ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 30 marzo 2017

Tutto si paga, in bene o in male...

LA CONTRO-PEDAGOGIA BUONISTA

    Oggi è in atto nella società e anche nella Chiesa cattolica una vera e propria contro-pedagogia: buonista, modernista, progressista, permissiva, relativista, misericordiosa senza giustizia e la verità non si può più dire 
di Francesco Lamendola  



Oggi è in atto nella società, e anche nella Chiesa cattolica, una vera e propria contro-pedagogia: buonista, modernista, progressista, permissiva, relativista; misericordiosa senza giustizia e tollerante a senso unico. Non solo si è praticamente smesso di parlare, o si parla ormai pochissimo, di lavoro, impegno, fatica, abnegazione, sacrificio, per ottenere qualsiasi risultato utile e durevole – e, nel caso della formazione cattolica della persona, di grazia, peccato, riparazione, espiazione e riconciliazione con Dio; ma si è giunti a negare, implicitamente o esplicitamente, le conseguenze distruttive della cattiva azione, dell’impegno disatteso, della parola tradita, e, più in generale della vita disordinata, amorale, peccaminosa e criminale.  Di conseguenza, e non senza una certa logica, sia pure perversa, si è giunti a negare, o a minimizzare, il concetto e il valore rieducativo della pena, e quello della giustizia stessa: non più la legge degli uomini e quella di Dio; non più il pentimento, la conversione e il fermo proponimento di cambiar vita; e, soprattutto, non più il carcere per i delinquenti, né l’inferno per i malvagi che non si pentono dei loro peccati e che concludono la loro esistenza terrena senza riconciliarsi con Dio, anzi, continuando a provocarlo, rifiutarlo e bestemmiarlo, con le parole e, più ancora, con le azioni.

Ogni principio d’ordine è stato eroso, incrinato, squassato e, alla fine, scardinato; ogni principio di autorità è stato delegittimato, denigrato, ridicolizzato e rimosso; ogni codice di regole è stato manipolato, banalizzato, svuotato e relativizzato; ogni comportamento e proponimento positivi e costruttivi sono stati accolti con ironia, sufficienza, fastidio e una sorda ostilità; ogni licenza, ogni abuso, incoscienza e impertinenza, sono stati salutati con una certa qual simpatia, con una compiacimento neanche troppo dissimulato, con una benevolenza che lascia pensare ad una segreta connivenza, ad una tacita intesa, come se il nuovo patto fra l’educatore e l’educando si fondasse sopra una inconfessabile complicità al ribasso, su di una svendita all’ingrosso di tutto ciò che, fino a ieri, o all’altro ieri, era considerato giusto, vero, bello, buono e rispettabile. In pratica, l’educatore ha assunto le vesti dell’amicone, che si compiace se l’educando non prende troppo sul serio ciò che, in teoria, la società e la Chiesa richiedono al cittadino e al fedele cattolico; e come se l’educando fosse il primo a non credere né alle leggi, né alle regole, né ai doveri, in nome di un’etica e di una moralità tutte sue, di una sorta di legge interiore, soggettiva e autosufficiente, e, di fatto, quanto mai indulgente nei confronti delle proprie trasgressioni.
Questa contro-pedagogia è impartita, oggi, in primo luogo dai genitori (non da tutti, naturalmente; ma da parecchi); in secondo luogo, dai maestri – anzi, dalle maestre, perché la scuola elementare, con suo danno, si è quasi totalmente femminilizzata, e la scuola media le sta venendo dietro – e dai professori; in terzo luogo, dai catechisti, anzi, dalle catechiste – vedi sopra – e insegnanti di religione, indi dai sacerdoti, dai religiosi, dai vescovi e arcivescovi, dai cardinali e, last but not least, dal papa in persona: Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio, colui che è salito sul seggio di san Pietro dopo le incredibili, misteriose e, per molti aspetti, scandalose e inaccettabili ”dimissioni” di Benedetto XVI: come se ci si potesse dimettere dalla responsabilità di vicario di Cristo nel governo della Chiesa cattolica, con la stessa rapidità e disinvoltura con cui ci si toglie un abito che non si ha più voglia d’indossare. Come esempio di contro-pedagogia, si potrebbe citare l’ottavo capitolo della esortazione apostolica Amoris laetita, di cui nessuno ha capito molto – tanto è vero che quattro cardinali hanno chiesto, ma invano, dei chiarimenti in proposito -, ma quel poco che si è capito è che i divorziati risposati possono accedere all’Eucarestia e riprendere la normale cita cristiana, restando felicemente divorziati e avendo contratto un nuovo matrimonio o una nuova unione di fatto. Se ne è avuta una dimostrazione al contrario, allorché un sacerdote cattolico, in Colombia, il quale non era d’accordo con questa interpretazione, è stato dichiarato eretico, scomunicato, e, ovviamente, rimosso.
Attenzione: questa non è una bufala, una leggenda metropolitana. Magari lo fosse. Il prete in questione ha un volto, un nome e un cognome: si chiama Luis Alberto Uribe Medina, e la sua “colpa” è stata quella di aver criticato il magistero della Amoris laetitia proprio per quel che riguarda il sacramento dell’Eucarestia ai divorziati risposati. Convocato dal suo vescovo, Rigoberto Corredor, è stato invitato a chiarire e correggere la sua posizione: non avendolo fatto, è stato dichiarato eretico e scismatico e scomunicato latae sententiae, in quanto reo di essersi separato dalla comunione della Chiesa cattolica. Ossia, per dir le cose in altro modo, è stato scomunicato e cacciato fuori dalla sua Chiesa, come un cane, per essere rimasto fedele al Magistero di ieri e di sempre, e soprattutto fedele al Vangelo, se è vero che Gesù ha detto a chiarissime note (ma Sosa Abascal, probabilmente, non ne è convinto, dato che nessuno ha registrato le sue parole): L’uomo non separi ciò che Dio ha unito. La vicenda, peraltro, si è tinta di giallo: il vescovo, ufficialmente, nega tutto; ma una fonte cattolica bene informata, Adelante La Fè, non solo l’ha diffusa, ma ha anche postato una testimonianza audio del sacerdote, in lingua spagnola, che chiunque può consultare liberamente in rete. Il fatto, compresa la sospensione a divinis di Uribe Medina, risalirebbe al 17 gennaio 2017.
Oggi siamo arrivati al punto che non si può più dire ai carcerati che, se si trovano in prigione, è per una ragione precisa, e non per un capriccio del destino, o, peggio, per una ingiustizia sociale; che non si può più dire loro che il tempo della detenzione deve essere utilizzato per fare i conti con la propria coscienza, per espiare le colpe commesse, per tornare ad esser degni d’inserirsi  nella società, alla quale hanno provocato del male; che sarebbe considerata una grave indelicatezza, anche dal punto di vista cristiano, ricordare loro il fatto che Dio bussa con maggior forza alla porta delle anime che più ama, e che a nessuno viene chiesto di portare sulle spalle un fardello che superi le sue possibilità di sopportazione: ma che ogni prova è proporzionata alle nostre forze e che tutto quel che ci accade ha un fine di bene e condurrà al bene, purché noi siamo capaci di comprenderlo e di sfruttare l’occasione di crescita e di perfezionamento che ci viene offerta. Allo stesso modo, oggi è quasi impossibile dire a un malato di Aids (tranne i casi, assai rari, di infezione casuale, che però subito sono stati sbandierati ed enormemente amplificati dai media in funzione anti-pedagogica), che, se avesse evitato di drogarsi, scambiandosi la siringa con altri tossicodipendenti, e se avesse evitato di consumare decine o centinaia di rapporti sessuali non protetti, specialmente di tipo anale, non si sarebbe ammalato e ora non sarebbe a tu per tu con la morte. Non lo si può dire, perché sembrerebbe una insopportabile forma di moralismo, una bieca pretesa di giudicare il prossimo; e i primi a ribellarsi sarebbero, per l’appunto, cardinali e vescovi progressisti e i teologi modernisti, tutti uniti ai “preti di strada” nel sostenere che non è giusto discriminare, che certe disgrazie o malattie possono capitare a chiunque, eccetera, eccetera.
L’elenco delle cose che non si possono dire, delle verità che è necessario tacere, se non si vuole infrangere il muro di gomma del politically correct, esporsi alla gogna mediatica, e, non di rado, a qualche forma di azione legale, con la prospettiva di dover pagare cifre astronomiche come risarcimento alle “vittime” ingiustamente denigrate, sarebbe veramente assai lungo. Non si può dire alla vedova o ai figli di un praticante di sport estremi, il quale si è schiantato contro una parete di roccia con il suo deltaplano, o che è annegato gettandosi da cento metri nelle acque vorticose di un fiume, o che si è sfracellato al suolo perché il suo paracadute, che doveva essere aperto all’ultimo istante, per un malfunzionamento si è bloccato, non si può dire, dunque, che nulla di male sarebbe accaduto, e che il loro caro sarebbe ancora presso di loro, se, invece di sfidare la morte per puro divertimento, avesse dato un maggior valore alla propria vita, e fosse rimasto accanto alla sua famiglia. E non si può neanche dire, per nessuna ragione al mondo, a un fumatore accanito cui hanno diagnosticato un enfisema polmonare, che non avrebbe dovuto fumare; né a un alcolista, il cui fegato è distrutto dalla cirrosi, che non avrebbe dovuto bere; né a un cardiopatico, che ha avuto l’infarto, che non avrebbe dovuto esporsi allo sforzo di una dura pedalata in salita, magari a sessant’anni suonati, sotto il solleone d’agosto. Nessuno è più disposto a sentirsi dire che il proprio male è la conseguenza della propria incoscienza e della propria condotta scriteriata: tutti pensano di aver diritto a fare qualsiasi cosa, di sperimentare qualsiasi esperienza, di concedersi qualunque comportamento, o stile di vita; e che puntare il dito contro di loro, se, poi, qualcosa dovesse andare storto, sarebbe una insopportabile forma di sciacallaggio, e non un normalissimo e più che legittimo esercizio di buon senso. Opinare diversamente equivale, ipso facto, a scivolare nella categoria degli insensibili, dei farisei ipocriti, dei puritani feroci e dei sadici che godono delle sofferenze altrui.
A questa condizione siamo arrivati per gradi, ma in un tempo relativamente breve: poco più di una generazione. Prima, gli individui venivano educati ad assumersi le proprie responsabilità; a valutare le condotta più idonea da tenere nelle diverse circostanze; a non presumere di poter mai fare il passo più lungo della gamba, anche economicamente: per esempio, a non indebitarsi per l’acquisto di cose desiderabili, ma non strettamente necessarie, in modo da non ipotecare il proprio futuro e, in un certo senso, il futuro delle persone care. Poi, nel giro di due o tre decenni, tutto è cambiato: è subentrata la filosofia, tipicamente americanista, del Why not?, perché no?, e un gran numero di persone ha incominciato ad assumere atteggiamenti e stili di comportamento non coerenti con le proprie condizioni fisiche, intellettuali, finanziarie, sempre in nome di un assai malinteso concetto di democrazia e di uguaglianza. Oggi le persone non sono più aiutate a prendere consapevolezza di se stesse, delle proprie capacità e anche dei propri limiti; al contrario, vien suggerito loro, da cento e cento pulpiti, che chiunque può mettersi a fare praticamente qualsiasi cosa, purché lo desideri e disponga del tempo e dei mezzi necessari – e, qualche volta, anche senza il possesso di questi due requisiti.
Le istituzioni, la politica, il mondo della cultura, invece di mantenere il necessario sangue freddo e la testa sulle spalle, si sono accodati a questa tendenza dominante. Tutto è diventato un diritto riconosciuto dalle leggi, e, perciò, considerato sacro e intangibile: anche a dispetto del buon senso, della natura, delle possibilità fisiche e fisiologiche dei singoli esseri umani. Diventare mamma a cinquanta, a sessant’anni, dopo aver curato assiduamente la propria carriera: why not, perché no? E se poi il bambino che nasce da quella maternità tardiva presenterà qualche problema, qualche insufficienza, qualche difetto, guai a dire a quella mamma che è stata imprudente, o, peggio ancora, che è stata egoista, che ha pensato solo a soddisfare un suo desiderio, e forse un suo capriccio personale, senza pensare veramente al bene del bambino: guai, perché la verità non si può dire. Tutto si può dire, ma non la verità. E nemmeno si può dire a una coppia di omosessuali, maschi o femmine che siano, che la loro “voglia” di paternità è una forma di egoismo, e che non si preoccupa affatto di quel che sarebbe giusto e opportuno per la crescita sana e armoniosa di quel bambino: guai a dirlo, perché si passerebbe immediatamente nella pessima schiera degli omofobi, animati da una malevolenza preconcetta nei confronti dei poveri omosessuali. Neppure si può dire a una donna single che vuole avere un figlio, ma non un marito, che farsi inseminare con la fecondazione eterologa non è una buona cosa: dal momento che la scienza rende possibile una tale tecnica, e che le leggi la permettono, o – il che è quasi lo stesso – permettono di aggirarla brillantemente, perché non si dovrebbe approfittarne? E, se si sta facendo una cosa perfettamente legale e perfettamente lecita, chi ha il diritto di giudicare, di criticare, di condannare? Chi, se non i soliti maschilisti brutali e ignoranti, male abituati da secoli e secoli d’ingiusti pregiudizi? E i primi ad arroccarsi dietro questi atteggiamenti “benevoli” e “misericordiosi” saranno proprio i cattolici progressisti e relativisti: Chi sono io per giudicare il mio fratello?, diranno, sulla scia di papa Francesco. E non vedono, ci mancherebbe, che i veri ipocriti e i veri commedianti sono proprio loro: chi, infatti, vedendo il proprio figlio imboccare una strada notoriamente pericolosa, non lo metterebbe in guardia? E chi, vedendo il suo fratello sul punto di precipitare nel baratro, non cercherebbe di trattenerlo per la falda del vestito, invece di pensare che non ha il diritto di giudicarlo?
A tanto siamo arrivati, dopo due o tre decenni di contro-pedagogia buonista, somministrata in dosi sempre più massicce: alla confusione totale, alla licenza indiscriminata, al disordine eretto a sistema (finché una simile situazione è suscettibile di durare, prima di autodistruggersi fatalmente). Vogliamo provare a uscirne, posto che non sia già troppo tardi? Allora, per prima cosa, torniamo a chiamare pane il pane, e vino il vino: ritroviamo il buon senso, l’evidenza delle cose, la franchezza del linguaggio; e abbandoniamo l’idea, assurda e nefasta, che si possa fare qualsiasi cosa, senza doverne pagare le conseguenze. Perché tutto nella vita ha un costo; tutto si paga, in bene o in male...

Guardiamoci dalla contro-pedagogia buonista

di

Francesco Lamendola

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