ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 20 gennaio 2017

Non conoscono tregua, né vergogna

RICATTO BUONISTA UMANITARIO

    Dietro il ricatto morale buonista una feroce volontà di autodistruzione sociale e religiosa. Il cristiano ha il diritto di scegliere e decidere in quale forma esercitare la sua carità. Di buone intenzioni è lastricato l’inferno 
di Francesco Lamendola  






Ormai non conoscono tregua, né vergogna; hanno deciso di percorrere quella strada sino in fondo, e niente e nessuno potrebbero mai farli recedere, o anche solo sostare per una qualche forma di riflessione critica o autocritica. No: essi rappresentano il bene e i valori “migliori” dell’Occidente: l’accoglienza, la tolleranza, la solidarietà; e rappresentano il “vero” volto del cattolicesimo e della Chiesa, la capacità di vedere il Cristo sofferente in tutti gli uomini, specie se poveri, bisognosi e stranieri.
E non importa se sono, per esempio, meno bisognosi di tanti italiani e di tanti europei i quali, dignitosamente, senza abbandonare le loro famiglie, senza fare leva sul ricatto morale di mettersi in pericolo immediato di naufragio, senza gridare ai quattro venti  la loro indigenza, e poi sfasciare tutto se il soccorso che ricevono non è, secondo loro, adeguato alle necessità.
Non importa se mandano i minorenni allo sbaraglio per impietosire, giocando con le loro vite, proprio come fanno gli zingari che addestrano i loro bambini per commuovere i passanti e sollecitare l’elemosina, magari fingendo storpiature e menomazioni orripilanti, e trovano la volonterosa collaborazione delle televisioni che sbattono l’immagine di un bambino annegato su una spiaggia, magari mentre siamo seduti a tavola, come se tali fatti accadessero per causa nostra, di noi “benestanti” ed egoisti, di noi cinici, che ce ne freghiamo dei loro drammi umani, e continuiamo a mangiare il nostro lauto pranzo come se nulla fosse.
Non importa nemmeno se costoro non scappano, come si dice troppo volentieri, da chissà quali guerre e calamità naturali, ma cercano, semplicemente, una vita migliore, non perché la loro sia intollerabile, ma perché hanno sentito dire che in Europa si trova ogni ben di Dio, come nel Paese di Bengodi; e meno ancora se sono utilizzati come inconsapevoli pedine di un gioco mondiale, manovrato da poteri astuti e spietati, che hanno pianificato la sostituzione della popolazione europea e l’islamizzazione del Vecchio Continente.
Dalle parti del Vaticano, e poi giù, giù, lungo tutta la piramide della Chiesa cattolica (e anche della società laica, ma questo è un altro discorso) qualcuno ha deciso che il cristiano ha il dovere morale di accogliere illimitatamente, a casa propria, chiunque, e in qualsiasi misura quantitativa: sani e malati, onesti e delinquenti, pacifici e terroristi, meglio comunque se islamici, come ha dato l’esempio papa Francesco quando, dopo essersi recato a visitare il centro di accoglienza sull’isola di Lesbo, e aver sobillato tutti quelli che ne avessero voglia, a venire in Europa, ha dato il buon esempio caricando sul suo aereo dodici persone, tutte rigorosamente di fede islamica, anche se a Lesbo c’erano pure i profughi cristiani, quelli veri, in fuga dalla Siria dove è in atto non solamente una guerra civile (ve ne sono parecchie, di guerre civili, e sarebbe follia pensare di poter accogliere tutte le popolazioni interessate), ma un esplicito un genocidio anticristiano. Papa Francesco, la C.E.I. di Nunzio Galantino, la Caritas, e un certo numero di vescovi e di parroci progressisti e filo-islamisti, hanno stabilito, una volta per tutte, che costoro sono i nostri fratelli bisognosi, e che non esistono altre alternative all’accoglienza immediata di tutti, senza limiti, fossero pure decine e centinaia di milioni di persone, fosse pure tutta la popolazione asiatica e africana.
Ora, qualunque parroco o frate, dotato di buon senso, sa che esiste una zona grigia di finti poveri, o di poveri veri, ma che son tali semplicemente perché non hanno voglia di lavorare, che assediano giorno e notte le canoniche e i conventi, non solo per avere un pasto caldo - che, per amore di Cristo, non si nega a nessuno -, ma per scucire danaro, inventandosi le frottole più inverosimili, dalle malattie incurabili ai figlioletti senza un tetto sopra la testa, e che non si stancano mai di batter cassa, perfino di minacciare, se si apre un varco nel buon cuore di colui al quale si rivolgono, e di pretendere sempre di più, sino a imporre uno stato di terrore permanente nell’incauto che, la prima volta, invece di offrir loro un piatto di minestra, ha aperto il portafogli e dato del denaro in contanti. Quel che vogliamo dire è che anche la carità va fatta con intelligenza, con prudenza, con buon senso, perché esiste il mestiere del finto indigente, dell’astuto simulatore che vuol vivere alle spalle del prossimo e che, se s’imbatte in qualche animo pietoso, ma sconsiderato, si stringe a lui come l’erbaccia all’albero sano, per spremerlo senza pietà, fino a disseccarlo interamente.
Viceversa, vi sono poveri che non chiedono, vi sono persone che soffrono il freddo e la fame ma non vanno a mendicare, non esercitano alcun ricatto morale, se ne stanno appartati e vergognosi, e di loro quasi nessuno si accorge, perché non esibiscono i loro stracci e non ostentano le loro sofferenze. I poveri italiani, di solito, appartengono a questa seconda categoria; ed è un fatto che moltissimi cattolici buonisti e di sinistra non li vedono neppure, né mai si sono sognati di aprire loro la propria casa, o di prescrivere, a sé e agli altri, il “dovere” dell’accoglienza illimitata; mentre invece il loro istinto di solidarietà scatta incontenibile non appena vedono una persona o una famiglia provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo. L’importante è che costoro abbiano la pelle scura, che non siano cristiani, che non sappiano nulla della nostra civiltà, né che la amino; l’importante è che siano stranieri nel senso più radicale della parola, non solo forestieri, ma inassimilabili, perché non solo non vogliono integrarsi, ma, semmai, hanno ben chiara l’idea che saremo noi a doverci integrare nella loro cultura e convertirci alla loro religione; o, se non noi, i nostri figli e i nostri nipoti.
Ebbene: a tutti questi buonisti che stanno al vertice e alla base della Chiesa cattolica, a tutti questi cattolici progressisti e “misericordiosi” che ci vedono con un occhio solo; a tutti quelli che, per esempio, fingono di non sapere che non solo durante la traversata del Mediterraneo, ma perfino all’interno dei centri di accoglienza, gli immigrati islamici maltrattano, discriminano e terrorizzano i loro compagni di religione cristiana, e che questo è appena un pallido assaggio di quel che faranno quando saranno abbastanza numerosi da imporre in Europa la loro volontà, tutti costoro, dicevamo, mostrano – beninteso, se possiedono almeno un po’ di buona fede – meno buon senso, meno intelligenza, meno prudenza, di quelli che sono necessari ad un qualsiasi parroco di periferia o frate di un convento, davanti alle pressanti e aggressive richieste di denaro di tanti sedicenti poveri e reali malintenzionati, che vivono parassitando la società, sfruttando il buon cuore, l’ingenuità e la sprovvedutezza dei polli che hanno preso di mira, per spennarli fino all’ultima piuma. Se, invece, non si tratta di buona fede, allora è qualcosa di peggio, di molto peggio: allora è  la feroce volontà di distruggere la società europea e la Chiesa cattolica, agendo dall’interno e nella più subdola delle maniere, ossia presentando la loro azione come prettamente umanitaria ed evangelica, e spingendo la loro improntitudine fino ad accusare di scarsa fedeltà al Vangelo quei cattolici e quelle altre persone le quali non ritengono che l’Europa, per “aiutare” le popolazioni bisognose del Sud della terra, non abbia altra maniera di farlo che cedere loro la propria sovranità, la propria identità, la propria esistenza, e lasciarsi tranquillamente sommergere e sostituire.
Abbiamo avuto un saggio esplicito di questa filosofia, autodistruttiva e suicida, nel discorso tenuto da papa Francesco e da monsignor Galantino in occasione della cosiddetta Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, il 15 gennaio 2017 (una dedicazione che è tutta un programma e tutta un capolavoro di disinformazione, a cominciare dall’assurdo neologismo “migrante”, che cela a fatica il fatto che questi immigrati sono, in realtà, degli invasori, nel senso che pretendono di essere accolti e di entrare nel nostro territorio, senza chiedere il permesso ad alcuno; per non dire della voluta commistione del concetto di “migrante” con quella di “rifugiato”, che è tutta un’altra cosa). Ma già un anticipo, il papa, lo aveva dato nel messaggio dei giorni precedenti, come riportato, fra l’altro, su una delle tante riviste cattoliche allineate sulle posizioni del “nuovo corso bergogliano”, Il Messaggero di Sant’Antonio, del gennaio 2017, che esordisce con un titolo di copertina di questo tenore: Quando i migranti eravamo noi, e che contiene un dossier tendenziosissimo, dove, tanto per rallegrare la vista e placare i timori, compare la fotografia di due giovanissime e bellissime ragazze somale, o etiopi, gioiose e sorridenti, che paiono due fotomodelle e non certo due “disperate in fuga da guerra e carestia”, come vuole il vocabolario immigrazionsita politically correct:

Cari fratelli e sorelle! “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato” (Mc 9,37; cfr Mt 18,5; Lc 9,48; Gv 13,20). Con queste parole gli Evangelisti ricordano alla comunità cristiana un insegnamento di Gesù che è entusiasmante e, insieme, carico di impegno. Questo detto, infatti, traccia la via sicura che conduce fino a Dio, partendo dai più piccoli e passando attraverso il Salvatore, nella dinamica dell’accoglienza. Proprio l’accoglienza, dunque, è la condizione necessaria perché si concretizzi questo itinerario: Dio si è fatto un di noi, in Gesù si è fatto bambino e l’apertura a Dio nella fede, che alimenta la speranza, si declina nella vicinanza amorevole ai più piccoli. […] Le migrazioni, oggi, non sono un fenomeno limitato ad alcune aree del pianeta, ma toccano tutti i continenti e vanno sempre più assumendo le dimensioni di una drammatica questione mondiale. Non si tratta solo di persone in cerca di un lavoro dignitoso, o di migliori condizioni di vita, ma anche di uomini e donne, anziani e bambini che sono costretti ad abbandonare le loro case con la speranza di salvarsi e di trovare altrove pace e sicurezza. Sono in primo luogo i minori a pagare i costi gravosi dell’emigrazione, provocata quasi sempre dalla violenza, alla miseria e dalle condizioni ambientali, fattori ai quali si associa anche la globalizzazione nei suoi aspetti negativi. La corsa sfrenata verso guadagni facili e rapidi comporta anche lo sviluppo di aberranti piaghe come il traffico di bambini, lo sfruttamento e l’abuso di minori, e, in generale, la privazione dei diritti inerenti alla fanciullezza sanciti dalla Convenzione Internazionale sui diritti dell’Infanzia. Come rispondere a tale realtà? Prima di tutto rendendosi consapevoli che il fenomeno migratorio non è avulso dalla storia della salvezza, anzi, ne fa parte. Ad esso è connesso un comandamento di Dio: “Non molesterai il forestiero né lo opprimerai perché voi siete stato forestieri in terra d’Egitto” (Es 22,20). “Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto” (Dt 10,19). Tale fenomeno costituisce un segno dei tempi, un segno che parla dell’opera provvidenziale di Dio nella storia, e della comunità umana in vista della comunione universale. Pur senza misconoscerne le problematiche, e, spesso, i drammi e le tragedie delle migrazioni, come pure le difficoltà connesse all’accoglienza dignitosa di queste persone, la Chiesa incoraggia a riconoscere il disegno di Dio anche in questo fenomeno, con la certezza che nessuno è straniero nella comunità cristiana, che abbraccia “ogni nazione, razza, popolo e lingua” (Ap 7,9).

Sarebbe difficile trovare un concentrato più emblematico di errori storici e di travisamenti biblici, di questo discorso di papa Francesco. Negando la realtà, i numeri, i fatti, egli si ostina sostenere che la maggior parte dei “migranti” è mossa da ragioni oggettive di pericolo immediato, laddove gli accertamenti relativi allo staus di rifugiati dicono che solo una piccola minoranza di costoro possono ritenersi tali, e tutti gli altri sanno benissimo di tentare la sorte per avere un riconoscimento cui non avrebbero diritto, ossia per ingannare la disponibilità dei Paesi che li accolgono. Le citazioni dall’Antico Testamento per sostenere il dovere dell’accoglienza sono alquanto a senso unico: vi si parla di accogliere il forestiero, non milioni di forestieri; degli stranieri intesi  come popolazioni, sappiamo bene cosa dicono i libri mosaici: essi  predicano lo sterminio, fino all’ultimo anziano, donna e bambino, da parte degli Ebrei, per accaparrarsi la “terra promessa”. Questo, però, il papa “misericordioso” non lo dice. In compenso, si assume la responsabilità di incoraggiare ulteriori migrazioni, affermando solennemente che la Chiesa si ispira al principio dell’accoglienza. E allora noi osiamo dire che tutti i bambini e gli adulti che periranno durante il viaggio nel deserto e la traversata del Mediterraneo, che tutti i piccoli che annegheranno nelle acque dei nostri mari, staranno sulla coscienza di quanti li hanno incoraggiati a venire, essi e le loro famiglie.
La verità è che il cristiano ha, sì, il dovere morale di aiutare il prossimo bisognoso, ma non ha affatto l’obbligo di concretizzare questo dovere nella sola forma dell’accoglienza fisica di milioni di persone nel proprio Stato: il cristiano ha il diritto di scegliere e decidere in quale forma esercitare la sua carità; e non occorre essere dei geni per vedere che la forma più logica e maggiormente fondata sul buon senso è quella di contribuire a delle azioni di sostegno affinché le popolazioni asiatiche e africane possano realizzare, in casa loro, le condizioni per una vita migliore. Ma, se gli spietati tiranni e gli amministratori corrotti che li opprimono, usano il denaro del sostegno internazionale per i loro interessi privati, questo non è un problema dei singoli cittadini europei; e i cristiani, in quanto tali, non sono chiamati a rispondere in solido di un disastro che non è provocato da loro, ma che, anzi, nasce in gran parte dal pessimo utilizzo della loro generosità. Bisogna finirla con la pedagogia del ricatto: gli europei non sono “colpevoli” dei disastri politici, economici e ambientali dell’Africa e del Medio Oriente, più di quanto i tedeschi di oggi non siano “colpevoli” di quel che accadde agli Ebrei nella Germania di Hitler.
Vi sarebbe molto altro da dire su questo buonismo adoperato con perfidia, come un’arma per costringere la Chiesa e i cattolici a fare buon viso a un’invasione dalla quale usciranno sommersi e annientati. Il papa, verso la fine del discorso sopra riportato, allude a una futura comunità cristiana che abbraccerà ogni nazione, razza, popolo e lingua, come dice il Nuovo Testamento. Possibile che perfino lui si sia persuaso del dovere dell’apostolato cristiano, dopo aver detto tante volte che i cattolici non devono cercar di convertire nessuno? Sarebbe troppo bello per essere vero. In realtà, egli non può non sapere, come lo sa chiunque voglia saperlo, perché non è affatto un segreto, che, stanti gli attuali indici d’incremento demografico, dell’Europa da una parte, dell’Africa e dell’Asia Anteriore dall’altra, è più che certo che, nel giro di due o tre generazioni al massimo, il nostro continente sarà islamizzato, nella forma soft di una graduale sostituzione di popolazione: per ogni europeo e per ogni cristiano che muore di vecchiaia, e che non viene sostituito da un bambino che nasce, subentrano tre o quattro bambini, figli d’immigrati, quasi tutti di religione islamica. Questi sono i fatti; delle buone intenzioni, come si dice, è lastricato l’inferno.
Possibile che sua santità non lo sappia? 

Dietro il ricatto morale buonista una feroce volontà di autodistruzione sociale e religiosa

diFrancesco Lamendola

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