ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 2 febbraio 2017

Comme nous sommes …

Che bello il riconoscimento canonico unilaterale!




In tempi non sospetti, c’era ancora in cattedra Joseph Aloisius Ratzinger, tra le diverse cose scritte a proposito della Fraternità che fraternizzava col Vaticano, facevamo notare che c’era un sistema molto semplice per risolvere la questione della posizione canonica della Fraternità San Pio X: bastava annullare il decreto che revocava la legittima costituzione della Fraternità come opera della Chiesa.
Scrivevamo in uno dei diversi articoli:

«Questo della carta bollata è un problema della Santa Sede, è il Vaticano che, giustamente, parla con gli atti ufficiali, e questi atti ufficiali li compie solo il Vaticano stesso. Lo faccia allora: sancisca che la Fraternità è lì, che esiste da 40 anni, che da 40 anni fa il proprio dovere cattolico, lo sancisca e basta, non solo non serve niente, tranne qualche ufficiale di Curia che batta a macchina un foglio, ma il suo atto costitutivo la Fraternità ce l’ha già… ed è a Roma…basta tirarlo fuori dal cassetto in cui lo fece improvvidamente cacciare Paolo VI

Ma i vertici della Fraternità hanno sempre preferito dare per scontato che la loro condizione fosse illegittima, come una sorta di abuso nato per una decisione improvvida e quindi alla ricerca di una legittimità.
Vero è che anche Mons. Lefebvre si era visto costretto a tentare la strada della regolarizzazione canonica, che dovette abbandonare quando si rese conto, irreversibilmente, che Roma, con le contrattazioni, voleva la distruzione della Fraternità. Ma da allora sembrava fosse chiaro a tutti, e soprattutto ai suoi eredi, che la pregiudiziale per tentare una nuova strada era costituita dalla previa constatazione che il Vaticano moderno fosse tornato ad essere, almeno in maniera inizialmente inequivoca, quello di sempre.Ma il richiamo della Prima Sede ha sempre emanato un fascino irresistibile, al di là della sua valenza qualitativa, tanto che i vertici della Fraternità hanno continuato a battere sul tasto della irremovibile “romanità” del Fondatore, dimenticando che l’ossequio a Roma, per un cattolico, è tutt’uno con l’ossequio alla Roccia voluta da Nostro Signore come fondamento della Sua Chiesa; e non certo alla città di Roma anche se sede del governo della Chiesa. Logica vuole che allorché si verifica che Roma non corrisponde più, per comprensibili vicende terrene ed umane, a quella roccia che dovrebbe essere, si è obbligati ad abbandonarla fino a quando essa non torni ad essere ciò per cui è stata voluta da Nostro Signore.
La sottomissione a Roma e al Papa, la necessità di essere “con” Roma e “con” il Papa, impone che innanzi tutto ci sia realmente sia Roma sia il Papa, siano tali cioè qualitativamente, cattolicamente, e non solo nominalmente.

Quando sul Soglio sedeva Ratzinger, si disse che la contingenza era tale da imporre di approfittare della benevolenza del vecchio interlocutore di Mons. Lefebvre, nonostante già allora si fosse dimostrato infido. L’accordo era cosa fatta, i fedeli raccolti intorno alla Fraternità dovevano prendere atto dell’accorta politica condotta dai vertici e accettare l’accordo nonostante il Vaticano non avesse mosso un dito per dar prova di aver recuperato anche solo in parte l’ortodossia propria della Prima Sede.
Ma l’accordo saltò perché il Ratzinger del 2012 non era diverso dal Ratzinger del 1988: la Fraternità avrebbe dovuto sputare sulla sua storia e su Mons. Lefebvre e riconoscere che il Vaticano II anziché deleterio era stato ed era buono.
Un sospiro di sollievo percorse i fedeli. Un po’ di amaro in bocca afflisse il palato dei vertici. Tutto rimandato sine die. E intanto erano cadute tante teste, sacrificate sull’altare del migliore accordo possibile che si potesse sperare. L’accordo non si fece, ma le teste erano ormai state recise dal corpo della Fraternità.

Fuggito Ratzinger di fronte ai lupi e rifugiatosi con ancora addosso l’abito bianco in un albergo vaticano, inaspettatamente per tutti, ma architettatamente per molti cardinali, Ratzinger in testa, ecco affacciarsi alla loggia l’argentino Giorgio Mario Bergoglio, noto agente provocatore in quel di Buenos Aires, dove per anni aveva intrattenuto i migliori rapporti con ogni sorta di nemico della Chiesa.
Si apriva un nuovo corso, non all’insegna del cattolico “sia lodato”, ma del “buonasera” di marca acattolica. E ricominciava la tiritera delle puntualizzazioni e delle critiche all’inquilino di Casa Santa Marta, espresse pubblicamente da vari esponenti della Fraternità, mentre altri di loro, come in copertura, si davano da fare per ricucire le sfilacciate fila della paziente tela ordita al tempo di Ratzinger: urget sponsionem.Anno dopo anno, una forma di bergoglite acuta si diffonde nella Chiesa: il fine non è più la salus animarum, ma la cura corporum: una conversione alla rovescia che mira a trasformare il cattolicesimo in mondialesimo al servizio dell’agognato regno mondiale dell’uomo evoluto… da se stesso e da Dio.Ma i vertici della Fraternità si insinuano abilmente in questo vulnus cattolico e stimolano la crescita di frutti che, seppure avvelenati, possano nutrire la loro non sopita voglia di accoglienza in Vaticano, gabellata per continuità con l’intendimento di Mons. Lefebvre, proprio per camuffare l’aspirazione berrettizia del nuovo inamovibile capo di quella che un tempo era la roccaforte della Tradizione cattolica.

E i frutti spuntano e maturano: ed ecco che i sacerdoti della Fraternità possono confessare lecitamente, e quindi efficacemente, non come prima che confessavano illecitamente e forse inefficacemente. In verità una cosa del tutto impossibile e di fatto neanche praticabile, ma lasciata passare così dai vertici della Fraternità con la gioiosa accoglienza di quella battuta da salotto di stile bergogliano, intrisa di bergoglite e pure malamente truccata da misericordia.
Ed ecco arrivare pure la legittimità del giudizio del capo, accordata benevolmente da Roma perché si potessero colpire col suo avallo tutti gli oppositori interni alla politica suicida condotta dai vertici. Il capo non giudica più e non condanna più motu proprio, ma per avallo romano, come se questo cambiasse di una virgola l’arbitrarietà del suo agire in nome e per conto, non della Fraternità, ma di se stesso.

E a questo punto la generosità e la misericordia di Bergoglio spalancano la nuova prospettiva conciliatoria: posto che la dottrina cattolica è roba da mummie incartapecorite degne delle cripte funerarie e il radioso destino del nuovo cattolicesimo parte dall’essere accoglienti e non più cattolici, ecco che alla Fraternità non si deve chiedere nient’altro che l’obbedienza al Soglio: distinguo, precisazioni, annose riflessioni, interi volumi di insegnamenti e di morale… tutto al macero, roba non più idonea a servire da guida… basta etichettarsi come “periferia” e così essere visitati e benedetti da Giorgio Mario Bergoglio che muore dalla voglia di incamerare a Santa Marta una nuova periferia da far fruttare a maggior gloria del suo regno.

Urla di gioia si alzano in Svizzera e risuonano per tutto l’aere tradizionale: ci prendono come siamo! Che a onor del vero è tutto dire, visto il nuovo manifesto essere.

Ils nous prennent comme nous sommes! E’ il grido di gioia del capo… e corrono veloci i pensieri sulle paroline del franco idioma:
comme nous sommes … cioè come ci siamo ridotti … a piatire la dolce carezza dell’istrione seduto a Roma, come fosse il Gastone di Petrolini pronto a far lavorare nella nuova commedia altri nuovi attori paludati in talare;
Il nous prennent! Lapsus freudiano: certo che ci prendono, e ci prendono in trappola, o ci acchiappano nella nassa, come dice un caro amico per dare l’idea della trappola con tanto di manicaretto in cui i pesci si fiondano e da cui non possono più uscire, se non quando il pescatore romano, dopo averli lasciati a mollo facendoli illudere di trovarsi ancora in mare aperto, tira su la nassa per farne frittura.

Ci prendono come siamo! Scusi capo, ma la dottrina? Non siamo qui per la dottrina? Sì, è vero, ma i tempi sono cambiati e se anche a Roma non tutto va come dovrebbe, a noi conviene approfittare di questa offerta generosa, tanto noi la dottrina la sappiamo, non c’è mica bisogno di strombazzarla ai quattro venti!
Ma, capo, che diciamo ai fedeli? Diciamo che tutto va bene, signora la marchesa, e vedrai che quelli alla fine abbozzano.

E la cosa buffa è che questo grido di gioia giunge come fosse una sorpresa per un regalo inaspettato, mentre invece è solo un trucco pubblicitario per nascondere le febbrili trattative condotte fino all’altro giorno dal capo, quando, ospite a Casa Santa Marta, ha concordato con Bergoglio, non solo l’accordo, eufemisticamente etichettato: “riconoscimento unilaterale”, ma anche la strategia con la quale offrire al meglio ai fedeli il nuovo piatto avvelenato preparato nella cucina bergogliana.
Eppure, anche i bambini capiscono che non si può parlare di riconoscimento se prima non c’è stato il “conoscimento” e cioè: io ti dò e tu che mi dai? Non un compromesso, ma un vero e proprio patteggiamento, un negozio, dove si concorda il tipo di merce e il prezzo da pagare.

Non abbiamo pagato alcun prezzo, sembra gridare il capo, a confermare che Bergoglio non vende la sua roba avariata, ma la regala, e gli allocchi la ingollano come fosse prelibatezza.

Ciò nonostante, al momento in cui scriviamo ancora non si sa che cosa effettivamente è stato deciso, e forse non si saprà ancora per tanto tempo, salvo le interviste del capo e le eventuali battute di Bergoglio.

Ma nel frattempo tanti sacerdoti della Fraternità dovranno adattarsi alla nuova situazione.
Si dice che ci sarà una prelatura personale e che forse il prelato risponderà direttamente a Bergoglio, come se questo escludesse la legittima azione d’intervento dei vescovi locali e delle diverse congregazioni romane, non solo a norma di Diritto Canonico, ma soprattutto a norma della bergoglite che infetta la Chiesa e che ha già prodotto centinaia di vittime a Malta e a Frigento, e non per il terremoto, ma per espressa volontà del nuovo capo della Fraternità che non siede a Menzingen, ma a Santa Marta, visto che a Menzingen ormai siede solo il vicario del capo.

E’ possibile che alcuni sacerdoti non se la sentano di sottomettersi al nuovo capo della Fraternità e decidano di sganciarsi dall’ipoteca martiana, rigettando anche la vicaria ipoteca menzingeniana, e quindi per i fedeli si ponga il problema non semplice, seppur gradito, di sostenere questi sacerdoti che vogliono rimanere fedeli a Ecône e a Mons. Lefebvre e non vogliono far parte di “quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte” (Lc. 1, 79).

Ma questo è un capitolo ancora da scrivere, e che quasi sicuramente sarà scritto a più mani, come ci auguriamo, per intanto aspettiamo, vedremo a breve quale sarà la prossima mossa del capo e come dovremo chiamarlo da allora in poi. 

di
 Belvecchio