ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 12 marzo 2017

Senza alcun timore di Dio

FUORI DALLA CHIESA

    Dalla Bibbia:«Fuori dalla Chiesa gli immorali gli omicidi gli idolatri»: questo linguaggio è troppo duro? L'opera di stravolgimento e distruzione del Depositum fidei ad opera dei teologi della cosiddetta “svolta antropologica” 
di Francesco Lamendola  



La neochiesa o contro-chiesa buonista e modernista ha praticamente cancellato il peccato e abolito l’inferno, per bocca dei suoi falsi teologi, i quali, cosa inaudita e mai neppur immaginata per l’innanzi, si sono posti alla guida del Magistero e, invece d’illuminare la fede con gli strumenti della ragione, adoperano i sofismi di una ragione tutta umana per modificare e sovvertire la lettera e lo spirito della divina Rivelazione. Senza alcun timore di Dio, anzi, gongolando per la loro bravura e complimentandosi l’un l’altro per la loro opera di stravolgimento e distruzione del Depositum fidei, nonché raccogliendo i consensi e le calorose felicitazioni di un clero apostatico e irretito nelle oscure trame massoniche, questi teologi della cosiddetta “svolta antropologica”, che hanno sempre in bocca un non meglio specificato, ma evidentemente decisivo, “spirito conciliare”, e molto meno quelle parole di Gesù che non convengono alla loro interpretazione modernista e filo-protestante del Vangelo, da circa mezzo secolo si danno un gran daffare per imporre la loro strategia all’insieme della Chiesa e per ridurre in minoranza, screditare, e, se possibile espellere quei cattolici che hanno l’imperdonabile “colpa” di voler restare fedeli al vero e unico Magistero.
Li seguono, a ruota, quei cardinali infedeli, e, non di rado, moralmente corrotti, quei vescovi e arcivescovi i quali, pur di essere applauditi e lodati dalla stampa e dai grandi organi d’informazione, farebbero qualsiasi cosa, anche vendere di nuovo il divino Maestro per trenta denari, e intano ostentano i loro modi “aperti” e “dialoganti”, la loro “tolleranza” e il loro laicismo, intrattenendo pubblicamente rapporti di amicizia con i più noti esponenti del partito massonico e anticattolico, rilasciando interviste e facendosi invitare nei salotti televisivi di pretta marca irreligiosa e radicale: tutti impegnati, con il massimo zelo, nell’opera di “rinnovamento”, come essi dicono, o piuttosto di distruzione, com’è nella realtà dei fatti, di quel gregge che era stato affidato loro perché lo proteggessero e lo custodissero nella fede, a rischio della loro pace, e, se necessario, della loro stessa vita, seguendo l’esempio del Buon Pastore e sposo della Chiesa, il Nostro Signore Gesù Cristo.
Pseudo cardinali, come il defunto Carlo Maria Martini, pseudo vescovi, come i vivi e vegeti Vincenzo Paglia e Nunzio Galantino, e pseudo teologi, come Enzo Bianchi (che è anche uno pseudo monaco o pseudo prete, mentre è semplicemente un laico) ci hanno sommersi di parole zuccherose e di lambiccati e sofistici ragionamenti, il cui nocciolo è che il cristianesimo, essendo la religione dell’amore, non vieta niente, non punisce nessuno, non chiude le porte ad anima viva, fosse pure il peggior peccatore di questo mondo, e ciò anche senza bisogno di inutili formalismi come il pentimento, il desiderio di espirare e di riparare il male fatto, e di bazzecole come il sacramento della Riconciliazione. Essi hanno descritto una umanità tutta bella, brava e buona; un Gesù che non si capisce bene cosa sia venuto a fare sulla terra, e che forse, sulla croce, è morto per sbaglio; un regno di Dio che è tutto di questo mondo, molto, troppo umano; una misericordia e un perdono di Dio che sono distribuiti gratuitamente e automaticamente a chiunque li voglia e anche a chi non li domanda; una redenzione che somiglia più a una liberazione di tipo sociale, economico e politico; una Chiesa che somiglia ad un motel dalle porte sempre aperte, a qualsiasi ora del giorno e della notte, e dove chiunque lo desidera può entrare e uscire in assoluta libertà; una morale che ciascuno si fabbrica secondo le sue convinzioni e i suoi personali desideri; una pastorale ispirata al più sfrenato relativismo, nella quale non esiste più la Verità, ma ci sono solamente delle verità parziali, soggettive e temporanee; uno spirito santo che non è poi così santo, visto che finisce per coincidere con lo spirito umano, immanente e personale, prodotto dalla coscienza di ciascuno.
Quanto alla santa Messa, e al cuore di essa, il Sacrificio Eucaristico, non si capisce bene che cosa siano diventati, ad opera di costoro: una specie di via di mezzo fra la commemorazione dell’Ultima Cena ed una assemblea festosa dei fedeli, nei quali essi si auto-celebrano, si applaudono l’un l’altro, si stringono le mani, e dove il sacerdote si abbandona a prediche improvvisate, mescolate di facezie e di affermazioni dottrinali temerarie e avventate, dettate dall’estro del momento, e, come si usa dire, dagli umori della piazza, dal momento che il loro scopo è quello di piacere, non di edificare; di raccogliere consensi e popolarità, non di raccomandare alle anime tutto quello che è necessario per la loro salvezza eterna.
Ebbene, tutto questo non è che inganno e menzogna, perché il cristianesimo è un’altra cosa. Ha duemila anni di storia ed è costantemente ispirato e sorretto dalla grazia di Dio, non dal buon volere degli uomini: grazia che viene concessa a chi si accosta alla Verità con animo umile e docile, ben cosciente dei limiti inerenti allo statuto della creatura rispetto al suo Creatore; mentre chi pretende di penetrare il Mistero divino con le sue sole forze, o con poco timor di Dio, rimane fuori, abbandonato alle passioni disordinate del suo animo corrotto, all’ambizione, alla superbia, alla concupiscenza della carne.
A quei tali teologi modernisti e pastori del gregge progressisti, consigliamo di andarsi a rileggere il libro dell’Apocalisse, capitolo 22, versetti 12-15:

Ecco, io verrò presto e porterò con me il mio salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere. Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine. Beati coloro che lavano le loro vesti [nel sangue dell’Agnello cioè soffrendo il martirio]: avranno parte all’albero della vita e potranno entrare per le porte nella città. Fuori i cani, i fattucchieri, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!

Sono parole forti, non è vero? Eppure, anche nei Vangeli Gesù adopera, talvolta, delle espressioni forti, molto forti: ce ne siamo scordati, un po’ perché leggiamo poco il Vangelo, e un po’ perché ci siamo lasciati influenzare dalla falsa teologia buonista e modernista di quei tali signori, i quali non vogliono aiutare la nostra fede per avvicinarci maggiormente a Dio, ma seminare perfidi dubbi e illusorie certezze nella nostra anima, in modo da formare in noi una fede ingannevole e apostatica, fatta sulla misura dell’uomo, per compiacere la sua superbia e accontentare la sua concupiscenza, e non per alzare lo sguardo verso Dio.
Ma dunque – vorremmo tentar di capire - sono scomparsi, così, da un giorno all’altro, come per un colpo di bacchetta magica, tutti i nemici esterni della Chiesa? E i nemici interni, gli eretici, coloro i quali lavorano perfidamente, come il verme nella mela, per far marcire la verità della Rivelazione, sono spariti anch’essi? Perfino il diavolo sembra aver tolto il disturbo, dopo che gli araldi del nuovo “spirito post-conciliare” hanno deciso che nessuna di queste vecchie credenze deve disturbare il gioioso cammino degli uomini verso la pienezza della loro esistenza, tutta intesa in senso terreno, edonistico e immanente.
Il brano dell’Apocalisse, invece, oggi più che mai politicamente scorretto, più che mai controcorrente rispetto alla neochiesa progressista e modernista, ci ricorda, oltre alla realtà del peccato, la severità del giudizio di Dio: un altro argomento tabù per i nuovi teologi della “svolta antropologica”, post-conciliari e buonisti, come se la misericordia di Dio escludesse la sua giustizia e come se la libertà dell’uomo, il dono più prezioso di cui egli è dotato, e che lo innalza molto al di sopra di tutte le altre creature, non avesse quale correlativo necessario la possibilità che scelga il male, e che, pertanto, debba anche pagare le conseguenza della sua scelta sbagliata. Non  è vero che tutti entreranno nel regno dei Cieli; non vi entreranno certamente le persone malvagie, immorali, idolatre, menzognere, e quelle che praticano la magia e si macchiano le mani di omicidio: tutti costoro sono destinati alle pene dell’inferno, a  meno che si pentano sinceramente dei loro peccati, si convertano e chiedano perdono a Dio. Opinare diversamente, e cioè che tutti gli uomini si salveranno e nessuno resterà escluso dal paradiso, significa sia svilire il bene prezioso del libero arbitrio, sia abbassare la bontà di Dio al livello del buonismo, che è la diabolica contraffazione della bontà: cosa evidentemente impossibile e blasfema. Gli uomini, nella loro stoltezza e presunzione, possono scivolare nel buonismo; Dio no, mai. L’inferno, peraltro, non è una creazione di Dio, e Dio non è il giudice che condanna le anime all’inferno: l’inferno è il prodotto necessario del peccato, ossia la condizione che l’anima sceglie per sé, da se stessa, allorché decide di rifiutare l’amore di Dio, di ribellarsi al suo Creatore, e di ostinarsi e perseverare nell’errore. Non si tratta di una pena che viene somministrata dall’esterno, ma di una auto-punizione. È l’anima che dice “no” a Dio a scegliere l’inferno, ragion per cui nulla e nessuno potrebbero mutare la sua sorte. Dio non gode che un’anima vada all’inferno, non se ne compiace, non se ne rallegra; e non è il suo tribunale che la condanna: è l’anima stessa che si condanna con le proprie mani, così come si condanna a bruciare vivo colui che si ostina a giocare con il fuoco in un fienile pieno di paglia secca. L’uomo sa quali siano le conseguenze del peccato, ma non vi dà alcun peso: gonfio di superbia, pensa di poter sfidare Dio, di poter fare senza di Lui e contro di Lui. Che ne debba pagare anche le conseguenze, inevitabilmente e definitivamente, è solo una necessaria conseguenza.
Pure, i teologi buonisti e modernisti, i cattolici progressisti si scandalizzano e levano alte proteste farisaiche: Come! Se Dio è tanto buono, non è possibile che “lasci” qualcuno all’inferno per tutta l’eternità!, dicono. Al che ribadiamo il concetto: l’uomo gode del libero arbitrio; se sceglie il male, sceglie per sé anche l’inferno: è una sua libera scelta, e quel Dio che gli ha donato la libertà, non può e non vuole intervenire. In altre parole: nessun’anima può esser salvata contro sua voglia. La verità è che quei tali pseudo teologi e quei tali pseudo cattolici trovano inaccettabile l’idea dell’inferno perché si sono abituati a pensare che a tutto c’è rimedio, sempre e comunque; che nessuno deve pagare sino in fondo per i propri sbagli; e che il principio della responsabilità individuale è bell’e superato da una sociologia che addossa sempre di più agli “altri”, alla famiglia, alle istituzioni, alla società, il peso dei condizionamenti, e quindi delle scelte sbagliate, che fanno gli esseri umani. Se un bambino ruba, subito viene giustificato dai genitori: Poverino! Si vede che desiderava così tanto quella cosa…! Certo, avrebbe potuto domandarla; ma che volete farci, è tanto timido. Adesso, però, che noi sappiamo quanto grande fosse il suo desiderio, quella cosa gliela regaliamo, perché, povero caro, in un certo senso se l’è ben meritata… Esagerazioni, forzature di una certa tendenza iperprotettiva degli adulti del terzo millennio verso i bambini e gli adolescenti? Nient affatto; e chi ha esperienza del mondo della scuola lo può vere tutti i giorni. L’esempio che abbiamo testé fatto, del resto, è stato preso, tale e quale, da un mini fatto di cronaca della nostra regione: un ragazzino (marocchino) ha rubato, a scuola, la bicicletta di un compagno; scoperto, non solo non è stato punito, o sgridato, ma il preside di quella scuola ha pensato bene di utilizzare i fondi dell’istituto per acquistare una bella bicicletta, nuova e fiammante, e farne dono al piccolo ladro, in modo da premiare la sua azione disonesta e indurlo a pensare che basta rubare qualche cosa che piace, per poi ricevere quella cosa, se si viene scoperti, sotto forma di dono da parte degli… educatori. Dunque, rubare conviene sempre: se non si viene scoperti, si può tenere il maltolto; se si viene scoperti, meglio ancora, perché, invece di un oggetto usato, si riceve un oggetto nuovo di zecca, insieme a sorrisi e pacche d’incoraggiamento.
Il concetto espresso nell’Apocalisse circa i peccati e i peccatori, ad ogni modo, viene ribadito con la massima energia da san Paolo, nella Prima epistola ai Corinzi (1, 9-12):

Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti [per maggiore precisione e per levare di mezzo qualsiasi possibile equivoco o ambiguità, san Paolo precisa le due forme della omosessualità maschile: passiva e attiva], né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né invidiosi, varcheranno la soglia del Regno di Dio. E tali erano alcuni di voi; ma siete stati lodati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel Nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio.
Sono libero di fare ogni cosa, ma non ogni cosa mi è utile. Sono libero di fare ogni cosa, ma non devo rendermi schiavo di cosa alcuna.

E ora, cari cattolici buonisti e modernisti, dite che a voi non risulta, e che la Bibbia non parla così...

«Fuori dalla Chiesa gli immorali, gli omicidi, gli  idolatri»: questo linguaggio è troppo duro?

di

Francesco Lamendola

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