ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 22 febbraio 2017

Voi siete ancora cattolici, carissimi?

LA SANTA IRA DI DIO

    Cari teologi della svolta antropologica, avete fatto i conti senza la santa ira di Dio. Voi siete ancora cattolici, carissimi? Oppure vi vergognate di chiamarvi tali, e, in cuor vostro, detestate perfino la parola “cattolico”? 
di Francesco Lamendola  




C’è, nella teologia cattolica, e c’è sempre stata – anche se oggi, con un trucco, pare che sia stata fatta sparire nel cilindro d’un prestigiatore – una espressione molto forte, ma anche assai precisa, netta, inequivocabile; una espressione che i teologi modernisti e progressisti non adoperano mai, forse addirittura taluni la ignorano, certo hanno fatto del loro meglio per riporla silenziosamente in cantina: l’ira di Dio.
Eh, già: dalle parti della neochiesa progressista e modernista, questa espressione suonerebbe, se venisse pronunciata, alla stregua di un’autentica bestemmia, o poco meno. Ma come! Non è forse ben noto che Dio è misericordioso? A forza di ripeterlo, senza altre specificazioni, tacendo della sua giustizia, hanno quasi finito per crederci, benché sappiano, in fondo alla loro anima, che si tratta di una menzogna, di un’autentica mistificazione. Hanno cucito addosso a Dio il loro stesso vizio capitale, la loro stessa aberrazione: il buonismo, che è la diabolica contraffazione della vera bontà, per cui vorrebbero dare a intendere che Dio perdona tutti e sempre, automaticamente, come un vero e proprio distributore di perdono, indipendentemente dal pentimento, dalla conversione e dalla necessità dell’espiazione. 
Hanno dimenticato anche che Dio, oltre a non essere buonista, non è neppure “buono”, nel senso puramente umano della parola: perché la bontà umana è tanto lontana dalla bontà divina, quanto la terra dista dal cielo. Noi diciamo “buona” una persona che sa perdonare; ma Dio, che certamente sa perdonare, altrettanto certamente non può perdonare chi non merita perdono. A differenza degli uomini, Dio non si sottrae al dovere della giustizia, anche quando tale dovere è duro, pesante, ingrato. La giustizia di Dio consiste nella retribuzione del bene e del male che gli uomini compiono; ma se Dio retribuisse solo il bene, che razza di dio sarebbe? Il minimo che di possa dire, è che sarebbe un dio fabbricato sulla misura delle nostre debolezze, della nostra vigliaccheria, della nostra incapacità di assumerci l’onere della giustizia – verso gli altri, ma anche verso noi stessi - fino in fondo.
Viviamo in tempi di democraticismo buonista, di demagogia sfrenata, di deresponsabilizzazione come abito diffuso ad ogni livello, tanto che si potrebbe parlare di una fuga generale dalla responsabilità. Nessuno vuole assumersi più la responsabilità di nulla; tanto meno la responsabilità di essere giusto. La giustizia gode di una cattiva fama, e le persone giuste vengono guardate storto: sono evitate, calunniate, aborrite. Chi sono io per giudicare?, si blatera in continuazione, assumendo l’aria dei modesti e dei clementi, ma, in realtà, mirando ad assolvere tutti, per essere assolti a propria volta, meglio se attraverso un’abolizione per legge del peccato. Niente più peccato, niente più giudizio. Sarà per questo che i teologi progressisti parlano così poco del peccato, e praticamente mai del giudizio, del paradiso e dell’inferno? Non hanno il coraggio di dirlo, ma la verità è che si stanno tenacemente adoperando per stravolgere la teologia cattolica dall’interno: vogliono trasformare la Rivelazione cristiana in una pappetta precotta e riscaldata, dove tutti sono buoni e misericordiosi, nessuno viene giudicato, nessuno deve pagare per le sue cattive azioni; si vede che Gesù Cristo è venuto sulla terra per farsi un giretto turistico, e che sulla croce c’è finito per caso. Non è detto, però, che ulteriori ricerche dei biblisti e degli storici modernisti non arrivino a dimostrare, prove alla mano, che Gesù, se pure è stato appeso in croce, non è morto se non di raffreddore; e che i peccati del mondo non c’entrano niente con la sua morte. La Redenzione dell’umanità peccatrice? Mai sentita nominare. Almeno, questa è l’impressione che ricavano i fedeli al tempo della neochiesa buonista di papa Francesco, relativista e misericordiosa. I giovani, poi, che non sanno cosa fosse la vera Chiesa cattolica, che non sanno fino a che punto quella attuale sia una contraffazione dell’autentico cattolicesimo, potrebbero quasi pensare che il peccato sia un incidente di percorso, una moneta fuori corso, una specie pressoché estinta.
Ebbene, cari giovanotti, e soprattutto cari teologi, preti e vescovi progressisti e modernisti, state tranquilli: Dio paga sempre i suoi debiti. Li paga al giusto e li paga al peccatore. Perché i peccatori esistono, il peccato esiste, il libero arbitrio esiste (checché ne dica Lutero), la tentazione esiste, il diavolo esiste; ed esiste anche l’inferno. E non crediamo proprio che sia vuoto, come hanno avuto la faccia tosta d’ipotizzare, per salvar capra e cavoli, certi teologi della mala razza uscita fuori dalla cosiddetta “svolta antropologica”, che sarebbe più giusto chiamare ”svolta gnostico-massonica”, poiché il suo fine è la celebrazione massonica dell’Uomo, e non di Dio: perché, se l’inferno esistesse, ma fosse vuoto, sarebbe come dire che Gesù stesso, che tante volte ne ha parlato e ha detto che esso è il luogo cui sono destinati i peccatori, ha insegnato una falsità, una barzelletta, uno scherzo, una presa in giro; è come dire che ha fatto come facevano le nonne per tener buoni i nipotini un po’ troppo vivaci: cercavano di spaventarli coi racconti sul babau.
Del resto, l’ira di Dio non è un’invenzione della teologia oscurantista del passato, brutta e cattiva; e non è – caro padre Ermes Ronchi – uno strumento messo a punto dalla “pedagogia della paura”, per intimorir la gente; niente affatto: non è una invenzione umana, ma una realtà certa, di cui si parla ampiamente nella Bibbia. Nella Bibbia: capite, cari teologi e biblisti e sacerdoti di tendenza buonista e modernista? Non ne parla qualche Pinco Pallino; ne parla la Scrittura, il libro sacro dei cristiani; e ne parla anche la Tradizione, l’altro pilastro della Rivelazione. Almeno secondo i cattolici. Voi siete ancora cattolici, carissimi? Oppure vi vergognate di chiamarvi tali, e, in cuor vostro, detestate perfino la parola “cattolico”? Come dobbiamo chiamarvi, dunque: cari teologi massoni, cari preti e vescovi massoni? Che molti di voi siano iscritti a qualche loggia, è il segreto di Pulcinella; e che la Chiesa cattolica sia ormai piena della vostra pestifera semente, lo sanno tutti, purtroppo; o, almeno, tutti quelli che vogliono saperlo, e non preferiscono fare come gli struzzi, che nascondono la testa sotto la sabbia per non vedere avvicinarsi il pericolo. Solo che quella degli struzzi è una leggenda; mentre quella del clero conquistato dalla Massoneria non è, purtroppo, una leggenda, ma la tristissima realtà dei nostri tempi.
C’è una riflessione di papa Benedetto XVI, a proposito dell’ira di Dio e della sua dimenticanza da parte dei cattolici moderni, che ci sembra degna di essere riportata e meditata a fondo (da Joseph Ratzinger, Guardare Cristo, p. 76; citato nel volume Collaboratori della verità. Un pensiero al giorno; titolo originale: Mitarbeiter der Wahrheit: Gedanken für jeden Tag, Würzburg, 1990; traduzione dal tedesco di Annarita Torti, Edizioni San Paolo, 2006, pp. 182-183):

Un Gesù che sia d’accordo con tutto e con tutti, un Gesù senza la sua santa ira, senza la durezza della verità e del vero amore, non è il vero Gesù come lo mostra la Scrittura, ma una sua miserabile caricatura. Una concezione del “vangelo”, dove non esista più la serietà dell’ira di Dio, non ha niente a che fare con il vangelo biblico. Un vero perdono è qualcosa del tutto diverso da un debole “lasciar correre”. Il perdono è esigente e chiede a entrambi – chi lo riceve e chi lo dona – una presa di posizione che concerne l’intero loro essere. Un Gesù che approva tutto è un Gesù senza la croce, perché allora non c’è bisogno del dolore della croce per guarire l’uomo. Ed effettivamente la croce viene sempre di più estromessa dalla teologia e falsamente interpretata come una brutta avventura o come un affare puramente politico.
La croce come espiazione, la croce cime “forma” del perdono e della salvezza non si adatta a un certo schema del pensiero moderno. Solo quando si vede bene il nesso tra verità e amore, la croce diviene comprensibile nella sua vera profondità  teologica. Il perdono ha a che fare con la verità e perciò esige la croce del Figlio ed esige la nostra conversione. Perdono è appunto restaurazione della verità, rinnovamento dell’essere e superamento della menzogna nascosta in ogni peccatore. Il peccato è sempre, per sua essenza, un abbandono della verità del proprio essere e quindi della verità voluta dal Creatore, da Dio.

Il ragionamento è semplice e chiaro, eppure quanta difficoltà a comprenderlo e digerirlo, in questi tempi di cristianesimo facile, di cattolicesimo pronto uso, senza fatica e senza sacrificio; di cattolicesimo senza la croce, di Vangelo senza Resurrezione, di “fede” in Dio, ma senza bisogno della Redenzione. Come osservava lo scrittore George Orwell, in tempi di menzogna imperante, dire la verità è un atto eminentemente rivoluzionario. E che questi siano tempi di menzogna, fuori e anche dentro la Chiesa, appare evidente; Ratzinger ce lo conferma: Un Gesù che sia d’accordo con tutto e con tutti, un Gesù senza la sua santa ira, non è il vero Gesù, ma una sua miserabile caricatura; e una concezione del “vangelo” (lo scrive fra virgolette!), dove non esista più la serietà dell’ira di Dio, non ha niente a che fare con il vero Vangelo, quello di Cristo.
Non si può togliere dal cristianesimo l’ira di Dio, perché, se la si toglie, si toglie anche l’insegnamento di Gesù circa il bene e il male. Infatti, se non c’è la sua ira, non c’è più la difesa della verità contro l’errore, non c’è più la distinzione fra il bene e il male, e si abbassa Gesù a un profeta zuccheroso e buonista, che perdona tutto perché capisce e approva tutto, scusa tutto, giustifica tutto. Ma non è così; non è questa la verità: è una mistificazione del Vangelo. All’adultera che ha salvato dalla lapidazione, Egli dice: Va’, E NON PECCARE PIÙ. Invece il male c’è, il peccato c’è, e Gesù è venuto al mondo per insegnare agli uomini come tenersi lontani da essi, con l’aiuto di Dio (e non certo da soli, perché, se lo potessero, allora non vi sarebbe stata alcuna necessità dell’Incarnazione, né della Morte, Passione e Risurrezione di Gesù). Se Gesù fosse venuto a perdonare tutto, così, alla brava, facendo una specie di condono, uno sconto all’ingrosso, una moratoria della giustizia divina, perché mai la croce? E infatti, non sono mancati degli autori di varia tendenza i quali hanno cominciato a insinuare, più o meno apertamente, più o meno occultamente, ma sempre con perfidia intenzionale e consumata malizia, che Gesù, alla fine dei conti, non voleva morire; che non era venuto per questo; che la croce è stata, press’a poco, un incidente di percorso. Insomma, il processo e la condanna si sarebbero potuti evitare, con un poco di fortuna, con qualche accorgimento: eh, se quei benedetti Romani non fossero stati così sospettosi e così gelosi del potere imperiale che detenevano nelle province (la colpa è tutta dei Romani, si sa; perché bisogna levare dalle spalle dei “fratelli maggiori” giudei anche la più piccola ombra di responsabilità: altrimenti che ci sarebbe stato a fare il Concilio Vaticano II?). Peccato che, una volta imboccata questa strada, si vada dritti, dritti, verso la negazione della divinità di Gesù: lo si riduce alle proporzioni di uno dei tanti predicatori bene intenzionati, di uno dei tanti messia più o meno ispirati, o sedicenti tali, che pullulavano in Palestina e fuori di essa, nell’ambiente giudaico e anche nell’ambiente ellenistico (si pensi solo al puer della IV ecologa di Virgilio). Con il che, il cattolicesimo, anzi, il cristianesimo in quanto tale, sarebbe finito: sarebbe ridimensionato alle proporzioni di una setta come i Testimoni di Geova.
Se ciò dovesse accadere, sarebbe il trionfo dell’arianesimo e del pelagianesimo, sotto le spoglie del neomodernismo “misericordioso” e del progressismo della neochiesa gnostico-massonica che si sta sostituendo alla vera Chiesa di Gesù Cristo, dei Santi e della Vergine Maria. Ciò che facilita la loro opera di sottile distruzione dell’autentico Vangelo, a codesti “cattolici” deliberatamente eretici, è il dilagante clima di relativismo, che ha contagiato anche la Chiesa. Se s’indebolisce il concetto della verità, tutto diventa possibile: anche che Gesù sia morto per caso; anche che non fosse Lui stesso la Via, la Verità e la Vita; anche che sia la stessa cosa seguire Buddha, Mosè o Maometto, o magari nessuno, e fabbricarsi la propria verità privata, i propri “valori”, la propria morale, a proprio uso e consumo. Di fatto, è quel che sta accadendo; la novità, che ormai non è più tale, è che ciò stia accadendo anche dentro la Chiesa. La Chiesa, purtroppo, è ormai piena, infestata da pastori infedeli, da cardinali e arcivescovi massoni, da teologi presuntuosi e modernisti, da preti che s’improvvisano altrettanti tribuni e demagoghi, altrettanti fra Dolcino e Girolamo Savonarola. È anche piena, purtroppo, di preti indegni sul piano morale, di pederasti e di libertini, nonché di simoniaci, di trafficoni, di ambiziosi e di cinici, avidi solo di potere e di ricchezze. È doloroso dirlo, ma è così. Se il male non fosse talmente diffuso, vi sarebbe stata una reazione vigorosa alle degenerazioni della teologia modernista. Invece la reazione non c‘è stata, o è stata debolissima: perché un clero corrotto e senza fede non chiede di meglio che un dio dalla manica larga, e un Cristo che abbuona i peccati...

Cari teologi della svolta antropologicaavete fatto i conti senza la santa ira di Dio

di Francesco Lamendola