ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 8 febbraio 2017

Or tu chi se', che vuo' sedere a scranna..

VELENO DEI PRETI MODERNISTI

    Quel veleno dei preti modernisti che fa perdere la fede alle anime. L’essenza del modernismo è la superbia intellettuale la pretesa di aggiungere una postilla alle Scritture sulla base della propria lettura personale della Rivelazione 
di F.Lamendola  






Non c’è niente di più pericoloso, di più micidiale, di un nemico interno che non pensa affatto d’esser tale, anzi, che si reputa un ottimo elemento, e che, pieno di buonissime intenzioni, si agita in continuazione per portare l’universo mondo sulle sue posizioni; tanto più se costui è un fanatico che si ammanta di una apparente santità, che conduce uno stile di vita umile e irreprensibile, insomma se si presta al noto equivoco per cui una vita esemplare deve corrispondere a delle idee giuste, e, nel caso della religione cristiana, a un’ammirevole coerenza evangelica. Il veleno modernista, in particolare, se viene diffuso da sacerdoti che parrebbero tutti infervorati di zelo cristiano, che vivono in mezzo ai poveri, che non si risparmiano per amore del prossimo, può risultare doppiamente letale: perché l’apparente esemplarità di quei sacerdoti fa velo alla falsità del loro cristianesimo e induce molti in errore, portandoli, senza che se ne accorgano, fuori dalla verità di Cristo, e spingendoli in un’ottica meramente umana, immanentistica, nella quale Dio finisce per evaporare e quel che resta è l’orgoglio umano e l’umana pretesa di far da sé, di costruire il paradiso in terra, senza Dio e, magari, in concorrenza con Dio.
Ma se quei tali sacerdoti parlano in tutt’altro modo da quelle che sono le loro reali intenzioni e i loro veri obiettivi, eretici e apostatici; se hanno spesso in bocca Gesù Cristo, ma senza lo spirito di Cristo; se, oltre allo zelo per il prossimo, dimostrano un infaticabile amore per dio – non il Dio del Vangelo, però, ma un dio tutto loro, che solo esteriormente gli somiglia – allora la confusione rischia di essere grandissima, le anime cadono nella trappola e si fanno trascinare lontano dalla vera via, senza accorgersene e anzi convinte, convintissime, d’essere più che mai sulla strada giusta, all’avanguardia rispetto a tutti gli altri, perché hanno capito più cose, del Vangelo, di quante ne abbiano mai comprese gli altri. E basterebbe già questo atteggiamento interiore, assai più diffuso di quanto non si creda, per tradire il fatto che non stanno seguendo il vero Vangelo di Cristo, ma un altro, un vangelo tutto loro, creato e propalato da quei tali cattivi pastori modernisti, a loro volta o accecati dalla propria superbia, o trascinati in errore da altri ancora. Infatti, è proprio la pretesa di aver capito di più, di voler rinnovare la Chiesa, di voler rendere più autentico il Vangelo; è proprio questo modo di porsi, questo linguaggio, questa maniera di esprimersi, che tradiscono la loro immensa presunzione, e che, se non fossero completamente accecati dalla loro finta umiltà e dalla loro reale superbia, dovrebbe rivelare a loro, per primi, ciò che è così facile vedere dall’esterno, se non ci si lascia incantare dalla loro falsa aureola di santità, ma si pone attenzione a quel che realmente dicono e fanno, e allo spirito con cui lo dicono e lo fanno: uno spirito umano, troppo umano, dove il profumo dell’infinito non si sente e dove l’incanto del divino è scomparso addirittura.
Anche dell’eretico Pelagio si diceva che conducesse una vita semplice e santa; e anche di molti modernisti del primo Novecento, come Tyrrell e Buonaiuti. La gente si lascia facilmente colpire dai segni esteriori della devozione; ma Dio, che legge nei cuori, sa che la vera santità parte dalla vera umiltà; e la vera umiltà parte dal riconoscimento della grandezza di Dio e della Chiesa da Lui fondata e guidata; per cui la vera santità non può assolutamente tradursi in atteggiamenti di immodestia, di irriverenza, di fastidio nei confronti della tradizione cattolica, meno ancora nei confronti della sacra Tradizione (scritta con l’iniziale maiuscola), che è, accanto alle Scritture, uno dei due incrollabili pilastri sui cui poggia la divina Rivelazione agli uomini. La Tradizione è fatta da tutto ciò che la Chiesa ha tramandato nel corso dei secoli, dal culto di Maria, degli Angeli e dei Santi, alle opere dei Padri; da tutto ciò che, pur non essendo esplicitamente presente nelle Scritture, è tuttavia presente, vivo e vero nella vita di quella Chiesa che Lui ha voluto, che Lui ha istituito, e alla quale ha promesso di non far mancare mai il sostegno, il conforto e l’ispirazione dello Spirito Santo.  La vera santità è fatta di obbedienza, di coscienza del proprio limite, di timor di Dio: non è possibile che si accompagni alla pretesa, per quanto avanzata con apparente modestia, con apparente sobrietà, di rifondare daccapo la Chiesa, di modificare il Magistero, di spostare la prospettiva escatologica, perché ciò equivarrebbe a un atto di suprema immodestia o peggio, verso ciò che la Chiesa è stata fino ad ora. Vengono alla mente i versi di Dante nel XIX canto del Paradiso(79-81): Or chi tu se’, che vuo’ sedere a scranna / per giudicar di lungi mille miglia / con la veduta corta d’una spanna? E quelli del V canto, sempre del Paradiso(76-78): Avete il novo e ‘l vecchio testamento, / e ‘l pastor della Chiesa che vi guida; / questo vi basti a vostro salvamento.
Abbiamo già avuto occasione di dire che l’essenza del modernismo è la superbia intellettuale, la pretesa di aggiungere una postilla alle Scritture e alla Tradizione, sulla base della propria lettura personale della Rivelazione; aggiungiamo ora che tale superbia si ammanta volentieri di virtù, di pietà e di finta semplicità. Un buon esempio di questo atteggiamento si trova nelle opere dell’ex gesuita spagnolo José Maria Diez-Alegria, e specialmente nel suo libro Io credo nella speranza, che gli valse la cacciata dall’ordine, ma che oggi, senza dubbio, riceverebbe un encomio da un altro gesuita che siede sul soglio di san Pietro, papa Francesco, e che, se non fosse morto nel 2010, oggi mancherebbe poco che venisse elevato alla gloria degli altari. Ciò è indice, da un lato, dell’enorme confusione che regna, o meglio, che imperversa nella Chiesa dei nostri giorni, specialmente sotto il pontificato di Bergoglio, dall’altro di quanto si sia diffuso, in questi decenni, il sottile veleno modernista, fino a raggiungere i vertici della Chiesa e attuare un silenzioso, subdolo tentativo di rovesciare il Magistero e capovolgere secoli di dottrina cattolica, tentativo che non è mai giunto, come adesso, così vicino al successo più completo.
A titolo di esempio della falsa impostazione modernista di cattivi pastori come Diez-Alegria, riportiamo un passo dal suo libro citato, nel quale, fra parentesi, la parola “speranza” è scritta in carattere minuscolo, perché non è la virtù teologale della Speranza, ma un sentimento tutto umano, tutto laico, e tutto “politico”, quel che anima e infervora l’Autore  (titolo originale: Yo creo en la esperanza…!, a cura di Marilena Grasso, Milano, Mondadori, 1973, pp. pp. 170-171):

Non molto tempo fa, una cara ragazza, da poco laureata in medicina, mi confidava con una certa angoscia di non capire con chiarezza perché mai era cattolica e non di un’altra confessione cristiana. Io le risposi che mi pareva che questo non lo capisse nessuno, e che coloro che credono di capirlo chiaramente, sono vittime di un’illusione, fondata sull’ignoranza o sulla parzialità.
Ma alla domanda: “perché io appartengo alla Chiesa cattolica romana e non ad un’altra delle chiese cristiane storicamente esistenti”, devo rispondere, a me stesso e agli altri, con la rigorosa sincerità che è necessaria in un’autentica vita di fede. Mi pare che i risultati della critica storica scientifica non siano sufficienti a risolvere il problema. Penso sinceramente che non su può provare apoditticamente, sul piano della scienza storica, che Gesù Cristo vuole che tutti i cristiani appartengano alla chiesa cattolica romana attualmente esistente, abbandonando qualsiasi altra chiesa cristiana. Il solo pensiero di una simile pretesa mi fa sorridere. Allora si tratta piuttosto di un’opzione che appartiene al piano della fede. Ma in che senso e in quale misura? Cercherò di rispondere a me stesso analizzando quella che mi pare essere la mia situazione di fede. Io sono stato battezzato nella chiesa cattolica, entro il mio primo mese di vita. Nella chiesa cattolica, dunque, sono giunto alla fede. Il dinamismo della mia fede mi porta a rimanere nella chiesa cattolica in “atteggiamento attivo” (autocritico ed ecclesiocritico), con spirito ecumenico (riguardo alle altre chiese cristiane) e con tensione (speranza) escatologica, cercando nella mia permanenza storica nella chiesa cattolica un’appartenenza dinamica(crescente, sempre più piena) alla chiesa di Cristo e una continua edificazione di quella chiesa di Cristo che non giungerà alla pienezza fino alla parusia. Il dinamismo della mia fede non mi induce a cambiare chiesa, ma a cercare entro la chiesa cattolica questa appartenenza sempre più piena, e questa progressiva edificazione della chiesa di Cristo. Per me questo basta.

Come tutti i falsi modesti, l’ex gesuita incomincia spiegando che (p. 21) gli è stato chiesto dai suoi amici di spiegare come egli viva la sua fede, e che egli ha ritenuto di non poter rifiutare. Insomma, lo hanno tanto pregato, e lui ha accondisceso. Ma un cristiano che dice la mia fede è già mezzo fuori dal seminato, perché la fede è la fede in Cristo e non la fede di Tizio, Caio o Sempronio; mentre quell’aggettivo possessivo, la mia fede, e quel pronome personale che spicca all’inizio del titolo, Io, tradiscono un narcisismo sconfinato. Il narcisismo consiste nell’amore di sé, che è lo strumento di cui si serve il diavolo per vanificare l’amore di Dio; e non c’è niente di peggio che questi finti umili, di questi finiti miti, di questi finti cristiani, che, in fondo al loro cuore, sono assolutamente refrattari al Vangelo, perché il Vangelo insegna ad uscire da se stessi e a dire: Tu, mentre essi sanno dire e pensare sempre e solo: Io, Io, Io. Come se non bastasse, il finto mite e il finto misericordioso lascia trapelare tutto il suo astio e i suo rancore quando dice a quella povera anima di adolescente, che a lui si era rivolta con fiducia, parlando dei cattolici che lui, certamente, giudica dei biechi “conservatori” e, si capisce, cattolici che non hanno capito nulla né del “vero” Gesù Cristo, né del “vero” Vangelo: coloro che credono di capirlo chiaramente, sono vittime di un’illusione, fondata sull’ignoranza o sulla parzialità. Questo dice il cattivo pastore ad un’anima, parlando degli altri pastori, la cui colpa è di sapere perché Dio li ha voluti cristiani. E non basta ancora: l’immodestia va ancora più lontano, quando loda la propria “rigorosa” sincerità, che è, invece, solo improntitudine e irresponsabilità nella sua condotta di confessore, e definisce la propria vita “una autentica vita di fede”. Ci sarebbe quasi da sorridere di tanto candore, se non la cosa non fosse, invece, immensamente malinconica. E che razza di sacerdote è uno che, davanti alla domanda di una ragazza, Padre, perché io sono cattolica?, non sa rispondere niente di meglio che: Non lo so, figliola; nessuno lo sa? Questo significa dare scandalo alle anime, confonderle ulteriormente, sospingerle sulla via del relativismo, che è il contrario del cristianesimo e la negazione del Vangelo. Il cristiano non è un pirandelliano: non pensa che le cose avvengano così, non si sa come, ma che ogni cosa abbia un preciso perché: non ha forse detto, Gesù in persona, che anche i capelli del vostro capo sono contati (Luca, 12, 7)? Un prete che manifesta ai suoi fedeli, e proprio alle anime che a lui si rivolgono per avere chiarezza e verità, i propri dubbi di fede, è un pessimo prete; è un lupo travestito da pastore, che oggettivamente provoca danni spirituali gravissimi.
Purtroppo, oggi abbiamo sentito più volte il papa Francesco parlare pubblicamente, e anche nel bel mezzo di qualche celebrazione liturgica, dei suoi dubbi di fede: pessimo servizio reso alle anime, anche questo, e a maggior ragione. Il papa è il papa: è il nocchiero della navicella di san Pietro, colui che deve segnare la rotta per tutti gli altri. Non è stato chiamato a dirigere la Chiesa per manifestare i suoi dubbi, ma per rassicurare gli altri, per confortarli, per fortificarli nella fede. Se ha dei dubbi, deve tenerli per sé, e rivolgersi, privatamente, a un direttore spirituale; ma soprattutto deve pregare, pregare sempre, senza stancarsi mai, come Gesù ha insegnato, e chiedere l’aiuto e l’illuminazione dello Spirito. Il che significa che deve smetterla di dire: Io, e di pensare in termini di IoMeMio; deve smetterla di mettersi al centro, e lasciare che al centro ci sia solo e unicamente Dio. Papa Francesco, questo, non sembra affatto che lo stia facendo; ostenta in continuazione una falsa modestia che ricorda molto quella di padre Diaz-Alegria (dell’ex padre Diaz-Alegria; perché una ragione ci sarà stata, se i suoi superiori lo hanno convinto a lasciare la Compagnia di Gesù, a suo tempo), e attira l’attenzione su di sé, fa di tutto per piacere alle folle, mentre dovrebbe rivolgere le anime a Dio e fare, per il resto, quel che faceva Gesù stesso: cercar di passare in punta di piedi, non considerandosi nient’altro che un operaio nella vigna del Signore.
E che razza di prete è, tornando a Diaz-Alegria, uno che, alla domanda perché sia cattolico, chiede lumi in prima istanza alla “scienza” storica (?), la quale gli dice, ovviamente, che essere cattolico o luterano è frutto del caso; e solo in seconda istanza alla “fede”, ma, in realtà, a se stesso, gonfio di se stesso, impregnato di narcisismo, e si risponde che è cattolico perché vuol “approfondire” il cattolicesimo secondo quel che gli sembra giusto, vale a dire adoperandosi per trasformare il cattolicesimo in un semi-protestantesimo? E il guaio è che queste idee balzane hanno fatto strada; e che sono giunte, oggi, a sedere a scranna, e proprio sullo scranno più alto: quello di san Pietro... 

Quel veleno dei preti modernisti che fa perdere la fede alle anime

di Francesco Lamendola

http://www.ilcorrieredelleregioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=11033:veleno-dei-preti-modernisti&catid=70:chiesa-cattolica&Itemid=96


Card. Marx: Amoris laetitia e la linea del Papa sono molto chiare



Parole nette, senza alcun dubiaquelle pronunciate ieri dal cardinale Reinhard Marx, (nella foto con il card. Walter Kasper) presidente della Conferenza episcopale tedesca (Dbk), e arcivescovo di Monaco-Frisinga. A margine della conferenza stampa che ha seguito l’udienza concessa dal Papa a una delegazione della Chiesa evangelica di Germania (Ekd), il cardinale si è pronunciato a proposito dell’esortazione Amoris laetitia.
“Credo che la posizione e la linea del Papa siano molto chiare”. Questa sicurezza interpretativa a proposito della esortazione post-sinodale è stata messa in pratica dalla Conferenza episcopale presieduta dal cardinale Marx con la pubblicazione, lo scorso 1 febbraio, delle linee guida per l’applicazione dell’esortazione “Amoris Laetitia”, linee guida che confermano l’apertura sulla comunione ai divorziati risposati in alcuni casi.
«(…) come Conferenza episcopale», ha spiegato il cardinale Marx, «abbiamo deciso di sottolineare alcuni punti», ad esempio «la preparazione al matrimonio, accompagnare le coppie e alcune questioni specifiche di irregolarità, nulla che tuttavia non sia già scritto» in Amoris laetitia.  «Penso che nella nostra Conferenza c’era unanimità. Alcuni vescovi hanno posto domande ma credo che la posizione e la linea del Papa sia molto chiara». «Non capisco», ha concluso, perché secondo alcuni «la risposta non è chiara».
Un altro cardinale, il cardinale Lluís Martínez Sistach, emerito di Barcellona, che già era intervenuto sull’interpretazione del documento, ha dato alle stampe la versione italiana di un suo breve libretto uscito in Spagna poco prima di Natale. La pubblicazione è avvenuta per le edizioni Libreria Editrice Vaticana, con il titolo Come applicare l’Amoris laetitia (pagg. 92, € 8,00). Il porporato si preoccupa di evitare che si faccia una lettura limitata dell’esortazione, invitando a leggerla nella sua interezza. Per quanto riguarda il discusso tema dell’accesso ai sacramenti per le coppie di divorziati risposati conviventi more uxorio, scrive che «il pastore che realizza questo può giungere alla conclusione che una persona o una coppia può accedere» all’eucaristia.