ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 4 gennaio 2017

Ciò non significa?



Card. Baldisseri: Amoris laetitia è per una chiesa in uscita con le porte aperte


baldisseri01La «Chiesa in uscita» è contemporaneamente «anche la Chiesa dalle porte aperte». Sono parole del Segretario generale del Sinodo, cardinale Lorenzo Baldisseri (in foto), intervenuto in una conferenza a Civitavecchia a proposito del cammino sinodale che ha condotto all’esortazione Amoris laetitia.
Lo riporta l’Osservatore romano nell’edizione del 3-4 gennaio 2017, che riporta alcune parole significative del porporato. «Amoris laetitia — ha sottolineato Baldisseri — usa il verbo discernere soprattutto nel capitolo ottavo, collocandolo nel titolo in mezzo ad altri due verbi: accompagnare e integrare la fragilità». Infatti «quando l’amore non corrisponde più alla forma del sacramento nuziale, la Chiesa si prende cura di queste persone ferite, perché possano ritrovare la via del Vangelo, alla luce del primato della grazia di Dio che mai abbandona».
Ciò non significa, ha precisato il porporato, che «la normativa e la dottrina della Chiesa» subiscano variazioni o che essa non tenga conto «della riflessione morale tradizionale». Vale però il fatto che tenendo conto della «norma generale», le «situazioni particolari devono essere considerate nella loro specificità». In questo modo si ribadisce quanto già espresso in più occasioni, vale a dire che, in certi casi, è previsto anche l’accesso ai sacramenti per le coppie cosiddette ferite, in particolare nel caso dei divorziati risposati (vedi nota al testo di AL n°351).
In particolare l’Osservatore romano specifica che in questo senso l’Amoris laetitia traccia linee ben chiare riguardo, ad esempio, «la delicata questione dei divorziati e risposati civilmente», con le indicazioni sulla «possibilità della riconciliazione sacramentale e della recezione dell’eucaristia». Si tratta sempre di un «cammino» che favorisce «la maturazione di una coscienza illuminata». Ancora una volta, ha sottolineato il cardinale Baldisseri, si capisce come «un autentico processo di discernimento» sia «decisivo affinché l’accogliere e l’accompagnare, elementi tipici della Chiesa in uscita, non si limitino a una generica vicinanza alle persone, che — per quanto importante — lascia comunque ognuno nella propria situazione di partenza». Il discernimento, invece, «rende possibile che l’accogliere e l’accompagnare siano finalizzati al compimento di un cammino da percorrere insieme», con l’obiettivo «di “integrare” nella vita della Chiesa tutti coloro che essa avvicina o che le si avvicinano, secondo le possibilità, le tappe e le modalità proprie di ciascuno».
In questo cammino di accompagnamento rimane però il tema ambiguo dei divorziati risposati conviventi more uxorio e l’accesso ai sacramenti, una questione che è stata posta in modo chiaro dai “dubia” indicati da quattro cardinali

IL MATRIMONIO CRISTIANO

    Il matrimonio cristiano è immagine delle nozze di Cristo e della Chiesa. Esso è un dono di Dio ma anche una “figura” della mistica unione fra Dio e gli uomini, per mezzo di Gesù Cristo il mediatore dell’umanità redenta 
di Francesco Lamendola  




Viviamo in un’epoca oscura, quando anche le verità più ovvie si offuscano, o vengono intorbidate a bella posta, affinché noi perdiamo ogni valido punto di riferimento e ogni sano principio morale, e, smarriti nei labirinti di un mondo in troppo rapida trasformazione, ci abbandoniamo al flusso della corrente, lasciandoci manipolare e strumentalizzare da chi ha interesse a sovvertire la bellezza e la sacralità della vita, l’augusta profondità dei misteri divini, la dolcezza ineffabile del legame di amore fra gli uomini e Dio, di riflesso, e fra uomo e uomo.
Una delle ovvie verità che stanno andando smarrite è quella del mistero del matrimonio cristiano, della quale gli stessi cristiani sembrano sempre meno consapevoli, come un erede fortunato, ma indegno, che riceva un’autentica fortuna, per lascito, da un lontano parente e la sperperi in un batter d’occhio fra divertimenti grossolani e gozzoviglie d’ogni specie, perché non è capace di apprezzarla nel suo giusto valore e non ha alcun rispetto per il lavoro, il sacrificio e la fatica che sono stati necessari per accumularla. D’altra parte, il matrimonio in quanto tale è oggetto di un attacco così virulento e sistematico, e sia pure, generalmente, indiretto, specie da parte delle lobby gay e degli oscuri potentati finanziari che le sovvenzionano, per le loro ragioni interessate, che ci sarebbe da stupirsi se, un poco alla volta, la società non avesse finito per introiettare i messaggi incessanti della cosiddetta ideologia gender,e il valore del matrimonio e della famiglia non fosse stato incrinato e stravolto da una visione distorta e puramente materialistica delle relazioni affettive e sessuali. Resta da constatare, con molta tristezza, che proprio i cattolici, custodi e depositari di un’altissima e nobilissima concezione dell’amore e del matrimonio, non sempre hanno saputo reagire e non sempre si mostrano all’altezza della sfida globale e della posta oggi in gioco: la sopravivenza della istituzione matrimoniale, e quindi della famiglia, così come l’abbiamo sempre conosciuta; e, nello stesso tempo, la consapevolezza della diversa identità naturale dell’uomo e della donna, nella cui relazione soltanto, pur attraverso prove e difficoltà, la società trova sostegno e l’umanità può attingere ragioni di speranza riguardo al futuro.
Ora, sul fatto che il matrimonio, come del resto indica l’etimologia della parola (matris munus, dono/dovere della madre), sia sempre stato e non possa essere altro, sotto qualsiasi cielo e in qualunque tempo, che l’unione feconda dell’uomo e della donna, e non l’unione sterile di due uomini o di due donne,  non ci attardiamo nemmeno a discutere: se lo facessimo, scenderemmo sul terreno preferito dei distruttori della nostra civiltà, i quali vorrebbero portare ogni questione sul terreno dell’assurdo, di ciò che è innaturale e deviante, per esigere sempre nuovi diritti a favore delle minoranze e per spostare sempre un poco più in là, verso il caos e la disgregazione, i limiti di ciò che è socialmente giusto, accettabile, lecito. Tanto varrebbe mettersi a discutere pro o contro la pedofilia (se i minori sono consenzienti, beninteso: così sono salve anche le forme), o le unioni sessuali fra uomini e animali (e qui non sappiamo cosa direbbero gli animalisti a oltranza), e via degenerando: perché, una volta adottato il principio che “l’amore giustifica tutto”, non vi sono più limiti a ciò che una mente malata o una sessualità deviante potrebbero pretendere, sempre in nome del rispetto dei diritti inviolabili dell’uomo e del cittadino. Resta dunque da vedere in che cosa consiste la nobiltà della concezione cristiana del matrimonio, che cosa la rende superiore ad ogni altra, e, in particolare, al matrimonio civile, che è solo un contratto legale fra due parti, e nel quale non esiste alcuna dimensioni spirituale e morale (o meglio, può esistere, ma è facoltativa, perché non ha un peso effettivo nella stipulazione del contratto stesso).
Ebbene: la nobiltà e la spiritualità del matrimonio cristiano consistono nel fatto che esso è un dono di Dio all’uomo, e, nello stesso tempo, una “figura” (come diceva l’esegesi cristiana medievale, e come direbbe Erich Auerbach, ossia una prefigurazione d’un fatto  storico da parte di un altro fatto, che è l’adempimento del primo) della mistica unione fra Dio e gli uomini, per mezzo di Gesù Cristo, il mediatore dell’umanità redenta e il fondatore della sua santa Chiesa. Di una tale interpretazione si trovano frequenti accenni nell’Antico Testamento  specialmente nei Profeti, e soprattutto nel Cantico dei Cantici: come Cristo ha amato l’umanità e, per redimerla, l’ha “sposata” con il suo stesso sangue, patendo per essa e sacrificandosi sul legno della croce, così l’uomo è chiamato ad amare la sua sposa, ed ella è chiamata ad amare il proprio sposo, fedeli l’uno all’altra, in una promessa di comune salvezza che riscatterà ogni sacrificio e ogni sofferenza.
Ecco, questo è venuto a mancare, nella concezione moderna del matrimonio, anche da parte di molti cattolici, e specialmente i cosiddetti progressisti: la piena consapevolezza che il matrimonio non è solo un romanzo sentimentale, una promessa di gioia e felicità, ma anche una volontaria assunzione di responsabilità e una disponibilità, potenzialmente illimitata, al sacrificio, in nome del patto di fedeltà fra gli sposi, santificato da Dio mediante il sacramento del matrimonio; infatti, propriamente parlando, non ci sposa in due, ma in tre, il terzo essendo appunto il Padre, garante e ministro di quella promessa di fedeltà e amore incrollabili. L’edonismo che oggi pervade tutta la nostra società ha posto in ombra questo aspetto, che non piace, che non è popolare, che non incontra le simpatie della gente, perché quasi tutti, ormai, vorrebbero sentir parlare solo di diritti dell’individuo (e mai del gruppo o della comunità), di piaceri e di gratificazioni; ahimè, ci si è dimenticati che il cristianesimo è la religione della croce, e che la croce significa sofferenza. Da ciò, tuttavia, non consegue affatto che sia anche la religione del masochismo: perché il cristiano non va a cercare la sofferenza; ma sa che essa esiste, che fa parte della vita e che è inevitabile; e sa che l’unica maniera per trasformarla in un bene più grande, in una realtà più alta, per trasfigurarla e nobilitarla, è quella di offrirla a Dio, con il suo aiuto, ad imitazione della sofferenza di Cristo sulla croce, per amore dell’umanità.
Scriveva il sacerdote e mistico francese Henri Caffarel (Lione, 30 luglio 1903-Troussures, in Piccardia, 18 settembre 1996), che ha dedicato quasi tutta la sua vita alla riflessione sul mistero della famiglia cristiana e al suo sostegno attivo (in: H. Caffarel, Pensieri sull’Amore e al Grazia; titolo originale: Propos sur l’Amour et la Grace, 1956; traduzione dal francese di Liliana Buraggi Argenziano, Milano, Istituto La Casa, 1958, pp. 82-86):

Quando si dice che il matrimonio è un’offerta di Cristo alla famiglia  e una consacrazione della famiglia a Cristo, la simmetria è completa, ma non si è ancora detto tutto. Occorre anche penetrare la più profonda intimità del mistero, o, per meglio dire, gettare dalla soglia uno sguardo nella tenebra di ciò che è sacro. […]
Nell’unione dell’uomo e della donna c’è qualche cosa che evoca l’unione ineffabile del Redentore e della umanità salvata. Questo accostamento non si trova solamente nel capitolo V dell’epistola agli Efesini, che è il grande testo del matrimonio cristiano, ma in tutto l’antico testamento che continuamente paragona i rapporti di Yahvé e del suo popolo con quelli d’uno sposo fedele e amante e di una sposa ora appassionata, ora volubile, ora pentita. Si trova anche negli scritti dei mistici che si servono delle parole amore, fidanzamento, matrimonio per descrivere la loro unione con Dio. Non profaniamo dunque il mistero di Cristo tentando di intravvederlo, quasi in filigrana, nelle profondità dell’amore umano; anzi diamo a questo il suo carattere di segno sacro, di evocazione divina.
È possibile precisare in che cosa il matrimonio evoca l’unione di Cristo e della Chiesa, senza distruggere il mistero?
Innanzitutto l’evoca come un mistero di intimità. La faticosa meta dell’amore è di realizzare progressivamente l’unione di tutti i piani: dei corpi, delle intelligenze, dei cuori, delle attività. Quando uno ha provato con pazienza sa che è duro, ma sa anche quale gioia e quale forza risultino da questa fatica. L’unione di Cristo e della Chiesa non è né meno totale, né meno difficile, né meno dilatante. Essa richiede il medesimo sforzo e reca la medesima gioia. Persino l’intimità carnale, così umana e profonda a prima vista, evoca la unione del nostro corpo e del corpo di Cristo: pensiamo al miracolo d’amore della comunione eucaristica nella quale la carne del Figlio di Dio trasfigura la nostra e la prepara alla resurrezione eterna.
Il matrimonio evoca ancora l’unione di Cristo e della Chiesa come un mistero di sofferenza. Il Redentore si è unito per sempre all’umanità sulla croce: ma queste nozze di sangue non hanno niente di analogo nella esperienza umana? Coloro che penetrano nella realtà dell’amore scoprono con grande stupore che non solo si può soffrire l’uno acanto all’altro o l’uno per l’altro, ma anche l’uno a motivo dell’altro, e ciononostante quando si è giunti ad accogliere umilmente questa sofferenza, allora si scorge l’amplissimo orizzonte dell’amore; amore e dolore, amore e sacrificio, amore e redenzione sono parole legate per sempre. Una famiglia che mediti dinanzi alla croce, riconosce in essa il senso delle sue prove e comprende meglio “la larghezza e la profondità” della carità di Dio.
Il matrimonio evoca anche l’unione di Cristo e della Chiesa come un mistero di fecondità,. L’amore non conosce limiti; vorrebbe gridare la sua gioia all’universo intero e farne partecipe ogni creatura vivente; dagli sposi l’amore si riversa copioso sui figli e riscalda coloro che avvicinano la famiglia. Pare che esso trascorra invisibilmente dal cuore di coloro che amano nell’opera da essi creata e negli amici che frequentano. Non è questa un’immagine terrestre dell’immensa fecondità di Cristo e della Chiesa, la cui carità non ha confini e accoglie indistintamente ricchi e poveri, geni e umile gente, e offre incessantemente la sua preghiera “pro totius mundi salute”, per la salvezza del mondo intero?
Infine l’unione dell’uomo e della donna evoca quella di Cristo e della Chiesa come un mistero di gloria. Indubbiamente una vita familiare incontra ostacoli e prove innumerevoli; ma nel profondo di loro stessi gli sposi veramente uniti sanno che il loro amore è una sorgente inesauribile di gioia, che anche la sofferenza si presenta ad essi come speranza e come mezzo di una gioia più pura e più totale e che al di là delle stanchezze terrestri li attende un’eternità d’amore nella quale essi comunicheranno spiritualmente fra loro come mai quaggiù sulla terra. Tutte queste gioie dell’amore e la speranza di questa gloria sono l’immagine della profonda e segreta gioia che regna fra Cristo e la Chiesa; la Chiesa possiede il suo sposo e sa che nulla potrà strapparla a Lui: è il segreto della sua forza e della sua gioia. Sa che deve soffrire, che deve purificarsi incessantemente perché la sua offerta sia sempre più efficace, ma sa anche quale promessa di gioia è contenuta in questa sofferenza. Ed infine attende dopo l’oscurità del suo amore sulla terra, il tempo in cui scoprirà in tutto il suo abbagliante splendore Colui che ama e che non si stancherà mai di contemplare: gioia di un possesso che nulla può infrangere, speranza di una contemplazione eterna nella luce: come potrebbe la preghiera della Chiesa non essere un inno di lode?
Non stiamo intessendo ingegnosi accostamenti letterari; solo chi non si è mai chinato sul suo amore per scorgerne il volto segreto, potrebbe pensarlo. L’amore è stato dato all’uomo perché contempli in esso un segreto di Dio: il mistero della unione tra il Figlio e gli uomini. Ecco la grande verità.

Il matrimonio, dunque, è un glorioso incontro d’amore, un imperscrutabile mistero d’amore, nel senso teologico del termine, dal quale non è assente la sofferenza, ma nel quale la sofferenza può trovare un senso e può essere spostata su di un piano più alto, soprannaturale, con l’aiuto di Dio. Conosciamo personalmente, e certo le conosce ciascuno di noi, delle coppie nelle quali tale mistero di sofferenza, ingentilito dal riflesso dell’amore di Cristo per gli uomini, si è incarnato nella vita d’ogni giorno: matrimoni nei quali uno dei due sposi è stato colpito da una gravissima e invalidante malattia, e che, nondimeno, hanno retto alla prova, meditante un aiuto soprannaturale che moltiplica le limitate forze umane; famiglie nelle quali la nascita di un figlio gravemente handicappato ha gettato l’ombra di un peso faticoso da portare, di una preoccupazione costante per il futuro, le quali, tuttavia, hanno saputo trovare in quella durissima prova le ragioni di una ulteriore crescita, di una vera santificazione, di un rinnovato mistero di dedizione totale.
Come si potrebbe dubitare che nel matrimonio cristiano vi sia un elemento divino, quando si è testimoni di simili prodigi dell’amore?
E come potrebbero afferrare la sublime bellezza e il mistero soprannaturale che si celano in tutto questo, coloro i quali pensano che il matrimonio sia solo l’equivalente di una “unione civile”, magari omosessuale, cioè un fatto puramente ed esclusivamente umano, la cui casistica legale può essere minuziosamente stabilita per legge, con l’uscita di sicurezza del divorzio o della separazione sempre a portata di mano?

Il matrimonio cristiano è immagine 
delle nozze di Cristo e della Chiesa

di Francesco Lamendola

http://www.ilcorrieredelleregioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=10760:il-matrimonio-cristiano&catid=70:chiesa-cattolica&Itemid=96

Il teologo Woodall: “A causa della Amoris Laetitia i confessori sono in difficoltà”


woodall“La Amoris Laetitia è un testo ambiguo che crea difficoltà ai confessori. Giusti i Dubia dei cardinali. Lo dice in questa intervista a La Fede Quotidiana don George Woodall, teologo morale, canonista e docente al Regina Apostolorum di Roma.
Professor Woodall, quattro cardinali hanno rivolto al Papa Dubia su Amoris Laetitia e in particolare sul capitolo 8, è corretto?
” Quei Dubia sono del tutto fondati ed è opportuna, persino necessaria, una operazione di chiarezza, ritengo che il Papa dovrebbe rispondere. Non vedo nulla di scandaloso nell’aver posto dei quesiti da parte dei cardinali, anzi penso che sia una opera di carità e di amore sia verso la Chiesa che verso il Papa, non un atto ostile. Solo la ricerca di chiarezza e basta”.
Chiarezza,  perchè?
“Perchè Amoris Laetitia, specie al capitolo 8, è un documento ambiguo e mette in difficoltà specialmente i confessori i quali non sanno come comportarsi. Esiste il rischio di una interpretazione relativista del documento, da zona a zona, Paese e  Paese, diocesi e diocesi”.
Per quale motivo lei parla di ambiguità?
“Il Papa nel documento, ha citato molti elementi della dottrina precedente, però il grosso e vero problema è la interpretazione nella prassi. Trovo che ci sia una confusione, un caos anche abbastanza preoccupante. Indubbiamente è buono occuparsi pastoralmente della salute delle anime, ma questo non deve portare ad andare contro la dottrina e la tradizione , insomma nessuno deve sentirsi autorizzato a mettersi al di sopra del Vangelo”.
Qualcuno ha  parlato di tradimento nei confronti di Giovanni Paolo II…
” Tradimento  è troppo, non condivido del tutto. Come dicevo, noto, ma è una costante, un annacquamento della dottrina e un cedimento nel relativismo, ma in tante parti di Amoris Laetitia il Papa ha ripreso e fatte sue le posizioni di Giovanni Paolo II e le ha ribadite, penso alla Familaris Consortio. Alla fine, però, si arriva ad  una prassi ambigua e non saprei dire quanto questa ambiguità sia voluta o casuale. Insomma, la fedeltà alla dottrina precedente è stata riaffermata in modo selettivo, in parte sì, in parte no”.
Passiamo alla Misericordia et misera: in tema di aborto la scomunica resta?
” Rimane e non è stata  eliminata. L’aborto procurato era e resta un delitto. Il Papa ha solo inteso favorire l’accesso alla confessione, allargando la facoltà di perdonare a tutti i sacerdoti. Anche in questo documento noto una certa ambiguità e direi persino superficialità. Testi e documenti avrebbero bisogno di maggior studio e revisione da parte di chi collabora col Papa”.
Da teologo morale, passando alla immigrazione, la carità da dove comincia?
” La carità parte dai vicini per arrivare ai lontani. Un genitore ha il dovere prima di tutto di aiutare i suoi figli in difficoltà e dopo pensare a chi sta fuori. L’ accoglienza è giusta, ma attenzione  al caso in cui la quantità e l’ atteggiamento dei migranti possano diventare minaccia ai principi e valori religiosi di chi vive da sempre. In quel caso è giusto mettersi sulla difensiva e proteggersi. E il migrante mangi quello che trova senza pretendere  quello che è impossibile o intonato al suo credo, se questo non è possibile”.
Bruno Volpe
http://www.lafedequotidiana.it/teologo-woodall-causa-della-amoris-laetitia-confessori-difficolta/

difficolta' i teologi? SI STUDIASSERO IL VANGELO E MEDITASSERO LA CROCE. Troppa teologia rovina il cervello perché non si ascolta Dio con il Cuore nello Spirito Santo alla Luce della SACRA SCRITTURA che gia' ha detto tutto. CHE SI DIMETTA come ha chiesto un capo Cattolico Bizantino dopo avergli lanciato anatemi. Se si dimette facciamo una festa grande, ma se non si dimette ABBIAMO UN PADRE IN CIELO CHE CI PENSERA, ORA STA GUARDANDO NEL LIBERO ARBITRIO COSA FANNO I FIGLI SULLA TERRA CHI SCELGONO ED ANCORA HA MISERICORDIA VERA PER UN RAVVEDIMENTO, MA PARE CHE NON SI RICODINO DI NINIVE. Se il mondo facesse NINIVE, VIA ERESIE, VIA RELIGIONE UNICA MONDIALE, VIA PATTO DI LUND, VIA AMORIS LETIZIA, VIA DIVORZIO CATTOLICO, VIA TUTTO QUANTO VA' CONTRO DIO, e quello si inginocchiasse davanti al S.S. ed invece di fare buffonate per gli appausi del mondo INDICESSE UN ANNO DI PENITENZA ADORAZIONI EUCARISTICHE PERPETUE, MESSE DI RIPARAZIONE ROSARI PROCESSIONI ALTRO CHE MARCIE, ALLORA TORNANDO A DIO PENTITI CON AMORE IL PADRE CANCELLEREBBE MAGARI TANTI CASTIGHI.

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