ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 1 gennaio 2017

Scherza coi fanti, ma non coi santi

SAN FRANCESCO: SIETE INGANNATI

 S.Francesco:«Siete ingannati dai vostri nemici: dalla carne, dal mondo e dal diavolo». Su san Francesco abbiamo scherzato anche troppo facendone un'icona cattoprogressista: ma nulla vi è di più lontano dalla realtà 
di Francesco Lamendola  






Strano destino, quello di san Francesco, specialmente nella cultura moderna, compresa la cultura cattolica e l’immaginario dei cattolici. Delle sua figura, del suo insegnamento, della sua opera, è stata recepita una parte: quella più congeniale, e soprattutto più funzionale, alla mentalità moderna: non troppo esigente in fatto di imitazione di Cristo e nel prendere sul serio il Vangelo, anzi, per quanto possibile accomodante con il mondo e con l’egoismo dell’io e i desideri della carne. E già questa è una forzatura così accentuata, da stravolgere la vera figura, il vero insegnamento e la vera opera del Poverello di Assisi. A ciò si è aggiunta un’altra deformazione: quella di segno pacifista, ecologista, ambientalista, animalista, buonista, e naturalmente, multiculturalista; quella sdolcinata e sospirosa, romantica e sentimentale, consegnataci soprattutto dal film Fratello sole, sorella luna di Franco Zeffirelli, del 1972: film che, in verità, non è una vera biografia di san Francesco, quanto una furba operazione commerciale, liberamene ispirata alla vita di san Francesco; il che è una cosa ben diversa. Pertanto, chi prendesse quel film come base per la conoscenza di chi sia stato veramente san Francesco, senza aver letto neppure una delle fonti francescane, si troverebbe nella situazione di chi pretendesse di aver capito chi è stato Napoleone per aver letto la sua biografia romanzata di Alexandre Dumas padre; o, meglio ancora (cioè, peggio ancora), di chi pensi di aver capito in maniera adeguata la figura di Cristoforo Colombo e la sua storica impresa, per averne letto la versione a fumetti nella Storia d’Italia a fumetti di Enzo Biagi.

San Francesco non è stato per niente un tenero e quasi effeminato santerellino, perennemente in estasi, come il fanciullino di pascoliana memoria, davanti alle meraviglie del creato; se in lui vi è stata anche la vena dolce ed estatica, essa si è nondimeno accompagnata ad un carattere maschio, virile, e ad una visione austera, severa, della vita e dei doveri del cristiano; e se, nel Cantico delle creature, ha mostrato la sua sublime capacità di cogliere ed esaltare la bellezza della natura, che è un semplice riflesso della bontà e della sapienza infinite di Dio, allo stesso tempo egli mostra, negli scritti direttamente rivolti ad uno scopo di edificazione spirituale e morale, di non avere la benché minima parentela o somiglianza con l’atteggiamento naturalista e vagamente panteista che certi autori moderni gli hanno attribuito, ma di guardare con estrema diffidenza e intransigente severità a quello che, nel Vangelo di Giovanni, è chiamato il “mondo”, inteso come l’insieme delle forze e delle realtà che si oppongono all’avvento del regno di Dio, e che lusingano e accarezzano i vizi dell’uomo, la sua superbia, la sua lussuria, la sua cupidigia. In particolare, per san Francersco la triade formata dalla carne, dal mondo e dal diavolo è sempre in agguato per perdere le anime, ed è compito del buon cristiano stare costantemente in guardia e proteggersi dalle tentazioni, mediante la preghiera, la penitenza, i digiuni e le mortificazioni del corpo. Altro che sdolcinatezze! Quanto alla possibilità, reale e concreta, che le anime siano precipitate all’Inferno a causa di una vita di peccati e della impenitenza finale, san Francesco la pensa esattamente come i più austeri censori del mondo terreno, come Lotario di Segni (divenuto poi papa con il nome di Innocenzo III), cosa che piacerebbe poco ai teologi del periodo post-conciliare, da Hans Urs von Balthasar, a Karl Rahner, a Walter Kasper, per non parlare dei Bianchi o dei Mancuso: l’Inferno, ma vogliamo scherzare? Scherza coi fanti, ma non coi santi, ammonisce un proverbio molto diffuso. Ebbene: su san Francesco abbiamo scherzato anche troppo; ne abbiamo fatto, tanto per cambiare, una specie di icona cattoprogressista: ma nulla vi è di più lontano dalla realtà.
Ammoniva, dunque, san Francesco, nella prima redazione della Lettera ai Fedeli (in: San Francesco, I Fioretti; gli Scritti; Milano, Edizioni San Paolo, 2002, pp. 214-216):

1. DI QUELLI CHE FANNO PENITENZA.
Tutti quelli che amano il Signore “con tutto il cuore, con tutta l’anima e la mente, con tutta la forza” e amano i loro prossimi come se stessi, ed hanno in odio i loro corpi con i vizi e i peccati e ricevono il corpo e il sangue del Signore nostro Gesù Cristo e fanno frutti degni di penitenza: quanto sono beati e benedetti tutti coloro che fanno tali cose e in esse perseverarono, poiché “riposerà su loro lo spirito del Signore e fisserà presso di loro l’abitazione e la dimora, e sono figli del Padre celeste di cui compiono le opere, e sono sposi, fratelli e madri del Signore nostro Gesù Cristo. Siamo sposi, quando l’anima fedele si unisce nello Spirito Santo al Signore nostro Gesù Cristo. Siamo a lui fratelli, quando facciamo “la volontà del Padre che è nei cieli”; siamo madri, quando lo portiamo nel cuore e nel corpo mediante il divino amore e la pura e sincera coscienza; lo partoriamo mediante la santa operazione, che deve risplendere davanti agli altri come esempio. Quanto è glorioso, santo e grande avere il Padre nel cielo! Quanto è santo, consolante, bello e ammirabile avere un tale sposo! Quanto è santo,  dilettevole, gradito, umile, pacifico, dolce, amabile e sopra ogni cosa desiderabile avere tale padre e tale figlio. Il Signore nostro Gesù Cristo, che diede la vita per le sue pecorelle e pregò il Padre, dicendo: “Padre santo, conserva nel tuo nome quelli che mi hai dato nel mondo; erano tuoi e li hai dati a me. E le parole che mi hai dato, io le ho date a loro, ed essi hanno osservato e creduto veramente che io sono venuto da te, e hanno creduto che tu mi hai mandato. Prego per loro e non prego per il mondo. Benedicili e santificali. E per essi io santifico me stesso. Non prego per essi soltanto, ma anche per quelli che, a motivo della loro parola, crederanno in me: affinché tutti siano una cosa sola, come noi. E voglio, o Padre, che, dove sono io, siano anch’essi con me, affinché contemplino la mia gloria nel tu regno”. Amen.

2. DI QUELLI CHE NON FANNO PENITENZA.
Tutti coloro, poi, che non fanno penitenza e non ricevano il corpo e il sangue del Signore nostro Gesù Cristo, e simacchiano di vizi e peccati, e seguono la cattiva concupiscenza e i cattivi desideri della loro carne, e non osservano le cose promesse dal Signore, e servono corporalmente al mondo  con i desideri della carne, con le sollecitudini del mondo e le cure di questa vita: posseduti dal diavolo, di cui sono figli e compiono le opere, sono ciechi poiché non vedono la vera luce, il Signore nostro Gesù Cristo. Non hanno la sapienza spirituale,  poiché non possiedono il Figlio di Dio che è la vera sapienza del Padre; di essi è scritto: “La loro sapienza è stata divorata”, e “Maledetti quelli che si allontanano dai tuoi comandamenti”. Vedono e conoscono, sanno e fanno il male, ed essi stessi perdono consapevolmente le anime. Vedete, o ciechi, ingannati dai vostri nemici: dalla carne, dal mondo e dal diavolo; poiché al corpo è dolce fare il peccato ed è cosa amara servire Dio; perché tutti i vizi e i peccati escono e “procedono dal cuore degli uomini”, come dice il Signore nel vangelo. E non avete niente né in questo secolo né nel futuro. E pensate di possedere a lungo le vanità di questo secolo, ma siete ingannati, perché verrà il giorno e l’ora, che non pensate, non sapete ed ignorate. Il corpo cade malato, la morte si avvicina, e così si finisce di amara morte. E dovunque, quando e comunque l’uomo nuore in peccato mortale, senza la penitenza  e la soddisfazione, se gli è possibile  soddisfare e non lo fa, il diavolo rapisce la sua anima dal corpo con tanta angoscia e tribolazione che nessuno può saperlo all’infuori di chi le subisce. E tutti i talenti e il potere e “la scienza e la sapienza” che credevano di avere, saranno ad essi tolti. E lasciano le loro sostanze ai parenti e agli amici, e questi, dopo aver presa e divisa la sua sostanza, dicono: Sia maledetta la sua anima, perché poteva darci e accumulare di più di quanto ha guadagnato. I vermi divorano il corpo, e così essi hanno perso il corpo e l’anima in questo breve tempo, e andranno nell’inferno dove saranno tormentati senza fine.
Scongiuriamo nella carità, che è Dio, tutti quelli ai quali perverrà questa lettera, affinché ricevano con divino amore e benignamente queste sopraddette fragranti parole del Signore nostro Gesù Cristo. E quelli che non sanno leggere, se le facciano leggere spesso e le tengano presso di sé accompagnandole con sante opere sino alla fine, poiché “sono spirito e vita”. E coloro che non metteranno in pratica queste cose, saranno chiamati a “renderne conto nel giorno del giudizio davanti al tribunale del Signore nostro Gesù Cristo”.

Questo scritto si può considerare un compendio della religiosità francescana e, come si vede, vi è ben poco di zeffirelliano, in esso. Il giudizio sul “mondo” è durissimo; la contrapposizione tra la vita di grazia e la vita secondo la carne non potrebbe essere più drastica e recisa; la sapienza del mondo è disprezzata, perché lontanissima dalla vera sapienza, che è quella che viene da Dio, e che, sola, illumina gli uomini, altrimenti condannati a vagare nelle tenebre; lo spettacolo delle umane ambizioni, della umana insaziabilità di denaro e di potere, offre una quadro tremendo, angosciante, della labilità di ogni bene terreno, compreso il tocco finale delle maledizioni che gli eredi lanciano nei confronti del morto, reo di non aver lasciati loro delle ricchezze ancor maggiori;  la morte incombe su ogni giorno della vita, i vermi attendono, per distruggerlo, il corpo, della cui bellezza e giovinezza ci si era vanamente inorgogliti. Il quadro della condizione umana, considerato in un orizzonte del tutto immanentistico, sarebbe semplicemente desolante, se non vi fosse, a ingentilirlo e a conferirgli un significato ulteriore, la speranza cristiana.
Tuttavia, non basta sperare nella promessa di Gesù Cristo e limitarsi ad attendere il momento del giudizio; bisogna impegnarsi strenuamente per fare la volontà di Dio, diventando degni della sua filiazione: altrimenti, ogni speranza sarà vana e il destino terreno dei peccatori sarà quello della definitiva dannazione. In san Francesco c’è, sicuramente, un forte richiamo all’amore di Dio, ma c’è anche, come in Kierkegaard, il timore e tremore davanti alla sua infinita potenza ed al suo ineguagliabile splendore. In particolare, è molto forte il richiamo contro la cecità della sapienza umana e contro il torbido richiamo della carne, intesa come il livello più basso degli appetiti e degli impulsi umani, e contrapposta allo slancio dell’anima verso l’ineffabile bellezza e sapienza di Dio. San Francesco resta quasi raggelato di fronte al terribile mysterium iniquitatis, laddove esclama con accenti accorati, ma anche con estrema lucidità: Vedono e conoscono, sanno e fanno il male, ed essi stessi perdono consapevolmente le anime; e ancora: posseduti dal diavolo, di cui sono figli e compiono le opere, sono ciechi poiché non vedono la vera luce, il Signore nostro Gesù Cristo; e ancora: essi hanno perso il corpo e l’anima in questo breve tempo, e andranno nell’inferno dove saranno tormentati senza fine. Sono parole rudi, concetti duri da mandar giù; pure, questa è la verità del Vangelo, da Gesù tante volte ribadita: solo chi ascolta il Vangelo e fa la volontà di Dio, godrà della beatitudine; per gli altri, non vi saranno che pianto e stridore di denti (Matteo, 25, 41-43): Via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli! Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; fui straniero e non m'accoglieste; nudo e non mi vestiste; malato e in prigione, e non mi visitaste.
In ultima analisi, tutto il lieto annuncio di san Francesco si compendia nel concetto: fare la volontà del Padre, sempre, tutta intera, come fece Gesù Cristo, il quale, per primo, ne diede l’esempio, ed osò bere il calice della grande prova sino in fondo, mentre stava sudando acqua e sangue, quella notte, nel giardino degli olivi. Gli apparve allora un Angelo dal cielo a confortarlo (Luca, 22, 43), dice l’evangelista, al culmine della Passione interiore di Gesù. Anche da questo episodio, allorquando Gesù pregava fervidamente il Padre, perché allontanasse da lui il calice della sofferenza, pur ribadendo la sua disponibilità di rimettersi interamente al suo volere, si ricava chiaramente che l’uomo non può fare nulla da solo, ma tutto con l’aiuto e l’ispirazione e di Dio; e che occorre, pertanto, che si faccia piccolo e umile. L’umiltà, in senso teologico (e anche nel significato più ampio della parola): il bene indispensabile per progredire e perseverare nella ricerca di Dio, nella capacità di darsi a lui con fiducia assoluta, e nella libertà dalle tentazioni e dai rimpianti verso gli appetiti del mondo. Una libertà che deve essere riconquistata ogni giorno, ogni ora, ogni minuto; e che bisogna contendere senza tregua agli inganni della carne, del mondo e del diavolo.  Carne, mondo, diavolo, adoperati quasi come sinonimi: quale teologo, quale sacerdote, quale vescovo si esprimerebbe ancora in questi termini? Mettere in guarda contro la carne, significa ricordarsi che solo lo Spirito vivifica; contro il mondo, che non tutto è oro quel che luccica, quando taluni parlano d’una volontà di “dialogo” fra la Chiesa e il mondo; e che il diavolo esiste, eccome… 
«Siete ingannati dai vostri nemici: dalla carne, dal mondo e dal diavolo»
(S. Francesco)

di Francesco Lamendola