ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 8 dicembre 2016

Moderati sbugiardati


Il mondo cattolico pare lentamente risvegliarsi dal torpore in cui si è abbandonato negli ultimi decenni, e da più parti vi è chi esprime forti perplessità - ed anche motivati allarmi - circa la deriva dottrinale cui indulgono Bergoglio e la sua fazione. 

Poiché di fazione si tratta: non solo per la partigianeria spudorata dei sostenitori delle innovazioni di questo pontificato, ma anche per i metodi staliniani con cui essi liquidano le legittime critiche e si mostrano sordi a qualsiasi confronto. E quando parliamo di metodi staliniani, ci riferiamo al classico procédé secondo il quale l'avversario dev'essere inizialmente ignorato, poi sbeffeggiato, quindi denigrato ed offeso, successivamente additato come squilibrato e infine accusato d'esser nemico del popolo.

Nello schieramento bergogliano si possono annoverare non solo quanti non fanno mistero del proprio spavaldo apprezzamento per ogni cambiamento dottrinale, morale o disciplinare arbitrariamente introdotto da Bergoglio, ma anche quanti - contro ogni ragionevolezza ed in ispregio al senso del ridicolo - si arrabattano per ricondurre le estemporanee boutades del gerarca argentino nell'alveo della tradizione. Ci riferiamo a coloro che osano parlare di ermeneutica della continuità nell'interpretazione del cosiddetto magistero attuale,  quando lo stesso Bergoglio ha più volte dichiarato che tale ermeneutica è un criterio che egli non accetta né per il Concilio Vaticano II, né tantomeno per la rivoluzione ch'egli si appresta a portare a compimento in seno alla Chiesa. 

Proprio alcuni giorni or sono, egli ha affermato senza mezzi termini che la riforma della riforma, auspicata da Benedetto XVI, è fuori discussione, e che il Concilio va accettato sine glossa com'è. 

Non è chi non veda che queste prese di posizione di Bergoglio, non che ringalluzzire i più oltranzisti sostenitori del cambiamento, finiscono per smentire platealmente i suoi adepti più moderati, che vorrebbero presentarlo in perfetta sintonia non solo con l'immutabile Tradizione della Chiesa, ma anche con i suoi più immediati predecessori. Poiché con queste esternazioni Bergoglio conferma ciò che i Cattolici degni di tal nome hanno già capito sin dall'inizio, e cioè che il Concilio non esiste come un'entità astratta, tradita e sovvertita dal postconcilio, e che anzi lo spirito del Concilio altro non è che la sua vera essenza e la sua logica epifania.

I cosiddetti moderati si trovano quindi sbugiardati dal loro stesso idolo, che se da un lato li lascia cimentarsi in bizantinismi penosi, dall'altro non nasconde nemmeno il fastidio nei loro confronti, come sempre accade per i traditori, gli opportunisti, i voltagabbana, i trasformisti. Gente che ha nei propri geni quell'indole servile e sleale che, se li rende utili in un determinato momento, non li assolve tuttavia dall'esser dei reietti, tanto agli occhi di coloro che hanno abbandonato, quanto dinanzi al padrone che sono passati a servire.

In un'altra delle sue uscite, Bergoglio ha detto che l'Amor Laetitiae non necessita di alcun chiarimento, dal momento che le deroghe pastorali in essa concesse sono frutto di una decisione presa a maggioranza da ben due Sinodi. Pochi giorni prima, i suoi corifei avevano sostenuto la stessa cosa, appellandosi nientemeno che al Paraclito, ch'essi non si vergognano di chiamare in causa a legittimare le aberrazioni introdotte da quello scandaloso documento.

Ricordiamo, en passant, che l'affermazione di quello e di questi è assolutamente falsa, e per più ragioni. Anzitutto un Sinodo non ha alcuna funzione deliberativa, ma meramente consultiva. In secondo luogo, quand'anche gli fosse conferita una potestà deliberativa, esso dovrebbe comunque attenersi all'insegnamento immutabile della Chiesa, per cui ogni deviazione sarebbe prima di qualsiasi forza vincolante per i fedeli. In terzo luogo, non è vero che la maggioranza si sia espressa a favore dell'ammissione dei divorziati ai Sacramenti, anzi è vero il contrario, nonostante i vergognosi tentativi di Bergoglio di imporrein itinere ai Padri sinodali le proprie idee. In quarto luogo, il criterio di maggioranza, in materia di fede e morale, è quando vi sia di più contrario alla costante disciplina della Chiesa. E infine, anche ammesso che il Sinodo avesse espresso un appoggio plebiscitario alla linea bergogliana - cosa che non è avvenuta, ripeto - sarebbe comunque dovere del Pontefice, custode delDepositum Fidei, correggere l'errore dei Padri Sinodali, affermando chiaramente la verità. Il Conciliabolo di Pistoia offre illuminanti spunti a tal proposito, e a Dio piacendo la stessa sorte toccherà in giorno anche al Vaticano II.

Ad ogni modo, dal dibattito presente si evince, per stessa ammissione di Bergoglio e dei suoi cortigiani, che un cambiamento nella disciplina della Chiesa vi è stato, e questo contraddice e sconfessa le argomentazioni capziose di chi vorrebbe invece sostenere che nulla è cambiato, e che il contenuto dell'Amor Laetitiae va letto alla luce del Magistero immutabile della Chiesa.

E' evidente - direi lapalissiano - che non si può leggere l'Amor Laetitiae alla luce del Magistero, poiché essa lo contraddice sic et simpliciter. Così come, ad esempio, non si può leggere il Conciliabolo di Pistoia, né il pantheon di Assisi, né l'elogio della laicità dello Stato, né la cosiddetta riforma liturgica alla luce della Tradizione. Poiché leggere quegli eventi in tal senso sarebbe come voler leggere il luteranesimo alla luce del Tridentino, il liberalismo alla luce del Sillabo, il marxismo alla luce della Rerum Novarum, il modernismo alla luce della Pascendi. Il che equivale a voler leggere l'errore alla luce della verità. 

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