ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 31 gennaio 2017

La reductio ad Hitlerum


"LA VERITA'" VERSUS “AVVENIRE” - IL GIORNALE DEI VESCOVI SI SCHIERA CONTRO TRUMP CON PARAGONI CON HITLER E IL CALIFFO AL BAGHDADI E L’ACCUSA DI ESSERE “SIGNORE DEI MURI”: MA IL QUOTIDIANO DOV’ERA QUANDO I CLINTON E OBAMA HANNO INCENDIATO IL MONDO CON LE LORO BOMBE, I DRONI INTELLIGENTI, LE GUERRE UMANITARIE?

Francesco Agnoli per “La Verità”


avvenire prima pagina family dayAVVENIRE PRIMA PAGINA FAMILY DAY
LA VERITA BELPIETROLA VERITA BELPIETRO
Non mi era mai capitato prima d' ora di leggere su Avvenire un fuoco di fila così violento contro un personaggio politico. Su Avvenire ho scritto per qualche anno, all' epoca in cui il direttore era Dino Boffo. Un giornale sempre ponderato, forse talvolta anche troppo, ma giustamente attento a non trascinare la Chiesa italiana in vicoli ciechi, polemiche inutili e dannose.

Boffo, chiamandomi nel 2005 come collaboratore dell'inserto Vita è, decise che c'era però un argomento su cui parlare con chiarezza: la difesa della vita. Trattasi, infatti, di un tema che non è né di destra, né di sinistra, né cattolico, né laico, ma di diritto naturale, di ragione. Un tema in cui esiste solo il sì e il no, perché con la vita non si gioca.

Francesco AgnoliFRANCESCO AGNOLI

Allora, per Avvenire, l'aborto era l' omicidio di un bambino; la fecondazione artificiale era manipolazione della vita. Si cercava di dirlo, senza troppa enfasi, ma certi di non sbagliare. In politica, invece, passi felpati: perché qui le faccende sono molto più delicate. Questa linea rendeva Avvenire un po' paludato, ma irreprensibile. Nessuno, in buona fede, avrebbe potuto dire ai vescovi italiani «fate politica».

Marco TarquinioMARCO TARQUINIO
Oggi a leggere quel giornale trasecolo: la simpatia per il Pd renziano è stata, sino a ieri, palese; oggi, l'avversione verso Trump è, oserei dire, delirante, ossessiva, smodata. Non rimane molto dell'antica prudenza, della ponderatezza di un giornale che dovrebbe impegnare i vescovi italiani.

Sembra di avere tra le mani un foglietto partigiano, urlato, di infima categoria. Peccato per i bravi giornalisti che ci scrivono. Sul numero di domenica scorsa, Marco Tarquinio definisce Trump «il signore dei muri», fingendo di ignorare che il muro con il Messico fu costruito, anzitutto, da Bill Clinton nel 1994; che Hillary Clinton, come ha ricordato Mario Sechi sul Foglio, «votò il capitolo successivo della strategia anti -immigrazione con il Messico, il Secure fence act del 2006, insieme ad altri 25 senatori democratici e (che) la norma diventò legge con la firma di George W. Bush» e il voto del senatore Barack Obama.

trump e obamaTRUMP E OBAMA
Se il titolo è demenziale, il sottotitolo è peggio: «I gesti di Trump, un incubo che ritorna. Infame è il marchio»: si lascia intendere che Trump sia un nuovo Hitler. Il nome del dittatore tedesco, è vero, non è mai esplicito, ma chiarissimo. Con un linguaggio da profeta del Vecchio Testamento, con un' indignazione santa che poco gli si addice, Trump viene paragonato, udite udite, anche «al califfo nero di Raqqa», ai persecutori di cristiani che hanno imposto la «n» araba di Nazareno ai cristiani di Mosul.

Il lettore di tale invettiva, se non conoscesse né l'attualità, né la storia, potrebbe allarmarsi davvero. Confesso di aver provato, nel leggere il pezzo, un forte senso di angoscia.
BILL E HILLARY CLINTONBILL E HILLARY CLINTON
Quando un altro essere umano ti giura e spergiura che sta avvenendo qualcosa di cui non ti eri accorto, ti allarmi: possibile? sarò davvero così ingenuo?

Non che il sottoscritto giuri sulla bontà di Trump. Non fa parte del mio credo. Non sono stato educato a vedere in un uomo politico il Salvatore. Così come mi infastidiva molto il clima messianico del 2008, quando il mondo progressista salutò Obama come l'uomo della Resurrezione mondana e della pace, così oggi mi sfugge come si possa dipingere Trump come l' uomo dell' Apocalisse e della guerra. Mi chiedo anzitutto dov' era, il direttore di Avvenire, negli anni passati? L' incubo di oggi deve essere figlio, infatti, di una lunghissima dormita.

tony blair george bushTONY BLAIR GEORGE BUSH
Quando i Clinton e gli Obama hanno incendiato il mondo con le loro bombe, i loro droni intelligenti, le loro guerre umanitarie, dove era? Tarquinio dovrebbe sapere che ci sono due Paesi al tracollo, con milioni di morti e di emigranti disperati: la Libia e la Siria. I responsabili di quei disastri sono gli stessi che oggi urlano, come Tarquinio, contro il neopresidente.

Quanto ai cristiani massacrati dall' Isis, dal nero califfo di Raqqa, anche lui è piuttosto preoccupato, proprio come Tarquinio, per l' elezione di Trump: perché se il neopresidente mantiene la parola data, non solo, con l'aiuto di Putin, porrà definitivamente termine all'Isis, salvando quel poco che resta anche dei cristiani d'Oriente, ma, ponendo finalmente termine alle guerre umanitarie per l' esportazione della democrazia, condotte dai Clinton, dai Bush, dagli Obama, seccherà il brodo di coltura in cui molto del terrorismo islamico è cresciuto in questi decenni.
ABU BAKR AL BAGHDADIABU BAKR AL BAGHDADI

Quanto a Hitler, suvvia, direttore. La reductio ad Hitlerum non solo è scontata e inflazionata, ma anche ridicola. Se Hitler odiava cristiani ed ebrei, Trump ha in molti di loro, al contrario, degli alleati; se Hitler odiava la Russia e voleva conquistarla, Trump ha buttato acqua sul fuoco e ha detto di volerla trattare come si tratta uno Stato sovrano, da pari a pari; se Hitler cercò nell' islam più aggressivo un alleato, Trump, di tutt'altre idee, vuole semplicemente, a quanto sembra, ridurre sia i visti, sia i motivi di guerra; se Hitler, infine, introdusse per primo in Europa l'aborto, Trump, al contrario, ha subito bloccato i fondi alla più potente associazione che diffonde aborto e contraccettivi nel mondo, e che è implicata anche in vendita di organi.

hitlerHITLER
Accanto a qualche visto in meno, insomma, si prevedono meno morti: meno aborti e meno guerre umanitarie. Un bilancio che non andrebbe trascurato. Direttore, si svegli, l' incubo può finire, solo così. Allora si troverà di fronte alla realtà: con la sconfitta della Clinton è scomparsa dalla scena una grande nemica della vita, della famiglia, della Chiesa cattolica; una donna che avrebbe voluto lo scontro con la Russia, e che ha contribuito alla distruzione di Libia e Siria; un alfiere di quella globalizzazione di cui proprio i poveri pagano le peggiori conseguenze, e da cui lei ha tratto quegli immensi profitti che le hanno permesso di spendere, in campagna elettorale, il doppio di Trump. E Trump? Lo vedremo. Il premio Nobel per la pace non va dato in anticipo, e poi non porta neppure bene.


LA POSTA IN GIOCO

    Qual è la posta in gioco nella battaglia pro o contro Trump. Ora i nodi vengono al pettine. Il valore fondamentale della civiltà cristiana è l’amore, non il buonismo, che ne è la diabolica contraffazione 
di Francesco Lamendola  




I due schieramenti sono ormai sufficientemente ben delineati. Del resto, lo si era intuito già da tempo, addirittura prima che Trump vincesse, in maniera netta, contro tutte le previsioni – e a questo punto bisogna domandarsi a chi sia in mano il meccanismo delle cosiddette “previsioni” – le elezioni per la presidenza degli Stati Uniti d’America. Si scontrano due principi, due visini del mondo, due sistemi di valori: e, sorpresa!, Trump non rappresenta quel che poteva sembrare, e nemmeno i suoi implacabili avversari e detrattori sono quel che apparivano. Ora, almeno, le cose son diventate abbastanza chiare, beninteso per chi le vuol vedere e possiede quel tanto di onestà intellettuale per giudicarle per ciò che sono, e non in base a dei riflessi condizionati e a delle formule ideologiche astratte, che possono piacere o non piacere, ma che hanno il limite di essere sempre un po’ al di qua, o al di là, delle situazioni concrete, cioè della vita vera.
Trump si presentava come l’araldo di un nazionalismo e di un liberismo esasperati, al limite della xenofobia e del capitalismo più selvaggio. Il partito globale che gli si oppone, e che lo vede come il diavolo incarnato, si presentava e si presenta tuttora come il depositario di due valori essenziali della cultura moderna: la dignità umana e la libertà. A capo di questo partito internazionale c’è, senza alcun dubbio, non un uomo politico, o un filosofo dell’economia, ma l’attuale inquilino dei palazzi vaticani: papa Francesco. E, infatti, nel suo messaggio al neoeletto presidente americano, il pontefice gli ha testualmente ricordato:

In un tempo nel quale la famiglia umana è assalita da gravi crisi umanitarie che richiedono risposte politiche lungimiranti e unite prego che le sue decisioni vengano guidate dai ricchi valori spirituali e etici che hanno formato la storia del popolo americano e l'impegno della sua nazione per l'avanzamento della dignità umana e della libertà in tutto il mondo».

Così il duecentosessantaseiesimo vescovo di Roma al quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Dignità e libertà, come valori da “far avanzare”, cioè da diffondere, in tutto il mondo: questa la missione storica che, secondo Francesco, è stata assegnata agli Stati Uniti d’America. Un compito che deriva, genericamente, dai “valori spirituali ed etici”: tutto qui. Neanche una parola sui valori cristiani, come ormai è tipico di questo papa, che non parla mai da papa, ma da leader laico; e benché Trump, da parte sua, abbia fatto riferimento esplicito ad essi, fin da prima della campagna elettorale. Ci si può anche chiedere se dignità e libertà siano i valori più importanti di tutti, e se davvero li si possa concepire staccati, o autonomi, rispetto al cristianesimo. Chi ha insegnato alle società umane questi valori? Senza dubbio, lo storico onesto deve riconoscere che li ha insegnati il cristianesimo, non l’illuminismo (che, semmai, li ha stravolti). Il presidente Trump lo sa, lo dice e lo tiene a mente; il papa, invece, no. Parla come un uomo del 1789, come un rivoluzionario francese o un filantropo illuminista: vede la libertà e la dignità come valori assoluti, e, quel che più conta, come valori laici, che parlano una lingua internazionale, condivisibile da tutti gli uomini di buona volontà, di qualunque e fede e di qualsiasi credo. Ma è proprio così?
Vediamo. Nella cultura islamica, dignità e libertà non sono precisamente valori assoluti, e tanto meno universali. Di per sé, la cultura islamica non li possiede: prima di essi, molto prima di essi, viene la sottomissione a Dio e alla parola trasmessa dal suo profeta, Maometto. Sul terreno pratico, le cose sono ancora più chiare. Dalla proibizione di guidare la macchina per le donne, alle mutilazioni genitali femminili, al taglio della mano destra per il ladro, alla lapidazione per l’adultera, al disprezzo e al rifiuto radicale dell’omosessuale (un aspetto sui cui i progressisti nostrani sorvolano sempre, chi sa perché), non si direbbe che la dignità umana e la libertà umana siano la preoccupazione numero uno delle culture islamiche. Sappiamo benissimo che qualcuno obietterà che né l’infibulazione e il taglio del clitoride, né tante altre usanze praticate nelle culture islamiche, sono, di per sé, islamiche: ma il discorso non cambia. Che tali norme siano o non siano scritte nel Corano, sta di fatto che sono praticate ed imposte da islamici, i quali, così facendo, sono convinti di realizzare pienamente la loro condizione di credenti. E questo è un problema dell’islam; non tocca ai suoi critici di fare la distinzione fra il Corano e le sue eventuali applicazioni improprie e sbagliate, ma tocca agli islamici risolvere le loro contraddizioni. D’altra pare, di quale libertà stiamo parlando? Nell’islam non è consentito convertirsi ad un’altra religione; chi lo fa, lo fa a suo rischio e pericolo. E non c’è altro da dire.
Nella cultura giudaica, del pari, non troviamo né la dignità, né la libertà in cima alla scala dei valori. Come nell’islamismo, vi è una netta distinzione fra la morale da attuare e rispettare con i propri correligionari, e quella da riservare ai non credenti, ai goyim. Sappiamo bene che questo discorso non piace ai patiti del dialogo inter-religioso e agli ammiratori incondizionati dei nostri “fratelli maggiori” (una espressione a dir poco azzardata, a meno di precisare che sono i fratelli maggiori dai quali i cristiani sono stati rifiutati e perseguitati, perché erano loro di scandalo, e lo sono tuttora). Eppure, la verità di quest’affermazione apparirà ancora più palese se si considera che gli Ebrei sono sempre a favore dell’immigrazionismo, del pluralismo e del multiculturalismo, ma a casa degli altri; quanto a se stessi, si sposano fra di loro e non si confondono affatto con gli altri popoli e con le altre religioni, perché ciò sarebbe contrario ai loro principi fondamentali. Anche per loro, inoltre, la dignità e la libertà vengono parecchio dopo la fedeltà a Dio: basta leggere l’Antico Testamento per convincersene, così come basta osservare il comportamento pratico degli Ebrei, a cominciare da quello impersonato dalla leadership dello Stato d’Israele, per esempio dal modo di porsi nei confronti non già del problema palestinese (da essi creato), ma del popolo palestinese.
Nella cultura laicista e secolarizzata dell’Occidente odierno, i valori di cui papa Francesco pare essersi fatto banditore non trovano cittadinanza se non a parole. Aborto, eutanasia, edonismo sfrenato, utilitarismo cinico, ricerca esasperata del profitto vanificano ogni discorso reale sulla dignità e sulla libertà; in compenso, questo sì, sono valori che stanno sempre sulla bocca delle perone politicamente corrette, a cominciare dai leader europei, di destra non meno che di sinistra: gli Hollande, gli Zapatero, le Merkel, i Renzi, e via dicendo. Ma è solo un mare di chiacchiere: nei fatti, quel che conta è il dio denaro, e il sacro egoismo delle banche e del potere finanziario. In compenso, dignità e libertà sono declinate in senso assoluto, là dove alimentano la cultura dei diritti a senso unico, e, con ciò, diventano armi da brandire contro la maggioranza da parte delle minoranze; armi con le quali si paralizza la vita della società, si ostacola il merito, si punisce la vera libertà di pensiero. Come si può parlare di libertà, se ogni giorno i parlamenti europei votano nuove leggi liberticide, in nome dei diritti che, teoricamente, si vorrebbero difendere? Parlare in maniera difforme dal politically correct equivale ad esporsi a svariati reati punibili dal codice penale: dall’omofobia al negazionismo, dal razzismo alla circonvenzione d’incapace (nel caso delle cure mediche alternative alla medicina ufficiale). In questa società laicista e secolarizzata, l’importante è affermare i diritti delle minoranze, per quanto minuscole. L’università di Udine ha appena avuto la bella pensata di facilitare le cose agli studenti che vogliono cambiare sesso, garantendo la massima privacy nella gestione dei dati anagrafici. Bello, vero? Questa sì che è civiltà.
E infine vediamo la chiesa di papa Francesco e il mondo cattolico da lui rappresentato: cioè, per dir meglio, la neochiesa, o la contro-chiesa, modernista e progressista. Dignità e libertà dell’uomo? Bisogna vedere. O si parte dalla persona umana, oppure è meglio parlar d’altro. Il Vangelo stabilisce il primato della persona, non dell’uomo: l’uomo (e il cittadino) sono astrazioni di Rousseau e di Robespierre. Per il cristianesimo (quello vero, non quello taroccato e contraffatto dai modernisti) l’uomo è persona, perché Dio stesso è Persona, e l’uomo è stato creato a immagine di Lui. Il Padre è persona, Gesù Cristo è persona, lo Spirito Santo è persona. L’uomo è persona e la sua dignità e la sua libertà sono una conseguenza di questo fatto, non una pre-condizione. Se l’uomo non è persona, non ha né dignità, né libertà. Ora, l’uomo massificato, abbrutito, livellato, anonimo e politicamente corretto, non è persona: è numero, per non dire bestiame. Parlare della dignità ed esaltare la libertà di un tale soggetto è blasfemo, e, oltretutto, si rivela funzionale ai meccanismi della sua degradazione e della sua spersonalizzazione. Inoltre, per il cristianesimo (quello vero) tutti gli uomini sono chiamati ad essere persone, perché sono tutti figli di Dio; nell’islamismo e nel giudaismo, invece, solo i veri credenti lo sono.
E adesso torniamo a Trump. Qual è la principale ragione del contendere, al principio del suo mandato presidenziale, fra lui e il papa, fra lui e i leader europei, fra lui e tutto l’establishment progressista e benpensante, di cui i ragazzotti che lo contestano e i giudici che cercano di ostacolare le sue decisioni sono la perfetta espressione? Il muro con il Messico e la proibizione di entrare negli Stati Uniti, per alcuni mesi, a coloro che provengono dai Paesi considerati focolai di terrorismo; poi, la preferenza accordata all’accoglienza dei cristiani, rispetto agli islamici. Inoltre, si è spinto ad affermare che gli Stati Uniti non devono fare, davanti al problema dei migranti, come l’Europa, che “è piombata nel caos” (e l’Italia, avrebbe potuto aggiungere, nel più profondo del caos: andare alla stazione ferroviaria di Milano e confrontarla con quella di Monaco di Baviera, per credere). E questo sarebbe nazionalismo, sarebbe xenofobia? È, semplicemente, l’affermazione di un principio che l’Europa ha rinnegato, il principio della sovranità. In base ad esso, prima vengono gli interessi del proprio Paese, poi tutto il resto. Non è un principio nazista, o semi-nazista, come il papa ha suggerito, perfidamente, accostando l’elezione di Trump all’andata al potere di Hitler, ma un principio elementare di buon senso e di responsabilità. Ogni Stato è come una nave, e ogni capo di Stato è come il suo comandante. Non c’è nulla di dittatoriale in questo, tanto più se il capo in questione è stato legalmente eletto. Al comandante della nave spetta la responsabilità di proteggere la sicurezza dei passeggeri e dell’equipaggio, nonché della nave stessa. Poniamo che si avvicini una imbarcazione sospetta: egli ha il diritto di non lasciarla avvicinare, di non far salire a bordo nessuno; anzi, ne ha il preciso dovere, qualora vi siano ragioni per pensare che esiste un pericolo (fra parentesi, questa è esattamente la situazione in cui si venne a trovare la petroliera italiana Enrica Lexie, e bene fecero i due marò a reagire con le armi; quanto all’India, ha poco da indignarsi: se sorvegliasse i suoi mari e scoraggiasse i suoi pescatori dal praticare la pirateria, non sarebbe accaduto niente). Qualcuno ci deve spiegare che cosa vi sia d’ingiusto, d’intollerabile, di offensivo per la dignità e la libertà, nel rifiutare l’ingresso nel proprio Paese a masse d’individui, fra i quali si celano sicuramente soggetti pericolosi. I servizi segreti europei hanno ammesso, da tempo, quel che si era sempre saputo: che i terroristi islamici vengono in Europa mescolandosi alla massa dei cosiddetti profughi. Basterebbe già questa ragione per porre un freno deciso all’ingresso di queste masse; senza contare che ve ne sono altre, dalla sicurezza sanitaria al legittimo desiderio di preservare i caratteri essenziali della propria società, a cominciare dalla sua composizione etnica. Non è scritto da nessuna parte che, in nome dell’accoglienza, uno Stato o un intero continente devono accettare di veder sparire i propri abitanti sotto una strabocchevole massa di stranieri.
Non è scritto nemmeno nel Vangelo. Noi non sappiamo dove il papa abbia trovato un simile concetto; certo è che, quando ordina e pretende l’accoglienza indiscriminata, sta forzando il Vangelo e sta manipolando il cattolicesimo. Cristo esorta ciascuno a farsi prossimo per il fratello bisognoso, ma non afferma che ciascuno ha il dovere di spalancare le porte di casa propria a chiunque. I modi della carità spettano alla coscienza individuale. E non c’è niente di poco cristiano nel preoccuparsi prima della sicurezza della propria famiglia, della propria società, del proprio popolo, e poi di tutto il resto.
Sì: l’elezione di Trump ha sparigliato tutte le carte: ora i nodi vengono al pettine. Appaiono evidenti la nullità e la pavidità dei politici europei, infuriati davanti a un capo di Stato che non fa come loro, che non espone il suo popolo al pericolo, al caos e alla prossima estinzione, ma rivendica con fierezza il diritto a difendersi e a vivere secondo i propri valori. Il valore fondamentale della civiltà cristiana è l’amore, non il buonismo, che ne è la diabolica contraffazione. Gesù dice (Mt 10, 16-17): Siate prudenti come serpenti e semplici come colombe. Guardatevi dagli uomini. E se lo dice Lui… 

Qual è la posta in gioco nella battaglia pro o contro Trump

di Francesco Lamendola

Muri sbagliati e muri perbene

Giuliano Guzzo31 gennaio 2017
muro
D’accordo, mettiamo pure Trump sbagli a volere a tutti i costi un muro col Messico. Anzi, diamolo proprio per scontato. Viene però da chiedersi, se le cose stanno così, dove fossero gli stessi che oggi criticano il Presidente degli Stati Uniti, quando nel 1994 un altro Presidente – Bill Clinton – dava la propria benedizione a operazioni come la Gatekeeper in California, la Hold the Line ad El Paso, Texas, e la Safeguard in Arizona, introducendo barriere fisiche proprio al confine Sud col Messico; o quando nel 1995 sempre lui, Clinton, prometteva altre barriere per impedire il passaggio della frontiera agli illegali; o quando nel 2006 il Parlamento Usa, con l’appoggio pure di democratici oggi indignati, votò il Secure Fence Act, in virtù del quale l’attuale inquilino della Casa Bianca potrà fare a meno dell’iter legislativo per mantenere le sue contestate promesse elettorali in fatto di muri; o quando, nei primi 11 mesi dello scorso anno, il Messico – che al confine col Guatemala vanta una barriera bella alta – deportava allegramente 136.000 persone che si trovavano sul proprio territorio (delle quali quasi 14.000 minori non accompagnati). Non si tratta, si badi, di polemica spicciola né di benaltrismo: questi sono fatti. Che però non si sono mai guadagnati, come il muro che Trump non vuole costruire bensì completare (non è proprio la stessa cosa), i titoloni a tutta pagina di Avvenire, Repubblica né le proteste del cosiddetto mondo libero. O forse soltanto ipocrita.

Antonio Socci: anche la Chiesa voleva selezionare gli immigrati

Venerdì la grande "Marcia per la vita" di Washington, esaltata in tv da Trump, ha voluto attribuire il suo Premio onorifico annuale al card. Raymond Burke, cioè proprio colui che da mesi viene perseguitato da Bergoglio come il suo grande avversario (il papa lo ha colpito in ogni modo, fino all' annichilimento dell' Ordine di Malta avvenuto sabato).
Il bergoglismo nacque in sintonia con Obama e con il "partito tedesco" anti-Ratzinger e - come vedremo - alcune personalità cattoliche Usa oggi chiedono a Trump addirittura di appurare se ci siano state interferenze della passata amministrazione nelle strane "dimissioni" di Ratzinger del 2013 e nell' ascesa di Bergoglio. Ora che Obama è finito e l' impero germanico della Ue sta nel mirino di Trump, il pontificato politico di Bergoglio si va a schiantare su due muri della nuova amministrazione Usa. Un muro materiale e uno politico-culturale.
Contro quello materiale che Trump vuol costruire ai confini col Messico (perché uno Stato che non controlla i suoi confini non è uno Stato) il Papa è già partito all' attacco. Bergoglio, incurante di essere lui stesso capo di uno Stato, quello vaticano, circondato da alte mura, dove è impossibile entrare per qualunque clandestino, ha fulminato Trump, infischiandosene del fatto che buona parte del muro col Messico lo hanno costruito i democratici di Clinton e Obama. Oltretutto sulle frontiere chiuse ai musulmani Trump applica proprio ciò che fu prospettato dal grande card. Biffi.
Ma Bergoglio odia proprio questo connotato culturale filo-cristiano di Trump. Appena insediato Trump ha rovesciato la politica ultralaicista di Obama e la sua ideologia abortista che a Bergoglio non ha mai fatto problema: dopo aver, fra l' altro, cancellato la pagina Lgbt della Casa Bianca, il presidente ha bloccato i finanziamenti pubblici alle ong estere abortiste e in tre giorni ha fatto, per la causa dei bambini non nati, più di quanto abbia fatto in quattro anni Bergoglio, che quella causa ha tradito per inventarsi invece le crociate obamiane pro-immigrati, pro dialogo con l' Islam e i comizi sull' eco-catastrofismo fatti davanti a organizzazioni come il Centro sociale Leoncavallo.
IL VICE PRO-LIFE - Il mondo pro-life, molto forte in America, ha sostenuto in modo determinante la vittoria di Trump (come quella di Reagan) e alla manifestazione pro-life «su richiesta del presidente Trump» ha parlato il suo vice Pence (è la prima volta in 44 anni che interviene una così alta carica istituzionale) dicendo che «in America la vita è tornata a vincere» e questa presidenza «non si fermerà finché in America verrà ristabilita la cultura della vita».
Ha annunciato infatti altri provvedimenti e la nomina determinante di un giudice pro life alla Corte Suprema.
Poi Pence ha concluso: «Con la compassione daremo voce ai bambini non nati e guadagneremo i cuori delle donne...
vi assicuro che il presidente Trump ha le spalle larghe e un cuore grande».
I promotori della Marcia - come ho detto - hanno annunciato di aver conferito il Premio al card. Burke, molto stimato nella nuova amministrazione Usa. La scelta - ha detto John-Henry Westen - è dovuta al fatto che «il cardinale Burke ha sofferto molto per la causa della vita, della fede e della famiglia. Egli ha portato in pace e letizia questa sofferenza e le umiliazioni pubbliche che ha ricevuto da tutte le parti». A quali umiliazioni pubbliche si riferiscano i pro life è noto a tutti: Bergoglio gliene ha inflitte per quattro anni e sabato è arrivato ad annichilire il millenario Ordine di Malta per umiliare il card.
Burke, che lì era stato confinato proprio dallo stesso Bergoglio.
AGLI ANTIPODI - I due sono agli antipodi anche come tipi umani. Tanto Burke è mite e gentile quanto Bergoglio è prepotente (lo ha ammesso lui stesso), vendicativo e tendente al culto della personalità (una papolatria che oggi ha sostituito il culto eucaristico). Burke è un uomo di Dio, ha profonda spiritualità, non gli interessa né guadagnare né perdere poltrone. Invece Bergoglio fin da giovane ha partecipato alla feroce lotta del potere ecclesiastico e ne è tuttora assorbito. Ragiona solo in termini di potere e non concepisce chi non si fa "attirare" dalle promesse né intimidire dalle minacce. Detesta cardinali come Burke (o Caffarra) che pensano solo al giudizio di Dio e non si preoccupano di lusinghe e intimidazioni umane.
È noto che Bergoglio è andato su tutte le furie quando Burke e altri tre cardinali, della sua stessa fede cattolica, hanno reso noti i loro famosi "Dubia" per chiedere al papa che si pronunci in modo chiaro sugli argomenti delicati con cui, attraverso l' Amoris laetitia, ha terremotato e confuso la Chiesa. Ancora più furibondo Bergoglio è diventato quando è uscita l' intervista del card. Burke che, serenamente, ha prospettato - in caso di rifiuto pervicace del Papa di rispondere - la possibilità canonica di una «correzione» (che è prevista e non è inedita nella storia della Chiesa).
L' offensiva contro l' Ordine di Malta va inquadrata in questo suo furore che Bergoglio non riesce a tenere a freno (come quando ha coniato l' assurdo parallelo fra Hitler e Trump). Il Catholic Herald ha osservato: «Il Vaticano ha distrutto la sovranità dell' Ordine di Malta. E se l' Italia facesse la stessa cosa con il Vaticano?». Ancora più duro l' American Spectator che - in proposito - ha scritto: «Sotto Papa Francesco, la nuova ortodossia è eterodossia e guai a coloro che non si conformano ad essa». George Neumayr, l' editorialista, nota che la priorità di questo papa è colpire chi è fedele alla dottrina cattolica e premiare gli altri (e cita ciò che Bergoglio ha fatto con gli ordini religiosi). «Solo i conservatori ricadono sotto il suo sguardo fulminante». Con lui «il Vaticano è diventato una calamita per gli attivisti più anti-cattolici d' Occidente, molti dei quali hanno contribuito all' enciclica del Papa sul riscaldamento globale».
Bergoglio - scrive ancora lo Spectator - parla di «autonomia» e «rispetto delle differenze», ma «è il Papa più autocratico e amante delle epurazioni che si sia visto in molti decenni. È la quintessenza del progressista "tollerante" salito al potere grazie alla disobbedienza (come arcivescovo di Buenos Aires ha ignorato le direttive vaticane), ma che poi mantiene il potere chiedendo obbedienza assoluta agli altri.
Se fosse obbedienza alla dottrina della Chiesa» scrive il mensile «nessuno potrebbe biasimarlo. Ma non lo è. Lui chiede
obbedienza ai suoi capricci modernisti». La requisitoria prosegue così: «Dai corridoi delle Nazioni Unite alle stanze di L' Avana e Pechino, gli statalisti anticattolici possono sempre contare su di lui com' è evidente nella sua recente scandalosa intervista in cui ha dichiarato che i cattolici cinesi possono "praticare la loro fede in Cina". No, non possono.
I fedeli all' ortodossia cattolica sono trattati brutalmente».
IL RUOLO DEI SERVIZI - «Come è possibile - conclude lo Spectator - che il Papa possa considerare i comunisti cinesi in modo così benevolo mentre tratta i fedeli conservatori in maniera così severa?
Gli storici del futuro troveranno sorprendente che all' inizio del 21° secolo il Papa invece di proteggere i cattolici abbia contribuito alla loro persecuzione». Il clima è tale che - come dicevo - sul sito cattolico The Remnant un gruppo di intellettuali cattolici americani, ricordando con sconcerto le posizioni di Bergoglio contro Trump e a favore della sinistra internazionale, fa appello al neo presidente Usa Trump perché - prendendo spunto anche dai documenti di Wikileakes - si cerchi di capire se un cambio di regime in Vaticano fu immaginato e messo in cantiere negli anni della precedente amministrazione democratica.
Si chiede al presidente addirittura di appurare se eventuali azioni riservate siano state intraprese da agenti Usa in relazione alla «rinuncia» di Benedetto XVI e al Conclave che ha eletto Bergoglio, per capire se vi siano state interferenze sulla vita della Chiesa.
di Antonio Socci
http://www.liberoquotidiano.it/news/opinioni/12290571/antonio-socci-chiesa-voleva-selezionare-gli-immigrati--.html

Alla tv tedesca si può dire che Trump va ucciso. Ma basta un “like” per Marine Le Pen e sono guai


Avete notato come l’attentato di Quebec City sia sparito in fretta dalle notizie che contano? Eppure sono morte sei persone e altre otto sono rimaste ferite in quello che il premier canadese, il Big Jim del buonismo, Justin Trudeau, ha subito chiamato “attacco terroristico” e che le autorità hanno bollato come “l’atto di un lupo solitario”. Lo studente universitario fermato è stato accusato di omicidio plurimo premeditato e di tentato omicidio di cinque persone: insomma, accuse pesantucce. Certo, non ha ammazzato dei vignettisti francesi molto chic ma soltanto un macellaio, un professore universitario e un farmacista, tra gli altri: niente che faccia tendenza.


Tanto più che l’unica cosa che conta è il suo profilo Facebook, immediatamente oscurato, dal quale si desume la sua simpatia per Donald Trump e Marine Le Pen. Insomma, Alexandre Bissonnette è perfetto mostro xenofobo da sbattere – per poco – in prima pagina. Di più, stando alla stampa canadese, il nostro sparatore trumpista è noto nei circoli di attivisti cittadini come un troll di estrema destra che spesso esprimeva posizioni contro gli stranieri e contro le femministe.

Di fatto, però, il suo profilo on-line e la sue frequentazioni mostrano un ragazzo con poco interesse alle politiche estremistiche, almeno fino allo scorso marzo, quando Marine Le Pen visitò proprio Quebec City e parve ispirare l’attivismo on-line di Bissonnette. A confermare il profilo estremista ci ha pensato un amico con cui il killer è cresciuto e che conosceva la sua attività su Facebook, Vincent Boissoneault. Ecco le sue parole: “Posso dirvi che sicuramente non era un musulmano convertito. Lo descriverei come uno xenofobo. Non penso nemmeno che fosse totalmente razzista ma era affascinato da un movimento razzista e nazionalista borderline”. C’è poi François Deschamps, un consigliere per l’occupazione che gestisce una pagina Facebook di supporto per i rifugiati, il quale ha detto di aver riconosciuto immediatamente Bissonnette dalla fotografia: “Era qualcuno che faceva frequenti ed estremi commenti sui social network, denigrando i rifugiati e il femminismo. Non era proprio odio totale, più che altro era parte di questo nuovo movimento nazionalista, conservatore e identitario che è più intollerante che pieno d’odio”.

Insomma, dalle descrizioni, abbiamo il profilo del perfetto lupo solitario. E di tutti i movimenti anti-establishment di mezzo mondo, da Wilders ad AfD passando per Orban: tu guarda che combinazione. Peccato che un altro amico d’infanzia del killer, Michel Kingma-Lord, abbia offerto ai media una narrativa un po’ diversa. Ecco le sue parole: “Sono sotto shock, ultimamente non ci vedevamo più tanto ma quando eravamo più giovani abbiamo passato molto tempo insieme, ci univa la passione per i minerali. Era un bravo ragazzo, generoso, educato e sempre pronto ad ascoltare. E sempre stato più interessato al club degli scacchi del campus che all’ideologia politica. Non ha mai postato nulla sull’hate speech, non avrebbe mai condiviso qualche ideologia politica. Quando parlavamo, erano dialoghi normalissimi”.

Ma si sa, le cose possono essere cambiate dopo la visista di Marine Le Pen a Quebec City. E poi ci sarebbero state quelle lodi su Facebook proprio verso la candidata della destra francese e verso Donald Trump: ora i suoi commenti sono spariti insieme al suo profilo ma si sa che il suo “like”, oltre che sulle pagine della Le Pen e anche di altri politici di destra, era finito anche su quelle di Garfield e di alcune pop-star, tra cui Katy Perry. Che strano tipo di lupo solitario estremista: odio le femministe ma ama Katy Perry, la quale a sua volta odia Donald Trump che, invece, il killer venera. E cosa sarà successo dopo la visita di Marine Le Pen? Mistero.
Ma la domanda è un’altra. Al netto della solita assenza di certezze e dettagli che segue questi casi, tutti i particolari resi noti dipingono un quadro chiaro: dietro chi è molto attivo on-line, dietro a chi opera da troll, dietro a ogni commento fuori dalle righe, potrebbe esserci un potenziale lupo solitario pronto ad entrare in azione. Dettagli su come abbia trovato le armi? Nessuno. Il famoso secondo killer? Sparito, il cittadino marocchino fermato è diventato rapidamente un “testimone”: quindi, potenzialmente inseribile in un programma di protezione che lo renderebbe innocuo. Qualcuno ha gridato davvero “Allah akbar” come confermato dalle prime notizie o trattasi di delirio uditivo? Capite da soli che se il solo fatto di ammirare (o aver messo il “like” alla pagina Facebook) Marine Le Pen o Donald Trump può diventare qualcosa di sospetto, di tracciabile in via preventiva, un’aggravante a qualsiasi commento si posso postare on-line, siamo alla psico-polizia.

L’attentatore di Quebec City, a quanto ne sappiamo, non ha mai sparato in vita sua ma, di colpo, decide di attaccare una moschea con un fucile d’assalto, centrando 14 bersagli, uccidendone sei e ferendone otto. Ricorda lo sparatore di Monaco di Baviera, un adolescente che ha comprato la pistola su Internet e, nell’arco di due settimane, era diventato un cecchino degno dell’IRA su bersagli in movimento e con una Glock 19. Non so se avete mai visto “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri e con un sempre straordinario Gian Maria Volontè. Se non lo avete fatto, questi cinque minuti di una delle scene principali, forse potrebbe farvi capire meglio il mio punto di vista e i miei timori.
Gian Maria Volontè Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto – Repressione è civiltà
Perché “sotto ogni criminale può nascondersi un sovversivo e sotto ogni sovversivo può nascondersi un criminale”. Ovvero, la criminalizzazione del dissenso iniziato con la guerra contro le fake news e la post-verità e che ora fa il salto di qualità con le tracciature dei profili social che diventano – di fatto – le uniche prove di un omicidio premeditato multiplo per ragioni d’odio, perpetrato non si sa come e non si sa perché da un studente 24enne di scienze politiche alla prestigiosa università Laval. Ma che aveva dato il suo “like” alla pagina Facebook di Trump e della Le Pen. Anche se io propendo per Garfield come fiancheggiatore, mentre Katy Perry potrebbe essere stata l’armiere.
Ma ironia a parte, se invece dite in televisione che l’unico e più semplice modo per porre fine alla catastrofe di Trump è ammazzare il presidente alla Casa Bianca, magari non ti applaudono pubblicamente ma il circo Barnum del politicamente corretto ti garantisce una pacca sulla spalla, magari scomodando il concetto aristotelico di tirannicidio come obbligo morale. E successo al direttore ed editore del settimanale tedesco, “Die Zeit”, Josef Joffe, nel corso di un filo direttore con i telespettatori nella trasmissione ADR-Presseclub.
German news jokes about murdering President Trump
Quando gli è stato chiesto se fosse possibile porre Trump sotto impeachment e porre fine alla catastrofe che rappresenta, Josse ha così risposto: “Deve esserci una maggioranza qualificata di due terzi del Senato perché si possa rimuovere il presidente. Questi sono ostacoli politici e legali particolarmente duri, deve succedere qualcosa di molto grave per questo e non siamo ancora a quel punto… Ci potrebbe però essere un omicidio alla Casa Bianca”. Eco di questa sparata? Zero. Auspicare l’omicidio del presidente degli Usa in diretta tv in Germania è ormai normalissimo. In compenso, se metti “like” al profilo di Marine Le Pen, sei tracciato come potenziale lupo solitario. Tutti avvisati.
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Di Mauro Bottarelli , il