta verso il pseudo-sacerdozio femminile – dialogare con l’anglicanesimo, tentando di recuperare quanto ancora di cattolico possa esserci in ambito anglicano: l’esempio di un cardinale Newman è, in proposito, illuminante. Ma nei confronti delle miriadi di denominazioni protestanti, quelle ufficiali più che quelle evangelicali, non può sussistere, da parte cattolica ed, a ben riflettere, neanche da parte, in generale, apostolica (infatti le Chiese orientali non sono molto propense al dialogo con luterani e protestanti), una posizione diversa da quella che lascia ad esse le porte aperte per un ritorno a condizione di superare gli errori di Lutero ossia, lo ripetiamo, la chiara presa di consapevolezza dello sviamento essenziale intervenuto con Lutero, prima, e poi, peggio, con Melantone, Calvino, Zwingli etc.
Nella fedeltà alla Tradizione si può addirittura, in nome della comune “abramicità”, essere aperti, sulla scia ad esempio di un padre Giulio Basetti Sani, ad una lettura cristiana e cristocentrica dell’islam, al fine di sostenere la conversione dei mussulmani senza violentarne la loro tradizione ma soltanto mostrando loro come Cristo, Dio-Uomo, è il “segreto centrale” della stesso Corano, oppure usare tutta la misericordia dovuta verso i “fratelli maggiori” felicissimi, poi, per quelli tra essi, come Israel Eugenio Zolli, che lungo i secoli sono approdati al porto, inevitabile, della loro stessa fede ebraica ossia a Cristo (e, proprio per questo, indignarsi per quegli israeliti, e sono tanti purtroppo, come i sionisti, sia laici che religiosi, tanto nell’attuale Stato di Israele quanto nelle comunità ebraiche sparse per il mondo, i quali usano la Rivelazione per scopi di egemonia razzista e politica).
Orbene, tutto questo premesso e confermato, non è poi possibile, per chi vuol essere fedele alla Tradizione, far finta che nel caso di Lutero, e di tutto quel che è scaturito da lui, non siano affatto in questione, come troppo facilmente si dice, modi diversi di vivere il comune Cristianesimo apostolico, o la comune abramiticità, ma che è, invece, in questione l’essenza stessa della Fede. Lutero è andato al di fuori, completamente, dal tracciato della Rivelazione.
Dobbiamo dunque esaminare e approfondire per quali vie e per quali cause Lutero sia finito fuori strada. E’, però, prima necessario, per quanto è possibile alla limitata ragione umana, indagare il Mistero del Dio della Rivelazione abramitica, partendo dalla contemplazione del Nome di Dio.
L’indagine sul Mistero di Dio e sulla contemplazione del Suo Nome devono però necessariamente prendere le mosse da un dato fondamentale: il Cristianesimo è la “fede nell’Incarnazione del Verbo” quale evento che unisce, in un et-et, e quindi non separa o oppone, in un aut-aut, Spirito e materia. Il Cristianesimo è avulso tanto dallo spiritualismo disincarnato quanto dall’immanentismo despiritualizzato proprio perché è fede nell’Incarnazione del Verbo di Dio. Il Quale, dunque, non solo si è rivelato, come aveva fatto durante il tempo anticotestamentario, ma si è addirittura fatto vedere – «Disse loro “venite e vedrete”» (Gv. 1, 39) – e soprattutto toccare. Il tatto, infatti, è per la fede cristiana, insieme alla vista, quello più spirituale tra i cinque sensi dell’uomo. Il cristiano ha bisogno di vedere e toccare il Divino, di vederlo e toccarlo massimamente nell’Eucarestia e poi magari nel povero o nelle reliquie di cui è costellata la storia cristiana oppure, ancora, nei luoghi santi della vita storica di Cristo. Nella Rivelazione cristiana Trascendenza ed immanenza non si danno mai in opposizione sicché nulla è più lontano dall’esperienza di fede del cristiano che l’idealismo, lo spiritualismo, da un lato, e nulla di più lontano che il positivismo, il materialismo, dall’altro. Spiritualismo e materialismo altro dunque non sono che i due modi di atteggiarsi storico della gnosi spuria. Tanto è vero che, non a caso, sin dalle origini, in ambito cristologico, l’eresia assunse la duplice, ma complementare, forma del monofisismo, che nega l’Umanità, e dell’arianesimo, che nega la Divinità.
Luigi Copertino

NOTE
 1) Vittorio Messori “Il Papa va in Svezia a festeggiare lo scisma. Ma non c’è niente da festeggiare”, in “Vivaio” aprile 2016 reperibile sul sito dell’autore “Et Et Messori”.

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 prima parte – Luigi Copertino

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