ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 20 gennaio 2017

Ill “dialogo” con il mondo moderno

TEOLOGI E VELENO MODERNISTA

    Quei teologi dalla fama immeritata che sfruttano per seminare il veleno modernista. La cosiddetta “svolta antropologica” segna un momento di ubriacatura nella teologia cattolica, quasi un momento di pazzia collettiva 
di Francesco Lamendola  



La cosiddetta “svolta antropologica” segna un momento di ubriacatura nella teologia cattolica, quasi un momento di pazzia collettiva: sull’onda di non si sa quale malsano entusiasmo per il “mondo”, un certo numero di teologi progressisti e di sinistra hanno profittato del vento di novità che soffiava dentro e intorno al Concilio Vaticano II per ritagliarsi una fama da protagonisti, cosa allora, in fondo, assai facile, visto che era sufficiente sfruttare la corrente e spingersi sempre più avanti nella critica a tutte le tradizioni della Chiesa cattolica, avendo in realtà di mira, quale obiettivo finale, l’eliminazione della  sacra Tradizione in se stessa.
Poi, una volta conquistate le luci della ribalta, i teologi progressisti hanno incominciato a sfruttare la visibilità di cui godevano per sferrare una serie di affondi, o, con una strategia più astuta e graduale, per introdurre silenziosamente, un po’ qua e un po’ là, senza averne l’aria, con una certa discrezione, quasi con cautela, la maggior quantità possibile di veleno modernista, ossia di quella particolare visione, d’impronta gnostico-massonica, secondo la quale il Vangelo altro non direbbe, in realtà, che le stesse cose, o delle cose molto simili, a quelle già dette da Socrate, Buddha, Confucio, Lao Tse ed alcuni altri grandi “illuminati”: traguardo ritenuto necessario, anzi, indispensabile, per attuare pienamente la cosa che sta loro maggiormente a cuore, ossia il “dialogo” con il mondo moderno.
Questo “dialogo” si articola in due fasi. Da un lato, si tratta di “mettere al passo” la Chiesa e la cultura cattolica - che si sono attardate fin troppo su posizioni anacronistiche -, con la scienza moderna, la tecnica moderna ed il pensiero moderno, il che significa, in primo luogo, “rivedere” radicalmente l’impostazione degli studi biblici, partendo dal presupposto che quelli della Bibbia sono testi come tutti gli altri, e che, se vi si parla di eventi soprannaturali, bisogna interpretare tutto ciò in senso figurato, allegorico, simbolico. Sono simboli non solo i miracoli, compresi quelli di Gesù Cristo, ma anche i sacramenti, a cominciare dal Battesimo (perché non c’è alcun Peccato originale, così come lo spiegava la “vecchia” dottrina), e proseguendo con la Confessione (perché il peccato viene derubricato a semplice errore), sia l’Eucarestia (che sarebbe solo un simbolo, appunto, dell’ultima cena di Gesù, e non la sua Presenza reale nelle specie del pane e del vino). Inutile dire che vengono sdoganate e accolte con entusiasmo le correnti più caratteristiche della scienza e del pensiero moderni, in particolare l’evoluzionismo darwinista, la psicanalisi freudiana (almeno in parte) e il marxismo (oggi un po’ meno, ma allora, negli anni ’60 e ’70 del Novecento, fu una vera orgia di lodi e di complimenti vicendevoli fra i marxisti e i cattolici di sinistra).
Dall’altro lato, si tratta di portarsi sulla lunghezza d’onda della società moderna, della gente, dei non credenti e dei seguaci delle altre religioni, puntando alla massima sintonia “sulle cose che uniscono”, il che conduce inevitabilmente lungo il piano inclinato del relativismo e suggerisce, anzi, prescrive di smussare tutti gli spigoli, annacquare tutte le affermazioni troppo nette, addolcire tutti quei concetti del Vangelo che possono creare ostacoli al “dialogo”, e sostituirli con dosi massicce di buonismo generico, melenso, buono per tutti i credi e tutte le stagioni: cioè, in pratica, ammazzarlo. I cattolici che operano in questa direzione, pertanto,  si possono ricondurre a due tipologie fondamentali: quelli che hanno compreso quale sia l’obiettivo ultimo, cioè l’autodemolizione della Chiesa, e quelli che non l’hanno capito, e credono di essere i valorosi e illuminati propugnatori di una Chiesa più “libera”, più “moderna”, più “progredita” e più al passo coi tempi, operazione per la quale si aspettano di aver diritto all’eterna gratitudine di tutti i credenti, visto che, senza di loro, sarebbe andato tutto a catafascio a causa della “chiusura” dei “tradizionalisti”.
Ovviamente, in questa prospettiva la cosa fondamentale è arrivare per primi ad occupare le posizioni dominanti, conquistare la massima visibilità, non importa se legittima e meritata, oppure no: la visibilità è premio a se stessa, e ce ne sono a bizzeffe, di teologi, biblisti, cardinali e vescovi che muoiono dalla smania di apparire, di sorridere alle telecamere, di firmare i loro articoli sulla stampa a più larga diffusione; la visibilità porta con sé l’autorevolezza (non importa se fasulla), e, a sua volta, l’autorevolezza porta nuova visibilità: così, il cerchio si chiude e tutti quelli che non fanno parte del giuoco sono tagliati fuori, spariscono, diventano invisibili e quindi, nell’era dei mass media, è come se non esistessero. È in questo modo che i settori progressisti e neomodernisti si sono letteralmente appropriati di gran parte delle strutture visibili della Chiesa, stampa, radio (un po’ meno) e televisioni comprese, e, avendo monopolizzato la teologia e avendola trasformata in un avamposto progressista e modernista, da lì proseguono incessantemente l’opera di spargere ovunque i semi velenosi delle loro dottrine, sostituendo con esse l’unica, la sana, la vera dottrina cattolica: quella del Concilio di Trento e del Concilio Vaticano II, quella del Magistero perenne e del Catechismo di san Pio. E anche quella, in larga misura, del Concilio Vaticano II, che non si è discostata - tranne che in un paio di vistose eccezioni, frutto di un agguato lucidamente preparato, in gran parte, da forze estranee alla Chiesa -  e che solo a posteriori i signori progressisti e modernisti hanno preteso d’interpretarlo nel senso da loro desiderato, invocando, da allora in avanti e fino ad oggi, un non meglio precisato “spirito” (con la minuscola) del Concilio, che verrebbe ignobilmente tradito ogni qualvolta non si procede così com’essi vorrebbero.
Uno di questi abili, striscianti teologi neomodernisti e progressisti è stato, senza dubbio, il redentorista tedesco Bernhard Häring (1912-1998), del quale abbiamo già avuto occasione di occuparci (cfr. l’articolo Ma in che senso la Chiesa è “per il mondo”? Il grande equivoco di Bernhard Häring, pubblicato su Il Corriere delle Regioni il 23 gennaio 2016). Sfruttando la sua vasta notorietà, padre Häring ha fatto più male alla Chiesa di molti altri mesi insieme; ha avuto l’abilità di non esporsi troppo sul piano teologico e dogmatico; in compenso ha svolto un’opera di corrosione lenta, tenace, silenziosa, specialmente atteggiandosi a campione dei “veri” valori evangelici contro la Chiesa come gerarchia e come potere compiaciuto di sé (quasi che codesti teologi progressisti non fossero la quintessenza dell’autocompiacimento politically correct), e sfidando lo stesso Magistero papale, nella persona di Paolo VI, all’epoca della enciclica Humanae vitae, il che gli consentì d’intercettare il gradimento non solo di tutto il cattolicesimo progressista e di sinistra, ma anche di larghi settori della cultura e della società laiche, ovviamente proprio quelli che, attraverso un rapporto privilegiato con loro, miravano e mirano non certo ad una auto-riforma della Chiesa (alla quale sono estranei e cui non sono interessati), ma una progressiva auto-demolizione di essa, per la quale si limitano a fare il tifo, sfruttando ogni occasione per denigrare il papa e la gerarchia e per esasperare le tensioni esistenti fra le varie anime dell’universo cattolico (naturalmente  oggi questa fase è superata, in quanto è salito al soglio di san Pietro un pontefice così come essi non potevano desiderarne di migliori).
Prendiamo, a mo’ di esempio, una breve opera di Bernhard Häring, intitolata Il Padre nostro (le traduzioni all’estero delle sue opere sono state immediate e numerosissime, a riprova del fatto che, quando la neochiesa ha deciso di veicolare i “veri” esponenti del mondo cattolico, non perde tempo e non bada a spese, indipendentemente dai meriti reali, culturali e morali, degli autori in questione). Si tratta, in un certo senso, di opere “pioniere”, nel senso che hanno fatto scuola e costituiscono il prototipo di tutte le migliaia di libri, pubblicazioni e articoli della neochiesa che dilagano come un fiume che abbia scavalcato gli argini, ciascuna spingendosi un poco più avanti della precedente, un passetto dopo l’altro, fino a creare una nuova teologia e una nuova dottrina cattolica, che non hanno più nulla in comune con quelle esistenti ancora mezzo secolo fa, e, quel che più conta, con la vera e sana dottrina cattolica di sempre. In un’operetta come questa, di argomento - in apparenza – prettamente spirituale, per non dire mistico (il sottotitolo recita: Lode, preghiera, programma di vita),  il fiducioso lettore, in cerca di nutrimento spirituale, non altro si aspetta che una riflessione e un approfondimento sull’unica preghiera che Gesù ha personalmente insegnato ai suoi discepoli; e invece si tratta d’un cavallo di Troia per spargere il veleno modernista, ma senza averne l’aria.
Scrive, infatti, a un certo punto, il nostro Autore, con una brusca inversione di rotta rispetto allo scopo dichiarato del libro (da: B. Häring, Il Padre Nostro, Brescia, Editrice Queriniana, 1995; titolo originale: Vater unser. Lobpreis,  Bittgebet und Lebensprogram, 1995; traduzione dal tedesco di  Carlo Danna, pp. 48-49):

LA VIRTÙ DELLA CRITICA NEI CONFRONTI DELLA CHIESA E DEL MONDO
Una fonte deleteria di molte sofferenze e addirittura di apostasia dalle fede sono state e sono in parte anche oggi la rinuncia radicale alla virtù della critica nei confronti della chiesa reale e, a ciò collegata, o sotto forma di una sua parziale conseguenza, anche una falsa obbedienza e una accettazione acritica di strutture peccaminose in seno al mondo profano, sino al punto di eseguire ordini criminali.
Gli uomini di chiesa moto e moltissimo altolocati, che pretendono una obbedienza acritica e assoluta alla loro volontà, magari in nome di Dio, dovrebbero esaminarsi a fondo, prima di recitare la domanda [?] del Padre nostro “Sia fatta la tua volontà”, per vedere se hanno forse addirittura rifiutato di verificare accuratamente, in solidarietà con la comunità dei credenti e con persone competenti, se la loro volontà è realmente espressione del piano salvifico divino e del vangelo. La dura imposizione della conformità e il divieto di esercitare una critica oggettiva nei confronti di verità o comandamenti non rivelate si riducono a una specie di politeismo, allorché da un lato preghiamo: “Sia fatta la tua volontà”, e dall’altro imponiamo in nome di Dio un’obbedienza acritica e magari lo facciamo con molta maggior forza e insistenza di quanto non lo facciamo nel caso di verità e esigenze innegabili del vangelo. In effetti dobbiamo esaminare tutti quanti attentamente la nostra coscienza per vedere se e come abbiamo posto o poniamo, ad esempio, la nostra volontà accanto o addirittura al di sopra della volontà di Dio, ogni qualvolta pretendiamo una accettazione acritica delle nostre direttive o dei nostri insegnamenti.
Solo all’interno di un’umile comunità di apprendimento, in seno alla quale ci aiutiamo a vicenda a conoscere concretamente la volontà di Dio, la nostra preghiera per il compimento di tale volontà può essere una preghiera realistica e adeguata. Dobbiamo aiutarci e lasciarci aiutare gli uni gli altri per arrivare a conoscere nel miglior modo possibile il piano salvifico di Dio e per interpretare in maniera intelligente i segni dei tempi.
La nostra invocazione dell’assistenza di Dio, affinché il piano salvifico si adempia in noi e mediante noi in maniera storica adeguata, include naturalmente sempre anche l’invocazione fondamentale della grazia della perseveranza nel compimento della volontà divina. E non da ultimo invochiamo con questa domanda del Padre nostro la grazia particolare di poter pregare con Gesù, di fronte alla morte, e alle sofferenze della morte: “Padre, non sia fatta la mia, ma la tua volontà!”.
La grazia più grande che possiamo sospirare e invocare è che la nostra volontà sia pienamente unita con la volontà amorosa di Dio almeno nell’ora della morte.

Personalmente siamo dell’opinione che, a parte i professori che parlano male della scuola tutto il giorno con i loro studenti, utilizzando gli spazi dell’insegnamento, per il quale sono pagati, per denigrare l’istituzione che fornisce loro lo stipendio e che propone comunque un piano educativo, non vi sia altra categoria meritevole del pubblico disprezzo come quella dei preti che adoperano tutti gli spazi di cui dispongono per denigrare la loro stessa Chiesa, per insinuare dubbi sulla bontà della gerarchia, per candidarsi alla guida morale della Chiesa in quanto depositari di quei “veri” valori evangelici che, secondo loro, sono così rari là dove, invece, dovrebbero esserci. Non è che non sia lecito criticare la Chiesa, ci mancherebbe; sono i modi e soprattutto le sedi che non convincono, che puzzano di malafede. Chi sta all’interno di una istituzione deve usarle misericordia, specialmente se si tratta di un prete e se l’istituzione che critica è la Chiesa cattolica. Un prete, per giunta teologo, che usa poca misericordia quando parla della Chiesa (adoperando sempre la lettera minuscola), che spara sempre contro i “personaggi altolocati” e suggerisce perfino una loro connivenza col nazismo e una perfetta insensibilità alle “esigenze del vangelo” (sempre con la lettera minuscola), laddove noi non sapremmo proprio che cosa siamo le “esigenze” evangeliche, perché già la parola “esigenza” tradisce un bisogno artificiale e innaturale: ebbene, un prete così riteniamo che non stia agendo in buona fede, ma che stia rimestando nel peggiore armamentario demagogico, e facendo leva su troppo facili stereotipi calunniosi nei confroniti dei propri superiori. A poco serve quel “noi” e quell’invito “ad aiutarci gli uni gli altri”, perché il lettore avverte benissimo che il signor Häring si sente un “giusto”, e non pensa affatto a se stesso e ai suoi difetti, quando critica con tanta ferocia la Chiesa, ma pensa agli altri, ossia, soprattutto, a quegli ambienti “altolocati” e, naturalmente, “conservatori”, o, peggio ancora, “tradizionalisti”, che tanto pervicacemente si oppongono, o resistono, alla marcia trionfale dello “spirito” del Concilio nella Chiesa e nel mondo. Questo, del resto, è assolutamente tipico di tutti i progressisti, in ogni tempo e luogo: quando criticano ciò che non va bene, lo fanno ponendosi sempre, implicitamente e tuttavia incrollabilmente, dalla parte “giusta” della storia, che poi è quella, appunto, del progresso, e danno per scontato che il male venga tutto da una tiepida o insufficiente accettazione della bontà e della inevitabilità degli ”aggiornamenti”, delle “riforme”, o, nei casi più seri, della “rivoluzione”. E se, per caso stranissimo, parlano anche di “umiltà”, come fa qui padre Häring, non pensano mai che ciò si possa applicare veramente a loro: lo dicono, per dovere di cortesia, ma non ci credono, né ci crederebbero anche se qualcuno mostrasse loro le prove tangibili. Per il Progressista a tutto campo, il difetto di umiltà, ovvero la superbia, è sempre dalla parte degli  ”altri”; egli giunge, al massimo, ad accusare se stesso di superbia nelle piccole cose, ma, quanto alla giustezza delle sue idee, non dubita mai, neppure per un istante, neppure per ipotesi accademica: la sua superbia intellettuale è feroce, totale, inossidabile, anche se, talvolta, accompagnata da una certa quale ostentazione di umiltà nella sfera dei costumi personali.
A conferma di ciò, basti guardare a quel che sta accadendo adesso, che il timone della Chiesa è passato nelle mani del partito modernista; e che un gesuita progressista, venuto dall’Argentina, anche se con tutt’altre credenziali (come vescovo di Buenos Aires, mai aveva fatto parlar di sé in senso progressista, piuttosto il contrario): tutti i teologi, i cardinali e i vescovi neomodernisti, alla Häring, non trovano più nulla da dire contro l’autoritarismo della gerarchia, anche se poche volte si è visto un pontefice più tirannico di papa Francesco, più insofferente delle critiche, più sprezzante e insultante nei confronti di chi gli fa opposizione; né hanno più nulla da obiettare al fatto di un vertice che se ne va per la sua strada, senza ascoltar nessuno, senza mettersi mai in discussione, senza chiedersi se sia proprio questa la volontà di Dio. No, giammai; se comportamenti e stili di tal genere si verificano, nella storia della Chiesa, ciò avviene sempre e solo a causa del clero conservatore, dei papi e dei cardinali che guardano indietro; quelli che vogliono andare avanti, magari in un senso prevalentemente laico e laicista, quelli no, non fanno nulla d’illecito o di moralmente discutibile; quelli hanno sempre ragione. Hanno ragione di lodare Lutero, di difendere i musulmani, di esaltare i giudei, di portare alle stelle le virtù degli atei, e sia pure fautori dell’aborto, dell’eutanasia, delle unioni di fatto, dei matrimoni omosessuali, della libera droga e così via; e hanno ragione anche di parlar sempre male dei cattolici, di criticare il loro “clericalismo”, il loro “fondamentalismo”, la loro “rigidità”, la loro “chiusura”. Hanno il progresso dalla loro, per cui navigano sempre con il vento in poppa; a trovarsi controvento sono gli altri, i detestati cattolici “conservatori”. Perché dovrebbero farsi un minimo di autocritica, se la Storia li premia sempre, e dà torto ai loro oppositori? Già, la Storia: che è diventata, per l’appunto, il loro vero dio, al posto di quello “vecchio”, il Verbo Incarnato: sono diventati teologi e preti storicisti, adorano la storia e coloro cui la storia sorride; non amano troppo coloro che la storia pone nel ruolo di “vinti”. Devoti storicisti e immanentisti, si genuflettono davanti al Presente e all’Aldiquà, scordandosi dell’eternità. Solo che un prete, un teologo, o anche un papa, i quali perdono di vista l’eternità, vuol dire che hanno perso di vista Dio: e che il dio di cui parlano non è quello che morì in croce per amore degli uomini, ma quell’altro, che sempre seduce gli animi deboli e conformisti, i pavidi che non vogliono rischiare nulla, e ai quali incute un sacro terrore la frase di Gesù (Luca, 10, 3): Fratelli, in questo mondo siamo come agnelli in mezzo ai lupi. Essi amano più gli applausi del mondo che i suoi fischi di dileggio: amano criticare, quando non si rischia nulla; preferiscono piacere agli uomini che a Dio.

 

Quei teologi dalla fama immeritata che sfruttano per seminare il veleno modernista

di Francesco Lamendola

Nessun commento:

Posta un commento