ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 27 febbraio 2017

E tutto questo per cosa?

Cronistoria di un massacro 

Dunque è così. Perso nel tempo ogni riguardo per l’Autorità, per lo Ius divino, per la Regola, per la “Salus animarum”, abolita implicitamente ogni “Grundnorm”, ora si è smarrito anche il rispetto per il testo sacro. Lo si dileggia, sminuisce, aggiorna, emenda, stravolge. Gli si fa dire quello che piace, quello che conviene. Ma non sono cose che nascono oggi per caso. Bisogna tornare indietro, agli anni Venti, al 1962 e poi alla “Dei Verbum”…
di Léon Bertoletti
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Dunque è così. Perso nel tempo ogni riguardo per l’Autorità, per lo Ius divino, per la Regola, per la “Salus animarum”, abolita implicitamente ogni “Grundnorm”, ora si è smarrito anche il rispetto per il testo sacro. Lo si dileggia, sminuisce, aggiorna, emenda, stravolge. Gli si fa dire quello che piace, quello che conviene. A Messa, dopo la proclamazione del Vangelo, si arriverà forse a proclamare “Parola del Signore (ma non c’era il registratore)” con la conseguente modifica del Lezionario e dell’Evangeliario. Magari qualche prete creativo l’ha già fatto e a noi la notizia sfugge. Al punto in cui siamo, del resto, l’impossibile è possibile. S’ignora o si vuole ignorare che gli scritti evangelici si attengono strettamente – sì, strettamente – alla predicazione e ai gesti del Maestro, pur non essendo libri di storia né biografie e neppure verbali stenografici o libri dottrinari sistematici. Avevano utilità pratica, fatto che spiega lacune e discrepanze. Il campanile del pensiero cattolico conservava, una volta, due campane: quella che rintoccava per Tomaso (e Aristotele), quella che suonava per Agostino (e Platone).
Devono averle sostituite con una che intona Derrida (e il Decostruzionismo: dove il segno, orale o scritto, non significa mai la cosa ma rinvia a un altro segno che rinvia a un altro segno che rinvia a un altro segno… processo interminabile) e l’altra il pensiero debole (Vattimo) divenuto nel frattempo debolissimo.
Secondo il Catechismo vigente, il Nuovo Testamento consegna la verità definitiva della Rivelazione divina. Ma la cronistoria del massacro evangelico porta altrove e lontano. Il tour può cominciare dagli anni Venti del secolo scorso e dall’università di Marburgo, in Germania. È allora, è lì che un docente protestante con i baffi e i capelli radi, un teologo in camicia bianca e cravatta scura avvia l’opera di demolizione. Si chiama Rudolf Bultmann, il professore. Batte sui Vangeli – lo sostiene un suo allievo famoso, Käsemann – come un martello. Smonta, scardina, scassa le parole, i racconti, le certezze dogmatiche, la figura del Gesù storico. La sua corrente, la sua scuola prende il nome di “Formgeschichte”: indicando quindi la storia delle “forme”, le unità microletterarie che tessono i Vangeli, alienata dalla storia della “formazione” di quei testi, creati – secondo Bultmann – da compilatori di miti popolari e in un contesto fertile di immaginazione e leggende. Il 30 settembre 1943, Pio XII pubblica l’enciclica “Divino afflante Spiritu”, testo fondamentale e meritorio realizzato con l’aiuto del padre gesuita Agostino Bea, rettore dell’Istituto Biblico di Roma e poi cardinale. Il documento apre anche al biblista cattolico le strade delle scienze (linguistica, archeologia, critica letteraria e testuale) orientando a lungo la fase nuova della ricerca biblica. Ammette i “generi letterari”, per far emergere il senso autentico dalle parole. Indica come orizzonte esegetico, come principio ermeneutico in grado di tenere la Parola divina, eterna, normativa al passo con l’incarnazione storica in ogni tempo, la santa “paradosis”: la Tradizione nutrita dallo Spirito presente nella Chiesa.
Altra tappa: novembre 1962. Durante la prima sessione del Vaticano II, i padri conciliari bocciano clamorosamente lo schema “De fontibus Revelationis” preparato da una commissione presieduta dal cardinale Alfredo Ottaviani. Nel 1964, la Pontificia Commissione Biblica fa uscire il documento “Sancta Mater Ecclesia” che strizza l’occhio, per così dire, ai tedeschi, scrutandone le idee. Dichiara che i Vangeli sono come una formazione geologica a tre strati: sopra c’è quello redazionale dei singoli evangelisti; sotto, quello della predicazione orale apostolica; ancora più sotto, quello del Gesù storico. Ne risulta che non siamo in presenza di annali, copie servili, registrazioni, verbali giudiziari, trattati teologici o catechetici ma di memoriali storico-teologici, insomma di interpretazioni “pasquali” degli ammaestramenti, delle azioni, della storia di Gesù. In questo clima, il 16 novembre 1965, viene approvata dal Concilio la Costituzione “Dei Verbum” che puntualizza il rapporto Scrittura-Tradizione, sostituisce il concetto di “verità” a quello di “inerranza” (la Bibbia non può sbagliare), attizza l’ispirazione e la ricerca passionale e libera nei campi dell’esegesi, della teologia biblica, della critica storica e letteraria. “Raffinata architettura teologica” la definisce Karl Rahner. Mentre il teologo René Latourelle annota: “Dopo aver incontrato molte resistenze e subìto parecchie tempeste, essere sfuggito addirittura al naufragio, e dopo una storia redazionale particolarmente tormentata (cinque schemi) questo testo, uno dei più brevi dei sedici documenti del Concilio, è tuttavia uno dei più importanti, insieme alla ‘Lumen gentium’. Si può addirittura affermare che, nella sistematizzazione conciliare, esso svolga una funzione ermeneutica fondamentale che ne fa il documento base”. Da allora, proprio l’ermeneutica ha guadagnato un ruolo preponderante tra le discipline della ricerca metodologica biblica, lo “statuto epistemologico” ha cercato le attualizzazioni del messaggio evangelico, ci sono state avventurose letture psicanalitiche e socio-politiche, applicazioni strutturaliste (Roland Barthes e Starobinski), esegesi filologiche, nuove traduzioni “in lingua corrente” e addirittura in latino (la revisione della Vulgata di San Gerolamo voluta dal Concilio e promulgata da Giovanni Paolo II il 25 aprile 1979).
La “Formgeschichte” è stata superata con la “Redaktiongeschichte”, per studiare in che modo Matteo, Marco, Luca, Giovanni o altri al posto loro hanno sfruttato il materiale originario, elaborato le voci, riportato le informazioni ricevute. E tutto questo per cosa? Perché ognuno possa vedere, considerare, leggere nei Vangeli quello che gli pare, interpretarli a suo capriccio, insinuare che dicono balle?
Gran risultato, indubbiamente.
Sulle traduzioni si gioca il futuro della liturgia

«Se non pronunciate parole chiare con la lingua, come si potrà comprendere ciò che andate di-cendo?» (1Cor 14,8). Le “parole chiare”, che san Paolo raccomandava alla comunità di Corinto - alla lettera “di un buon segno”, cioè “ben decifrabili” -, riguardano non solo la pronuncia, ma anche la comprensibilità linguistica. È a partire da qui che la Chiesa ha curato le traduzioni della Bibbia e della liturgia, perché «la parola di Dio vuole interpellare l’uomo, vuole essere da lui compresa e avere una risposta comprensibile, ragionevole» (J. Ratzinger, Il Dio vicino. San Paolo, Cinisello Balsamo 2003, p. 71).
Per quanto riguarda la liturgia, tale movimento si è andato intensificando sino a un livello critico e polemico, come la notizia dei giorni scorsi di una nuova commissione per rivedere l’Istruzione Liturgiam authenticam (del 28 marzo 2001), che regola i principi e i modi di tradurre i testi liturgici, mettendo da parte addirittura il prefetto del dicastero competente, cioè il cardinal Robert Sarah: un colpo di mano dell’ala progressista! Cerchiamo di capire.
Anzitutto il fedele italiano ignora che cosa sia Liturgiam authenticam, non avendone speri-mentato né i benefici né i (presunti) disastri. Infatti il Messale italiano in uso (del 1983 con alcune integrazioni) è stato tradotto dall’edizione tipica latina del 1975 e i criteri della traduzione erano regolati dalla precedente Istruzione Comme le prévoit (25.1.1969).
Dopo il Messale italiano del 1983, il Messale tipico latino ha avuto una terza edizione del 2000 con una ristampa emendata del 2008. Bisognava dunque rivedere il Messale italiano alla luce di questa terza edizione, che comportava testi aggiunti e altre modifiche. Ma la revisione era postulata anche dal fatto che nel frattempo Liturgiam authenticam, tenuto conto di certi difetti delle traduzioni, aveva riformulato i criteri per la traduzione dei testi liturgici.
Da parte della Chiesa italiana tale lavoro di revisione iniziò quasi subito, ma, trascorsi quasi 15 anni - e sono tanti -, il nuovo Messale non è ancora uscito, per cui viene da pensare che non sia uscito perché qualcuno ha manovrato perché non uscisse. E a questo punto è ipotizzabile che a tempi brevi non uscirà, in quanto la nuova traduzione dovrebbe vedere la luce più o meno in contemporanea all’uscita di un documento che riformula i criteri per le traduzioni, per cui il povero Messale, appena uscito, sarebbe da rivedere...
A questo punto il fedele cattolico si trova confuso ed estraniato. In realtà la questione tocca proprio lui senza che l’interessato se ne accorga. Perché? Perché ad oggi quando va a Messa è destinatario di una traduzione uscita nel 1983 ed elaborata fine anni ’70 e inizio anni ’80, sostanzialmente fedele ma abbastanza “liberale”; se poi, invece di una traduzione più fedele, è in arrivo una revisione con criteri più innovativi, immaginarsi il risultato. A questo punto la posta in gioco non è di letteratura, ma di sostanza, in quanto attraverso le parole viene comunicata l’immagine di Dio e viene plasmato l’atteggiamento dell’uomo che si rivolge a Lui (come stare davanti a Dio, come lodarlo, che cosa chiedergli ecc.).
Oggi si vuole rivedere Liturgiam authenticam perché i suoi criteri sarebbero troppo stretti, perché c’è bisogno di un linguaggio nuovo e - sostiene qualcuno - anche di gesti nuovi e poi perché... è espressione “anche” di un clima restaurazionista di san Giovanni Paolo II, aiutato in questo “anche” dall’allora card. Joseph Ratzinger e dal card. Jorge Medina Estévez, firmatario di Liturgiam authenticam. Quanti allora non digerirono l’Istruzione, oggi o sono nella stanza dei bottoni o ricevono benevola udienza da chi dimora in quella stanza. Ovvio il tentativo della rivincita, credendo onestamente di aver subìto un sopruso, di aver ragione e di far avanzare la Chiesa nella fedeltà all’uomo e a Gesù Cristo. È capitato tante volte nella storia, sia da destra che da sinistra. Però, senza negare questo fattore, bisognerebbe sforzarsi di guardare la realtà.
Ora un sano atteggiamento verso la realtà è di lasciar parlare Liturgiam authenticam, troppo spesso taciuta nel dibattito. Che cosa dice? Tante cose che non interessano l’Italia, ma anche tante altre sulla traduzione e dunque sul linguaggio liturgico che interessano tutti i cattolici e che qui condenso in 5 punti.
1. Esattezza formale della traduzione. La traduzione è un aspetto della «opera di inculturazione» (n. 5), però «non sia un’opera di innovazione creativa, quanto piuttosto la trasposizione fedele e accurata dei testi originali in lingua vernacola» (n. 20). E qui Liturgiam authenticam chiede una traduzione che rispetti il più possibile le parole e le frasi così come sono: questo è il metodo delle “equivalenze formali”, contrapposto al metodo delle “equivalenze dinamiche”, che invece tende a tradurre con parole e frasi di oggi ciò che con parole antiche recepì il destinatario di ieri. Tanto per fare un esempio, la traduzione biblica a equivalenze dinamiche rende il termine paolino “carne” con “egoismo”, certo facilitando, ma perdendo un mucchio di sfumature. Liturgiam authenticam, rispettando lo Spirito, la tradizione della Chiesa e il destinatario, mette in guardia dal seguire una strada così disinvolta.
2. Legittimità di una lingua liturgica e di uno stile liturgico. A quanto sopra si potrebbe obiettare che, pur usando termini comprensibili, il risultato sarebbe un linguaggio che si discosta dal modo abituale di comunicare. Ebbene, Liturgiam authenticam prende il toro per le corna e ricorda che espressioni poco consuete (ma comprensibili), possono essere ritenute più facilmente a memoria e anzi possono sviluppare nella lingua odierna uno «stile sacro» (n. 27), «dove i vocaboli, la sintassi, la grammatica siano propri del culto divino» (n. 47). Ecco un’altra presa di posizione: è normale ed è positivo per chi ascolta che esista un linguaggio del culto e uno stile sacro, che, pur comprensibili, non vanno ridotti al modo abituale di comunicare.
3. Traduzioni né ideologiche né soggettive. I libri liturgici devono essere «immuni da qualsiasi pregiudizio ideologico» (n. 3) e non sempre le attuali traduzioni lo sono. Ad esempio la Liturgia delle Ore rende “instaurare omnia in Christo” con “fare di Cristo il cuore del mondo”, espressione che trasuda di Teilhard de Chardin († 1955): con quale autorità si impone il pensiero di Teilhard a migliaia di oranti? Di più: i testi tradotti non sono funzionali ad essere «in primo luogo quasi lo specchio della disposizione interiore dei fedeli» (n. 129). Il che significa che non bisogna addolcire o aumentare i testi solo per venire incontro a ciò che si desidera oggi - ad esempio aggiungendo un “giustizia e pace” dove non c’è -, poiché il testo della preghiera della Chiesa è una proposta che va oltre le nostre attese e i nostri gusti e così facendo ci costringe a rettificarci e ad arricchirci. Di nuovo, i paletti di Liturgiam authenticam, prima di essere severi, sono promozionali per il popolo di Dio e lo preservano dalle dittature ideologiche e sentimentali.
4. Le parole giuste e varie. Alla varietà di vocaboli del testo originale «corrisponda, per quanto è possibile, una varietà nelle traduzioni» (n. 51). Qui si citano due casi: il primo è l’antropologia: “anima, animo, cuore, mente, spirito” andrebbero tradotti come sono, compresa “anima” che i traduttori aggiornati vorrebbero abolire o comunque limitare. L’altro esempio sono i modi di rivolgersi a Dio: Signore, Dio, Onnipotente ed eterno Dio, Padre ecc. La fedeltà della traduzione ci veicola un giusto concetto di Dio e aumenta il senso di rispetto e adorazione nel rivolgersi a Lui. Ciò che non sempre è capitato nelle traduzioni: ad esempio gli anni ’70 hanno prodotto in un ordine religioso delle orazioni che iniziavano con un “Tu o Dio”. Mi domando se ci si rivolgerebbe così a un impiegato al di là dello sportello.
5. Rispettare la sintassi originale. Questo è il punto più contestato e - si capisce - più decisivo: siano conservati, per quanto è possibile, la relazione delle frasi in «proposizioni subordinate e relative», la «disposizione delle parole», i «vari tipi di parallelismo» (n. 57a). Oggi tendiamo a parlare sparando delle frasi accostate: è il linguaggio della pubblicità e della comunicazione virtuale. La liturgia tende invece a collegare le frasi mettendole in ordine armonico tra di loro; soprattutto una richiesta non è generalmente formulata per prima, ma dipende da una precedente memoria delle meraviglie operate da Dio, che plasmano la richiesta stessa. Questo ordine e questa bellezza del linguaggio è ciò che il mondo classico ha prodotto e che la liturgia trasmette a tutti.
Ecco, è un poco tutto questo che si vuole rivedere e ripensare (accantonare? scartare?), creando un nuovo linguaggio più secondo l’uomo di oggi.
Quanto sopra richiederebbe ulteriori approfondimenti, ma il lettore che ha avuto il coraggio di arrivare fin qui, sarà stanco, per cui rimando a un prossimo intervento.
di Riccardo Barile27-02-2017