ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 30 dicembre 2016

Sull’albero e i suoi frutti..

WOJTYLA E L'ILLUMINISMO 

    Se l’albero è buono come può dare frutti cattivi? Giovanni Paolo II sostenne sempre con assoluta convinzione il Concilio con dialogo inter-religioso, pluralismo culturale e la non esclusività della verità cristiana
 di Francesco Lamendola  








Diceva Gesù Cristo (Matteo, 7, 15-20):
Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere.
Eppure, a quanto pare, vi sono dei teologi, dei sacerdoti, dei vescovi, dei cardinali e perfino dei papi, i quali, specialmente dopo il Concilio Vaticano II, che si sono dimenticati della similitudine evangelica sull’albero e i suoi frutti, e ragionano come se un albero cattivo potesse dare frutti buoni, e viceversa. Pensano forse di essere più intelligenti, perspicaci e lungimiranti del divino Maestro?
A nostro avviso, si tratta d’un fenomeno specifico di questi ultimi decenni, mai verificatosi nella storia della Chiesa, se non in maniera assolutamente episodica: l’intellettualizzazione eccessiva ed impropria della fede, al livello della gerarchia.
Ci spieghiamo. Fino al Concilio Vaticano II, i papi facevano i papi, cioè i vicari di Cristo; i vescovi facevano i vescovi, cioè i pastori delle diocesi; i sacerdoti facevano i sacerdoti, cioè le guide delle comunità parrocchiali; e i religiosi facevano i religiosi, cioè si dedicavano totalmente all’amore di Dio e del prossimo (certo, anche del prossimo, gli ordini di clausura non meno degli altri: perché si può amare il prossimo anche con la preghiera e non solo con le opere materiali). Quanto ai teologi, facevano, semplicemente, i teologi: studiavano la dottrina e cercavano di spiegare razionalmente, fin dove possibile, il cristianesimo, ma sempre alla luce della divina Rivelazione e, comunque, sempre nell’ottica di aiutare il credente, di chiarire i suoi dubbi, di rinsaldare la sua fede; mai, in nessun caso, e a nessun costo, mettendola in crisi. Poi è arrivato il Concilio Vaticano II, e, subito dopo, il cosiddetto “spirito del Concilio” (con la “s” minuscola, perché non aveva niente a che fare con lo Spirito Santo), e le cose sono cambiate bruscamente, si può dire quasi da un giorno all’altro; da allora, la confusione è esplosa, e non ha fatto altro che crescere. I papi hanno cominciato a parlare di trovare un accordo con il mondo moderno, e, a  tal fine, per la prima volta nella storia, è stato convocato un concilio ecumenico senza che si fosse posta alcuna grave questione di dottrina o di disciplina, ma così, semplicemente per rivedere, per “aggiornare” tutto, un po’ qua, un po’ là. I vescovi hanno incominciato a dir la loro su tutto, non solo all’interno delle loro diocesi, ma rilasciando volentieri dichiarazioni e interviste alla stampa laica: non di rado le più azzardate, le più discutibili, e le meno in linea con il Magistero, che si possa immaginare (valga per tutti quel vescovo di Anversa che ha detto che la Chiesa dovrebbe aprire al matrimonio omosessuale). I sacerdoti, in diversi casi, si sono sbizzarriti nell’apportare, di loro iniziativa, ulteriori modifiche al Novus Ordo Missae, già di per sé drasticamente innovativo rispetto alla Messa tridentina; come se non bastasse, adoperano il pulpito per predicare un vangelo che non è sempre il Vangelo di Cristo, ma piuttosto un vangelo di loro gusto personale, ovviamente progressista e modernista, nel quale i fedeli vedono stravolto tutto ciò che credevano di sapere sulla dottrina cristiana, e, non di rado, vengono offesi i loro sentimenti più profondi, anche con battute irriverenti dirette contro certe forme di devozione e contro la Chiesa stessa. Perfino i religiosi e le religiose sono stati contagiati da questo nuovo vento post-conciliare: i fedeli vedono, con pena e sconcerto, dei frati che si mettono a ballare per la strada, invasati, essi dicono, dallo spirito (ma quale?), e delle suore che preferiscono la chitarra al Rosario, vanno in televisione, incidono dischi, cantano canzoni i cui testi hanno poco o nulla di spirituale, e che parlano dell’amore come potrebbe fare qualsiasi artista profano. Il colmo è arrivato con papa Francesco, che attacca continuamente il “clericalismo”, cioè che se la prende, un giorno sì e un giorno no, contro un costume e una mentalità che non esistono più da molti anni, mentre il problema odierno è semmai, con tutta evidenza, di natura opposta: la secolarizzazione implacabile, penetrata ormai all’interno della Chiesa stessa, che sta spazzando via quel che restava di dottrina e di pratica cristiana; e la persecuzione, ora velata, ora aperta e sanguinosa, che ha luogo nei confronti dei cristiani. I teologi, infine, dai quali è partito tutto questo processo, si son presi la libertà di ridiscutere, di mettere in dubbio, di negare, alcune delle verità essenziali della dottrina cristiana; di sovvertire la morale cattolica; di stendere un velo di silenzio sul peccato, sul male, sul demonio e sull’inferno, e di concentrarsi unicamente sui problemi dell’uomo, economici, sociali, psicologici e culturali, sempre meno in una prospettiva di fede e di preparazione alla vita eterna, fino al punto di affermare che gli uomini devono fare come se Dio non esistesse e prendere  su di sé, tutta intera, la “responsabilità” della loro vita. Con queste belle idee, con le quali hanno messo in crisi la fede di milioni di credenti, si sono ritagliati un ruolo da protagonisti assoluti, forti del prestigio e dell’autorità che, nei lavori del Concilio Vaticano, hanno permesso loro di dare un indirizzo deciso ai lavori dei Padri conciliari: un’altra novità inedita e inaudita, perché, sino a quel momento, erano stati i papi, il collegio cardinalizio e i padri conciliari a esercitare il Magistero, lasciando che i teologi si dedicassero ai loro studi in posizione subordinata. Ai teologi, infatti, veniva chiesto di accompagnare, sostenere, illuminare, se necessario, il sacro Magistero, non d’indirizzarlo, e tanto meno d’imporgli una direzione inedita rispetto alla Tradizione, quando non, addirittura, ad essa apertamente contraria.
Un esempio di come la mentalità secolarizzata fosse penetrata bene a fondo nelle più alte sfere della gerarchia cattolica è dato da un certo modo di ragionare di Giovanni Paolo II. Il quale, a proposito dell’illuminismo, dichiarava, in quel libro che è stato un po’ il suo testamento spirituale  (da: Giovanni Paolo II, Memoria e identità. Conversazioni a cavallo dei millenni; tiolo originale: Pamiec i tozsamosc; traduzione dal polacco di Zofia J. Brzozowska; Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2005, pp. 133-136):

L’illuminismo europeo non ha prodotto soltanto le crudeltà della rivoluzione francese; ha avuto anche frutti positivi come l’idea di libertà, di uguaglianza e di fratellanza, che sono pi valori radicati nel Vangelo. Anche se proclamate indipendentemente da esso, quelle idee rivelavano da sole la propria origine. In tal modo l’illuminismo francese preparò il terreno per una migliore comprensione dei diritti dell’uomo. In verità, la rivoluzione violò di fatti tali diritti in molti modi. Tuttavia l’effettivo riconoscimento dei diritti dell’uomo cominciò da allora ad essere posto in atto con maggior forza, superando le tradizioni feudali. Occorre però rilevare che questi diritti erano già conosciuti in quanto fondati nella natura dell’uomo creata da Dio a propria immagine e come tali proclamati dalla Sacra Scrittura fin dalle prime pagine del Libro della Genesi. Ad essi fa riferimento ripetutamente Cristo stesso, il quale nel Vangelo afferma, tra l’altro che “il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (Mc 2, 27). Con queste parole egli chiarisce con autorevolezza la superiore dignità dell’uomo, indicando il fondamento in definitiva divino dei suoi diritti.
Anche l’idea del diritto della nazione ha un suo collegamento con la tradizione illuministica, e perfino con la rivoluzione francese. Il diritto della nazione all’esistenza, alla propria cultura ed anche alla sovranità politica, in quel periodo storico, cioè nel XVIII secolo, era particolarmente importante, per molte nazioni del continente europeo, e anche fuori dai sui confini. Lo era per la Polonia, che proprio in quegli anni, nonostante la Costituzione del 3 maggio, stava per perdere l’indipendenza. Lo era in particolare, oltreoceano, per gli Stati Uniti d’America, che si stavano allora formando. È significativo che quei tre eventi - la rivoluzione francese (14 luglio 1789), la proclamazione della Costituzione del 3 maggio (1791) in Polonia e la Dichiarazione di Indipendenza negli Stati Uniti d’America (4 luglio 1776) – si siano verificati a così breve distanza l’uno dall’altro. Ma qualcosa di simile si potrebbe dire anche di vari Paesi dell’America latina, i quali, dopo un lungo periodo feudale, stavano raggiungendo allora una nuova consapevolezza nazionale, e maturavano di conseguenza aspirazioni indipendentistiche contro la Corona spagnola o portoghese.
Così, dunque, le istanze di libertà, uguaglianza e fratellanza venivano affermandosi - purtroppo tra il sangue di molte vittime sacrificate sul patibolo – ed illuminavano la storia dei popoli e delle nazioni, almeno nei due continenti europeo e americano, dando inizio a una nuova epoca della storia. Quanto all’idea di fratellanza, idea fino in fondo evangelica, nel periodo della rivoluzione francese portò anche un suo nuovo consolidamento nella storia dell’Europa e del mondo. La fratellanza è un vincolo che lega tra loro non soltanto gli uomini, ma anche le nazioni. La storia del mondo dovrebbe essere governata dal principio della fratellanza dei popoli, e non soltanto dal gioco delle forze politiche o dall’egemonia della volontà dei monarchi, senza sufficiente riguardo per i diritti dell’uomo e delle nazioni.
Le idee di libertà, di uguaglianza e di fratellanza  furono provvidenziali all’inizio del XIX secolo anche per il fatto che quegli anni dovevano portare con sé una grande svolta nella cosiddetta questione sociale.  Il capitalismo degli inizi della rivoluzione industriale mortificava in vario modo la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza, consentendo lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo in ossequio alle leggi del mercato. La consapevolezza illuministica, soprattutto nella sua concezione della libertà, favorì sicuramente la nascita del “Manifesto” comunista di Karl Marx, ma suscitò anche – e in certa misura perfino indipendentemente da tale proclama – la formazione dei postulati della giustizia sociale, giustizia che, a sua volta, aveva la sua radice ultima nel Vangelo, è motivo di riflessione constatare come questi processi di matrice illuministica abbiano portato a una riscoperta in profondità di verità contenute nel Vangelo. Lo mettono in evidenza le stesse encicliche sociali, dalla “Rerum novarum” di Leone XIII alle Encicliche del XX secolo, fino alla “Centesimus annus”.
Nei documenti del Concilio Vaticano II si può trovare una stimolante sintesi del rapporto tra il cristianesimo e l’illuminismo. I testi, in verità, non ne parlano direttamente, ma, se esaminati più a fondo alla luce del contesto culturale contemporaneo, offrono molte indicazioni preziose al riguardo.
Il Concilio, nell’esposizione della dottrina, ha volutamente adottato una linea non polemica. Ha preferito proporsi come un’ulteriore espressione di quell’inculturazione che ha accompagnato il cristianesimo sin dai tempi degli Apostoli. Seguendo le sue indicazioni, i cristiani possono andare incontro al mondo contemporaneo ed avviare con esso un dialogo costruttivo. Possono anche chinarsi, come il Samaritano del Vangelo, sull’uomo ferito, cercando di curare le sue ferite di questo inizio del XXI secolo. La sollecitudine nel portare aiuto all’uomo è incomparabilmente delle polemiche e delle accuse riguardanti , per esempio, lo sfondo illuministico delle grandi catastrofi storiche del XX secolo. Lo spirito del Vangelo, infatti, si esprime innanzitutto nella disponibilità ad offrire al prossimo il proprio aiuto fraterno.

Se ci siamo soffermati sul giudizio espresso da Giovanni Paolo II a proposito del’illuminismo, è stato, più che per il suo significato specifico, quale esempio di tutto un modo di porre le questioni del rapporto fa la Chiesa e il mondo della storia, da parte non solo di lui, ma un po’ di tutta la Chiesa a partire dal Concilio Vaticano II, di cui Wojtyla – che vi aveva partecipato - fu sempre un dichiarato ammiratore e uno strenuo difensore. È significativo che egli sia stato percepito, specialmente all’interno della Chiesa stessa, come un papa conservatore: ciò sta a indicare quanto il baricentro della Chiesa si fosse spostato a sinistra, nel giro di pochi anni, a partire dal Concilio Vaticano II. Non basta la condanna della teologia della liberazione, per fare di un papa un conservatore, e nemmeno il suo rifiuto a qualsiasi ipotesi di sacerdozio femminile o di abolizione del celibato ecclesiastico. Giovanni Paolo II sostenne sempre, con assoluta convinzione, che il Concilio era stato un evento decisivo e provvidenziale nella storia della Chiesa, e si incaricò di diffonderne lo spirito, sia pure senza giungere alle posizioni estreme di un Hans Küng, o, più recentemente, di un Walter Kasper; di riaffermare le principali novità del Concilio in materia sia di contenuti dottrinali, che di azione pastorale, come l’ecumenismo, il dialogo inter-religioso, il pluralismo culturale e la non esclusività della verità cristiana e della salvezza cristiana. Tutto questo ci pare che basti e avanzi per vedere in lui tutt’altro che un pontefice conservatore; al contrario, egli fu un papa progressista, liberale (e questo termine, parlando in termini di dottrina cattolica, non è da intendersi, necessariamente, come un complimento), per certi aspetti persino neomodernista.
Questo atteggiamento di fondo, progressista, liberale e modernista, si coglie, appunto, nel suo modo di porsi, non solo riguardo al fenomeno storico dell’illuminismo, ma, più in generale, nei confronti della storia umana e del suo rapporto con la storia divina, che coincide, in gran parte (anche se non solo) con l’Incarnazione del Verbo e, poi, con le vicende, due volte millenarie, della Chiesa da Lui fondata, e affidata a san Pietro e ai suoi legittimi successori. E che dire di quando cerca di arruolare Dio stesso tra le file dei giusnaturalisti, affermando che Egli, attraverso la Bibbia, ha proclamato i “diritti umani” sin dalla creazione di Adamo ed Eva? Messa così, si tratta di una affermazione paradossale, addirittura imbarazzante, in bocca ad un romano pontefice. È una vera e propria inversione concettuale: non sono gli uomini che, uniformandosi al progetto di Dio, scoprono il valore inalienabile della persona umana; è Dio che, anticipando gl’illuministi, proclama i diritti dell’uomo (e del cittadino?). Davvero stupefacente.
Il ragionamento di Giovanni Paolo II sull’illuminismo è contraddittorio, povero, incompleto. Da un lato, egli riconosce che i grandi principi da esso – o piuttosto dalla Rivoluzione francese – proclamati, la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza, erano principi cristiani; dall’altro, loda la cultura illuminista per averli diffusi, sia pure staccandoli dal Vangelo, e affermando che essi hanno “illuminato” (una svista?) la storia dei popoli. Certo, sono stati versati “fiumi di sangue” durante la rivoluzione, però le idee erano buone: strano ragionamento, per un cristiano; e  non solo per un cristiano. Si possono considerare i fiumi di sangue come un effetto collaterale, li si può archiviare come un incidente di percorso? Inoltre, nemmeno una parola sulla Massoneria, sui centri di potere occulto anticristiani, e sulla loro persistenza nella realtà odierna, che pure è penetrata fin dentro il cuore della Chiesa: ne parlava già Paolo VI, denunciando il fumo di Satana in Vaticano. Come è possibile che la cosa sia sfuggita, non diciamo ad un pontefice della fine del XX secolo, ma a una qualsiasi persona di media cultura, che rifletta sulle vicende storiche della modernità? Oppure quel silenzio ha un altro significato? Vi sono delle cose che non si possono dire, nemmeno da un papa; e delle zone d’ombra che non possono essere neanche nominate? Eppure: come può essere sfuggito a papa Wojtyla che l’illuminismo nasce, sì, riprendendo alcune idee-chiave del Vangelo, ma non semplicemente ignorando quest’ultimo, bensì progettando una crociata risolutiva contro il cristianesimo, e in particolare contro la Chiesa cattolica? Come può passare sotto silenzio il grido di battaglia di Voltaire, che è il grido di battaglia di tutto il movimento illuminista: écrasez l’infâme? Che cosa si può capire dell’illuminismo, se si sorvola e si tace su questo aspetto, che in esso è centrale: la precisa volontà di distruggere la Chiesa cattolica e di farne sparire anche il ricordo, come effettivamente tentarono di fare gli enragés durante la campagna per la scristianizzazione della Francia, nel 1793?
Poi, dopo aver ricordato, immancabilmente, un episodio della storia polacca (la Costituzione del 3 maggio 1791) e averlo posto sullo stesso piano dei grandi eventi mondiali della fine del Settecento – egli non è mai riuscito a pensare in termini veramente universali, perché ha sempre conservato un legame viscerale, e un po’ provinciale, con tutto ciò che è polacco, sopravvalutandolo all’estremo, e circondandosi di un entourage quasi esclusivamente polacco – sostiene che le idee illuministe furono “provvidenziali” (altra svista?) perché si potesse affrontare, nel XIX secolo, la questione sociale, anche se proprio da esse è scaturito il marxismo, che ha generato, a sua volta, il totalitarismo comunista (la sua bestia nera): di nuovo, frutti cattivi da un albero “buono”. In questa carrellata storica, peraltro, poco egli parla della Grazia, dello Spirito Santo, dell’azione di Dio nel mondo: si direbbe che la storia, come lo è per tutti gli studiosi laicisti, da Machiavelli e Guicciardini in poi, sia fatta esclusivamente, o quasi esclusivamente, dagli uomini, con mezzi umani, in una prospettiva umana, con vittorie e sconfitte prettamente umane. Certo, Dio è sullo sfondo; e chi lo nega? Non lo negava neppure Machiavelli.
Infine, anche se del tutto fuori tema, ecco l’immancabile sviolinata sul Concilio, che viene lodato appunto per aver stabilito un “dialogo” con il mondo. Egli loda il Concilio per aver evitato di assumere “toni polemici” verso la civiltà moderna: ma davvero ciò è sufficiente per stabilire con essa un “dialogo costruttivo”? Pio IX era dunque del tutto in errore, allorché, con il Sillabo, più che porsi in maniera polemica verso la modernità, la condannava in tutti i suoi aspetti qualificanti, a cominciare dalla libertà di pensiero, il liberalismo, la democrazia? Anche papa Wojtyla usa con disinvoltura il concetto di “dialogo”: pare che, da Gesù Cristo fino al 1962, nessuno, nella Chiesa, avesse considerato adeguatamente questo aspetto. Però, a parte il grave fraintendimento sul concetto di “dialogo” (per dialogare bisogna essere in due: e questo, lui come altri, non sembra averlo considerato; né risulta che Gesù “dialogasse” con il popolo, bensì che lo istruisse e lo esortasse alla conversione), che cosa sa, che cosa ha capito, Giovanni Paolo II, del mondo moderno, col quale i cristiani devono, secondo lui, dialogare? Molto poco, a quel che risulta dalle sue riflessioni. Egli parla in termini di nazioni, di stati, di nazionalismi, di egoismi, di guerre, di fratellanza che dovrà succedere alle contese incessanti: la dimensione planetaria della finanza moderna gli sfugge completamente; vede gli effetti di certi fenomeni storici (le due guerre mondiali), ma non le loro cause e non sembra rendersi conto, lui nazionalista polacco, e sia pure d’un nazionalismo mitigato dal cattolicesimo (oppure esaltato dal cattolicesimo?), che il tempo della sovranità nazionale è tramontato, a favore di organismi e centri di potere super-nazionali, artefici di una nuova e micidiale forma di totalitarismo globale. Non sembra rendersi conto che la grande sfida del terzo millennio si gioca proprio sulla sopravvivenza delle patrie, delle identità, delle culture locali, contro una strategia della super-finanza mondiale che tende a ridurre la terra ad un unico mercato, e i suoi abitanti alla sola funzione di produttori e consumatori, in un circolo vizioso che non ha mai fine. Insomma Giovanni Paolo II ragiona sulla storia d’Europa e del mondo in maniera accademica, ottocentesca, lontana dall’urgenza dei problemi reali, primo fra tutti quello delle migrazioni/invasioni islamiche, le quali si riversano, a ondate incessanti, sul nostro continente, e che stanno per sommergere la cristianità, se non altro per effetto della denatalità europea e dell’alto tasso d’incremento demografico degli immigrati/invasori.
Possibile che, su tutto questo, egli non avesse nulla da dire, e non vedesse la duplice minaccia alla sopravvivenza della civiltà europea e della Chiesa cattolica?

Se l’albero è buono, come può dare frutti cattivi?

di Francesco Lamendola
http://www.ilcorrieredelleregioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=10725:wojtyla-e-lilluminismo&catid=70:chiesa-cattolica&Itemid=96

"Faremo meno guerra e più figli. E una nuova alleanza con gli Usa"

Il discorso di Putin: "L'economia riparte nonostante le sanzioni. L'agricoltura vale più dell'industria bellica"


Cari colleghi e cari cittadini della Russia, giustizia, rispetto e fiducia sono principi universali. Noi li difendiamo con forza in campo internazionale. Nella stessa misura siamo tenuti a garantire il rispetto di questi principi all'interno del Paese. Il 2017 sarà l'anno del centenario delle Rivoluzioni di Febbraio e di Ottobre.
Le lezioni della storia ci sono necessarie prima di tutto per la riconciliazione, per consolidare la concordia sociale, politica e civile che oggi abbiamo conquistato. Non è accettabile che fratture, offese, divisioni vengano trascinate nella nostra vita di oggi.
La ricchezza fondamentale della Russia è il capitale umano. Per questo i nostri sforzi sono indirizzati al sostegno dei valori tradizionali e della famiglia, ai programmi demografici, al miglioramento della situazione ambientale e della salute pubblica e allo sviluppo dell'istruzione e della cultura. La crescita naturale della popolazione continua. Nel 2013 il coefficiente di natalità in Russia è stato l'1,7, cioè più alto che nella maggior parte dei Paesi europei. Nel 2015 il nostro coefficiente di natalità sarà ancora superiore: all'1,78.

ECONOMIA

Due anni fa abbiamo affrontato alcune gravi sfide economiche: la sfavorevole congiuntura sui mercati internazionali, le sanzioni con le quali si cercava di costringerci, come dice un detto popolare, «a ballare al suono di una musica non nostra» e ad agire in spregio dei nostri fondamentali interessi nazionali. Tuttavia, lo ripeto, le cause principali della frenata economica risiedono prima di tutto nei nostri problemi interni; e cioè nella carenza degli investimenti, di tecnologie moderne, di risorse umane e professionalmente preparate, nello sviluppo insufficiente della concorrenza e nei difetti del clima imprenditoriale. Eppure oggi abbiamo registrato una piccola crescita industriale. Se l'anno scorso il Pil ha subìto un calo del 3,7%, quest'anno penso che il calo sarà insignificante. Nei primi 10 mesi del 2016 la flessione è stata dello 0,3% e più o meno resterà tale.
Abbiamo garantito la solidità macro-economica e, cosa molto importante, abbiamo conservato le nostre riserve finanziarie. Non solo non sono calate, ma addirittura sono aumentate le riserve auree della Banca centrale. Se a gennaio 2016 erano pari a 368 miliardi di rubli (5,7 miliardi di euro), oggi sono a 400 miliardi (6,2 miliardi di euro).
L'inflazione, che dall'anno scorso è calata, sarà inferiore al 6%. Se vi ricordate, nel 2015 era al 12,9%. Auspico che rimanga intorno al 5,8%. La dinamica è positiva. Ricordo che l'inflazione più bassa risale al 2011 quando toccò il 6,1%.
I programmi di sostegno a una serie di settori industriali e del mercato immobiliare hanno avuto impatto positivo. Nel 2015 sono stati aperti cantieri per più di 85 milioni di metri quadrati di edilizia residenziale. Si tratta di un indice record per la Russia in tutta la sua storia. La produzione agricola oggi ci rende di più della vendita di armi; nel 2015 abbiamo esportato armamenti per 14,5 miliardi di dollari e prodotti agricoli per oltre 16. Quest'anno ci aspettiamo un risultato ancora migliore. Il settore dell'industria bellica è stato fortemente modernizzato e adesso dobbiamo indirizzarlo sulla fabbricazione di prodotti civili moderni e competitivi per la medicina, l'energia, l'aeronautica, la cantieristica navale, l'industria aerospaziale. Nel 2025 il 30% della produzione del complesso bellico sarà destinata al settore civile, il 50% entro il 2030.
Uno dei settori che si stanno sviluppando è quello delle tecnologie dell'informazione. In cinque anni le esportazioni sono raddoppiate e abbiamo raggiunto i 7 miliardi di dollari. Nel complesso, nonostante stia aumentando la tendenza al protezionismo, abbiamo buone potenzialità per incrementare le nostre esportazioni. Una forte concorrenza straniera potrà temprare e risanare la nostra economia, garantire un nuovo livello di efficienza delle aziende russe, un miglioramento della qualità di merci e servizi e un incremento della produttività. Gli esempi che ho appena citato dimostrano che stiamo già modificando la struttura dell'economia creando aziende moderne in grado di operare sui mercati mondiali.

TASSE E SISTEMA FISCALE

Dobbiamo orientare il nostro sistema fiscale in modo che operi per l'obiettivo principale: stimolare l'attività d'impresa, far crescere l'economia e gli investimenti, creare condizioni competitive per lo sviluppo delle nostre aziende. L'impegno dal prossimo anno dovrà essere quello di ristrutturare il sistema fiscale coinvolgendo le associazioni imprenditoriali.

LA GIUSTIZIA NON È UNO SHOW

Negli ultimi anni ci sono stati non pochi casi clamorosi in cui sono stati coinvolti dipendenti comunali, regionali e federali. L'assoluta maggioranza dei dipendenti pubblici è onesta, per bene e lavora per il Paese; ma né la carica, né i legami di alto livello, né i meriti pregressi possono coprire eventuali malefatte commesse. Tuttavia fino alla sentenza del tribunale nessuno ha il diritto di pronunciare un verdetto. Da noi, purtroppo, è diventata un'abitudine quella di sollevare un polverone mediatico sui cosiddetti casi clamorosi. Non di rado sono gli stessi rappresentanti delle forze dell'ordine o gli inquirenti a diffondere le notizie; ma la lotta alla corruzione non è uno show; richiede professionalità, serietà e senso di responsabilità, solo così può raggiungere un risultato concreto e ottenere il sostegno consapevole e ampio della società.

SISTEMA BANCARIO

Nell'ambito del sostegno anti-crisi negli anni 2015-2016, abbiamo sostenuto la capitalizzazione delle banche con 827 miliardi di rubli (13 miliardi di euro). Quest'anno le banche sono tornate in attivo: l'utile del settore, nei primi dieci mesi dell'anno scorso, è stato di 193 miliardi di rubli e quest'anno ha già raggiunto i 714 miliardi (11 miliardi di euro), quasi quadruplicato. Molte banche, o almeno le più deboli, sono state estromesse dal mercato. L'ambiente bancario è stato sottoposto a un processo di risanamento che la Banca centrale porta avanti.

POLITICA ESTERA

Contro di noi è stato messo in atto di tutto: dalle favole dell'aggressione russa, alla propaganda sull'ingerenza nelle elezioni altrui, all'avvelenamento. Le campagne mediatiche orchestrate contro di noi, la fabbricazione di notizie false e le lezioni impartite dall'alto sono venute a noia. A differenza di alcuni Paesi stranieri che vedono nella Russia un nemico, non cerchiamo dei nemici. Abbiamo bisogno di amici ma non permetteremo che vengano violati e disprezzati i nostri interessi nazionali. Siamo favorevoli a un dialogo amichevole e paritario, al consolidamento dei principi di giustizia e rispetto reciproco. Siamo disponibili a dialogare sulla costruzione di uno stabile sistema di relazioni internazionali. Purtroppo, su questo piano, i decenni che ci separano dalla fine della Guerra fredda sembrano trascorsi invano.
Noi siamo a favore della sicurezza e delle opportunità di sviluppo non per pochi eletti, ma per tutti i Paesi e i popoli. Contro ogni monopolio, sia che si tratti di una pretesa di eccezionalità o del tentativo di congegnare a proprio favore le regole del commercio internazionale, di limitare la libertà di parola, di introdurre una censura di fatto nello spazio informativo globale. Ci hanno sempre criticato sostenendo che stavamo applicando la censura nel nostro Paese e ora sono loro ad allenarsi sul campo.
La priorità assoluta della politica estera russa rimane il rafforzamento della collaborazione nell'ambito dell'Unione economica eurasiatica. Di notevole interesse è anche l'idea russa di costituire in Eurasia un modello multilivello di integrazione. Io sono convinto che questa discussione sia possibile anche con i Paesi dell'Ue nei quali oggi cresce la richiesta di un percorso politico ed economico autonomo e indipendente, come si vede dai risultati delle elezioni.
Oggi la Cina è una delle più potenti economie del mondo ed è molto importante il fatto che di anno in anno la nostra cooperazione si arricchisca di nuovi imponenti progetti in settori diversi: nel commercio, negli investimenti, nell'energia e nelle alte tecnologie. Siamo disponibili a collaborare anche con la nuova amministrazione americana; è importante normalizzare le relazioni bilaterali e svilupparne di nuove sulla base di pari diritti e reciproco vantaggio. La collaborazione Russia-Usa nella soluzione dei problemi globali e regionali risponde agli interessi del mondo. Abbiamo una comune responsabilità nel garantire sicurezza e stabilità internazionale.

TERRORISMO

E naturalmente io confido nella possibilità di unire con gli Usa gli sforzi nella lotta contro il terrorismo internazionale. Proprio questo è il compito che stanno assolvendo i nostri militari in Siria. Ai terroristi è stato inferto un duro colpo, l'esercito e la flotta della Russia hanno dimostrato di essere in grado di operare con efficienza. Desidero ringraziare tutti i nostri militari perché voi, soldati della Russia, avete a cuore il vostro onore e l'onore della Russia. Quando il popolo sente di essere nel giusto, agisce compatto e percorre con sicurezza il cammino scelto. Il futuro della Russia dipende solo da noi, dal lavoro e dal talento di tutti i nostri cittadini, dalla loro responsabilità e dal loro successo. E noi raggiungeremo gli obiettivi che ci siamo posti.
(sintesi a cura di Giampaolo Rossi)


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