ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 21 aprile 2017

Imprevedibili?

Perché Trump ora è ansioso di incontrare Papa Francesco


Tanto cincischiò che si decise: Donald Trump chiederà udienza a Papa Francesco. Ecco come nel giro di ventiquattro ore il presidente Usa cerca di sistemarsi il maquillage dopo due anni di scaramucce col Papa argentino.
Retroscenismi, rumors e, soprattuto, agenda alla mano, negli ultimi giorni non si poteva che dare per definitivamente tramontata l’ipotesi di un incontro a fine maggio, quando Trump sarà in Italia per il G7. A un atterraggio romano dell’Air Force One credevano ormai in pochi. Qualcuno gongolando, qualcuno disperando: sarebbe stato il primo presidente Usa a volare in Italia evitando il Papa. Pareva tutto rinviato. Tanto che persino il portavoce presidenziale è rimasto spiazzato dall’impegno improvviso preso dal suo capo. Del quale non era informato. E ieri sera intorno alle 22 (ora di Roma) la conferma è arrivata direttamente dalla voce del miliardario newyorchese nella conferenza stampa alla Casa Bianca a conclusione del meeting col premier italiano Paolo Gentiloni.

IMPEGNI CHE IMPEGNANO
Alla doppia domanda dell’invitata Giovanna Pancheri di SkyTg24 sul ruolo dell’Europa e sul possibile incontro con Bergoglio, Trump ha risposto pressappoco così: sostengo un’Europa forte e sono molto ansioso di incontrare il Papa. Casa Bianca locuta, causa finita. Dal Vaticano una sua richiesta di incontro la attendono dal novembre scorso, quando The Donald ha vinto le elezioni. Ad oggi nessun canale diplomatico ufficiale si è aperto secondo i protocolli che Oltretevere si rispettano al dettaglio.
L’IMBARAZZO DEL PORTAVOCE DI TRUMP
Prima della sortita apertis verbis di Trump in persona, era stato mercoledì un momento tra l’imbarazzato e subito un malcelato entusiasmo nella sala stampa della Casa Bianca ad aprire il sipario. Nei giorni scorsi il Financial Times aveva scritto che le strade di Trump non lo avrebbero portato a Roma. Previsione credibile. Dai corridoi della West Wing, da dove anche l’informazione è trapelata, devono avere sudato freddo: per il presbiteriano Trump a novembre ha votato il 52% dei cattolici. Lo scenario interno e internazionale ha bisogno di appigli condivisi tra Roma e Washington. Mercoledì il banco si è rovesciato. Nel briefing delle 12 con i giornalisti accreditati alla Casa Bianca, è stato chiesto al portavoce Sean Spicer (uno dei cattolici dell’inner circle trumpiano) di confermare o smentire se la squadra presidenziale avesse o meno chiesto appuntamento in Vaticano. Un incontro da inserire in occasione dell’imminente viaggio in Europa: 25 maggio a Bruxelles per il summit Nato e 26 e 27 a Taormina per il G7. Spicer ha subito messo le mani avanti: “Se avremo aggiornamenti lo faremo sapere”. Non sapeva che dire. Anche perché l’agenda è fitta: il 29 Trump dovrà già essere a Washington per il Memorial Day. Resta solo il 28. Ed è domenica. Inconsueto giorno per una udienza papale di Stato. Pochi istanti dopo quelle laconiche parole un membro dello staff si è affrettato a entrare nella sala stampa e ha allungato un foglio. Il portavoce di Trump ha letto – soddisfatto – una dichiarazione più positiva: “Contatteremo il Vaticano nel tentativo di organizzare un’udienza con il Papa in occasione del viaggio del presidente in Italia. Saremmo onorati di avere un incontro con il Santo Padre”. La conferma che la velina era bene approfondita e orientata direttamente dallo Studio Ovale, è arrivata ieri sera da Trump in persona.
QUELLA RISPOSTA CHE IL VATICANO ATTENDEVA
Interpellato dall’Ansa subito dopo l’annuncio di Washington, il sostituto della Segreteria di Stato Vaticana, monsignor Angelo Becciu, mercoledì pomeriggio ha chiarito che “Papa Francesco è sempre disponibile ad accogliere i capi di Stato che gli fanno domanda di udienza”. È un disco verde che la Santa Sede attendeva di illuminare. L’imprevedibilità di Trump è proverbiale. Anche se una dichiarazione così ufficiale riguardo un incontro col Papa mai era stata fatta. Tanto che ieri l’ha confermata The Donald in persona. È una richiesta che Oltretevere aspettavano.
Già subito dopo le elezioni presidenziali dallo staff di Trump era partita una telefonata interlocutoria alla nunziatura della Santa Sede negli Stati Uniti. Si voleva sapere se, qualora l’inquilino della Casa Bianca avesse chiamato il Pontefice, Francesco gli avrebbe risposto. Si replicò che naturalmente non ci sarebbero state difficoltà. Allora il telefono rimase muto. Né è partita una richiesta di udienza, come confermato anche poco prima di Pasqua dal portavoce della Santa Sede, Greg Burke.
AMBASCIATORE VA CERCANDO
In attesa di formalizzare la richiesta di appuntamento (e al netto di colpi di scena), per Trump resta anche da sciogliere il nodo del nuovo ambasciatore presso la Santa Sede. Come non c’è ancora una domanda ufficiale per l’udienza col Papa, così non c’è stata alcuna richiesta di gradimento per quella carica. Una nomina che tarda ad arrivare ma che non è da intendere come uno sgarbo presidenziale. Come riporta il portale Crux, l’American Foreign Service Association riferisce che attualmente gli Usa hanno ancora 57 rappresentanze diplomatiche sguarnite di ambasciatore. Può essere che l’annuncio di mercoledì e la conferma del giorno dopo siano un segnale che Trump ha risolto il risiko sulla nomina? Di fatto una mancata soluzione non comprometterebbe l’imminenza dell’udienza con FrancescoNel luglio 2009, in una occasione analoga – quello che allora era il G8 e che si tenne a L’Aquila – Barack Obama incontrò Benedetto XVI. Sette mesi dopo il giuramento per il suo primo mandato presidenziale. Nel seguito non c’era l’ambasciatore, indicato da Obama ma la cui nomina non era ancora stata ratificata dal Congresso.
DIVISIONI DA SANARE
Jorge Mario Bergoglio non è Gregorio VII e certamente Donald Trump non è Enrico IV. Canossa non è poi così vicina a Roma, e Francesco non imporrà tre giorni di penitenza al presidente americano davanti l’arco delle Campane prima di riceverlo. Ma i punti di differenza tra i due sono notori e notevoli. Hanno posizioni diametralmente opposte in materia di immigrazione, rifugiati, cambiamenti climatici e capitalismo. Quando, di ritorno dal Messico, Francesco definì “non cristiano” chi pensa a costruire muri – e si era in piena campagna presidenziale e il muro era quello annunciato dal miliardario – Trump replicò che era “vergognoso per un leader religioso mettere in discussione la fede altrui”. A presidente eletto Francesco ha usato parole concilianti. In una intervista a El Pais ha detto: “Vedremo ciò che farà e poi si valuta”. Dalla Casa Bianca, il 13 marzo, in occasione del quarto anniversario dell’elezione di Bergoglio, il segretario di Stato, Rex W. Tillerson, ha inviato un messaggio incentrato a valorizzare la collaborazione tra Stati Uniti e Santa Sede, anche “per promuovere la pace, la libertà e la dignità umana nel mondo”. Nel frattempo sono arrivate le bombe americane sulla Siria. Oggi la Casa Bianca si dice onorata di incontrare il Papa.




Mattis, segretario alla Difesa USA, si è recato in Israele a prendere “istruzioni” da Netanyahu

Mattis con Lieberman

James Mattis, segretario alla Difesa USA, è arrivato in Israele il Giovedì pomeriggio proveniente dal Cairo nella terza tappa di un viaggio di una settimana in visita agli alleati nel Medio Oriente.Questa di Mattis è la prima volta che visita Israele come capo del Pentagono ed è stato ricevuto da un ufficiale della Guardia di onore nel quartiere generale dell’Esercito di Tel Aviv il Venerdì nella mattina.

Di seguito il segretario alla Difesa di è riunito con il ministro delle question militari, Avigdor Lieberman, e viene previsto di svolgere conversazioni con il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e con il Presidente Reuven Rivlin.
Mattis spera di ascoltare direttamente dai dirigenti di Israele circa le loro preoccupazioni sulle questioni regionali, in particolare, in cima alla lista, si trova l’influenza iraniana nella regione.
Il conflitto in Siria, al centro dei colloqui, dove gli USA ed Israele hanno interesse comune a rimuovere il Presidente Bashar al-Assad dal potere, fa parte dell’agenda, secondo l’ufficio del Primo Ministro.
Israele è stato uno dei primi alleati nel salutare con favore il presidente Donald Trump nel corso del recente attacco con i missili contro una base aerea, con il pretesto di un presunto attacco chimico.
Parlando nel corso di una conferenza stampa con Liberman il Venerdì, Mattis ha dichiarato che “non ci possono essere dubbi” che la Siria abbia mantenuto alcune armi chimiche e hanno lanciato un avvertimento al Presidente Assad a non utilizzarle.
Non ci sono dubbi che la comunità internazionale conta sul fatto che la Siria abbia conservato armi chimiche in violazione degli accordi e della sua affermazione di aver eliminato tutto quell’arsenale. Già non c’è alcun dubbio”, ha detto (e le prove?).
Gli Stati Uniti, Israele e l’Arabia Saudita, in stretta alleanza, hanno fatto pressioni per rovesciare il governo della Siria (questo si era capito che era il vero obiettivo, altro che lotta all’ISIS), mediante l’utilizzo massiccio di forze di miliziani jihadisti fatti infiltrare nel paese arabo.
L’Iran ha prestato sostegno al Governo della Siria ed ha inviato suoi consiglieri militari nella lotta contro i miliziani jihadisti appoggiati da USA ed Arabia Saudita, tuttavia ha evitato un intervento militare diretto nel conflitto. Questo sostegno non gli viene “perdonato” da Washington che accusa l’Iran di essere una” minaccia per la sicurezza” degli USA.
Conosciuto come “il cane pazzo”, Mattis aveva in passato dichiarato che le tre maggiori minacce alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti erano “l’Iran, l’Iran e l’Iran”.
Nel frattempo a Rijad, il mercoledì, il capo del Pentagono ha ribadito che la visione di Trump è quella secondo cui l’Iran vuole destabilizzare la regione.
Lo stesso Mattis, nella riunione con i giornalisti ha insistito nel dire che, “si guardi dove si guardi, se ci sono problemi nella regione, sempre si trova l’Iran da dietro” .
Nota: Si sapeva che Trump, direttamente influenzato da Netanyahu, aveva una visione parziale e distorta delle problematiche del Medio Oriente (di cui conosce poco anche la geografia) ma quello che è certo è che l’Amministrazione Trump presenta una vera e propria “ossessione anti-iraniana” e questo traspare anche dalle dichiarazioni di Mattis.
Non è un caso che gli USA stiano preparando un intervento diretto in Siria, utilizzando proprie truppe in appoggio delle formazioni di miliziani dell'”Esercito Siriano Libero” (addestrato dagli USA) e reparti dell’Esercito giordano, con l’obiettivo di conquistare una enclave protetta nel sud della Siria, oltre a quella che hanno già creato nel nord utilizzando le forze curde.
Proprio in questi giorni si registra una elevata concentrazione di truppe e mezzi sul confine tra Giordania e Siria, dove le truppe giordane, affiancate da consiglieri militari USA e britannici, hanno installato artiglieria, mezzi blindati e truppe, assieme ad un sistema di sorveglianza costituito da radar lungo il confine con la Siria; i loro droni sorvolano continuamente la regione per il controllo del terreno.
Nel contempo è in corso una offensiva dei gruppi terroristi sulla città di Daraa che si trova in mano alle forze governative, verso cui convergono forze di miliziani assieme a veicoli militari Usa, britannici e giordani che si stanno attestando nella cittadina giordana di al-Mafrak, che è situata di fronte alla città di Daraa (nel sud della Siria) in attesa di lanciare una offensiva per la conquista di questa zona, probabilmente volta a occupare la zona del bacino di Yarmuk per prendere il controllo del passaggio confinario di Tal Shebab, alla frontiera con la Giordania.
Secondo gli analisti militari, questa potrebbe essere la direzione della prossima offensiva delle milizie ribelli accompagnate da consiglieri militari e “special forces” statunitensi e britanniche che parteciperebbero ai combattimenti. Questo dovrebbe essere il risultato degli accordi presi ed in corso degli USA con Israele e con l’Arabia Saudita e non è difficile prevedere che l’offensiva proseguirebbe in due direzioni: da una parte verso Nord, per prendere il controllo della zona di frontiera con l’Irak fino alla località strategica di Deir Ezzor, incluse le cittadine di Bukamal e Mayadin, dall’altra parte fino alla frontiera col Golan occupato, comprendendo tra l’altro il bacino di Yarmuk”.
Si spiega quindi la visita di Mattis in Israele ed in Arabia Saudita ed il rinnovato impegno a bloccare l’influenza dell’Iran nella regione. Sembra chiaro che il controllo di parte della Siria (ed il rovesciamento di Assad) è la condizione previa che consentirebbe poi al trio USA-Israele-Arabia Saudita di proseguire con un successivo attacco diretto all’Iran, una volta isolato questo dai suoi alleati naturali (Siria ed Hezbollah).
Esiste soltanto un problema che si chiama Vladimir Putin e delle forze russe sul campo che non sono poche e nessuno crede che rimarranno inerti e si lasceranno facilmente neutralizzare dalla coalizione USA-Saudita-Israeliana.
Fonti: South Front
Traduzione e nota: Luciano Lago

“Consiglieri” Usa a Deraa: preparano l’assalto dei “loro” terroristi nel Sud siriano. Un’altra guerra per Sion.

Da  due settimane forze militari  americane e giordane sono operative nel Sud della Siria- lo rivela il giornale libanese Al Akhbar, vicino a Hezbollah.  “Per   la prima volta una delegazione di consiglieri americani e britannici sono stati segnalati nei dintorni della città di Deraa, sulla linea di demarcazione occidentale, nella città  di Ankhel, e  anche nella città di Bosra al-Sham, situata ad est di Deraa,  situata al oriente di Deraa e a sud-ovest della provincia di Souweida.  Secondo fonti della sicurezza, “è raro  che le forze americane e britanniche inviino i loro consiglieri militari in queste zone pericolose, a  meno che non siano controllate dai gruppi che collaborano con esse.  Si sa che il fronte Al Nusra ha una presenza importante in tutte le aree visitate”.
Inoltre, la Giordania (alleata, o meglio soggetta  degli americani) ha piazzato batterie di artiglieria, truppe supplementari, camere di sorveglianza e radar lungo il confine  con la Siria; i loro droni  sorvolano  continuamente la regione per il controllo del  terreno.
Al Akhbar nota  inoltre che “milizie siriane  (anti Assad) stanno sottoponendosi a ritmo accelerato ad esercitazioni di addestramento. Sono “Jaish al-Ashaer” (L’armata delle tribù), Furkat Shabab al Sunna (brigata dei giovani sunniti) Furkat al Hak  (Brigata del Vero) ed altre milizie combattenti nel quadro del “Jabhat al-Janoubiyyat (Fronte del Sud)”.
“Una nuova cellula di operazioni diretta da consiglieri americani, britannici e giordani  si è  piazzata nella regione di Al-Mazirib: dovrebbe essere comandata dal colonnello disertore (dall’armata governativa) Ibrahim al-Ghurani, pilota, che comanda la brigata al-Hak sostenuta da Amman.
“Contemporaneamente sono stati notati due movimenti di truppe: una si situa lungo tutta la frontiera siro-giordana vicino al campo di Rakban e sembra destinata a  dirigersi verso Bukamal. L’altro movimento di truppe, dove spiccano  veicoli militari Usa, britannici e giordani, è segnalato nella   cittadina giordana di al-Mafrak, che è situata di fronte alla città di Deraa (in Siria) sempre  in mano alle forze  governative siriane.
“ In parallelo a questi movimenti, la  milizia wahabita terrorista [che opera per gli Usa e Israele, ndr.] ha esteso la sua presenza nelle zone della provincia di Deraa occupata dai ribelli,fra cui l’area di al-Gidor, fino a minacciare la località di Nawa, anch’essa ribelle. I suoi recenti movimenti al suolo danno l’impressione che si prepari a lanciare un assalto nel bacino di Yarmuk per  prendere il passaggio confinario di  Tal Shebab,alla frontiera con la Giordania.
Decisamente, il pretesto è pronto per  lanciare l’attacco americo-giordano”, conclude il giornale.
“E’ chiaro che l’ingerenza americano-giordana non si fermerà al triangolo confinario tra Siria, Giordania ed Irak. Il piano da loro concepito mira ad conquistare un controllo che comincia col valico di al-Tanaf e dovrebbe estendersi in due direzioni: a Nord impadronendosi della zona frontaliera  con l’Irak fino alle due località di Deir Ezzor, Bukamal e Mayadin, occupate da Daesh; e al Sud,  fino alla frontiera col Golan  occupato, comprendendo tra l’altro il bacino di Yarmuk”.
(Israele vuole il suo pezzo).
Il motivo strategico dietro a questo imminente attacco è  stato spiegato dal giornalista Hossein Mortadha, della tv siriana, così:
“ C’è un accordo tra Daesh e Al Nusra per formare una nuova fazione, che sarà presentata come moderata e sarà sostenuta da Washington e dalla Turchia […] l’obbiettivo è di  strappare un successo militare prima di Astana [la seconda fase dei colloqui di pace di Astana, organizzati dalla Russia, la cui prima fase si è chiusa il 15 marzo senza  che i ribelli “moderati” si presentassero] e  cominciare poi a proporre delle carte, cosa a cui la parte turca si sottrae,  ciò che impedisce all’armata siriana [di Assad] di condurre operazioni in quella regione con il pretesto che ci sarebbero fazioni moderate”.

Il fronte Sud e il ruolo americano del controllo del triangolo confinario.

“Il fronte più pericoloso oggi –  dice il giornalista  siriano – è quello Sud, quello di Deraa e del triangolo confinario tra Siria, Giordania e Irak. Con la chiusura del fronte Libano [l’armata di Damasco ha “pulito” il confine col Libano da infiltrazioni] e la riduzione del  fronte Nord con la Turchia, l’azione sul fronte Sud con la  Giordania è stata intensificata. Gli americani dirigono tutte le operazioni e tutti i gruppi armati eseguono gli ordini degli Stati Uniti…  i sopralluoghi di ufficiali Usa e britannici avevano lo scopo, principalmente, di attivare il fronte Sud.  L’intervento diretto americano facilita il conflitto”.
“Trump – sua figlia è convertita al giudaismo –  esegue un piano sionista nella regione, che comincia con l’intervento di forze americane in Siria, in quanto la forza  d’occupazione e  l’avventura turca al Nord è fallita, con perdite di soldati e ufficiali […] l’entità sionista non si sente in sicurezza nonostante la guerra in Siria: l’obbiettivo di far collassare l’asse di resistenza [Damasco, Hezbollah e Iran con il sostegno di Mosca] non ha avuto successo ed oggi, i sionisti temono che  la resistenza cominci operazioni in sul fronte  del Golan e del Sud fino allo Yemen. Il loro scopo attualmente è occupare  Deraa ed allargare la zona per  giungere alla zona di confine irachena per costituire una  zona di presenza americana oltre la cosiddetta forza moderata, onde formare una linea di sicurezza per l’entità sionista e farla riconoscere ad Astana, per poi aprire un dialogo politico”.
Secondo il giornalista, “la presenza di Erdogan è cruciale in questo sistema […]. Erdogan non la lasciato nulla d’intentato in Siria ed ha fallito; la Turchia è alleata  a Washington; c’è un tentativo della Russia e dell’Iran di pesare economicamente sulla Turchia”. Operazione non senza gravi effetti collaterali perché “Siria ed Iran  avevano bisogno della Turchia – in particolare l’Iran in ragione della sanzioni   e della liquidità per sostenere la sua economia e i suoi alleati” [evidentemente la Turchia serviva come “paradiso finanziario” per aggirare le sanzioni].
Dunque  il Pentagono combatterà anche questa guerra per Sion. La pericolosità della situazione non ha bisogno di essere sottolineata.  Che succede se Erdogan chiude alle navi russe da guerra il Bosforo?
Personalmente non escluderei che lo spettacolare attentato “islamico” (firmato Katz) sugli Champs Elysées sia servito anche a  distrarre mediaticamente dai movimenti di truppe occidentali in appoggio ai terroristi “moderati” nel Sud siriano, e dall’imminente attacco.   I media ce li venderanno, a cose fatte, come “iniziativa americana in Siria per distruggere l’ISIS”.
Fil d’actualité Presstv French 20/04/2017 A la lumière des opérations militaires réparties sur plusieurs fronts en Syrie, suite aux réalisations réalisées par l’armée syrienne et ses alliés, avec le début de la mise en œuvre de l’accord des quatre villes et les bruit médiatique accompagnant ; il était nécessaire de clarifier ce qui se passe … Lire la suite deSYRIE : Le journaliste Hossein Mortadha révèle qui a effectué le massacre du bus et le but réel de l’ouverture du Front Sud

LA GUERRA STA ARRIVANDO

    La guerra voluta dall'oligarchia finanziaria sta arrivando. Gli Usa hanno consegnato la loro sovranità a una banda di oligarchi finanziari. Credete quello che volete ma la verità è che l'economia globale è in coma irreversibile 
di Cinzia Palmacci  



Paul Craig Roberts, l'ex Assistente Segretario del Tesoro sotto la presidenza Reagan, ex direttore del Wall Street Journal, citato da “Chi è chi” in America come uno dei 1.000 più influenti pensatori politici del mondo, economista PhD, ha scritto un articolo circa l'accumulo di ostilità tra Stati Uniti e Russia intitolato semplicemente: "La Guerra sta arrivando". Nell'articolo, Roberts osserva: “Come riportato da Tyler Durden di Zero Hedge, la risposta russa alla sentenza extra-legale di un giudice corrotto nei Paesi Bassi, che non aveva alcuna giurisdizione sul caso su cui si è pronunciato, con il trasferimento di 50 miliardi di dollari da parte del governo russo agli azionisti della Yukos, un ente corrotto che stava saccheggiando la Russia e evadendo le tasse, la dice lunga". Alla domanda su cosa la Russia avrebbe fatto riguardo la sentenza, un consigliere del presidente Putin ha risposto: "C'è una guerra in arrivo in Europa". Pensate davvero che questi regolamenti abbiano significato?". Secondo il miliardario hedge fund manager Kyle Bass: "Trilioni di dollari di debiti saranno ristrutturati e milioni di risparmiatori finanziariamente prudenti perderanno una percentuale rilevante del loro potere d'acquisto reale esattamente al momento sbagliato nella loro vita. Ancora una volta, il mondo non finirà, ma il tessuto sociale delle nazioni dissolute sarà allungato e in alcuni casi strappato. Purtroppo, guardando indietro nella storia economica, troppo spesso la guerra è la manifestazione di una semplice entropia economica giocato alla sua logica conclusione. Noi crediamo che la guerra sia una conseguenza inevitabile della attuale situazione economica globale". L'ex analista tecnico di Goldman Sachs, Charles Nenner, che conta importanti hedge fund, banche, società di brokeraggio, e high net worth individuals come clienti, dice che ci sarà "una grande guerra", che guiderà il Dow Jones a 5.000$. Il promotore ed investitore veterano James Dines ipotizza una guerra epocale come le guerre mondiali I e II, a partire dal Medio Oriente. L’economista e gestore degli investimenti Marc Faber asserisce che il governo americano comincerà nuove guerre in risposta alla crisi economica:
·"La prossima cosa che il governo farà per distrarre l'attenzione della gente sulle cattive condizioni economiche sarà iniziare una guerra da qualche parte".
"Se l'economia globale non recupera, di solito la gente va in guerra".
Martin Armstrong, che ha gestito fondi di investimento sovrani multi-miliardari, ha scritto: "Il nostro più grande problema è che la burocrazia vuole una guerra. Questo distrarrà tutti dalla NSA e giustificherà quello che hanno fatto. Hanno bisogno di un diversivo per il declino economico che sta arrivando". Armstrong ha scritto un pezzo molto esplicito dal titolo "Perché andremo in guerra con la Russia", e un altro oggi che dice, "Prepariamoci per la terza guerra mondiale". Che cosa sta causando lo scivolamento verso la guerra? Inizialmente, ci crediate o no, una causa è che molti economisti influenti e molti opinionisti mantengono la convinzione screditata che la guerra sia un bene per l'economia. Anche se della Seconda Guerra Mondiale si dice spesso che abbia portato il mondo fuori dalla depressione economica, e nonostante qualcuno sia ancora convinto che il capitalismo ha bisogno di guerre e che, al contrario, senza di esse il pericolo di recessione sia sempre in agguato, tuttavia oggi sappiamo che tutto questo è pura follia. Il boom economico del 1990 ha dimostrato che la pace è economicamente meglio di una guerra. La guerra del Golfo del 1991 dimostrò che oggi le guerre possono essere devastanti per un'economia. Tuttavia, gli storici dicono che gli imperi in declino tendono ad attaccare i loro rivali in crescita, così il rischio di una guerra mondiale è in aumento perché gli Stati Uniti si sentono minacciati dall'impero nascente della Cina. Il governo degli Stati Uniti considera la rivalità economica una base per la guerra. Pertanto, gli Stati Uniti stanno utilizzando sistematicamente l'esercito per contenere la crescente influenza economica della Cina. Intanto, la crisi tra Stati Uniti e Corea del Nord sta destando allerta e preoccupazione in tutta la comunità internazionale. E dopo le minacce del Paese asiatico di mettere in atto un attacco preventivo, la Cina ha allertato la sua aviazione. La mediazione tra questi tre paesi appare sempre più improbabile perché ognuno ha interesse ad ottenere concessioni reciproche che difficilmente otterrà diplomaticamente.

GLI STATI UNITI SONO OSTAGGIO DELL'OLIGARCHIA FINANZIARIA

Gli USA hanno consegnato la loro sovranità a una banda di oligarchi finanziari. Non avendo nessuno cui rendere conto, questo gruppo di potere americano (e per certi versi internazionale) ha mandato in rovina le finanze del paese, creando livelli insostenibili di indebitamento, distruggendo i risparmi e il sistema previdenziale, svalutando la moneta e così via. Ora, supponiamo che un’oligarchia finanziaria si sia impossessata del controllo del paese e, non essendo in grado di controllare i propri appetiti, lo stia portando alla rovina. Avrebbe allora senso per la suddetta oligarchia, avere a disposizione un qualche genere di piano di sicurezza per quando crollerà l’intero castello di carta finanziario. Idealmente, questo piano dovrebbe eliminare qualunque possibilità di rivolta delle masse oppresse, e consentire all’oligarchia di mantenere in sicurezza il possesso della propria ricchezza. La pace va bene finché si può placare il popolino con panem et circenses, ma quando una calamità finanziaria provoca una voragine economica e panem et circenses scarseggiano, una possibilità a portata di mano è la guerra. Qualunque motivo andrà bene, siano terroristi stranieri, la Grande e Malvagia Russia, o gli alieni dallo spazio. Il successo militare non è importante, il fallimento va ancora meglio del successo per il mantenimento dell’ordine, poiché rende possibile l’imposizione di varie misure d’emergenza per la sicurezza. Hanno già avuto luogo varie “sessioni di allenamento” come l’occupazione militare di Boston in seguito alla messa in scena delle bombe alla maratona. L’infrastruttura di sorveglianza e il complesso industrial-carcerario parzialmente privatizzato sono già in grado di porre in stato di detenzione gli indesiderabili. Un fallimento davvero enorme, regalerebbe la motivazione perfetta per passare all’economia di guerra, all’imposizione della legge marziale, alla soppressione del dissenso, alla messa fuori legge delle attività politiche “estremiste” e così via. Pertanto, forse dovremo aspettarci proprio questo. Il crollo finanziario è già in preparazione, ed è solo questione di tempo perché si manifesti, e precipiti in un collasso commerciale in cui tutte le catene di forniture mondiali smetteranno di funzionare. Si resisterà al collasso politico, e il modo per farlo dovrà iniziare più guerre possibili, che producano una grossa ricaduta di fallimenti da utilizzare come motivazione per ogni genere di “misure d’emergenza”, tutte indirizzate a un solo fine: sopprimere la ribellione e mantenere al potere il ceto oligarchico. Al di fuori degli USA sembrerà che gli Americani distruggano qualunque cosa: Stati, beni materiali, passanti innocenti, perfino se stessi. L’America fallirà anche nel suo intento di fallire. Speriamo solo che ci sia qualcosa che possiamo fare per contribuire affinché questo fallimento accada il più presto possibile. Credete quello che volete, ma la verità è che l'economia globale è in coma irreversibile e il suo crollo imminente. 

LA GUERRA VOLUTA DALL'OLIGARCHIA FINANZIARIA STA ARRIVANDO

di Cinzia Palmacci

TRUMP: PERCHÉ DI UN TRADIMENTO

    Se Trump e Putin si fossero messi d’accordo la storia del mondo sarebbe cambiata. Trump ha preferito inchinarsi a Soros e ai poteri forti: la chiave di volta il suo stesso partito detentore della maggioranza al Senato Usa 
di Michele Rallo  


La sua campagna elettorale si era svolta tutta all’insegna dell’isolazionismo pacifista contro i venti di guerra che facevano aureola a “Killary”, l’amazzone delle primavere arabe, la triste profetessa dello scontro frontale con la Russia.
Quando venne eletto, furono in molti a mettere il lutto; e, fra costoro, in primo luogo i becchini della guerra, all’interno come all’estero. Si consolarono profondendo fiumi di milioni nelle dimostrazioni “spontanee” in ogni angolo degli States, finanziando avvocati che difendevano “gratuitamente” gli immigrati clandestini minacciati di espulsione, mettendo la loro stampa a disposizione di ogni pur ridicola iniziativa antitrumpista, da quella che invocava una riforma del sistema elettorale con effetto retroattivo a quella che voleva la ripetizione delle consultazioni presidenziali.
Il panico dei poteri forti era grande, ed era giustificato. Se Trump e Putin si fossero messi d’accordo, la storia del mondo sarebbe cambiata da così a così. E a lor signori una tale prospettiva non era assolutamente gradita.
Cominciarono allora a lavorare il Presidente ai fianchi, impedendogli sostanzialmente di governare. La chiave di volta era il suo stesso partito, detentore della maggioranza sia al Senato che alla Camera dei Rappresentanti. Fu un giochetto chiamare a raccolta la minoranza interna, l’estrema destra neocon che voleva la crociata anti-Putin e il trionfo di quello che Eisenhower chiamava “il complesso militar-industriale”. La saldatura fra questa componente reazionaria e gli eletti democratici si è manifestata in tutta la sua potenza in più occasioni, ultima delle quali il voto che ha bloccato la riforma trumpista dell’Obamacare, il fallimentare sistema sanitario che ingrassava le assicurazioni private a spese delle casse pubbliche.
A quel punto, Trump aveva ben chiara l’alternativa: o rassegnarsi a una guerra permanente con il Congresso almeno per i prossimi due anni (fino alle “elezioni di medio termine”), o inchinarsi ai poteri forti. E Trump ha preferito inchinarsi. D’altro canto – diceva Manzoni parlando di Don Abbondio – il coraggio se uno non ce l’ha non se lo può dare. E Trump, evidentemente, non ha potuto darselo.
Questa mancanza di coraggio, tuttavia, non si è manifestata improvvisamente, con le bombe sulla Siria. C’erano state numerose avvisaglie, fin dai giorni immediatamente successivi all’insediamento del nuovo Presidente. I primi segnali si erano avuti con gli inchini a Israele e all’Arabia Saudita, due potenze che nell’attuale caos mediorientale hanno responsabilità forse superiori a quelle degli Stati Uniti; e con le contemporanee manifestazioni d’ostilità verso l’Iran sciita, accusato di essere veicolo di terrorismo, mentre invece – lo sanno anche le pietre – è l’avversario numero uno dell’ISIS e dei suoi finanziatori. Era come se Trump-Abbondio si scusasse con i Don Rodrigo di Ryad e di Tel-Aviv per avere battuto la loro candidata, dichiarando fin da subito che l’annunziata politica di distensione con la Russia non si sarebbe spinta fino a mettere in discussione il disegno strategico dei poteri forti sion-petroliferi.
E, anche a prescindere dal Medio Oriente, le promesse pacifiste di Donald Trump sembravano perdere colpi: nulla di nuovo in Ukraina, la nazione che potrebbe fungere da ariete per la spinta finale alla terza guerra mondiale; e nulla di nuovo neanche negli stessi States, con l’incredibile rifiuto a far piazza pulita nei servizi segreti ancòra dominati dagli elementi obamiani, a costo di continuare a subire il ricatto di una campagna sulle sue presunte amicizie pericolose moscovite.
Gli strateghi e i consiglieri nazionalisti dell’America First sono stati messi da parte uno ad uno, o abbandonati non appena qualche aspirante bombarolo ne metteva in dubbio la volontà di scatenare l’apocalisse sul mondo intero. Fino all’episodio più clamoroso: quello – recentissimo – della rimozione dell’ideologo e coordinatore della campagna elettorale trumpista, Steve Bannon, dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Il fatto – oltre ad essere avvilente sul piano umano e personale – è probabilmente la spia della svolta bellicista del Presidente. La giubilazione del suo più fidato consigliere, infatti, sembra procedere di pari passo con l’irresistibile ascesa del marito della figlia Ivanka, Jarod Kushner, nominato “Alto Consigliere” del Presidente. Kushner è un uomo d’affari ebreo-americano, legato agli ambienti israeliani che sostengono Netanyahu ed avversano la distensione con i palestinesi: «Egli guida una fondazione – leggo su Wikipedia –che finanzia una “yeshiva” ultra-ortodossa della colonia di Beit El, nota per la sua radicale opposizione al processo di pace tra Israele e Palestina.»

Ma le sorprese non finiscono qui. Perché – come rivela il giornalista investigativo Maurizio Blondet – sembrerebbe che il generissimo sia in stretti rapporti d’affari con il “filantropo” Georges Soros, altro miliardario del medesimo context ebraico-americano. La famiglia Kushner ha smentito, ma la notizia non sembra di quelle facili da inventare di sana pianta, perché – continua Blondet – ruoterebbe attorno a un prestito colossale (259 milioni di dollari). Soros – per la cronaca – è stato un munifico sponsor della campagna elettorale di Hillary Clinton e, in epoca più recente, uno dei maggiori finanziatori delle manifestazioni “spontanee” contro Trump. Inoltre, è tra i massimi teorizzatori della “crociata” contro la Russia di Putin. Ecco che il cerchio si chiude. Speriamo, non sulle nostre teste.

Michele Rallo
 In redazione il 21 Aprile 2017 
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TRUMP: I PERCHÉ DI UN TRADIMENTO
Le opinioni eretiche
 di Michele Rallo

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