ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 25 marzo 2017

L'ira di Dio viene, e "queste sono le cose" per le quali essa viene

L'IRA DI DIO E' VICINA

    «Che nessuno v’inganni! Poiché per queste cose piomba l’ira di Dio». Chi illude i cattolici con una falsa dottrina porta su di sé una responsabilità immensa: quella di tutte le anime che si perdono per causa sua 
di Francesco Lamendola  





Qualcuno sta ingannando il popolo dei fedeli? Qualcuno sta illudendo i cattolici con una dottrina falsa ed eretica, secondo la quale la salvezza è assicurata a tutte le anime, indipendentemente dai meriti e anche senza il pentimento dei peccati? Se è così, la cosa è gravissima, perché la Chiesa, per la prima volta nella sua storia due volte millenaria, starebbe guidando le pecorelle non verso i pascoli del Signore, ma verso il baratro spalancato sulle fiamme dell’inferno.
Ammoniva san Paolo circa il peccato e le sue conseguenze, nella Lettera agli Efesini (5, 1-17):

Siate dunque imitatori di Dio come si conviene a figli diletti; e camminate nella carità, a esempio di Cristo che ci ha amati, e per noi ha dato se stesso, quale oblazione e sacrificio di soave odore a Dio. Fornicazione e qualsiasi altra impurità o avidità, neppure si nominino tra voi, come si addice a santi; né oscenità e discorsi vani, o facezie ambigue, tutte cose indecenti, ma piuttosto ringraziamenti a Dio. 
Poiché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impudico, o avido, che val quanto idolatra [perché la cupidigia è una forma di idolatria delle cose, come il paganesimo: nota nostra], sarà erede del regno di Cristo e di Dio.
nessuno vi inganni con vani ragionamenti, poiché per queste cose piomba l'ira di Dio sui figli della disobbedienza; non vogliate dunque avere a che fare con costoro.

Un tempo eravate tenebre; ora (invece) siete luce nel Signore; comportatevi da figli della luce, poiché il frutto della luce (consiste) in ogni sorta di bontà, di giustizia, di verità. Esaminate quale cosa sia accetta al Signore.
Né partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, tramutatele anzi; poiché quanto si fa da costoro di nascosto è vergognoso anche solo a dirsi. Ma tutto ciò che è apertamente tramutato, è reso manifesto dalla luce; ché quanto è reso manifesto è luce. E perciò è detto: "Svegliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà".
Badata dunque diligentemente come dovete comportarvi, non da stolti, ma da sapienti, mettendo a profitto il tempo, perché viviamo giorni cattivi. Non siate quindi sconsiderati, ma sappiate bene quale sia la volontà del Signore.

Scriveva il gesuita Max Zerwick su questo passo della Lettera agli Efesini (nella collana dei Commenti spirituali al Nuovo testamento diretta da Wolfgang Trilling; titolo originale: Der Brief an die Epheser, Dusseldorf, Patmos Verlag, 1962; traduzione dal tedesco di Vittorio Fasciotti, Roma, Città Nuova Editrice, 1965, pp. 140-142):

Per una volta, cosa rara in Paolo, appare come movente morale la riflessione  sulla CONSEGUENZA DELLA VITA IMMORALE che mai si prenderà abbastanza seriamente: l'esclusione dal regno e dall'eredità di Dio. Del "regno di Dio" si parla già nella lettera ai Colossesi: Dio "ci ha sottratti al potere delle tenebre e ci ha trapiantati nel regno del suo diletto Figlio" (1, 13). Il "regno di Dio" appare quindi come il regno "dell'amato suo Figlio" (cf 1,6), ma è Dio stesso che ci ha "redenti" e "trapiantati" in questo regno del Figlio, come pure è Dio che "tutto pose ai suoi piedi" (1,22). è quindi in questo senso che va capito il "regno di Cristo e di Dio". Nel dominio di Cristo, a lui sottomessi, abbiamo parte al regno di Dio. E ciò già adesso in un modo iniziale, fondamentale, anche se ancora a noi nascosto (Col. 3,3 ss.). Quel che ora è nascosto sarà però manifestato nella gloria, poiché, in fin dei conti, non si tratta d'altro che della vita di Cristo in noi. Dal "regno di Cristo e di Dio", l'apostolo dichiara esclusi i peccatori: essi non EREDITERANNO un tal regno perché fin d'ora non HANNO parte alla sua eredità. Ecco, qui, come l'apostolo esprime quello stato di fatto che nella lingua della teologia (tanto meno espressiva) vien definito nel caso positivo con "stato di grazia santificante", e nel caso opposto con "perdita" della stessa grazia.
"Nessuno vi inganni con vani ragionamenti, poiché per queste cose piomba l'ira di Dio sui figli della disobbedienza". Ci sono dunque ALTRE voci; suggeriscono che impudicizia e avidità non sono nulla di male di per sé, poiché si tratta semplicemente di manifestazioni della natura umana, e nulla di male quanto alle eventuali conseguenze; "mangiamo e beviamo, ché do,ani morremo" (1 Cor. 15,22). Paolo dà ragione a queste voci del mondo, ma "SE i morti non risorgono" (1 Cor. 15,19)!
I "vani ragionamenti" sono quei discorsi dietro a cui non si trova realtà, ma un pensiero che si agita nel vuoto: quel pensare suggerito con ogni mezzo dal "principe delle potenze dell'aria", dallo "spirito che ora agisce nei figli della disobbedienza" (2,2), lo spirito che fa apparire il mondo come un essere autosufficiente  che può e deve essere fine a se stesso, e tale presenta in esso pure l'uomo. "Non lasciatevi sedurre!", ammonisce l'apostolo, perché queste sono voci di sirene, tanto più pericolose quanto più nell'uomo stesso c'è qualcosa fin troppo pronto a seguirle.
"Queste cose" che il mondo prende così alla leggera, son le cose per cui "piomba l'ira di Dio sui FIGLI DELLA DISOBBEDIENZA". Chi imposta la propria vita come costoro, si taglia fuori con ciò dal regno della luce in cui è stato salvato, ponendosi sotto il potere delle tenebre e quindi sotto il giudizio che vi sovrasta. "Non vogliate avere a che fare con costoro!", è troppo grande il pericolo a cui vi esponete. Senza dire che l'ira di Dio non è poi così lontana nel futuro; no, essa agisce fin d'ora. Paolo la descrive nella lettera ai Romani con quel triplice "perciò Dio li ha abbandonati" a loro stessi e alle loro cupidigie nella più terribile e oltraggiosa schiavitù (cr. Rom. 1, 21-32). L'apostolo sembra abbia a che fare con delle concezioni morali troppo libere, specialmente nella morale sessuale: concezioni che corrispondono al nome di libertinismo, LIBERTÀ DA INIBIZIONI MORALI. Un tale atteggiamento morale, o meglio, immorale, può sorgere da premesse molto diverse, talvolta completamente agli antipodi tra loro. Una sopravvalutazione gnostica dello spirituale può condurre ad abbandonare a sé stesse materia e carne: vadano pure per la loro strada, quello che vale è solo lo spirito. Allo stesso risultato però si giunge anche con una interpretazione unilaterale, sbagliata dell'atteggiamento dell'apostolo nei confronti della legge e delle "opere buone". La giustificazione mediante la sola fede può dare origine appunto a questa interpretazione errata: quanto meno sono le opere, tanto più grande risulta la fede ("antinomismo", ossia ostilità verso la legge). Lutero ha sperimentato gli effetti del suo paolinismo - sottolineato unilateralmente - nella vita morale della popolazione fedele, e ne ha patito. Ma - c'è da chiedersi - qual è il frutto in noi della predicazione della Chiesa - infaticabile pur nell'incomprensione del mondo - secondo la quale fornicazione, impurità, cupidigia "sono le cose per le quali piomba l'ira di Dio sopra i figli della disobbedienza"? Non è spaventosamente vicina anche a noi le tentazione di criticare la morale cattolica (la morale sessuale e matrimoniale anzitutto), di considerare superate le sue concezioni? Certo, si può essere favorevoli a una accentuazione diversa nella morale; ma CIÒ che essa dice, deve rimanere intatto. L'ira di Dio viene, e "queste sono le cose" per le quali essa viene. "Non vogliate dunque avere a che fare con costoro!".

Povero Maximilian Zerwick, come si sente che egli ha concepito e scritto queste sante parole in un clima spirituale e in un contesto storico radicalmente diversi da quelli odierni, anche se, in fondo, non parliamo di secoli fa, ma di poco più di cinquant'anni! In questi cinquant'anni com'è cambiato il mondo, e anche il mondo morale; e come è cambiata la Chiesa, e lo stesso ordine dei gesuiti, al quale Zerwick apparteneva dall'età di diciott'anni, nel 1918. Nato sul lago di Costanza nel 1899, dottore in Teologia a Innsbruck (quando la teologia era ancora la vecchia, sana teologia cattolica: quella tomista in primo luogo), e in Filologia a Vienna, professore di greco, dal 1936 al 1975, anno della morte, al Pontificio Istituto Biblico di Roma, e autore di un testo fondamentale come Gaecitas Biblica Novi Testamenti (1944, più volte ristampato e tradotto all'estero), egli univa la profonda competenza professionale del filologo alla perizia  dell'esegeta e alla passione di un sacerdote innamorato della Parola di Dio. Perciò, nel 1962 (appena prima del diluvio!), egli, dopo una vita dedicata allo studio amorevole di quella Parola, poteva chiedersi con stupore e preoccupazione: Non è spaventosamente vicina anche a noi le tentazione di criticare la morale cattolica (la morale sessuale e matrimoniale anzitutto), di considerare superate le sue concezioni?; e rispondeva ad un tale interrogativo: L'ira di Dio viene, e "queste sono le cose" per le quali essa viene.
Che cosa direbbe, che cosa penserebbe e sentirebbe oggi, quello spirito eletto, quel gesuita "vecchia maniera", cioè tutto d'un pezzo, e quindi giustamente appassionato della Verità, esigente e intransigente in ambito morale, e rispettoso della Scrittura e della Tradizione in ambito dottrinale? Egli, che ha fatto notare come l'interpretazione di san Paolo fatta da Lutero sia stata unilaterale, e gravida di effetti deleteri per la giusta lettura del Nuovo Testamento, che cosa direbbe vedendo il papa Francesco che commemora i cinquecento anni della cosiddetta Riforma protestante, e che si reca in Svezia per celebrare la messa (non possiamo scriverlo con la lettera maiuscola) insieme ai luterani? Oppure ascoltando il generale dei gesuiti, Arturo Sosa Abascal, affermare che noi non conosciamo cosa abbia realmente detto Gesù Cristo, e quindi è giunta l'ora di sforzarsi d'interpretare i Vangeli in maniera più aderente alla realtà? Oppure, sfogliando la stampa "cattolica", imbattendosi nelle lodi di Lutero, quasi che a lui la Chiesa dovesse eterna gratitudine per aver tentato di distruggerla? O ascoltando le sconcertanti prediche, e le ancor più sconcertanti interviste rilasciate a ruota libera dal sommo pontefice, nelle quali si dice che Giuda si è pentito e, quindi, si è anche salvato; che Dio è stato ingiusto con suo Figlio; che il mistero della sofferenza non ha una risposta; che il divorzio di un cristiano, seguito da nuove nozze o da una nuova unione di fatto, è un peccato che può essere rimesso semplicemente dal sacerdote, non più dal vescovo, e che, a quanto è dato di capire (ma lui si è rifiutato di chiarire gli interrogativi formalmente espressi da quattro eminenti cardinali), non interdice l'accostarsi al sacramento dell'Eucarestia, anche in assenza di atti conseguenti al pentimento, cioè attuando una sanatoria de facto che passa sopra a tre sacramenti: Matrimonio, Confessione ed Eucarestia? Che direbbe, che penserebbe, udendo il vescovo Galantino affermare che Dio ha risparmiato Sodoma, o il cardinale Paglia celebrare le virtù preclare del defunto Marco Pannella, cui dovrebbero ispirarsi anche i cristiani? O il vescovo di Santiago ordinare sacerdoti due omosessuali dichiarati e conviventi? E che penserebbe del silenzio assoluto del papa su tali bestemmie e sacrilegi, lo stesso papa che non perde una occasione per stigmatizzare la meschinità, il livore, la lontananza da Dio di quei cattolici che oggi è venuto abituale designare come "tradizionalisti", mentre sono cattolici e basta, al contrario di quanto continuano a dirsi cattolici, ma non lo sono affatto, né per le cose che dicono, né, meno ancora, per quelle che fanno, e delle quali pure si vantano? 
Il buon Max Zerwick, a un certo punto, commentando l'accorata ammonizione di san Paolo: Non lasciatevi sedurre!, osserva che queste sono voci di sirene, tanto più pericolose quanto più nell'uomo stesso c'è qualcosa fin troppo pronto a seguirle. E non è precisamente quel che sta accadendo ai nostri giorni? Non è forse accaduto che la Chiesa, a un certo punto, ha deciso di acquistare una troppo facile popolarità, allargando enormemente le maglie della morale cattolica, la quale, invece, secondo lui,  deve restare intatta? Laddove, giustamente, Zernick aveva osservato che la predicazione della Chiesa è infaticabile pur nell'incomprensione del mondo; e che, in base ad essa,  fornicazione, impurità, cupidigia "sono le cose per le quali piomba l'ira di Dio sopra i figli della disobbedienza". Ma quale teologo cattolico, oggi, oserebbe ancora parlare dell’ira di Dio che piomba su quanti si macchiano di gravi peccati? Enzo Bianchi, forse? O Walter Kasper? O magari Vito Mancuso? E quale cardinale, quale arcivescovo, quale arcivescovo? Non era certo questo il linguaggio di Carlo Maria Martini; come non lo è, tutt’altro, quello dei vari Paglia e Galantino. E quale sacerdote, quale parroco, quale catechista, oggi, lo farebbe? Non sono forse quasi tutti impegnati a parlare della misericordia, del perdono di Dio, e a tacere intenzionalmente sul giudizio, sul castigo, sul diavolo e sull’inferno? Perché anche tacendo si fa la catechesi; e la catechesi che si fa oggi dai pulpiti delle chiese cattoliche non ha più nulla a che fare con quella di san Paolo: e neppure con quella di Gesù Cristo. Il quale non andava tanto leggero, davanti ai peccatori impenitenti, visto che li apostrofava così: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli! (Mt 25, 41). E ancora, sempre parlando del Giudizio finale: E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna (id, 46). Gesù non ha mai detto, o anche solo lasciato intendere, che le anime andranno tutte in paradiso: niente affatto, ha detto esplicitamente e ripetutamente, anche con parabole (come quella di Lazzaro e il ricco Epulone) che i peccatori andranno all’inferno, dove le loro sofferenze saranno eterne. Questo discorso oggi non piace? Benissimo: ma allora, se non piace, bisognerebbe avere il coraggio di dire di non volerne più sapere del Vangelo e della religione cattolica; che la sua morale è troppo pesante da rispettare; che i suoi insegnamento sono troppo duri per la nostre fragili spalle. Restare dentro la Chiesa ed insegnare una dottrina che non è quella cattolica, che ne è, anzi, la contraffazione e la parodia, non è onesto e non è tollerabile. Chi si rende responsabile di una simile, larvata apostasia, porta su di sé una responsabilità immensa: quella di tutte le anime che si perdono per causa sua. E se ciò viene fatto con squilli di tromba e con ipocrite ostentazioni di umiltà “evangelica”, ma con il vero obiettivo di strappare gli applausi di una folla strumentalizzata e inconsapevole, la cosa è ancor più grave (se possibile), perché essa tradisce una malizia, una subdola astuzia che hanno veramente qualche cosa di diabolico.
Viviamo giorni cattivi, lamenta l’Apostolo delle genti, mettendo in guardia i fedeli. Ma è chiaro che san Paolo era un inguaribile pessimista, quasi un maniaco del peccato, che vedeva nero dappertutto. Ora noi viviamo in tempi assai più belli e luminosi, perché, dal Vaticano II in poi, abbiamo compreso che il vero senso del Vangelo è quello di andare a braccetto con lo spirito del mondo, e di non preoccuparci tanto delle cose dell’anima, perché ci sono cose assai più importanti, come la giustizia sociale, l’accoglienza degli immigrati, profughi e no, e il dialogo aperto e fiducioso con le altre religioni, a cominciare da quella che ha dichiarato guerra alla santa Croce e che spinge il suo odio anticristiano fino a sgozzare in chiesa, come un agnello, un vecchio prete che stava celebrando il Sacrificio eucaristico nella sua chiesa, in mezzo ai fedeli…. 
«Che nessuno v’inganni!... Poiché per queste cose piomba l’ira di Dio»

di Francesco Lamendola

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