ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 4 gennaio 2017

La Giustizia di Dio

Dio “ingiusto” e “morte” di Dio 

Vorrei aggiungere alcune considerazioni al prezioso intervento di Patrizia Fermani sulla recente uscita di Papa Bergoglio, che ha cianciato di ingiustizia di Dio nel permettere il sacrificio del figlio. Non è, purtroppo, una tesi nuova nella Chiesa dei nostri tempi. La si insegna nei seminari, sia di casa nostra che all’estero. Da noi, ad esempio, è stata fatta propria dal monsignore biblista Rinaldo Fabris, i cui testi sono adottati in molti seminari.
di Cesaremaria Glori
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La tesi, evocando la morte di Dio fatta da Nietzsche, è stata ripresa dalla teologia protestante (Bultmann in primis) ed ha fatto capolino anche nelle costituzioni conciliari. Infatti nella Costituzione Pastorale Gaudium et Spes (22 Cristo, l’Uomo Nuovo) è detto che con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in un certo modo ad ogni uomo. Non bastava, forse, questa mistica unione per la redenzione dell’Uomo? Era proprio necessario il sacrificio del Figlio di Dio? Non è stata, allora, l’ostinazione dello stesso Gesù Cristo nel fronteggiare la dirigenza ebraica a provocare la Sua condanna a morte? Insomma Gesù Cristo se la sarebbe andata a cercarla quella morte ingloriosa che non era necessaria, giacché con l’incarnazione Egli s’era unito in “ qualche modo” con ogni uomo. Alla gran massa dei cristiani queste tesi appariranno inspiegabili e incomprensibili. Come può l’Uomo-Dio errare?
Inequivocabilmente Gesù Cristo obbedì al Padre, tanto è vero che esclamò sulla croce: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Se prendiamo alla lettera – così come è stata tradotta – questa frase pronunciata da Gesù, si può, se lo  si vuole perché lo si pensa,  anche congetturare una ingiustizia di Dio. Il Figlio avrebbe obbedito al Padre, perché il Suo sacrificio fu voluto da Lui, tanto è vero che Gesù esprimerebbe tutto il Suo dolore e la Sua docile sottomissione al volere del Padre in quella frase che appare effettivamente misteriosa e inquietante se interpretata alla lettera.

Invero l’errore sta nella lettura che si fa di quella frase. Frase che non era indirizzata al Padre bensì agli astanti sacerdoti e scribi che erano sotto la croce. Nella Palestina dei tempi di Cristo era costume, infatti, citare le prime parole di un salmo per rimandare alla memoria di chi ascoltava il suo intero contenuto. Citando il primo stico del salmo 22 Gesù volle far capire a quei Giudei che assistevano gaudenti alla Sua morte di dovere riflettere sull’intero contenuto di quel salmo. Mel Gibson, ad esempio, nel suo bellissimo e crudo film “ La Passione” ha giustamente messo in bocca allo scriba Sadok  le parole “No! Sta citando il salmo 22” . Parole che Sadok stava rivolgendo a coloro che credevano che Gesù stesse invocando Elia. Ma che cosa dice questo salmo? Suggerisco caldamente di andare a rileggere interamente questo salmo. Esso si divide in due parti: la prima costituisce il lamento del Servo di YHVH in cui sono descritte esattamente le vicende che si stavano svolgendo in quel momento della storia umana, là sul colle del Golgota. Gesù richiamava coloro che lo avevano condannato a meditare su quel salmo ove ciò che si stava svolgendo sotto i loro occhi, era descritto con estrema precisione.
Il salmo nella sua seconda parte, dal versetto 20 in poi, si trasforma in inno alla potenza e alla misericordia di Dio, un inno al Signore, all’unico Signore dell’Umanità, quel Gesù Cristo che muore trionfando per aver compiuto la sua missione: “Del Signore è il regno, Egli è in mezzo ai popoli  dominatore… Verranno ed annunzieranno la Sua giustizia al popolo che nascerà: Sì, è opera Sua”.
Le stesse parole pronunciate da Gesù sulla croce confermano quanto la Chiesa ha sempre sostenuto e che ha icasticamente riversato in queste parole del Prefazio Pasquale: Qui mortem nostram moriendo destruxit et vitam resurgendo reparavit. Sacrificando se stesso, il Figlio di Dio annientava la morte eterna della nostra natura umana, composta di anima e corpo, ma risorgendo rinnovava la vita di quel corpo che era stato irrimediabilmente ammorbato dal peccato d’origine, restituendo così l’integrità alla natura umana.
Le sette parole (frasi) dette da Gesù sulla croce sono un poema dell’amore di Dio, un’autentica sintesi della predicazione del Figlio di Dio sulla terra. Le prime tre sono un testamento di amore infinito per l’umanità intera. In esse Gesù invoca, con la prima, la misericordia del Padre (Padre perdona loro perché non sanno quel che fanno) sulla fragilità della natura umana corrotta dal peccato; con la seconda assicura il malfattore pentito (sottolineo pentito) che quel giorno stesso sarebbe stato con Lui in Paradiso, dando così la certezza e la speranza che la fede sincera è la nostra salvezza per l’eternità. Con la terza (Donna ecco il tuo figlio, e al discepolo,ecco tua madre) Gesù fondava la Chiesa battezzata dal Suo sangue che colava copioso dalle Sue ferite.
Con la quarta frase Gesù conferma lo scopo della sua missione su questa terra. La parola “SITIO” ha valore metaforico. La sete intensa che il corpo martoriato ed ormai esausto provocava rispettava e combaciava con la brama intensa di voler compiere sino in fondo la sua missione. Brama che Gesù chiarisce con la frase successiva pronunciata in aramaico Elì, Elì, lama sabactani. Frase che ha suscitato tanti problemi esegetici e che ha suggerito ai miscredenti e, viepiù, ai misoteisti, l’idea della morte di Dio. La frase non ha valore causale, cioè non va tradotta con  il “perché” interrogativo, bensì con valore affermativo e cioè con “perciò” equivalente a “per questo (sottinteso che sta accadendo) mi hai abbandonato” nelle mani di coloro che vogliono e amano il male. Senza quell’abbandono del Figlio alla morte della parte fisica della Sua natura umana non ci sarebbe stata redenzione e lo stesso Figlio lo proclamava citando l’incipit del salmo 22.
La frase successiva che Gesù pronuncia è la conferma del valore affermativo della precedente. La Vulgata traduce il Tetelestai greco del Vangelo di Giovanni in “Consummatum est”. Entrambi hanno lo stesso significato di “Missione compiuta”. Gesù afferma al Padre e all’intera Umanità di aver compiuto la missione che il Padre Gli aveva affidato: la salvezza, il riscatto dell’Umanità. Quel tetelestai è una affermazione di amore verso il Padre e verso l’Umanità: Missione compiuta, le tue, le nostre creature sono salve.
L’ultima frase pronunciata da Gesù vale come congedo del Redentore che torna al Padre sicuro di avere compiuto la Sua missione e che la Chiesa ha espresso in questa bellissima e schematica proclamazione nel prefazio pasquale: Qui mortem nostram moriendo destruxit et vitam resurgendo reparavit.
Moriva con il corpo del Cristo la malattia mortale inoculata dal peccato ma era assicurato il ricambio di quel corpo che era stato previsto immortale e che tale tornava ad essere nel futuro.
Questa è la Giustizia di Dio, Giustizia che è soprattutto Amore ma che non può cancellare il male. Il male può essere perdonato in considerazione della nostra fragilità ma non eliminato, tanto  è vero che l’Uomo continua a farlo. Con la redenzione il Figlio di Dio ci ha restituito la futura integrità ma ciò non significa che abbiamo la certezza assoluta che, anche in caso di una vita spesa nel male e per il male, si abbia la garanzia della salvezza. Misericordia infinita ma non ingiusta, perché Dio, con la redenzione, non ha annullato la nostra libertà. La scelta della Grazia non può che essere personale. Dio ha rispettato sempre la libertà dell’Uomo sino al punto di sacrificarsi per redimerlo. Giustizia e misericordia non sono alternative fra loro ma vanno sempre congiunte anche a beneficio e a riconoscimento della nostra libertà. La misericordia non cancella il merito ma, semmai, lo esalta, perché a chi più ha dato sarà dato in abbondanza.

– di Cesaremaria Glori

Redazione4/1/2017