ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 17 dicembre 2016

Jorgenstein

PESSIMISMO ANTROPOLOGICO

    Pessimismo antropologico e Speranza divina alla radice della fede cristiana. Il cristianesimo non potrà mai essere un umanesimo. La presunzione intellettuale di certi filosofi e teologi sedicenti cristiani che hanno perso la fede 
di F. Lamendola  
  

Ci siamo domandati, in un precedente articolo, se il cristianesimo sia un umanesimo; se si possa equiparare ad un umanesimo; se sia ravvisabile, in esso, una dimensione tale, da poterlo accostare, o trasformare, o trasferire in un’area umanistica. La risposta è stata completamente, assolutamente negativa, sotto qualsiasi punto di vista si voglia porre la questione. Diremo di più: ci sembra che certi filosofi e teologi sedicenti cristiani, che hanno perso la fede, ma non la presunzione intellettuale, farebbero bene a lasciar perdere il cristianesimo, e a lasciarlo morire di consunzione, se così vogliamo dire, invece di rovistare fra le ceneri fredde e spente per cercare la maniera di riciclarlo in qualcosa d’altro, in un ibrido mostruoso, in una specie di moderno Frankenstein, al solo ed unico scopo di trovare la maniera di rappacificarsi con la modernità e di celebrare le nozze sacrileghe fra Dio e il diavolo, ma senza sentirsi rimordere troppo la coscienza. 
Tutti costoro - e il loro numero, oggi, è legione - sono persone intellettualmente disoneste, che non hanno il coraggio delle proprie convinzioni, o della perdita delle proprie convinzioni, e che pretendono di servire due padroni, il cristianesimo e il mondo moderno, anche al prezzo di stravolgere il cristianesimo e di ridurlo ad una fumosa e delirante pseudo teologia, misticheggiante e panteista, dove c’è posto per tutto e il contrario di tutto, tranne che per l’unica cosa veramente essenziale, se non si vuol barare al giuoco e prendere in giro se stessi e gli altri: la divinità di Cristo, la gratuità della sua Incarnazione e l’assoluta necessità del valore redentivo della Sua croce e della sua Resurrezione. Tutto il resto è accademia, gioco dialettico, svolto oltretutto in perfetta mala fede: se si è cristiani, e se si parla da pensatori cristiani, prima di tutto si devono porre gli elementi qui sopra ricordati; poi si sviluppa il resto. Il resto è il contorno. Diversamente, non si sta facendo teologia cristiana, si sta facendo del relativismo da quattro soldi: roba buona per palati grossi e per clienti di facile contentatura, in periodo di saldi di fine stagione; roba buona per il papato di Francesco e di una male intesa misericordia divina, per monsignor Galantino, che loda Dio per aver risparmiato Sodoma e Gomorra (!?), o per l’arcivescovo spagnolo Juan Barrio, che ordina sacerdoti due omosessuali notori e dichiarati. Tempi, bisogna dire, che sono anche molto tristi, e che stanno seminando un immenso disagio e una profonda sofferenza nelle anime dei credenti, i quali si vedono abbandonati e traditi proprio da chi dovrebbe esercitare il sacro Magistero, ossia indicare la giusta via a tutti i seguaci della fede cattolica.
E allora vediamo di ribadire che cosa il cristianesimo non è, e perché non può, in alcun modo, essere equiparato ad una forma di umanesimo. Il cristianesimo, pur essendo un messaggio di salvezza per l’uomo, non pone al centro l’uomo, ma Dio; e non ha una particolare fiducia nella bontà dell’uomo, non perché egli non sia uscito perfetto dalle mani del Creatore, ma perché, dopo il Peccato originale, la sua natura è stata ferita e la sua inclinazione al male è divenuta stabile; infine, non pensa assolutamente che l’uomo sia capace di redimersi da solo, ma pensa e crede con fermezza che solamente Dio, nella persona di Gesù Cristo, e con l’aiuto dello Spirito Santo, lo possa redimere, beninteso se egli intende collaborare alla propria redenzione e se sceglie di farsi carico sia del necessario pentimento, in quanto peccatore, sia della richiesta d’aiuto soprannaturale, senza la quale egli non è che una povera creatura, debole e superba al tempo stesso, capace solo di arrecare danni terribili a se stesso e agli altri, dominato, com’è, da una concupiscenza irrefrenabile e da un egoismo insopprimibile, che tendono ad erompere perfino nei santi, cioè in coloro che pongono ogni studio per imitare Cristo e per essere degni della misericordia di Dio (e che non la danno affatto per dovuta e per scontata, come sembrano fare certi pastori cattolici odierni, i quali, più che pastori, si direbbero lupi travestiti da pastori, per meglio divorare il gregge). E se questo accade ai santi, figuriamoci quelli che, alla santità, non pensano affatto….
Due sono le componenti spirituali dell’uomo cristiano nei confronti del reale e di se stesso, anzi, soprattutto di se stesso: un pessimismo antropologico che si potrebbe definire “realista”, per togliere da esso ogni idea di compiacimenti masochistico e, più ancora, di emotività sentimentale; e un radicale orientamento concettuale ed esistenziale nel senso della Speranza divina, speranza come virtù teologale, dunque, e non come conquista dell’uomo, bensì come dono di Dio a coloro che lo cercano con umiltà di mente e con semplicità di cuore.
Non si tratta di un pessimismo tetro e misantropico; non si tratta di disprezzo per l’uomo e di negazione delle cose che, in lui, sono buone, come avviene, per esempio, in Lutero e in Calvino, quei sinistri teologi che, giudicando l’umanità una massa dannata, disprezzano anche la creazione di Dio e bestemmiano contro l’eccellenza dei suoi disegni riguardo ad essa, nonché lo stesso sacrificio di Gesù Cristo, fatto per amor suo, in perfetta consapevolezza e lucidità (ma che cosa avrà avuto da condividere, con i tetri pastori luterani, papa Francesco, in quella disgraziata preghiera “ecumenica” celebrata a Lund, in Svezia, il 31 ottobre 2016?). Si tratta di un pessimismo pacato e ragionato, senza niente di morboso o di masochistico; si tratta del realistico pessimismo con cui Manzoni, ne I Promessi sposi, rappresenta gli esseri umani, e li mostra nei loro (rari) slanci sublimi e nei loro (frequenti, se non abituali) abbandoni alla voce dell’egoismo, della furberia, della pigrizia, della prepotenza. Il tipico rappresentante della specie umana è don Abbondio, così ferocemente attaccato a se stesso, alla sua tranquillità, al suo quieto vivere, da non accorgesi neppure di quanto tali abitudini lo trascinino sulla via della mancanza di carità, e lo spigano addirittura a diventare collaboratore del male, e sia pure per paura e non per interesse.
Ha scritto il teologo Ignazio Sanna, arcivescovo di Oristano, nel suo saggio Dalla parte dell’uomo. La Chiesa e i valori umani (Cinisello Balsamo, Milano, Edizioni Paoline, 1992pp. 258-260):

La vita del cristiano è caratterizzata da un realismo “pessimista” e dalla rinuncia a un’ideologia costruita in nome del cristianesimo. Stando a una teologia catechistica corrente, ci sarebbe da pensare che il cristianesimo cominci solo là dove si rispettano determinate norme morali o cultuali o socio-ecclesiali. Ma non è vero. Il compito vasto, ma veramente totale del cristiano in quanto cristiano, è quello di essere un uomo, naturalmente un uomo con quella profondità divina che è inevitabilmente presente e dischiusa nella sua esistenza. E di conseguenza la vita cristiana è appunto accettazione dell’esistenza  umana in generale, in contrapposizione a una protesta ultima. Ciò però significa che il cristiano vede la realtà così come essa è. Il cristianesimo non lo obbliga a vedere la realtà del suo mondo esperienziale, della sua vita e della sua storia in una luce ottimistica. Al contrario, lo obbliga a vedere questa esistenza come oscura, amara, dura e radicalmente pericolosa in una misura inconcepibile. Il cristiano è colui che crede che in questa breve esistenza egli prende realmente una decisione ultima, radicale, non più rivedibile, in cui ne veramente di una beatitudine ultima e radicale o di una maledizione eterna. Naturalmente, quando egli osa guardare in faccia tutto questo, quando sostiene e vuole sostener pienamente lo spettacolo di questa realtà estremamente pericolosa, spera e si rifugia con tutto se stesso nella promessa del Dio vivente la quale gli garantisce che egli esce vittorioso con il suo amore onnipotente in mezzo ai pericoli dell’esistenza. Ma per capire quel che Dio è e vuole essere per noi, dobbiamo vedere e riconoscere questa minacciosità radicale della vita. Solo così possiamo sperare, credere e cogliere le promesse di Dio contenute nel Vangelo di Gesù Cristo.
Ulteriormente, questo realismo “cristiano “pessimista” vede che l’esistenza dell’uomo passa in maniera radicale,  reale e inevitabile attraverso la morte.  Al cristiano – pur presupposto che si ponga di fronte alla morte – è consentito combattere qualsiasi battaglia del’esistenza, nutrire qualsiasi speranza di tipo intramondano, anzi gli è addirittura imposto di farlo. Però egli è cristiano soltanto se crede che tutta la realtà positiva, bella e fiorente, è destinata a passare attraverso quella che chiamiamo morte. Il cristianesimo è la religione che ha riconosciuto colui che stato inchiodato in croce e che vi è morto violentemente come segno di vittoria e come espressione realistica della vita umana, e che ne ha fatto il proprio segno distintivo. Naturalmente si potrebbe dire che noi cristiani dovremmo mostrare il Risorto quale espressione e somma di ciò che crediamo. In effetti però il cristianesimo ha posto la croce sull’altare, ha appeso la croce alle pareti delle case cristiane e ha piantato la croce sulla tomba del cristiano. Perché? Evidentemente perché ci ricordiamo che non possiamo fingere di non vedere la durezza, l’oscurità e la morte presenti nella nostra esistenza  e che, in quanto cristiani, chiaramente non abbiamo il diritto di tener conto di questo lato della vita solo quando non ne possiamo più fare a meno. In tal caso sarebbe la morte a venire a noi, non saremmo noi ad andare verso la morte.  Eppure essa è l’unica porta che immette nella vita che realmente non tramonta più né possiede la morte come suo nucleo più intimo. Nel mistero centrale della vita cristiana ed ecclesiale – nella cena – annunciamo la morte del Signore, finché egli venga. Noi cristiani quindi propriamente siamo gli unici che possiamo rinunciare all’”oppio” nella nostra esistenza, gli analgesici della vita. Il cristianesimo ci proibisce di far ricorso agli analgesici in maniera tale da non essere più in grado di bere liberamente e volontariamente con Gesù Cristo il calice della morte di questa esistenza. E in questo senso il cristianesimo, nell’attuazione dell’esistenza cristiana, è indubbiamente obbligato a dire con un realismo sobrio e oggettivo: sì, questa esistenza è incomprensibile; essa infatti passa attraverso un’incomprensibilità in cui ci viene tolta ogni capacità di comprensione, passa appunto attraverso la morte. E solo quando non ci limitiamo a dire questo in parole pie, ma lo accettiamo nella durezza della vita reale – non moriamo infatti solo alla fine, ma durante tutta la vita; e la nostra morte, come sapeva già Seneca, comincia con la nostra nascita -, solo quando viviamo questo realismo pessimista rinunciando a un’ideologia che assolutizzi e idolatri un settore ben determinato dell’esistenza umana, solo allora siamo in grado di farci donare da Dio quella speranza che realmente ci libera.

In altre parole, il cristianesimo non è, e non potrà mai essere, un umanesimo, perché, oltre alla consapevolezza della fragilità e dell’egoismo connessi alla natura umana (così come essa è dopo la Caduta), possiede anche una vivissima coscienza del fatto che la vita è una partita assai dura con le difficoltà, le sofferenze, la vecchiaia, la malattia, e che termina ineluttabilmente con la morte; ragion per cui, senza la prospettiva della dimensione ultraterrena, si ridurrebbe a una macabra ironia, a un tragico scherzo giocato da una qualche divinità inferiore, maligna e diabolica.
Il cristiano sa che la vita terrena è la via della Croce: chi vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua; e sa che il Calvario non è stato un incidente che si poteva evitare, ma il sacrificio di sé che Gesù Cristo ha voluto e affrontato in maniera assolutamente libera, appunto per crocifiggere con sé la morte e il peccato, e per redimere, con tale atto inaudito, sconvolgente (un Dio che si fa crocifiggere dalle Sue creature: e che, nell’imminenza della morte tormentosa, prega dicendo: Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!), gli esseri umani. Niente croce, niente redenzione, niente cristianesimo. Ecco il terribile peccato teologico che stanno perpetrando certi pastori della Chiesa cattolica, in questi nostri tempi: ingannare i fedeli, facendo loro credere che non ci sia più bisogno della croce; e che Gesù, attraverso la sua Passione e Resurrezione, abbia reso inutile il valore della sofferenza!
La vita terrena è una faccenda dura: non c’è molto spazio per i fronzoli poetici; o, se c’è, bisogna lottare duramente per conquistarselo, strappandolo ogni giorno a una selva irta di fastidi, di pene, di delusioni, di amarezze, di fallimenti. Certo, vi sono anche schiarite, momenti di serenità: ma sono costantemente appesi a un filo. In qualsiasi momento (e senza scomodare Leopardi), la natura, o il caso, ci possono togliere i tesori di cui credevamo di godere per sempre, a cominciare dal sorriso delle persone amate. Eppure, non è tetro, né pessimista il cristianesimo: è semplicemente realista. Anche la Speranza cristiana, considerata da un punto di vista razionale, cioè umano (ossia prescindendo dalla sua natura soprannaturale), è un atto di realismo, come ben avevano visto Pascal e Kierkegaard. Contimore e tremore, davanti all’assurdità dell’esistenza, è realistico non fare alcun affidamento sulle risorse umane, ma rivolgere ogni speranza a Chi non mente, perché è la Verità…


Pessimismo antropologico e Speranza divina alla radice della fede cristiana

di Francesco Lamendola