ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 2 dicembre 2016

La teologia dell'acqua calda

MISERICORDIA E GIUSTIZIA DI DIO

    È un inganno parlare sempre della misericordia di Dio e mai della Sua giustizia. Filosoficamente parlando qualunque asserzione taccia volutamente o no una parte della verità equivale ad una alterazione di quest'ultima 
di Francesco Lamendola  

  

Filosoficamente parlando, qualunque asserzione taccia, volutamente o no, una parte della verità, equivale ad una alterazione di quest'ultima: e una alterazione della verità non rappresenta una parte della verità, bensì una falsità, una menzogna.
Facciamo un esempio pratico. Un giudice iniquo (o imbecille, fate voi) sta interrogando l'imputato. Gli chiede:
Ammetti di aver colpito a morte il tal dei tali?
Quello risponde: Sì, è vero. Ma lui era entrato in casa mia, di notte, armato. Non sapevo se fosse venuto per rubare, o per fare del male a me e alla mia famiglia. Mi sono difeso.
Ma il giudice: Rispondi alle mie domande. Lo hai ucciso, sì o no?
Sì.
Allora ti dichiaro colpevole di omicidio. La seduta è tolta. Avanti un altro.
Ecco: ignorare o tacere una parte della verità può avere conseguenze gravissime, perché falsa completamente il quadro. Se manca una parte della verità, quello che resta non è una parte di essa, ma un qualcosa di lontanissimo dalla verità: una menzogna, appunto.  
Ora torniamo alla filosofia. Poniamo che un filosofo, come in effetti è accaduto, affermi: Il reale è incomprensibile; dunque, l'esistenza è assurda.
Qualcuno potrebbe fargli notare che il reale, forse, è incomprensibile per lui, con i suoi presupposti, con la sua prospettiva, con il suo metodo d'indagine.
Oppure qualcuno potrebbe osservare che l'incomprensibilità del reale, ammesso che sia tale, non implica, automaticamente, l'assurdità dell'esistenza: forse la saggezza dell'esistenza consiste nell'accettare il fatto che, nel reale, non tutto è comprensibile. Una volta chiarito questo, il filosofo potrà, ad esempio, cercare qualche cosa che non sia contrario alla ragione, ma che le sia superiore, per procedere oltre il punto morto. Questo qualcosa è la teologia; e, poi, la fede. La teologia dimostra, partendo dalla parola di Dio, la sapienza e l'armonia del reale; la fede, a sua volta, accompagna la ragione verso le vette più alte, dove essa, da sola, non potrebbe mai arrivare. Sia come sia, il punto è questo: una cosa è dire che il reale non sempre risulta comprensibile; e una cosa è affermare che esso è incomprensibile. Questa affermazione implica il fatto di tacere una parte della verità: ossia che qualcosa, del reale, è comprensibile, cioè afferrabile dalla nostra ragione. Le leggi della matematica, ad esempio, sono comprensibili; ma le leggi della matematica fanno parte del reale: dunque, affermare che il reale è incomprensibile, significa falsare il quadro. È una mezza verità: cioè una menzogna.
Infine passiamo alla teologia. La teologia è la scienza che, partendo dalla Rivelazione, cerca di spiegare il reale, fin dove la ragione umana lo consente, alla luce della sapienza e dell'amore di Dio. Il reale, per il teologo, è sia quello visibile, sia, e soprattutto, quello invisibile: a cominciare da Dio, che non è visibile (se non in circostanze eccezionali, e per alcune, rare anime eccezionali), ma è estremamente reale, anzi, è il fondamento di tutta la realtà. Nemmeno il teologo possiede la bacchetta magica per spiegare tutto il reale: vi sono cose delle quali nemmeno lui è in grado di rendere conto. A quel punto subentra la fede: perché nella Rivelazione è detto tutto, compreso ciò che si deve credere per fede, essendo di troppo superiore alle capacità della mente umana. Se gli uomini potessero comprendere e spiegare ogni cosa, non sarebbero uomini, ma angeli, o addirittura dei. Ed è qui che scatta la possibilità di un duplice errore: di sopravvalutazione o di sottovalutazione dell'uomo stesso. Coloro che lo sopravvalutano, pensano che l'uomo possa e debba prendere in mano arditamente il proprio destino; che possa e debba farsi misura di tutte le cose, senza accettare alcun senso del limite e senza provare alcuna riverenza verso il mistero. Un tipico esempio di questo atteggiamento lo si può vedere nella manipolazione genetica, nella cosiddetta bioingegneria e in tutte quelle pratiche scientifiche e tecnologiche, sovente con fortissime implicazioni sul piano etico, dalle quali traspare quasi una ebbrezza di onnipotenza da parte dell'uomo, un volersi sostituire al ruolo che le religioni hanno sempre assegnato a Dio soltanto: quello di arbitro supremo della vita e della morte. Coloro che lo sottovalutano, al contrario, sostengono che l'uomo è solo un "accidente" smarrito, per caso, nelle profondità dell'universo; che egli viene dal caso ed è destinato a sparire nel nulla, senza che la sua esistenza abbia alcun significato, tranne, eventualmente, quella che lui avrà deciso, soggettivamente, di darle. Da ciò nascono lo scetticismo, il nichilismo, il relativismo e l'indifferentismo: l'uomo, dotato di mezzi limitati e imperfetti (vero), non può sapere nulla di certo, nulla di vero (falso), dunque tanto vale che si fabbrichi, di volta in volta, le credenze e le ideologie che più gli convengono (utilitarismo), senza alcuna preoccupazione etica e senza alcuna speranza o prospettiva di giungere mai a stabilire una linea di condotta che si ispiri a valutazioni oggettive e assolute.
Tale, difatti, è la condizione tipica dell'uomo moderno: non si tratta tanto di due partiti distinti, ma di un alternarsi di stati d'animo e sensazioni all'interno di ciascun individuo. L'uomo moderno ondeggia fra il delirio d'onnipotenza e gli abissi dello sconforto e della disperazione. Da un lato crede in se stesso, fin troppo, fino alla superbia, fino alla megalomania, e con molti tratti di narcisismo; dall'altro, a volte senza rendersene conto, non si vuol bene, non ha fiducia in sé, non si stima, si disprezza, si vergogna: si vergogna non di questa o quella cosa, ma, inconsciamente, del fatto di esistere. Vorrebbe sparire. Alcuni imboccano la strada della lenta auto-distruzione, con la droga, con l'alcol, con la sindrome depressiva che li riduce a delle larve viventi; altri reagiscono con atteggiamenti di malsana euforia, di vitalismo esasperato, di superomismo; si stordiscono con il sesso, si auto-glorificano con le conquiste della scienza e della tecnica. Come si vede, la modernità è in se stessa una malattia, e, per giunta, una malattia particolarmente difficile da curare: si tratta, infatti, di una forma di schizofrenia, per cui lo stesso soggetto brancola e oscilla fra eccessi di orgoglio e di aggressività, da un lato, ed eccessi di auto-disprezzo e istinto di morte, dall’altro. E come si può curare una malattia che presenta sintomi così opposti?
In effetti, pur essendo opposti, i sintomi della malattia chiamata modernità denotano una radice comune: l'ignoranza dell'uomo riguardo a se stesso. Per scivolare in una tale schizofrenia, bisogna non aver capito ciò che l'uomo è, finendo per cadere negli eccessi dell'ottimismo e del pessimismo ingiustificati. Ed è proprio qui che incomincia la responsabilità dei teologi, dei cattivi teologi, i quali infestano la teologia contemporanea: proprio loro, che, per statuto epistemologico, più di chiunque altro possiedono gli strumenti per capire cosa l'uomo sia e cosa possa o non possa fare, cosa possa o non possa sperare: proprio loro hanno gettato nel cestino secoli e secoli di sapienza accumulata dai loro predecessori, e si sono messi a sproloquiare secondo gli uomini del mondo: ondeggiando, per l'appunto, fra gli eccessi dell'esaltazione e quelli della depressione.
La teologia posteriore al Concilio Vaticano II sembra avere imboccato, in prevalenza, la prima di queste deviazioni perniciose: quella dell'esaltazione. Però, da teologi (ancorché cattivi, anzi, pessimi) costoro, almeno a parole, non giungono ad esaltare l'uomo in se stesso, bensì Dio: ma solo quegli aspetti di Dio che riescono graditi al loro punto di vista, progressista ed ottimista. L'hanno chiamata, infatti, "svolta antropologica": non è più l'uomo che cerca Dio, ma Dio che cerca l'uomo, lo perdona, lo premia, lo coccola e lo vezzeggia in ogni modo. Ora, è vero, verissimo, che non solo l'uomo cerca Dio, ma anche Dio cerca l'uomo: e come potrebbe dubitarne un cristiano, anche solo per un istante, se per amore dell'uomo, e perché nessuno vada perduto, Egli è giunto a mandare il Suo Figlio unigenito nel mondo, a farsi crocifiggere proprio per mano degli uomini che intendeva salvare, e per i quali, mentre lo stavano inchiodando al legno, il Figlio pregò: Padre, non imputare ad essi questo peccato, perché non sanno quello che fanno? Quindi, i teologi postconciliari hanno fatto la scoperta dell'acqua calda: Dio viene incontro all'uomo, lo cerca, ed è pronto a perdonarlo, se egli si pente: basta pensare alla parabola del padre misericordioso, impropriamente conosciuta come la parabola del figlio prodigo. Però, da cattivi teologi, e da uomini moderni, malati di schizofrenia, hanno voluto vedere e considerare solo questa faccia di Dio: l'amore di misericordia. Hanno taciuto, o messo fra parentesi, l'altra faccia: l'amore di giustizia: perché non esiste misericordia senza giustizia, neppure nelle cose umane; figuriamoci se Dio potrebbe essere misericordia senza essere anche, nello stesso tempo, giustizia. La giustizia non è affatto la negazione o la realtà opposta della misericordia: è l'altra faccia della stessa cosa. Misericordia e giustizia sono un tutt'uno. Se vi fosse una giustizia senza misericordia, non vi sarebbe la vera giustizia, ma una sua contraffazione; ma anche una misericordia disgiunta dalla giustizia sarebbe una contraffazione della misericordia. E spacciare una verità parziale per la verità in quanto tale, per tutta la verità, è una menzogna, come abbiamo già visto. Ebbene, proprio questo hanno fatto quei signori, e continuano a farlo, incoraggiati anche da una serie di atti e di affermazioni dello stesso pontefice.
Molte persone, e anche molti credenti, hanno un'idea distorta della giustizia. La vedono come ciò che sta agli antipodi della misericordia, e non come il suo naturale completamento e inveramento. La giustizia non è qualche cosa di meno della misericordia, ed essere giusti ed essere misericordiosi è una sola ed unica cosa. Mancare di misericordia è mancare di giustizia, perché è giusto tener presente la fragilità umana e offrire occasioni di redenzione a chi ha sbagliato. Ma  anche mancare di giustizia è mancare di misericordia, perché il malvagio non può ricevere lo stesso trattamento del buono, e la vittima non può essere equiparata al suo carnefice. Stiamo parlando, è chiaro, in termini umani; e la buona teologia è quella che lo tiene sempre presente, per cui non si può affatto escludere, anzi, è altamente probabile, che "misericordia" e "giustizia", per Dio, abbiano una profondità e una ampiezza che le nostre povere menti, limitate e imperfette, non potrebbero mai abbracciare. Ciò detto, resta pur sempre vero che non è lecito attribuire a Dio una capacità di misericordia che configga con il senso della giustizia, o che la ecceda, in alcun modo: perché ciò equivarrebbe ad ampliare e sottolineare una dimensione dell'azione divina e della stessa natura di Dio, passando sotto silenzio o minimizzando un'altra dimensione: il che sarebbe cattiva teologia, cioè menzogna. Occorre anche aggiungere che la "giustizia" di Dio non equivale a vedere in Lui un giustiziere, ansioso di punire il peccatore: perfino in termini puramente umani, vedere nel giudice giusto un implacabile giustiziere sarebbe una insopportabile forzatura della verità. Il giudice non gode affatto di pronunciare sentenze di condanna. Nel caso della giustizia divina, poi, non si tratta nemmeno di questo: non è Dio che condanna, ma è il peccatore impenitente che si condanna da solo. Gesù stesso ha chiarito questo concetto: (Giovanni, 3, 16-18):

Poiché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Dio infatti non ha mandato il proprio Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma affinché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato, ma chi non crede è già condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.

Pertanto, parlare agli uomini della sola misericordia di Dio, e mai della sua giustizia, significa ingannarli. E ingannare gli uomini su questo punto equivale a mettere in pericolo le loro anime: qui non stiamo parlando di noccioline, ma della vita eterna. In genere, i cattivi teologi che sanno parlare sempre e solo della misericordia divina, si scordano di parlare del peccato, del giudizio, dell'inferno e del paradiso. Forse non ci credono più? Non credono più all'esistenza del castigo eterno, e quindi dell'inferno? Oppure non credono più alla vita eterna, o ne dubitano, come Hans Küng, che fa la vittima per essere stato espulso dalle università cattoliche, dopo aver insegnato simili cose e messo nero su bianco simili dubbi, perfino nel titolo dei suoi libri? Se non ci credono più, allora lo dicano apertamente: ne traggano le conclusioni, uscendo spontaneamente da quella Chiesa che, ora, stanno mettendo in confusione, con grave turbamento delle anime. La responsabilità che si stanno assumendo è tremenda. Insegnare e predicare che Dio perdona e perdonerà tutto, ma proprio tutto, a prescindere dalle intenzioni del peccatore, è una intollerabile forzatura della lettera e dello spirito del santo Vangelo. Eppure Gesù è stato chiarissimo su questo punto: ha sempre ammonito che il pentimento, profondo e sincero, è la condizione indispensabile per accedere al perdono e alla riconciliazione con Dio. Se così non fosse, il libero arbitrio sarebbe stato dato all'uomo per niente. Ma il libero arbitrio non è un orpello, non è un fronzolo: è l'essenza della e la premessa indispensabile per la vita dell'anima. Se non vi fosse, come affermato dall'eretico Lutero, Dio non avrebbe alcun diritto di giudicare. Invece, come abbiamo visto, Gesù stesso ammonisce che il giudizio colpisce automaticamente colui che, davanti all'annuncio della Verità, si rifiuta di credervi, lo respinge, lo falsifica (Matteo, 18, 6-7):

Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare.  Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all'uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!

Per questo abbiamo detto che chi nasconde agli uomini la giustizia di Dio e li illude che qualunque peccato sarà perdonato, così, senza tanti problemi, semplicemente perché Dio è misericordioso, si assume una responsabilità tremenda: non solo verso gli altri, ma anche verso se stesso. A questi cattivi teologi, che hanno mentito, ingannando e illudendo la massa dei credenti, sarà domandato di rendere conto delle loro parole e dei loro discorsi. Possiamo solo pregare perché si ravvedano, in modo da non fare ulteriori danni, dopo quelli che hanno già provocato, spargendo a piene mani i semi dell'errore, di una errata interpretazione del Vangelo. Gesù dice che tutti i peccati saranno perdonati, tranne uno: la bestemmia contro lo Spirito Santo. E che altro è codesta bestemmia, se non il travisamento della sua Parola, del suo Vangelo? Gli altri peccati possono essere perdonati, se vi è il pentimento; ma chi travisa il Vangelo, che è la Parola di Dio, si condanna da solo, perché, facendolo, è di per sé lontanissimo da ogni idea di pentimento; anzi, probabilmente crede di avere ben meritato, visto che, grazie alla sua intelligenza, lo ha compreso meglio di quanto lo avesse compreso finora la Chiesa, nei suoi duemila anni di storia; meglio di come lo avessero compreso i Padri della Chiesa, i grandi teologi, come san Tommaso d'Aquino, e  i santi, e tutto il clero e il popolo dei fedeli.
Questa forma di travisamento della Parola di Dio è recente, fra i cattolici (non fra i protestanti, che sono nati appunto dalla pretesa d’interpretare liberamente le Scritture e dal rifiuto della Tradizione): fino al Vaticano II, vi erano stati bensì degli errori morali sul piano dei comportamenti, ma non errori dottrinali, tranne nei casi di aperta e conclamata eresia. Ma l'eresia, si sa, è cosa d'altri tempi: oggi non ci sono più gli eretici, come  non c'è più  il tribunale dell'Inquisizione. Oppure l'eresia c'è ancora, però è talmente abile da non confessarsi apertamente tale, e così diffusa, da non essere una vera eresia, ma piuttosto una generale apostasia dalla Verità? In fondo, che cos'è l'eresia, se non la pretesa di aver capito la Parola del Signore meglio dei suoi legittimi rappresentanti sulla terra, e, in un certo senso, meglio di Lui stesso? Infatti, se nel Vangelo di Gesù vi fossero realmente dei margini per l'insorgere di gravi fraintendimenti, ciò significherebbe che Egli stesso non ha saputo farsi capire, e quindi c'è bisogno che arrivi qualche sapientone a spiegare, a correggere, a chiarire ciò che Gesù Cristo ha lasciato avvolto in un alone di ambiguità. Ed ecco la superbia, una superbia veramente satanica, radice di tutti i mali, dal peccato originale in poi (per superbia, Adamo ed  Eva si lasciarono tentare dal serpente, nell'intento di diventare uguali a Dio).
Sembra impossibile, allora, che codesti teologi progressisti e modernisti, così sapienti e illuminati, e così generosi del distribuire una carità e una misericordia che non appartengono a loro, e che essi non hanno la facoltà di promettere e distribuire all’ingrosso, anche al peccatore impenitente, non abbiano mai meditato a fondo le seguenti, accorate parole di Gesù Cristo (Matteo, 11, 25-27):

Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.

È un inganno parlare sempre della misericordia 
di Dio e mai della Sua giustizia

di

Francesco Lamendola