ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 17 dicembre 2016

Anche S.Gennaro ascolta,vede..e provvede!

San Gennaro nega il miracolo ai napoletani

Non si è sciolto il Sangue del Santo nella cerimonia del "miracolo laico" di dicembre che ricorda quando il prodigio fermò l'eruzione del Vesuvio nel 1631. E adesso i fedeli temono l'infausto presagio
In altri tempi sarebbero già iniziati i riti di espiazione. Il santo ha negato il miracolo al suo popolo.

Il sangue di San Gennaro non si è liquefatto. A Napoli, questo non è buon presagio.
E' l’ultimo rito d’autentica paganitas, di partecipazione antica e popolare alla fede e alla spiritualità. Si tratta forse dell'ultima testimonianza di un mondo davvero tradizionale che è cambiato troppo in fretta per riconoscere il suo passato e del ritratto di una devozione che non c'è più. Il miracolo del santo patrono di Napoli, San Gennaro, nonostante tante accuse, polemiche, studi e a volte calunnie e (soprattutto) nonostante la secolarizzazione incontrovertibile della religiosità, più orientata alle vicende del mondo che a quelle dello spirito, è tra le pochissime reliquie che dal vecchio mondo rurale e contadino sono transitate nella nostra modernità.
Lo scioglimento del sangue custodito nell’Ampolla conservata al Duomo è prodigio che si verifica tre volte l’anno. Si inizia in primavera, il primo sabato di maggio, come una benedizione dei campi e una predizione sull’andamento del raccolto, poi il 19 settembre, in occasione della festa a lui dedicata. Infine il 16 dicembre, in ricordo del miracolo che fermò l’eruzione del Vesuvio salvando Napoli da distruzione certa, nel 1631. Quando il Santo non ha concesso al popolo la sua benedizione, mediata nel miracolo del suo stesso Sangue, è sempre accaduto qualcosa di brutto.
Non si sciolse il sangue quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale nè quando l’Italia entrò in guerra, nemmeno quando ci fu l’epidemia di colera in città nel ’73 e manco quando nell’80 si sarebbe poi verificato il dramma del terremoto dell’Irpinia. L’ultima volta che il miracolo non s’è verificato è stata dieci anni fa. Anche ieri il santo non ne ha voluto sapere.
Come riporta il Mattino, l’abate Vincenzo De Gregorio ha notato che: “Il sangue si scioglie e poi si ricoagula, non si può parlare di prodigio”. La celebrazione iniziata al mattino, poi interrotta e ripresa nel pomeriggio, s’è conclusa senza successo poco dopo le 19. Il prelato, poi, ha chiesto ai fedeli di non lasciarsi sopraffare dalla tentazione della paura di disgrazie o sciagure imminenti.
 Sab, 17/12/2016
 

CLAUDIO MARAZZINI: "MISERICORDIARE" E "SPUZZA" IL NUOVO LIGUAGGIO SDOGANATO DALLA CRUSCA

15/12/2016  Ma anche «la corruzione “spuzza”» o il verbo «nostalgiare». Libertà e innovazioni di un Papa che nasce parlando spagnolo, studia in latino, si perfeziona in tedesco e si misura da sempre con l’italiano imparato in casa, con il piemontese, da genitori e nonni. Risultato? Risponde il presidente dell’Accademia della Crusca

Claudio Marazzini

Ogni Papa ha il proprio stile di comunicazione, frutto del suo personale carisma; ma con alcune linee generali comuni: tutti i Papi fanno largo uso dell’italiano. L’italiano aiuta a schivare il rischio della globalizzazione, intesa come omologazione rispetto alle forze che dominano economia e finanza nel mondo. La modesta potenza politica dell’Italia, Paese di pace, si accompagna al prestigio di un’antica cultura che ben si adatta al valore ecumenico della Chiesa di Roma. L’italiano affianca dunque il latino, anzi gli subentra nelle comunicazioni orali.
Ciò non accade solo quando un Pontefi ce parla in Italia. Tutti i Papi hanno utilizzato questa possibilità, e Francesco in modo speciale. Qualche volta il discorso all’estero è stato condotto nella madrelingua spagnola: così nelle Filippine, all’Università di Santo Tomas (Manila) il 18 gennaio 2015: il Papa ha salutato in inglese, poi ha scherzato sul fatto che quando parla in spagnolo lo fa in modo più naturale. Il discorso si è svolto in spagnolo con traduzione immediata in inglese.
Nelle Filippine, si noti, lo spagnolo è stato per secoli una lingua molto nota, e anche uf ficiale: lingua di cultura fi no agli anni Settanta del Novecento, ora è praticamente in estinzione. Il Papa ha dunque scelto una lingua familiare, un tempo molto diffusa in quel territorio. In Svezia, nel novembre 2016, papa Francesco ha commentato il Vangelo delle Beatitudini in spagnolo (e la Messa a Malmö è stata in latino). Però il 30 settembre 2016, nel viaggio in Georgia, ha parlato in italiano; altrettanto ha fatto a Cracovia, in Polonia, alla Giornata mondiale della gioventù, alla fine di luglio 2016, e in Armenia, nel giugno 2016.
Nel campo profughi di Moria, sull'’isola di Lesbo, Grecia, il 16 aprile 2016 si è rivolto in italiano ai migranti, seppure con la traduzione immediata in inglese. Ha parlato in italiano in Africa nel novembre 2015, pur con qualche parola della lingua locale e con larghi squarci di preghiera in francese. Nel febbraio 2016, in Messico, ha ovviamente usato lo spagnolo. Insomma: l’adozione della lingua o di più lingue è soggetta a valutazioni di opportunità, tiene conto della situazione reale, ma l’italiano mantiene comunque una posizione di tutto rispetto. È ormai noto, infatti, che il Vaticano e i Papi sono, in assoluto, la più forte spinta all’internazionalizzazione dell’italiano: questo basterebbe ad assicurare al Papa il diritto a essere nominato Accademico onorario della Crusca, perché sostiene l’italiano meglio di cento professori.
Quanto alla forza della sua comunicazione, il suo stile personale, assolutamente antiretorico, colpisce per la carica di spontaneità. Tutti i Papi di nascita estera, dal polacco Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II, al tedesco Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, hanno utilizzato l’italiano, talora scherzando con i propri errori: si rammenti il famoso «se mi sbaglio mi “corrigerete”» di Wojtyla, al momento della sua elezione, quando disse anche “la vostra… la nostra lingua italiana”, per rivendicare la sua inclusione nella nostra lingua nazionale. Ma Francesco ha introdotto una speciale originalità nell’uso del nostro idioma.
Vediamo perché. Un libro pubblicato dal linguista siciliano Sgroi (Libreria Vaticana, 2016) ha già provveduto a discutere le cosiddette “libertà” linguistiche di papa Francesco, in genere esito di calchi sullo spagnolo, a parte la concessione al sostrato linguistico familiare nel caso del celebre verbo «la corruzione “spuzza”», che riprende la forma piemontese con la esse “rafforzativa”. Tra questi calchi, possiamo ricordare il verbo “misericordiare” per tradurre il suo motto, tratto da un passo latino di Beda il Venerabile riferito all’incontro tra il Messia e il pubblicano Matteo («Miserando atque eligendo», Gesù lo guardò “con sentimento di amore e lo scelse”), o i verbi “mafi arsi” e “nostalgiare”.
Ancora, possiamo citare l’intervista telefonica a Tv2000, nel novembre 2015, quando Francesco disse di essere «commosso», intendendo però di essere «scosso», «dolorosamente colpito». Si tenga presente che i calchi dello spagnolo, o eventualmente i frammenti del piemontese della propria famiglia, non guastano la spontaneità, anzi la rafforzano, cosa che non potrebbe avvenire se il discorso fosse formalmente ineccepibile, ma freddo. La spontaneità si è vista fi n dalla sorridente semplicità delle prime parole pronunciate da Bergoglio dal balcone di Piazza San Pietro, subito dopo l’elezione:«Fratelli e sorelle, buonasera», e poi il riferimento ai «fratelli cardinali » che sono andati a prendere il nuovo Papa «quasi alla fine del mondo».
Il Papa, dunque, ama l’ironia e il sorriso, predilige una comunicazione ricca di esempi, di apologhi, capace di raggiungere anche chi non è colto; ma, all’occasione, il tono si fa indignato, di aperta e ferma condanna: il caso della «corruzione “spuzza”» ne è esempio evidente, e allora si vede bene che il dialettismo ha qui assunto la funzione di una forte marca linguistica popolare, una sorta di trasparente neologismo impiegato contro il male.

Rimini, al bando Tu scendi dalle stelle. La scuola sceglie canti africani

I bambini di ben due istituti di Rimini e provincia non canteranno nei loro spettacoli natalizi il Tu scendi dalle stelle. Le scuole lo hanno elimanato per dei canti africani. Tutto per favorire l'integrazione
"Tu scendi dalle stelle, o Re del cielo, e vieni in una grotta al freddo e al gelo...".


Non ci saranno altre note o versi di questo tanto amato canto di Natale, che è parte della nostra cultura cristiana. Anzi, ad essere precisi non ci sarà proprio nulla. È questa la decisione presa da una scuola primaria di Rimini e in una della Provincia.

La decisione che cancella le nostre radici

E allora cosa canteranno i bambini nella tradizionali recite natalizie? Sinceramente non saprei dirvelo, e probabilmente nemmeno cantarvelo. Infatti, al posto dei classici canti diNatale ci saranno dei cori africani. Non siamo di fronte a un'opzione avanzata da qualche fan dell'integrazione. No, si tratta di una decisione presa e già messa in atto. Uno degli spettacoli di Natale interpretato dagli alunni di una primaria di Rimini è andato già in scena. Un altro è atteso il 23 dicembre.
La scelta di eliminare il canto cristiano per uno africano è arrivata all'interno di un progetto sulla fratellanza dei popoli, mirato all'integrazione di tutte le culture. Perplessità e proteste (ovviamente) sono state avanzate dai genitori degli istituti. Sabrina Saccomanni dell'Associazione Evita Peron spiega, dalle pagine di AltaRimini.it, come questa scelta rappresenti un attacco alle radici cristiane del Natale, ricordando come il 25 dicembre sia la festa per la nascita di Gesù.

La melodia bandita perché troppo cristiana

Sorge una domanda: non si poteva far cantare entrambe le melodie? No. È proprio qui che sorge l'indignazione di tutti. "Il canto - come spiega la responsabile dell'associazione Evita Peron - è stato messo al bando perché può urtare la sensibilità di bambini e genitori che appartengono a un'altra religione". "Ragionando in questo modo - prosegue la Saccomanni -fanno perdere ai nostri figli i nostri valori e le nostre tradizioni, come ad esempio il presepe".
"Ma oltre alle tradizioni, il Natale perde anche un po' di magia - aggiunge la Saccomanni-quella delle emozioni dei genitori, che con gli occhi lucidi ammirano i propri figli intonare canzoni che hanno pervaso il periodo natalizio della loro infanzia".
Il progetto intrapreso dalle scuole in questione di sicuro è fondato su buoni principi e sulla volontà di stare vicini a tutti gli studenti, cristiani e non. Ma la lezione che dà è errata. Infatti eliminando i canti cristiani si cancellano quelle che sono le nostre radice e la nostra cultura. Così facendo il progetto viene invalidato: con la disintegrazione delle tradizione non può esserci integrazione ma solo prevaricazione.
 Ven, 16/12/2016 - 

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